Mario Morcellini – LA COMUNICAZIONE AL POSTO DELLA POLITICA. L’IMPATTO DEI MEDIA E DELLE RETI DIGITALI

(estratto da Paradoxa 3/2020) Premessa Il monografico si interroga su un trend ormai evidente ai ricercatori ma che occorre affrontare in termini sistematici, aprendo il dibattito non solo alle comunità scientifiche: è in corso da tempo un processo tutt’altro che graduale di sostituzione della politica con la comunicazione in tutte le sue declinazioni. Ad una lunga fase storica in cui i media si ponevano in un atteggiamento di narrazione e mediazione di temi e discorsi politici, si è avvicendata una stagione in cui essi finiscono per surrogare la politica, divenendo così la piattaforma vincente di interazione con la domanda ‘dal basso’ e con gli stessi pubblici. Si ha così la riprova di quanto sia più centrale che mai, nell’esperienza sociale degli uomini moderni, la dimensione simbolica e in particolare quella virtuale: diventa sempre più il terreno privilegiato di conflitto nel mercato dell’influenza e nell’economia dell’attenzione. Gli aspetti maggiormente critici dipendono in buona misura dalla difficoltà di aprire gli occhi sull’accelerazione quasi compulsiva dei processi in atto. È così che il gruppo di autori e studiosi di diverse generazioni e pertinenze scientifiche ha messo a fuoco nel presente numero caratteristiche e indicatori di questo prorompente fenomeno, senza trascurare le criticità che

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Laura Paoletti – COMUNICAZIONE E ‘SECOLARIZZAZIONE’ DELLA POLITICA

(editoriale di Paradoxa» 3/2020) A tutta prima si resta piuttosto disorientati quando il Curatore, proprio in conclusione dell’ampia (e utilissima) positio quaestionis con cui introduce queste pagine, ricapitola il discorso svolto definendo «la fase storica che stiamo vivendo come una ‘secolarizzazione’ della conoscenza e del comportamento sempre più tipica dei moderni» (p. 33). Sembra difficile, in effetti, trovare qualcosa di più estrinseco e meno pertinente, rispetto alla questione del rapporto tra politica e comunicazione, di un riferimento al complesso processo storico che consiste nella progressiva perdita di rilevanza della religione nella società moderna. In realtà l’effetto (voluto) di spaesamento è efficace nel richiamare l’attenzione del lettore sul paradigma teorico attivato dalla tesi cardine proposta da questo fascicolo. Se, infatti, ‘secolarizzazione’ è, in senso stretto, il trasferimento della proprietà di beni ecclesiastici allo Stato e, per estensione, il passaggio di concetti, competenze, poteri e strategie di legittimazione del potere, dall’ambito della religione a quello della politica, allo stesso modo la provocazione – e l’allarme – lanciata dai saggi qui raccolti è che la politica stia subendo oggi, quasi per contrappasso, un’analoga espropriazione ad opera della comunicazione. Stiamo insomma assistendo ad un passaggio epocale che può esser descritto come «sostituzione della politica con la

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Paradoxa, Anno XIV – Numero 3 – Luglio/Settembre 2020

La Comunicazione al posto della politica a cura di Mario Morcellini e Michele Prospero La politica si sta trasformando nella narrazione che è in grado di offrire di sé. La comunicazione, peraltro, soprattutto nella dimensione digitale, impone i suoi codici, i suoi linguaggi, le regole del ‘suo’ gioco al dibattito pubblico. Lo spazio virtuale spesso plasma letteralmente la realtà: ‘vero’ non è più ciò che corrisponde ai fatti ed è verificabile con dati oggettivi, ma ciò che persuade il sentire comune; ‘reale’ è ciò che viene creduto tale. I media diventano luogo privilegiato non solo di confronto, bensì di costruzione del consenso. Questo numero intende mettere a fuoco caratteristiche e indicatori di tale fenomeno, evidenziandone tratti e criticità.   Indice:    

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Danilo Breschi – RIGHT IS MY COUNTRY OR LEFT IS MY COUNTRY. L’ITALIA COME FAZIONE, NON NAZIONE

