Laura Paoletti – COMUNICAZIONE E ‘SECOLARIZZAZIONE’ DELLA POLITICA

(editoriale di Paradoxa» 3/2020) A tutta prima si resta piuttosto disorientati quando il Curatore, proprio in conclusione dell’ampia (e utilissima) positio quaestionis con cui introduce queste pagine, ricapitola il discorso svolto definendo «la fase storica che stiamo vivendo come una ‘secolarizzazione’ della conoscenza e del comportamento sempre più tipica dei moderni» (p. 33). Sembra difficile, in effetti, trovare qualcosa di più estrinseco e meno pertinente, rispetto alla questione del rapporto tra politica e comunicazione, di un riferimento al complesso processo storico che consiste nella progressiva perdita di rilevanza della religione nella società moderna. In realtà l’effetto (voluto) di spaesamento è efficace nel richiamare l’attenzione del lettore sul paradigma teorico attivato dalla tesi cardine proposta da questo fascicolo. Se, infatti, ‘secolarizzazione’ è, in senso stretto, il trasferimento della proprietà di beni ecclesiastici allo Stato e, per estensione, il passaggio di concetti, competenze, poteri e strategie di legittimazione del potere, dall’ambito della religione a quello della politica, allo stesso modo la provocazione – e l’allarme – lanciata dai saggi qui raccolti è che la politica stia subendo oggi, quasi per contrappasso, un’analoga espropriazione ad opera della comunicazione. Stiamo insomma assistendo ad un passaggio epocale che può esser descritto come «sostituzione della politica con la

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Laura Paoletti – AUTOBIOGRAFIA DELLA ‘NON’ NAZIONE

(editoriale di Paradoxa 2/2020)   Io non mi sento italiano/Ma per fortuna o purtroppo lo sono Giorgio Gaber   Più di altre volte, il titolo scelto dal Curatore è efficace nel restituire intenti, esiti e tensioni interne dell’operazione tentata con questo numero. Nonostante non arrivi ad esser formulato con il carattere esplicito di una domanda o come un’aperta alternativa tra due opzioni, il sospetto amletico, pudicamente trattenuto dalle parentesi, è, a ben guardare, quello che dà il tono all’intero fascicolo: così che la questione dell’essere italiani si viene via via trasformando, nel susseguirsi di contributi e analisi, in una riflessione sui molti sensi in cui si può (si deve?) non esserlo. E poiché anche il ‘non’, come l’essere, si dice in molti modi, gli autori si producono in un ampio ventaglio di registri del ‘negativo’, che va dalla constatazione al suggerimento al divieto; che va dal vigoroso e appassionato rifiuto dell’idea stessa di patria, alla più cauta presa di distanza critica che l’appartenenza europea invita ad esercitare nei confronti di un’identità compresa in termini ingenuamente ed esclusivamente nazionali; dal ripensamento in chiave contemporanea delle impietose analisi del «carattere degli italiani» che si trovano tra le pagine di Leopardi, Gobetti, Gramsci,

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Laura Paoletti – LA POLITICA AI TEMPI DEL VIRUS: TRA DIFFICOLTÀ TEORICHE ED EMERGENZE QUOTIDIANE

(editoriale di Paradoxa 1/2020) Il caso vuole che questo fascicolo vada in stampa in una circostanza che si presenta sotto molti aspetti come uno «stato d’eccezione» e che sembra rilanciare, quasi in extremis, ambizioni e spazi di manovra di una politica che – volente o nolente, potente o impotente – è comunque chiamata a governarlo. Ci siamo ancora troppo dentro per azzardare ipotesi su come andrà a finire e pronosticare se tutto ciò porterà qualche cambiamento di lunga durata; certo è che, al momento, il Covid-19 ha tutta l’aria di riuscire a ripristinare condizioni precedenti alla cosiddetta ‘post-politica’: la globalizzazione frena, la sovranità si ri-territorializza, le esigenze delle multinazionali si piegano (incredibile dictu) alle decisioni degli stati nazionali, il popolo tutto, anche quello dell’antipolitica, si aspetta dalle autorità politiche indicazioni vincolanti ed efficaci sulla gestione dell’emergenza. In generale, come è stato già da più parti osservato, è come se l’epidemia avesse innescato un contromovimento rispetto a quello tipicamente postmoderno che trasporta il reale nel virtuale e sostituisce il senso letterale con quello metaforico: e così come ‘virus’, ‘antivirus’ e contenuti ‘virali’ ritornano dal dominio etereo della rete a quello di carne e sangue dei corpi umani, allo stesso modo la

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Laura Paoletti – TRA FATTO E IDEALE: FRAGILITÀ E DOVERE DELLA DEMOCRAZIA

