Paradoxa, Anno XX – Numero 2 – Aprile/Giugno 2026

Europa sotto attacco? a cura di Emidio Diodato L’orizzonte europeo si articola su due livelli: il primo è quello «geopolitico», sul quale propriamente si attua l’azione dell’UE e sul quale quest’ultima subisce l’«attacco» che queste pagine si incaricano di esaminare, provando a identificare chi lo sferra, a soppesare la gravità della minaccia e, ovviamente, a prefigurare strategie efficaci di resistenza. Il secondo è quello «geoculturale», al quale il primo inevitabilmente fa riferimento, traendone nutrimento ideale o, più spesso, scontandone l’elaborazione incompiuta. L’UE è necessaria, ma non è sufficiente: perché non ci può essere Ue senza idea dell’Europa. Tuttavia il telos europeo non è affatto un destino e deve fare i conti con la sua storia di fatto (anche quella coloniale), con i suoi confini di fatto (che non possono essere arbitrariamente estesi) e con tutti quelli che, di fatto, si trovano nei suoi confini.

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Paradoxa, Anno XIX– Numero 4 – Ottobre/Dicembre 2025

L’etica pubblica ma non solo a cura di Gianfranco Pasquino Il fascicolo affronta la questione di quel divorzio tra morale e politica che, più o meno legittimamente, si è soliti far risalire alla teorizzazione machiavelliana dell’autonomia del politico e, più in generale, critica la fiacchezza della sensibilità media per la cosa pubblica e per le istituzioni. Posto, però, che l’etica debba riflettersi nella politica, quale etica? Quale tra i modelli dominanti – etica deontologica, etica delle virtù, etica dei valori, consequenzialismo – si presta meglio a essere ‘tradotto’ nei termini della politica, a irrobustirne il tessuto di relazioni e istituzioni? Che l’utilitarismo sia la prospettiva cui ci si riferisce con più naturalezza nel dibattito pubblico, non vuol dire affatto che sia scontatamente la più idonea.    

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Laura Paoletto – LA LIAISON DANGEREUSE

(Editoriale di Paradoxa 2/2025) «Chi potrebbe non fremere pensando alle infelicità che può causare una sola relazione pericolosa! E quante pene si potrebbero evitare riflettendoci prima? […] Ma queste riflessioni tardive arrivano sempre dopo il fatto». All’amara verità di queste parole di Madame de Volanges, su cui si conclude il capolavoro di Choderlos de Laclos, non sfuggono i contributi qui raccolti, che, nel raccontare, anch’essi, una storia di seduzione, arrivano solo après coup, visto che la liaison tra religione e infosfera è ormai un fatto. Forse però qualche «pena» si può ancora evitare se è vero che questo fatto non è compiuto, ma in fieri; e soprattutto se si riesce a mettere a fuoco tempestivamente dove si annidi il suo carattere potenzialmente dangereux. Che un pericolo vi sia, infatti, è fuori discussione. Del polo a rischio di questa relazione, la ‘religione’, si preferisce qui non tentare una definizione univoca: il termine viene nebulizzato in una serie (aperta) di parole chiave, che perimetrano un campo piuttosto che un oggetto, e ci si concentra, operativamente, sul fenomeno, specifico ma macroscopico, del cattolicesimo. L’altro polo, quello pericoloso, viene considerato invece in due sensi e a due livelli diversi. Il primo è quello della

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Luisella Battaglia e Stefano Semplici – MORTE NOSTRA, MORTE DEGLI ALTRI, ETICA DELLA CURA

(Estratto da Paradoxa 1/2025) Le questioni legate alla ‘entrata’ nella vita e alla ‘uscita’ da essa si sono guadagnate uno spazio importante nell’etica medica fin dalle sue origini e dal giuramento di Ippocrate. Negli ultimi 50 anni il confronto su questi temi è stato al centro della bioetica, ne ha accompagnato la nascita e alimentato la fortuna. A ciò hanno contribuito sia la dinamica di un sempre più vivace pluralismo di prospettive normative e quindi proposte applicative sia il tumultuoso sviluppo delle scienze biomediche e delle tecnologie a esse connesse. Per quanto riguarda più specificamente i problemi che ci si è ormai abituati a definire del fine vita, sono cambiati profondamente, nel volgere di pochi decenni, le circostanze, le modalità, il modo stesso di ‘guardare’ alla morte. Tali trasformazioni hanno prodotto esiti complessi e non sempre convergenti, che coinvolgono la libertà dell’individuo rispetto alle diverse forme del potere – quello politico e delle istituzioni, ma anche quello dei medici –, i valori di autonomia e dignità, il limite nell’uso di trattamenti sempre più efficaci, ma al tempo stesso sempre più invasivi e intrusivi rispetto a un evento inevitabile e al tempo stesso eminentemente ‘personale’, da assumere coscientemente e responsabilmente, nella

