Claudia Mancina – ESSERE PROGRESSISTI NELLA CRISI DELLA COSCIENZA OCCIDENTALE

(Estratto da Paradoxa 1/2024) Che cosa significa essere progressisti oggi? La parola viene usata in modo generico e quasi sciatto, come in mancanza di meglio. I progressisti sono quelli che credono nel progresso? Sono quelli che sono di sinistra ma non troppo? Sono i socialdemocratici che vorrebbero rispolverare la loro antica e un po’ consunta identità? Nel linguaggio politico italiano (e forse europeo) il termine ha quasi una funzione eufemistica. Pensiamo all’Alleanza dei progressisti, che si formò nel 1994 con la partecipazione del Pds di Occhetto e di altre forze di sinistra, che andavano da Alleanza democratica a Rifondazione comunista, passando per i Cristiano sociali e per il Partito socialista di Del Turco. Se si guarda a questo composito schieramento, è difficile sfuggire all’impressione che il termine ‘progressisti’ sia stato scelto per consentire a sigle così diverse di stare insieme, senza scegliere – come forse sarebbe stato meglio – un’idea unificante. Una via seguita anche oggi dai socialisti europei, il cui gruppo parlamentare si chiama ‘Alleanza progressista dei socialisti e democratici’. E del resto i gruppi parlamentari italiani del Partito democratico portano la specificazione: ‘Italia democratica e progressista’. Anche in questi casi, chiaramente, per poter tenere insieme ispirazioni diverse, o

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Paradoxa, Anno XVIII – Numero 1 – Gennaio/Marzo 2024

Copertina Paradoxa 1/2024 piccola

Progressismo: prospettive, criticità, attualità a cura di Claudia Mancina Il concetto di progresso è oggi bisognoso di un radicale ripensamento. Nessun orientamento teleologico a priori, nessuno scontato guadagno morale, necessità di distinguere il progresso scientifico in sé. Da ciò scaturisce un progressismo riveduto e corretto, radicalmente non ideologico e che si potrebbe definire a buon diritto critico: un atteggiamento politico che consiste fondamentalmente nella capacità di guardare in modo non sfavorevole e non timoroso al cambiamento, il quale, però, non è ritenuto un valore in sé; un atteggiamento che per queste ragioni è essenzialmente riformistico  piuttosto che massimalista o rivoluzionario; un atteggiamento che non ha remore nel conservare e tramandare tutto ciò che del passato è prezioso e decisivo per costruire il futuro.    

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Stefano Quintarelli – LA METAFORA DELL’INTELIGENZA ARTIFICIALE: LIMITI E POTENZIALITA’

(Estratto da Paradoxa 4/2023) Sarà vera intelligenza? ‘Intelligenza artificiale’ è una metafora. Particolarmente azzeccata, date le numerose analogie che su di essa si possono basare, ma pur sempre una metafora. Quando conosciamo bene una cosa, i limiti delle metafore che la riguardano ci sono evidenti: non ci addentreremmo in speculazioni se ‘una montagna di libri’ sia o meno un ambiente adatto alla riproduzione degli stambecchi, anche se non si può escludere che qualcuno, in particolare attorno all’epoca di Gutenberg, possa averlo fatto. Lo slogan ‘intelligenza artificiale’ è nato il 2 settembre 1955, quando gli accademici chiesero alla Fondazione Rockefeller un finanziamento di 13500 dollari per poter svolgere un workshop estivo con una decina di scienziati, della durata di un paio di mesi, da tenersi nell’estate del 1956 presso l’Università di Dartmouth. I proponenti erano alcuni mostri sacri della matematica e dell’informatica dell’epoca: McCarthy, Minsky, Rochester e Shannon. Proponiamo che uno studio sull’intelligenza artificiale, della durata di due mesi e composto da dieci persone, venga condotto durante l’estate del 1956 al Dartmouth College di Hanover, nel New Hampshire. Lo studio deve procedere sulla base della congettura che ogni aspetto dell’apprendimento o di qualsiasi altra caratteristica dell’intelligenza possa essere descritto in linea

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Paradoxa, Anno XVII – Numero 4 – Ottobre/Dicembre 2023

Copertina Paradoxa 4/2023 - piccola

IA – Tu chiamala, se vuoi, Intelligenza a cura di Stefano Quintarelli Interagire con un’intelligenza di ultima generazione come ChatGPT, anche da navigati fruitori di tecnologia, suscita un misto di ammirazione e inquietudine: da un lato, l’ottimistica fiducia in nuovi modelli di ragionamento; dall’altro, la sottile preoccupazione che, presto o tardi, la questione si farà giuridica, etica, sociale. Le pagine di questo numero scavano in questa ambivalenza. Sono, sì, un utile prontuario per orientarsi in una realtà e in un linguaggio (fatto di «prompt», «LLM», «embedding »…) non sempre accessibili. Ma, a un livello più profondo, lasciano affiorare la questione strutturale se abbia davvero senso parlare dell’IA generativa in termini di ‘intelligenza’. No, la metafora, la creatività, il paradosso, non possono in toto essere ricondotti – e ridotti – a un sistema di ragionamento automatico.  