(editoriale di Paradoxa 3/2019) Che la nozione di ‘democrazia illiberale’ abbia la stessa consistenza logica di ircocervi e cerchi quadrati (cioè nessuna) è un messaggio che arriva al lettore di queste pagine forte e chiaro. Su tutto il resto, però, le analisi, le argomentazioni e le tesi dei diversi autori compongono un quadro problematico assai più complesso e refrattario a sintesi di comodo. Ma di quale ‘resto’ si tratta, visto che il focus del fascicolo è appunto quello di sostenere che la democrazia o si sostanzia di istituzioni liberali o semplicemente non è? Il fatto è che sotto la superficie del problema esplicitamente tematizzato ne affiora continuamente un secondo, latente e significativamente più spinoso: quello dello stato di salute della democrazia, della democrazia come tale, nuda e cruda, senza la scappatoia di aggettivi di compromesso. E qui le cose si ingarbugliano subito, per due motivi. Il primo è che le diagnosi proposte non sono affatto univoche e coprono un ventaglio di posizioni che va, semplificando, dalle luci del quadro tracciato da Pasquino alle ombre scure, quasi tenebre, dell’analisi di Tuccari: ad un estremo, la convinzione che le democrazie sono in perfetta forma, tanto da aver saputo realizzare il «più grande

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Laura Paoletti – MARGINI DI MANOVRA

(editoriale di Paradoxa 1/2019) Uno degli obiettivi con cui nasce «Paradoxa» – non tanto come rivista, quanto come operazione culturale – è quello di aiutare il non specialista a dare una forma più precisa alle proprie domande, curiosità, convinzioni, per lo più inespresse, grazie al lavoro di specialisti che, prestandosi a sconfinare dal proprio territorio, riescono spesso a ribaltare quel che per lo più si crede o si pensa, quasi a propria insaputa. In fascicoli particolarmente tecnici, come questo, tale (felice) dinamica risulta particolarmente evidente. È sensazione diffusa che l’economia sia il vero luogo in cui si concentra oggi il potere e in cui accadono decisioni rispetto a cui la politica non può che adeguarsi. Mercati finanziari e multinazionali sono i veri attori capaci di determinare, secondo i propri interessi, l’accadere degli eventi; e una realtà politica, e politicamente fragile, come l’Unione Europea, che assomma le debolezze dei singoli paesi membri, appare come un orpello inutile e peggio dannoso. In netta controtendenza con questa narrazione diffusissima e probabilmente vincente sotto il profilo del consenso, questo fascicolo rilancia l’idea di una politica economica. Praticando la distinzione, ovvia per gli specialisti, meno per gli altri, tra l’economia (reale) e l’Economia (teorica) i

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Laura Paoletti – LA DIMENSIONE ASSENTE

(editoriale di Paradoxa 4/2018) Tra l’immagine utilizzata qualche anno fa dal non più giovanissimo Michele Serra per riferirsi ai ‘giovani’ – Gli sdraiati (Feltrinelli, 2013) – e l’autodescrizione di un giovane doc come lo scrittore Giacomo Mazzariol – Gli squali (Einaudi, 2018) – c’è un punto di contatto, che fa premio sul conflitto (forse intergenerazionale) tra la staticità della prima e la fluidità della seconda: la dimensione dell’orizzontalità. Sdraiati o squali, stesi sul divano o impegnati a scivolare nel gran mare di possibilità più o meno virtuali del contemporaneo, i giovani sembrano colpire l’immaginario collettivo per la loro monodimensionalità, per l’assenza di una proiezione verticale che renda loro possibile sollevare la testa, mettersi a distanza dal qui ed ora e guardarlo da una prospettiva diversa da quella di chi vi è semplicemente immerso. Se questo fosse vero, il problema del loro rapporto con la politica non potrebbe più esser contenuto nel luogo comune, e asfittico, di un generico disinteresse, ma dovrebbe esser posto in termini più profondi (appunto), chiamando in causa proprio la dimensione assente, provando per lo meno a darle un nome. Questo è esattamente quel che accade nelle pagine che seguono, che sollecitano il lettore a una duplice operazione. La

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Laura Paoletti – A SCUOLA DI IDENTITÀ

(editoriale di Paradoxa 3/2018) Una delle serie televisive più seguite dello scorso anno –Tredici (Thirteen Reasons Why), tratta da un romanzo di Jay Asher – mette in scena in modo molto efficace, talvolta crudo, il disorientamento profondo di un gruppo di adolescenti alle prese con un’ordinaria realtà fatta di scuola, sport, amicizia, amore e sesso, che viene squassata dal suicidio di una di loro, Hannah Baker. Ognuno dei tredici episodi della serie illustra una delle ragioni che hanno condotto la ragazza al gesto disperato: è lei stessa a spiegarle in una lunga testimonianza postuma affidata a delle audiocassette, che raccolgono il suo racconto testamentario attraversato da una violenza via via più esplicita. Ogni audiocassetta è rivolta ad un destinatario specifico, chiamato in causa per essere più o meno profondamente coinvolto nella responsabilità della tragedia. Il contrasto tra l’onnipresenza degli smartphone, che mediano praticamente ogni tipo di interazione tra i protagonisti (non ultimo il cyber-bullismo, che svolge un ruolo significativo nella catena degli eventi), e la scelta di questo medium così antiquato da sembrare ridicolo, così smaccatamente analogico e poco digitale, si carica di spessore metaforico: in fondo, sottrarsi all’iperconnessione, mettersi fuori dal circuito vorticoso di sms e post, significa già,