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Paradoxa, Anno XVIII – Numero 4 – Ottobre/Dicembre 2024

Paradoxa 4/2024 copertina

Il sistema politico italiano. Stato di salute a cura di Gianfranco Pasquino e Marco Valbruzzi Al di là di una apparente stabilità, il sistema politico italiano si sta radicalmente trasformando, in parte per volontà dell’attuale governo in carica e in parte per un processo di inerzia rispetto a cambiamenti che avvengono nella società o nel contesto più ampio delle relazioni internazionali. Le componenti del sistema italiano (il regime, le autorità, la comunità) sono messe apertamente in discussione dal governo Meloni, con l’obiettivo di dare vita a una nuova Repubblica.  

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Laura Paoletti – LA ‘NOSTRA’ AFRICA TRA DOGMA E MITO

(Editoriale di Paradoxa 2/2024) «Gli europei hanno perso la capacità di costruire miti o dogmi e quando ne abbiamo bisogno siamo dipendenti dalle reliquie del nostro passato. Ma la mente degli africani si muove con naturalezza e semplicità su questi sentieri oscuri e profondi» (K. Blixen, Out of Africa, Londra 2015). Il noto romanzo di Karen Blixen trabocca di affermazioni come questa, che descrivono con piglio sicuro tratti caratteristici e funzionamento della ‘mente’ africana; questa in particolare, però, nella sua involontaria paradossalità, è rivelativa come un atto mancato: nell’attribuire ai ‘nativi’ la capacità – che noi europei avremmo perduto – di muoversi sugli oscuri terreni del mito, infatti, tradisce la poderosa operazione di mitopoiesi con cui l’autrice reinventa, e così addomestica, l’estraneità di quella che diventa la ‘sua’ Africa. È un’operazione in certa misura inevitabile. Se, però, al mito per molti versi simile dell’ ‘orientalismo’, a partire dall’omonimo saggio di Edward Said del 1978, abbiamo imparato a guardare con cautela, quella della ‘nostra’ Africa è un’idea che attende ancora una piena demitizzazione. Le pagine che seguono offrono un contributo in questa direzione, decostruendo, dati alla mano, alcuni luoghi comuni particolarmente efficaci nel modellare il nostro immaginario. È interessante, per esempio,

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Claudia Mancina – ESSERE PROGRESSISTI NELLA CRISI DELLA COSCIENZA OCCIDENTALE

(Estratto da Paradoxa 1/2024) Che cosa significa essere progressisti oggi? La parola viene usata in modo generico e quasi sciatto, come in mancanza di meglio. I progressisti sono quelli che credono nel progresso? Sono quelli che sono di sinistra ma non troppo? Sono i socialdemocratici che vorrebbero rispolverare la loro antica e un po’ consunta identità? Nel linguaggio politico italiano (e forse europeo) il termine ha quasi una funzione eufemistica. Pensiamo all’Alleanza dei progressisti, che si formò nel 1994 con la partecipazione del Pds di Occhetto e di altre forze di sinistra, che andavano da Alleanza democratica a Rifondazione comunista, passando per i Cristiano sociali e per il Partito socialista di Del Turco. Se si guarda a questo composito schieramento, è difficile sfuggire all’impressione che il termine ‘progressisti’ sia stato scelto per consentire a sigle così diverse di stare insieme, senza scegliere – come forse sarebbe stato meglio – un’idea unificante. Una via seguita anche oggi dai socialisti europei, il cui gruppo parlamentare si chiama ‘Alleanza progressista dei socialisti e democratici’. E del resto i gruppi parlamentari italiani del Partito democratico portano la specificazione: ‘Italia democratica e progressista’. Anche in questi casi, chiaramente, per poter tenere insieme ispirazioni diverse, o

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Paradoxa, Anno XVIII – Numero 1 – Gennaio/Marzo 2024

Copertina Paradoxa 1/2024 piccola

Progressismo: prospettive, criticità, attualità a cura di Claudia Mancina Il concetto di progresso è oggi bisognoso di un radicale ripensamento. Nessun orientamento teleologico a priori, nessuno scontato guadagno morale, necessità di distinguere il progresso scientifico in sé. Da ciò scaturisce un progressismo riveduto e corretto, radicalmente non ideologico e che si potrebbe definire a buon diritto critico: un atteggiamento politico che consiste fondamentalmente nella capacità di guardare in modo non sfavorevole e non timoroso al cambiamento, il quale, però, non è ritenuto un valore in sé; un atteggiamento che per queste ragioni è essenzialmente riformistico  piuttosto che massimalista o rivoluzionario; un atteggiamento che non ha remore nel conservare e tramandare tutto ciò che del passato è prezioso e decisivo per costruire il futuro.    

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