Laura Paoletti – AUTOBIOGRAFIA DELLA ‘NON’ NAZIONE

(editoriale di Paradoxa 2/2020)

 

Io non mi sento italiano/Ma per fortuna o purtroppo lo sono

Giorgio Gaber

 

Più di altre volte, il titolo scelto dal Curatore è efficace nel restituire intenti, esiti e tensioni interne dell’operazione tentata con questo numero. Nonostante non arrivi ad esser formulato con il carattere esplicito di una domanda o come un’aperta alternativa tra due opzioni, il sospetto amletico, pudicamente trattenuto dalle parentesi, è, a ben guardare, quello che dà il tono all’intero fascicolo: così che la questione dell’essere italiani si viene via via trasformando, nel susseguirsi di contributi e analisi, in una riflessione sui molti sensi in cui si può (si deve?) non esserlo. E poiché anche il ‘non’, come l’essere, si dice in molti modi, gli autori si producono in un ampio ventaglio di registri del ‘negativo’, che va dalla constatazione al suggerimento al divieto; che va dal vigoroso e appassionato rifiuto dell’idea stessa di patria, alla più cauta presa di distanza critica che l’appartenenza europea invita ad esercitare nei confronti di un’identità compresa in termini ingenuamente ed esclusivamente nazionali; dal ripensamento in chiave contemporanea delle impietose analisi del «carattere degli italiani» che si trovano tra le pagine di Leopardi, Gobetti, Gramsci, Gadda, all’affermazione per cui è ormai persino «anacronistico oltre che irritante» (p. 64) porsi il problema rispetto ad una nazione che ha da tempo cessato di essere tale.

A prescindere dal suo variegato declinarsi in tesi specifiche, e più o meno radicali, questa severa meditazione sull’essere italiani, collocata sotto il segno del non, si presenta come un’operazione critica, nel senso teorico forte del termine, che non soltanto offre al lettore una quantità di informazioni e prospettive sul senso dell’‘italianità’, demolendo numerosi e fastidiosi luoghi comuni, ma lo sollecita a prendere in consegna diverse questioni di ordine metodologico e persino epistemologico che restano significativamente e produttivamente aperte. Prima fra tutte quella delle categorie e degli strumenti analitici utilizzati.

Ci si sarebbe aspettati una quantità di riflessioni tecniche su concetti di natura tipicamente storico-politica, come popolo, nazione, stato, confini, territorio, nonché su tutte le distinzioni e combinazioni del caso tra l’uno e l’altro di essi. Colpisce, invece, il lavoro di scavo su icone e simboli di un’identità ferita, logora o comunque troppo stilizzata per essere credibile; colpisce, ancor di più, il ricorso, pervasivo e trasversale, dunque probabilmente inevitabile, ad una nozione come quella di ‘sentimento’ (della nazione, dell’identità, della patria), che chiama in causa una condizione per definizione molto mutevole, labile, difficilmente controllabile (qualche autore si avvale di sondaggi), ma soprattutto radicalmente soggettiva e individuale. Il che va di pari passo con insistiti riferimenti alla dimensione ‘autobiografica’: non soltanto, come è ovvio, sulla scia della gobettiana «autobiografia della nazione» (di cui pure si discute abbondantemente), ma proprio nel senso letterale del termine, per cui più di un autore svolge le sue considerazioni sulla base del proprio vissuto personale. Ma se, per un verso, è del tutto condivisibile la cautela metodologica con cui il Curatore dichiara di non pretendere di «aver conseguito», muovendo dalla sua esperienza, «una spiegazione generalizzabile» (p. 11), è pur vero, per l’altro, che la posta in gioco, quando ci si interroga sull’identità nazionale, è proprio la possibilità di una generalizzazione, di un accomunamento di vissuti, storie, valori e tradizioni, di un sentire, appunto, comune, dal quale ‘noi’ italiani abbiamo spesso la tentazione di chiamarci fuori, con i (poco esaltanti) risultati di cui sopra.

Viene allora da chiedersi se l’orizzonte critico del ‘non’, consapevolmente scelto sul piano metodologico, non rischi, paradossalmente, di assecondare la tendenza, tutta italiana, da cui pure vorrebbe prendere le distanze. Di più: viene da chiedersi se in questa ‘nostra’ resistenza ad accettare quel che siamo senza averlo scelto, a farci carico di una storia che, bella o brutta, in ogni caso non abbiamo deciso, si annidi un tratto che va ben oltre vizi e confini ‘nostrani’ e che riguarda il modo di comprenderci e di guardare a noi stessi come soggetti compiutamente ‘moderni’, cioè adulti, autonomi, responsabili, che vogliono pensarsi liberi e capaci di decidere della propria identità. È sintomatico, per esempio, che tra i possibili elementi costitutivi della nostra identità nazionale, discussi e criticati in queste pagine, non sembri suscitare particolare attenzione l’italiano, quella lingua madre (madre e non ‘patria’), che per l’appunto ci parla ben prima che possiamo decidere di parlare; e che, come il nome che portiamo, lo spazio e il tempo in cui nasciamo, le tradizioni in cui siamo immersi, tendiamo a sentire (e soffrire) come limitazioni della nostra capacità di autodeterminazione piuttosto che come altrettante aperture.

In questo modo, però, il salto da «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo» a quel che, come italiani, vorremmo essere, senza passare per quel che effettivamente siamo rischia di essere troppo brusco. Per questo è forse opportuno integrare la prospettiva dominante del fascicolo con un’altra, pur presente, ma in modo meno esplicito, che ci è sembrata ben restituita dalle parole di Gaber in esergo, versi certo meno aulici di quelli di Montale, efficaci però nell’opporre al sentimento, forse un po’ elitario, di una non appartenenza, la presa d’atto di una condizione non scelta, non voluta, ma con la quale è necessario fare i conti: invito a riconciliarsi con il fatto che, comunque la si metta, l’essere italiano precede il non sentirsi tale. E diventa dunque indispensabile irrobustire la consapevolezza di quell’‘essere’ che ci costituisce prima di ogni ‘non’ in quelle forme positive su cui qualcuno degli autori prova a richiamare l’attenzione, e in molte altre ancora, sulle quali vale la pena continuare ad interrogarci se non vogliamo arrenderci all’idea che, salvo l’unica, poco raccomandabile, autobiografia collettiva, non restano alla nazione altro che autobiografie individuali.

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