Gianni Cuperlo – Il taglio dei parlamentari e la forma partito: riforma o regressione?

(Estratto da Paradoxa 4/2021) Un passo indietro lo si deve fare, non si scappa. Perché se il tema è l’impatto sulla forma partito di un parlamento ridotto nel numero, gioco forza conviene rammentarsi del perché si sia giunti a quel risultato in modo da valutare con più oggettività pure le conseguenze. Allora, intanto le date che hanno sempre il loro significato. Il referendum sulle «Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari» si tiene il 20 e 21 settembre 2020. Vuol dire nel pieno della non lunghissima stagione del governo Conte II sostenuto da Movimento 5 Stelle, Pd, LeU e Italia Viva. Il dettaglio non paia pedante perché non lo è, nel senso che il compimento della riforma (o strappo) vede il Partito Democratico sostenere il Sì al quesito dopo averne bocciato per quattro volte il merito nei precedenti passaggi parlamentari. Ma all’atto della nascita della nuova maggioranza quel cambio di linea era stato posto sul tavolo come condizione a che la maggioranza stessa vedesse la luce. Tradotto: nei giorni caldi dell’estate del Papeete il bivio per il Nazareno era obbligato, o si appoggiava il taglio di un terzo della rappresentanza

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Stefano Zamagni – Dei dilemmi etici della pandemia da Covid-19

(Estratto da Paradoxa 3/2021) 1.Introduzione Due sono i principali tipi di crisi che è possibile rintracciare nella storia delle nostre società: dialettica l’una, entropica l’altra. Dialettica è la crisi che trae origine da un qualche conflitto che prende corpo in una determinata società, ma che contiene, al proprio interno, le forze del proprio superamento. Il che non implica che necessariamente l’uscita dalla crisi rappresenti un progresso rispetto alla situazione precedente. Esempi famosi di crisi dialettica sono quelli della rivoluzione francese, di quella americana, della rivoluzione d’Ottobre in Russia. Entropica, invece, è la crisi che tende a far collassare il sistema per implosione, senza essere in grado di modificarlo con le sue sole forze. Si pensi, ad esempio, alla caduta dell’impero romano; alla transizione dal feudalesimo alla modernità; al crollo dell’impero sovietico. Perché la distinzione è importante? Perché sono diversi i modi di uscita dai due tipi di crisi. Non si esce da una crisi entropica solamente con provvedimenti legislativi, con aggiustamenti di natura tecnica, con l’immissione di risorse economiche – pure necessarie – ma affrontando di petto la questione del senso. Ecco perché ci vogliono oggi, come ieri, minoranze profetiche che sappiano indicare alla società la direzione verso cui andare

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Laura Paoletti – FILOSOFIA E PANDEMIA: CHI INSEGNA E CHI IMPARA

(Editoriale di Paradoxa 3/2021) Oltre che emergenza sanitaria la pandemia è stata anche una crisi di razionalità e ragionevolezza, di fronte alla quale la filosofia, che della ragione in genere dovrebbe essere il presidio, non ha dato il meglio di sé. Alcuni suoi rappresentanti, tra quelli, per altro, mediaticamente più esposti, hanno prodotto sintesi scintillanti, capaci di condensare problemi enormi in un paio di tesi suggestive e radicali, che hanno finito con il nobilitare le posizioni dei devoti del complotto e con l’irrobustire la convinzione di chi considera il filosofare una pratica inutile, nel migliore dei casi, dannosa, nel peggiore. C’è effettivamente qualcosa di enigmatico nella possibilità che il sapere e il talento filosofici si traducano in posizioni politiche che, se proprio non coincidono con, somigliano però davvero molto a quelle di chi con il rigore del pensiero ha scarsa dimestichezza: dalla dittatura sanitaria, al Covid come menzogna politico-mediatica, al carattere discriminatorio e liberticida del green pass non c’è tema fantasioso che non abbia trovato una sua risonanza in pensose riflessioni biopolitiche. E non vale cavarsela sminuendo la caratura filosofica dei pensatori in questione: ci sono troppi autorevolissimi precedenti – il caso Heidegger docet, ma si potrebbe risalire ben più indietro

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Vittorio E. Parsi – Perché la sfida per l’egemonia rimette in discussione il rapporto tra politica e affari

(Estratto da Paradoxa 2/2021)   1. La posta in gioco nel mondo post-pandemico Come e quanto cambierà il mondo in conseguenza della pandemia? Ha un senso l’espressione già frusta di ‘geopolitica dei vaccini’? La reazione di fronte alle ricorrenti ondate di virulenza del Covid-19 sono prevalentemente nel segno della cooperazione o della competizione? Sono queste le domande, tutte di per sé legittime, al di là della più o meno felice formulazione, che ricorrono e si rincorrono in questa stagione che nessuno di noi si immaginava così devastante e prolungata. Proprio la profondità, la forza e la portata del terremoto virale – per il quale il termine ‘resiliente’ appare paradossalmente appropriato – possono però indurci a sottovalutare un aspetto. Ovvero che, al di là delle sue cause scatenanti, la pandemia impatta su un sistema internazionale già da tempo in forte e crescente squilibrio e produce conseguenze che si sommano, amplificandole, a quelle che derivavano da crisi e shock precedenti e di natura diversa. A cominciare da quelli finanziari, che in maniera ricorrente e sempre più profonda e ravvicinata hanno colpito il mondo a partire dal 1990 – la data d’esordio del ‘mondo piatto’ che aveva sostituito il mondo diviso in due

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Laura Paoletti – LA SCIENZA DEL FUTURO