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Paradoxa, Anno XVII – Numero 2 – Aprile/Giugno 2023

I nuovi equilibri geopolitici a cura di Emidio Diodato Lo specifico del «paradigma geopolitico» consiste nel complicare l’idea che lo spazio sia il semplice scenario, politicamente indifferente, di forze e conflitti che si dispiegano secondo leggi del tutto autonome e che si riflettono poi in una certa configurazione di confini e suddivisioni territoriali, che lo spazio si limita a subire. Non che la geografia non sia anche il risultato della politica : è la politica che dà senso allo spazio e non viceversa. Ma lo spazio non è solo un ricettacolo passivo, come emerge già solo dal fatto che ‘senso’ è un concetto in sé strutturalmente spaziale, per cui avere un senso significa essere orientato in una certa direzione. Il punto della geopolitica è che lo spazio geografico nudo e crudo, quello brutalmente materiale, scabro, mai del tutto riassumibile nella levigatezza delle forme geometriche con cui si prova a rappresentarlo, ‘curva’ qualsiasi azione abbia luogo (appunto) sul piano della politica internazionale, perché contribuisce in modo determinante a suggerirla, legittimarla, agevolarla o ostacolarla. Chi voglia parlare o scrivere di crisi dell’Occidente (e sono in molti) ha l’obbligo di definire con ragionevole precisione che cosa significa ‘crisi’ e che cosa è l’Occidente.

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Paradoxa, Anno XVII – Numero 1 – Gennaio/Marzo 2023

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Orgogliosamente Occidente a cura di Gianfranco Pasquino Chi voglia parlare o scrivere di crisi dell’Occidente (e sono in molti) ha l’obbligo di definire con ragionevole precisione che cosa significa ‘crisi’ e che cosa è l’Occidente. Questo esercizio di rigore cambia la prospettiva: la retorica del declino ha fatto il suo tempo ed è venuto il momento di pensare, articolare, rivendicare i motivi d’orgoglio (e sono molti) di appartenere a questo crocevia di geografia e storia, cultura, politica democratica, valore della persona.    

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Paradoxa, Anno XVI – Numero 4 – Ottobre/Dicembre 2022

Paradoxa 4/2022 - Copertina

Giovani e società. Fine della trasmissione? a cura di Mario Morcellini Il fascicolo si pone la domanda circa la possibilità che i giovani, nel passaggio generazionale di oggi, siano radicalmente disinteressati ad ogni interazione comunicativa tradizionale. Che la linea di trasmissione che consegna il passato alla nuova generazione si sia, di fatto, interrotta? I giovani da un lato, la società dall’altro?  ‘Loro’, virtualmente iperconnessi e di fatto isolati, colpiti da una pandemia che li ha resi più fragili; apparentemente refrattari a politica, cultura, religione, informazione. ‘Noi’, la società che variamente li guarda con curiosità, paternalismo, tenerezza, disapprovazione. A ben vedere, tuttavia, la situazione è più complessa di una semplice contrapposizione. La socializzazione assume nuove (piatta)forme di partecipazione. Responsabilità civica, giustizia sociale, solidarietà costruiscono nuove vie di comunicazione, nuovi obiettivi.    

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Paradoxa, Anno XVI – Numero 3 – Luglio/Settembre 2022

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Humanities. Quale spazio nell’era tecnologica? a cura di Adriano Fabris Ribadire  la superiorità delle humanities -Leitmotiv dei contributi del fascicolo- può sembrare una battaglia di retroguardia: il  paradigma  epistemologico dominante tende ad interpretare tecnologicamente persino il soggetto umano, nell’implicito rispecchiamento tra uomo e macchina. La messa a punto di alcuni strumenti concettuali fondamentali – come la  distinzione  tra  tecnica  e  tecnologia,  la  ricomprensione  di  quest’ultima  in termini di ambiente, la differenziazione tra conoscenza e machine learning – consente di far emergere fino a che punto la riduzione dell’agire umano a procedura, che di fatto sancisce la morte delle humanities, sia  un’operazione  che  muove,  appunto, dallo spazio umano  e  che  umana  resta  da  cima a fondo. L’inespungibilità dell’umano dal tecnologico, è un fatto. Tuttavia, va confermata tramite una decisa scelta etica.   Questa pubblicazione è stata realizzata con il contributo della Regione Lazio, Direzione Cultura e Lazio Creativo, Area Servizi Culturali e Promozione della Lettura, L.R. n. 24/2019, Piano 2022.   Indice:  

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