Laura Paoletti – Europa: lo spazio di un paradosso

(Editoriale di Paradoxa 2/2026) «In un senso spirituale rientrano nell’Europa i dominions inglesi, gli Stati Uniti, ecc., […] ma non gli zingari che per l’Europa continuano a vagabondare». Con queste parole, pronunciate in occasione di una conferenza tenuta a Vienna nel 1935, Edmund Husserl offre una soluzione al problema dell’identità europea, al prezzo di quel che oggi definiremmo uno sfrenato eurocentrismo. L’Europa non è un’espressione geografica, ma un fatto dello spirito: è il luogo ideale del progressivo dispiegarsi della ragione, che, destatasi in Grecia, ha poi continuato a guidare l’umanità europea verso il telos di una vita integralmente conforme ai più alti ideali razionali. Ne consegue che all’Europa appartiene chi condivide il movimento di questa «sorprendente teleologia»: i popoli lontani delle colonie, che non saranno mai abbastanza grati per la concessione di questa inclusione spirituale, sì; gli zingari, che pur si muovono nei confini geografici europei, ma il cui vagabondaggio è l’emblema stesso della mancanza di un telos, no. Non c’è bisogno di esplicitare i motivi per cui questa impostazione appare oggi non solo improponibile, ma persino impronunciabile. Il punto però è un altro: ci siamo, nel frattempo, lasciati alle spalle oltre alla soluzione anche il problema che Husserl provava

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Laura Paoletti – ‘Kentron’. Oltre il luogo comune

(Editoriale di Paradoxa 1/2026) Si farà o no un nuovo partito di centro? E che fisionomia avrà o potrebbe avere? Chi abbia avuto occasione anche solo di sfogliare «Paradoxa», sa che non è la sede più adatta per cercare risposte prêt-à-porter. Non sorprenderà, quindi, se cominciamo con un passo indietro, lungo quasi vent’anni. Questo fascicolo si colloca nel solco di un progetto complessivo di ripensamento della topografia del politico, che costituisce uno degli assi programmatici strutturali della rivista: un ripensamento che ha assunto spesso il carattere della decostruzione di luoghi comuni. Dopo aver provato a far emergere simmetrie non scontate tra Sinistra e destra. Allo specchio («Paradoxa», 3/2008), ci si è chiesti se dietro l’uso incontrollato di un termine icona della cultura di sinistra quale ‘democrazia’ possa nascondersi qualche tendenza di fatto antidemocratica (Quelli che… la democrazia, 2/2011); e se, viceversa, veramente la sinistra possa permettersi di lasciare al fronte opposto la qualifica di ‘liberale’ (Liberali, davvero!, 1/2012). Più recentemente, a un simile lavoro di revisione critica sono state sottoposte anche le Parole della destra (1/2022). Ora è la volta del centro. I luoghi comuni, anche in questo caso, abbondano: il centro è compromesso, opportunismo, equilibrismo, convergenze parallele, palude, e

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Antonio Maria Orecchia – «LA REPUBBLICA DELLE PERE INDIVISE»: ETICA, POLITICA E NON SOLO NELL’ITALIA CONTEMPORANEA

(Estratto da Paradoxa 4/2025) «Quella presenza apparentemente perenne nei governi italiani rappresentava un atteggiamento verso la politica che io non potevo condividere. Egli sembrava portatore di una decisa avversione ai principi, se non addirittura della convinzione che un uomo dai saldi principi fosse condannato alla parte dello zimbello». Era molto severa Margaret Thatcher con Giulio Andreotti, nel suo The Downing Street Years pubblicato nel 1993 e scritto – peraltro – prima che esplodessero le vicende giudiziarie del senatore, raggiunto da un avviso di garanzia per associazione mafiosa nello stesso 1993. E, poche righe più avanti, il giudizio si allargava al Paese: «può ben darsi che il sistema politico italiano non esigesse convinzioni politiche […], personalmente, però, non ho mai potuto fare a meno di provare avversione per coloro che la esercitavano». La ‘Lady di Ferro’ ragionava sul rapporto tra etica e politica, e sulla concezione stessa della politica: come acquisizione, mantenimento e gestione del potere in un caso, oppure individuazione e servizio del bene comune, nell’altro. O ancora – richiamando il capolavoro di Max Weber del 1919, La politica come professione – pensava alla fondamentale distinzione tra l’«etica della convinzione» e l’«etica della responsabilità»: chi segue la prima agisce obbedendo sino