(estratto da Paradoxa 2/2020) Sollevare la questione dell’identità italiana è come scoperchiare il vaso di Pandora pur conoscendo in anticipo il nefasto finale previsto da quell’antico mito greco. In altre parole equivale ad un gesto suicida, comunque masochistico. Oppure significa adempiere al compito eminentemente filosofico di preferire sempre e comunque la verità a tutto il resto, incluso l’amor patrio. Insomma, l’obbligo di dire come stanno davvero le cose. In ogni caso, chiamati a rendere conto di cosa significhi essere italiani, il velo cade e il re resta nudo. Dunque abbiamo cessato di essere una nazione. Difficile stabilire il quando, la data esatta, il periodo preciso. Anche dopo l’8 settembre 1943 si sono avuti momenti di recupero, magari parziale, della nostra compattezza di compagine nazionale. Gli stessi anni Settanta sono stati ambivalenti in tal senso: sia la tragica conferma di una lacerazione da lungo tempo presente nel tessuto connettivo nazionale sia la testimonianza di una complessiva tenuta e di una forza di contenimento, quanto meno inerziale, ancora attiva in quel tessuto così lacerato.

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Laura Paoletti – AUTOBIOGRAFIA DELLA ‘NON’ NAZIONE

(editoriale di Paradoxa 2/2020)   Io non mi sento italiano/Ma per fortuna o purtroppo lo sono Giorgio Gaber   Più di altre volte, il titolo scelto dal Curatore è efficace nel restituire intenti, esiti e tensioni interne dell’operazione tentata con questo numero. Nonostante non arrivi ad esser formulato con il carattere esplicito di una domanda o come un’aperta alternativa tra due opzioni, il sospetto amletico, pudicamente trattenuto dalle parentesi, è, a ben guardare, quello che dà il tono all’intero fascicolo: così che la questione dell’essere italiani si viene via via trasformando, nel susseguirsi di contributi e analisi, in una riflessione sui molti sensi in cui si può (si deve?) non esserlo. E poiché anche il ‘non’, come l’essere, si dice in molti modi, gli autori si producono in un ampio ventaglio di registri del ‘negativo’, che va dalla constatazione al suggerimento al divieto; che va dal vigoroso e appassionato rifiuto dell’idea stessa di patria, alla più cauta presa di distanza critica che l’appartenenza europea invita ad esercitare nei confronti di un’identità compresa in termini ingenuamente ed esclusivamente nazionali; dal ripensamento in chiave contemporanea delle impietose analisi del «carattere degli italiani» che si trovano tra le pagine di Leopardi, Gobetti, Gramsci,

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Paradoxa, Anno XIV – Numero 2 – Aprile/Giugno 2020

Essere (o non essere) italiani a cura di Gianfranco Pasquino La posta in gioco, quando ci si interroga sull’identità nazionale, è la possibilità di un sentire comune (vissuti, storie, valori, tradizioni), dal quale ‘noi’ italiani abbiamo spesso la tentazione di chiamarci fuori. Un sentimento del ‘non’, vale a dire la resistenza ad accettare quel che siamo senza averlo scelto. Forse dipende dal guardare a noi stessi come soggetti tutti ‘moderni’, cioè autonomi, responsabili, liberi di deciderla, la propria identità. Ma occorre fare i conti con la realtà che non tutto è scelto, voluto. Bisogna riconciliarsi con il fatto che, comunque la si metta, l’essere italiano precede il non sentirsi tale.   Indice:

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Laura Paoletti – LA POLITICA AI TEMPI DEL VIRUS: TRA DIFFICOLTÀ TEORICHE ED EMERGENZE QUOTIDIANE