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Laura Paoletti – UNA MODERNITÀ PLURALE, NEGATIVA E MOLTO POST-POSTMODERNA

(editoriale di Paradoxa 1/2018) Nell’esercizio della razionalità, nella nostra ricerca di senso, nel tentativo di rispondere alle questioni ultime del nostro stare al mondo, possiamo dirci ancora ‘moderni’? La domanda è dichiaratamente filosofica e si può legittimamente avere la tentazione di lasciarla ai filosofi di professione: tanto più che non è nemmeno subito evidente quale sia la posta in gioco. Se però cediamo alla tentazione, se abbandoniamo il termine ‘moderno’ al linguaggio ordinario, che premia con quest’aggettivo chi (o quel che) è alla moda, aggiornato, attuale – «quant’è attuale!»: uno dei massimi elogi che sappiamo concedere ad un classico del passato – , allora la filosofia ci mette di fronte ad uno specchio che riflette un’immagine poco lusinghiera. Nessuna icona di questa modernità, infatti, è più pertinente del placido ruminante con il quale Nietzsche, nelle prime pagine della Seconda considerazione inattuale, azzarda un fallimentare tentativo di dialogo: il filosofo, malato di storia e di vecchiaia, vorrebbe carpire all’animale il segreto della sua spensierata felicità; e da parte sua il ruminante, «che non sa che cosa sia ieri, che cosa sia domani, [che] salta di qua e di là, mangia, riposa, digerisce, salta di nuovo, e così dalla mattina alla sera,

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Laura Paoletti – RIPENSARE LA PENA: TRA KANT, GIOBBE E L’ULTIMATUM GAME

(editoriale di Paradoxa 4/2017) Un ipotetico lettore di «Paradoxa» che fosse tanto appassionato da non perdersi un numero, e che fosse per giunta dotato di buona memoria, potrebbe trovarsi stavolta in qualche imbarazzo: come tenere insieme nell’ambiente teorico e culturale di una medesima rivista il fascicolo 3/2009, che, riproponendo e rilanciando alcune riflessioni di Vittorio Mathieu, stigmatizzava il Senso perduto della pena, ossia il progressivo venir meno di quest’ultima come architrave del sistema giuridico, e questo fascicolo sulla «giustizia riparativa», che azzarda la messa in questione dell’idea stessa che tra colpa e pena vi sia un nesso logicamente consistente? Sarebbe fin troppo facile cavarsela rimettendo a ciascun curatore le sue responsabilità: in realtà la responsabilità davvero sollecitata è quella di «Paradoxa» (e di rimbalzo di chi la legge), la quale, proponendosi come luogo di tensione e non di conciliazione, è chiamata al tentativo di far reagire in modo creativo prospettive che sono e restano diverse, senza alcuna garanzia che tale tentativo riesca. In via del tutto esplorativa, provo a sottolineare due punti di frizione, che scaturiscono da una lettura incrociata dei due fascicoli e che mi sembra costituiscano altrettante feconde direzioni di approfondimento. Uno degli elementi qualificanti della Restorative Justice

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Laura Paoletti – MADRI, OGGI. PER UNA DOTTA IGNORANZA

(editoriale di Paradoxa 3/2017) Ignori per qual via lo spirito entra nelle ossa dentro il seno d’una donna incinta (Qo 11,5) Il problema è tutto nel plurale. Se si potesse intendere il termine ‘madri’ come una semplice iterazione sul piano quantitativo, come clonazione di una nozione solidamente definita, sarebbe tutto decisamente più semplice: ogni singola madre empirica sarebbe – per ricorrere ad una metafora musicale – una variazione sul tema, sull’unico tema della Madre archetipica, e basterebbe un po’ di orecchio per cogliere l’eventuale nota stonata che trasforma la variazione in un altro tema o, peggio, in una stecca: questo è ‘maternità’, questo no; fin qui sì, oltre no. Il problema è che oggi – l’‘oggi’ della modernità e della tecnica, del decremento della fertilità e della proliferazione dei diritti – il plurale lavora ad un livello assai più profondo. Si moltiplicano le madri (virtualmente possibili) di un unico figlio, perché la madre genetica (dell’embrione) non necessariamente coincide con quella che partorisce il nuovo nato, che non necessariamente coincide con quella che se ne prenderà cura. Si moltiplicano, disarticolandosi, gli aspetti biologici, psicologici e cronologici della generazione: così che la ‘madre’ che si desidera essere arriva molto in ritardo rispetto

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