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Laura Paoletti – ANTIDOTI

(Editoriale di Paradoxa 4/2025) Nel 1740, Voltaire pubblica un manoscritto di contenuto filosofico ricevuto da un giovane Federico II di Prussia, che proprio in quello stesso anno sale al trono. Il titolo è eloquente: L’Anti-Machiavel ou Essai de Critique sur le Prince de Machiavel. In apertura, il ‘re filosofo’ si dichiara convinto che «Machiavelli [abbia] corrotto la Politica e intrapreso la distruzione dei precetti della sana Morale» (p. x), ed enuncia a chiare lettere il suo proposito: offrire l’«antidoto» a un simile «veleno» (p. xi). Proposito ripreso e rilanciato quasi negli stessi termini da Voltaire, che, nell’introduzione, spiega di aver ritenuto suo dovere dare alle stampe il testo perché «il veleno di Machiavelli è fin troppo pubblico: bisognava che lo fosse anche l’antidoto» (p. vi). Senza voler forzare un’analogia che richiede molti distinguo e altrettante messe a punto, si può però almeno rilevare questo: anche nelle pagine che seguono si mette in questione quel divorzio tra morale e politica che, più o meno legittimamente, si è soliti far risalire alla teorizzazione machiavelliana dell’autonomia del politico; e anche le pagine che seguono, a fronte di «sviluppi anti-etici assolutamente inquietanti che rischiano di inquinare anche la vita democratica», si propongono esplicitamente in

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Danilo Breschi – DEL NOCE E LA SECOLARIZZAZIONE. PREGI E DIFETTI DI UN’INTERPRETAZIONE

(Estratto da Paradoxa 3/2025) Cristianesimo ed Europa. Potremmo riformulare in tal modo il binomio proposto da Novalis sin dal titolo di un suo celebre saggio scritto nel 1799. Era l’autunno, di quell’anno ma anche di un’intera civiltà. Iniziava l’età del progressismo. Prima a velocità contenuta, poi accelerata, infine sfrenata. È così che potremmo rileggere l’interpretazione transpolitica della storia contemporanea elaborata da Augusto Del Noce. All’interno del binomio Cristianesimo-Europa se ne racchiude un altro, tradizione-innovazione, che di fatto è una contraddizione in termini o quanto meno una coppia di opposti, riflessa sul piano filosofico e politico dalla contrapposizione fra tradizionalisti e progressisti. Ma procediamo con ordine, sviluppando alcune riflessioni innescate dalla lettura di un testo originariamente presentato da Del Noce come relazione nell’ambito di un convegno di studi del Comitato cattolico docenti universitari tenutosi a Roma nel maggio del 1969. È ancora oggi un valido punto di partenza per comprendere la genesi storica e culturale della società europea contemporanea. La storia è un processo continuo che si svolge a tappe. L’esito di ciascuna di esse si palesa pienamente a distanza di tempo. Solo allora, insegnava Hegel, la filosofia può sorvolare e decifrare la genealogia del fenomeno prodottosi fra una tappa e l’altra,

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Laura Paoletti – ATTRAVERSAMENTI

(Editoriale di Paradoxa 3/2025) La scommessa di questo fascicolo è che l’anacronismo consistente nel forzare la filosofia di Del Noce a farsi chiave di lettura del presente sia un’operazione due volte feconda: per pensare il presente e per ripensare Del Noce. Quanto al primo versante, il lettore troverà in queste pagine numerosi esempi di come la ripresa del progetto delnociano di una radicale «revisione di tutte le tradizionali categorie politiche» (Il problema dell’ateismo, il Mulino, 1990, p. 128) possa tradursi in uno sguardo critico su alcuni abiti mentali tipici della contemporaneità, tanto tipici da essere per lo più irriflessi: incorporazione acritica del mito progressista; rescissione violenta di qualsivoglia relazione tra religione e politica, con conseguente riduzione della prima a variante dell’immanentismo e della seconda a mera difesa dell’individualismo; destoricizzazione del fascismo e speculare trasformazione dell’antifascismo in strumento illiberale di demonizzazione dell’avversario politico; resa incondizionata a un nichilismo considerato come ineluttabile; ribaltamento del marxismo in apologia della società opulenta e del tecno-capitalismo quale struttura portante di questa. Persino un fenomeno tratto dalla più immediata attualità, come l’imporsi del nesso sistemico tra trumpismo e ideologia woke, può essere considerato tra i cascami del «suicidio della rivoluzione». Va da sé che un confronto

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Laura Paoletto – LA LIAISON DANGEREUSE

(Editoriale di Paradoxa 2/2025) «Chi potrebbe non fremere pensando alle infelicità che può causare una sola relazione pericolosa! E quante pene si potrebbero evitare riflettendoci prima? […] Ma queste riflessioni tardive arrivano sempre dopo il fatto». All’amara verità di queste parole di Madame de Volanges, su cui si conclude il capolavoro di Choderlos de Laclos, non sfuggono i contributi qui raccolti, che, nel raccontare, anch’essi, una storia di seduzione, arrivano solo après coup, visto che la liaison tra religione e infosfera è ormai un fatto. Forse però qualche «pena» si può ancora evitare se è vero che questo fatto non è compiuto, ma in fieri; e soprattutto se si riesce a mettere a fuoco tempestivamente dove si annidi il suo carattere potenzialmente dangereux. Che un pericolo vi sia, infatti, è fuori discussione. Del polo a rischio di questa relazione, la ‘religione’, si preferisce qui non tentare una definizione univoca: il termine viene nebulizzato in una serie (aperta) di parole chiave, che perimetrano un campo piuttosto che un oggetto, e ci si concentra, operativamente, sul fenomeno, specifico ma macroscopico, del cattolicesimo. L’altro polo, quello pericoloso, viene considerato invece in due sensi e a due livelli diversi. Il primo è quello della