(editoriale di Paradoxa 1/2020) Il caso vuole che questo fascicolo vada in stampa in una circostanza che si presenta sotto molti aspetti come uno «stato d’eccezione» e che sembra rilanciare, quasi in extremis, ambizioni e spazi di manovra di una politica che – volente o nolente, potente o impotente – è comunque chiamata a governarlo. Ci siamo ancora troppo dentro per azzardare ipotesi su come andrà a finire e pronosticare se tutto ciò porterà qualche cambiamento di lunga durata; certo è che, al momento, il Covid-19 ha tutta l’aria di riuscire a ripristinare condizioni precedenti alla cosiddetta ‘post-politica’: la globalizzazione frena, la sovranità si ri-territorializza, le esigenze delle multinazionali si piegano (incredibile dictu) alle decisioni degli stati nazionali, il popolo tutto, anche quello dell’antipolitica, si aspetta dalle autorità politiche indicazioni vincolanti ed efficaci sulla gestione dell’emergenza. In generale, come è stato già da più parti osservato, è come se l’epidemia avesse innescato un contromovimento rispetto a quello tipicamente postmoderno che trasporta il reale nel virtuale e sostituisce il senso letterale con quello metaforico: e così come ‘virus’, ‘antivirus’ e contenuti ‘virali’ ritornano dal dominio etereo della rete a quello di carne e sangue dei corpi umani, allo stesso modo la

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Marco Valbruzzi – LO STATO DELLA POLITICA OLTRE LO STATO

(estratto da Paradoxa 1/2020) 1. Introduzione Il tema non è certamente nuovo. Discutere di crisi della politica significa, infatti, tornare a sollevare un argomento che è sempre stato centrale nella storia del pensiero politico. E non è azzardato sostenere che, fin da quando esiste la politica, esiste anche una riflessione sulle sue trasformazioni o, meglio, sulla sua capacità di garantire una qualche forma di ordinata convivenza tra gli uomini. La crisi della politica è l’ombra che da sempre incombe su tutto ciò che nel corso del tempo abbiamo definito ‘politica’. Anzi, si può addirittura sostenere, forzando solo un po’ (ma non troppo) i termini, che la politica mostra il suo volto più vero e più minaccioso, proprio negli stati di crisi, quando la sua forma non riesce più a descrivere o a contenere una realtà in via di mutamento. Quindi, discutere della crisi della politica vuol dire discutere, inevitabilmente, della natura della politica. E viceversa. Fin qui, dunque, nulla di nuovo. Ma allora perché abbiamo sentito l’esigenza di tornare a riflettere – proprio ora – su un tema classico sul quale sono state scritte migliaia di pagine? La risposta – credo – sta nella specificità della situazione attuale che ci

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Paradoxa, ANNO XIV – Numero 1 – Gennaio/Marzo 2020

L’eterno crepuscolo della politica a cura di Marco Valbruzzi Quel che appare una novità tipica della nostra epoca di decadenza, accompagna, in realtà, da sempre e da subito, la politica come altra faccia della stessa medaglia, come la possibilità, iscritta nella sua stessa essenza, di rovesciarsi nel suo contrario. Pur nell’analisi lucida e impietosa delle ragioni diversificate di crisi, e dei motivi per cui quest’ultima assume oggi tratti del tutto peculiari, crisi dello stato-nazione, tramonto dei partiti, fine delle grandi ideologie, il fascicolo conclude sull’idea che la politica può conoscere momenti di crisi più o meno acuta, ma non scompare mai dall’orizzonte degli uomini.   Indice:

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Carlo Trigilia – L’ENIGMA MEZZOGIORNO

(estratto da Paradoxa 4/2019) A centocinquant’anni dall’Unità, il Mezzogiorno resta il più grande nodo irrisolto dello sviluppo del Paese. Un caso unico a livello europeo per la consistenza del divario e per la sua durata nel tempo, e quindi difficile da spiegare: una sorta di enigma per le scienze sociali. Negli anni si è accumulata una letteratura vastissima, ma manca una diagnosi davvero condivisa e quelle che sono più accreditate – come questo fascicolo di «Paradoxa» cerca di mostrare – non sono oggi le più convincenti. Una diagnosi efficace è però necessaria perché non è immaginabile uno sviluppo solido per l’Italia nel futuro senza il Mezzogiorno.  Se le regioni del Sud non saranno in grado di crescere sempre più con le proprie gambe, anche le prospettive del Nord tenderanno a rattrappirsi ulteriormente, e le regioni più sviluppate perderanno ancora terreno rispetto a quelle europee più avanzate. Questo legame tra Nord e Sud – da sempre messo in luce dalla migliore tradizione meridionalistica – è condiviso a parole da quasi tutte le forze politiche e sociali e da tutti i governi, ma nei fatti non si accompagna, specie negli ultimi decenni, a una strategia lungimirante, coerente e integrata. Per quali motivi?

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