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Luisella Battaglia e Stefano Semplici – MORTE NOSTRA, MORTE DEGLI ALTRI, ETICA DELLA CURA

(Estratto da Paradoxa 1/2025) Le questioni legate alla ‘entrata’ nella vita e alla ‘uscita’ da essa si sono guadagnate uno spazio importante nell’etica medica fin dalle sue origini e dal giuramento di Ippocrate. Negli ultimi 50 anni il confronto su questi temi è stato al centro della bioetica, ne ha accompagnato la nascita e alimentato la fortuna. A ciò hanno contribuito sia la dinamica di un sempre più vivace pluralismo di prospettive normative e quindi proposte applicative sia il tumultuoso sviluppo delle scienze biomediche e delle tecnologie a esse connesse. Per quanto riguarda più specificamente i problemi che ci si è ormai abituati a definire del fine vita, sono cambiati profondamente, nel volgere di pochi decenni, le circostanze, le modalità, il modo stesso di ‘guardare’ alla morte. Tali trasformazioni hanno prodotto esiti complessi e non sempre convergenti, che coinvolgono la libertà dell’individuo rispetto alle diverse forme del potere – quello politico e delle istituzioni, ma anche quello dei medici –, i valori di autonomia e dignità, il limite nell’uso di trattamenti sempre più efficaci, ma al tempo stesso sempre più invasivi e intrusivi rispetto a un evento inevitabile e al tempo stesso eminentemente ‘personale’, da assumere coscientemente e responsabilmente, nella

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Laura Paoletti – SORELLA, NONOSTANTE TUTTO

(Editoriale di Paradoxa 1/2025) Di Francesco d’Assisi, Max Scheler scrisse una volta che «per fortuna sua e nostra non è stato né teologo né filosofo» (Essenza e forme della simpatia, 1922), volendo intendere che, se avesse provato a formulare in concetti rigorosi le sue intuizioni, sarebbe con ogni probabilità incappato in qualche eresia. Se a questo si aggiunge che la morte, nel Cantico delle creature, non è una, ma sono due – una che è «sora nostra» e l’altra che non lo è affatto – si capisce subito che il titolo di questo fascicolo non può essere inteso come il richiamo a un atteggiamento genericamente ‘francescano’ (e un po’ stucchevole) nei confronti della fine della vita, ma va letto innanzitutto come avvertenza del fatto che ci si sta consapevolmente arrischiando in un’operazione piuttosto delicata. Al di là del senso specifico che assume nel quadro teologico del Cantico, l’affermazione per cui la «morte corporale» non coincide con la «morte secunda», la quale non riguarda il corpo, ma qualcos’altro, significa che il morire non è un fatto semplice (perché appunto è duplice) né semplicemente naturale, ma investe una dimensione che non è chiaro quale sia esattamente (l’anima? lo spirito? la persona?). Detto

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Laura Paoletti – QUALCOSA E’ CAMBIATO

(Editoriale di Paradoxa 4/2024) L’operazione, in tre mosse, è audace. Muovere dal risultato dell’ultima competizione elettorale nazionale, attribuirgli la funzione di marcare una discontinuità significativa rispetto al pregresso e proporsi di valutarne l’impatto sul sistema politico italiano può sembrare sproporzionato, come il gesto di chi sbaglia ordine di grandezza e pretende di misurare in chilometri una distanza subatomica. A ben guardare, però, oltre che audace l’operazione è in un certo senso inevitabile, perché già di fatto imposta da un dibattito pubblico che non esita a definire storici, anzi epocali, eventi a stento trattenuti dalla memoria corta dei quotidiani, per non dire di quella cortissima dei social; un dibattito che, per esempio, ha accompagnato l’entrata in carica dell’attuale governo con allarmi, non sempre composti, sul rischio di un ritorno in forze del fascismo. Meglio, allora, accettare la sfida e provare sul serio, cioè con gli strumenti analitici giusti e con tutte le cautele del caso, a collocare su una scala più ampia la fase politica in corso, resistendo, per un verso, al riflesso condizionato di leggere tutto quel che (non) accade in Italia all’insegna del motto gattopardesco e tentando di cogliere, per altro verso, tra le tante microvariazioni contingenti qualche scricchiolio

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