(Editoriale di Paradoxa 2/2021) Questa riflessione sul ‘dopo’ conclude idealmente il percorso – dettato dalle cose stesse più che pianificato ex ante – avviato con la denuncia della tendenza contemporanea alla rimozione del passato («Paradoxa» 4, 2020) e proseguito con l’analisi del presente come transizione verso un’epoca nuova («Paradoxa» 1, 2021). Lo spartiacque rispetto al quale gli autori provano a disegnare un futuro è il fatto della pandemia. Come accade di fronte ad ogni fatto storico al quale si intenda riconoscere il carattere di ‘evento’, cioè di marcatore di una discontinuità significativa, c’è da chiedersi se la pandemia si limiti ad acuire processi già in atto o se introduca elementi non preventivabili rispetto al pregresso, che configurano un paradigma effettivamente nuovo. Non che le due possibilità necessariamente si escludano; e quel che si ricava dal complesso dei contributi qui raccolti è che forse è troppo presto per affacciarsi sulla seconda ipotesi, mentre è sicuramente possibile rintracciare robuste e interessanti evidenze a conforto della prima. In ciascuno dei versanti esplorati, infatti, la pandemia emerge come cartina di tornasole che rimarca differenze (per esempio tra sistemi politici) e diseguaglianze (per esempio di reddito); che ribadisce carenze strutturali (per esempio del sistema sanitario o

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Michele Marchi – Un mondo senza confronto intellettuale? La fine di «Le Débat» ovvero la fine del débat?

(estratto da Paradoxa 1/2021) Con un accorato editoriale di apertura e oltre 280 pagine dense di analisi si è conclusa nel dicembre scorso l’avventura culturale dell’elegante e colta rivista «Le Débat», edita da Gallimard a partire dal 1980. Quaranta anni e 210 numeri, sempre lo stesso piccolissimo terzetto alla guida: la direzione dello storico Pierre Nora (Nora, 1984-1992), la redazione nelle mani del filosofo della politica Marcel Gauchet (Gauchet, 2007-2017) e nell’ombra, ma nemmeno poi troppo, lo storico Krzysztof Pomian (Pomian, 2020-2021). Proprio nell’ultimo editoriale Nora esprime due concetti che possono essere utilizzati come apertura per la riflessione che seguirà. Da un lato, egli ricorda che «la fine di un titolo importante, ha sempre un significato che va al di là del titolo stesso». Come si cercherà di spiegare, parlare di «Le Débat», della sua nascita, del suo lungo percorso e della sua chiusura è soltanto un presupposto per fare qualche riflessione sull’evoluzione più ampia del dibattito politico-culturale nel contesto francese e in quello più largo continentale. Dall’altro lato, lo stesso Nora conclude il suo ultimo editoriale con una nota di speranza affermando che lo «spirito de “Le Débat” non è morto, continuiamo la battaglia». Al di là del riferimento,

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Laura Paoletti – EPOCA E TRANSIZIONE: LE INEVITABILI DIFFICOLTÀ DELLA FILOSOFIA DELLA STORIA

(Editoriale di Paradoxa 1/2021) Pur concepito in modo del tutto indipendente – il che rende la coincidenza ancor più meritevole di essere sottolineata – questo fascicolo di «Paradoxa» si trova ad essere in profonda consonanza con quello che lo precede (Fine della storia?, 4/2020), del quale rilancia un problema decisivo: anche la questione della transizione, infatti, quale «passaggio da un’epoca ad un’altra» (p. 12), ripropone con forza l’urgenza di una riflessione sul senso (e i sensi) della storia e sulle categorie con cui si tenta di interpretarla. La larghissima diffusione dell’espressione ‘epoca di transizione’ nel linguaggio ordinario attesta che per lo più non se ne sospetta il carattere tendenzialmente autocontraddittorio. Etimologicamente un’epoca è l’opposto esatto di una transizione: è una sospensione (epoché) dello scorrere del tempo, che fa emergere un certo momento storico come distinto e distinguibile da tutti gli altri in funzione di certe caratteristiche capaci di configurare un orizzonte unitario e in qualche modo coerente: un mondo. Nell’epoca, e nel mondo (non a caso: il ‘secolo’) cui essa dà la sua impronta, il flusso continuo della storia, per un momento, si interrompe e si crea una discontinuità in virtù della quale quel che era prima appare qualitativamente diverso

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Giovanni Belardelli – IL LUNGO ADDIO: L’OCCIDENTE E LA CRISI DELLA STORIA

(estratto da Paradoxa 4/2020) Potrebbe sembrare eccessivo chiedersi se la storia – la storia come rappresentazione del passato, ovviamente, perché intesa in senso generale essa coincide con l’esistenza umana – sia prossima alla fine, come si fa nel titolo di questo fascicolo di «Paradoxa». Potrebbe sembrare eccessivo, visto che la storia continua a insegnarsi nelle scuole, si continuano a pubblicare molti libri sui più vari argomenti attinenti al passato, mentre giornali, riviste, serie e programmi Tv danno spazio a temi e avvenimenti che vanno dall’antichità agli ultimi decenni; temi e avvenimenti sui quali, soprattutto se riguardano la storia contemporanea, si accendono spesso animate discussioni. Ma in realtà, come vedremo, qualcosa di decisivo è effettivamente cambiato negli ultimi decenni nel rapporto che il nostro paese e più in generale l’intero mondo occidentale intrattengono con il passato. E si tratta di un cambiamento – anzi di una serie di cambiamenti – di portata tale da indurre appunto a parlare di una crisi di quel rapporto, dunque di una crisi della storia. Si tratta di una crisi che implica una trasformazione profonda della cultura occidentale, se solo si pensa al posto rilevante che quest’ultima ha sempre assegnato alla storia: «I greci e i

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Laura Paoletti – IL SENSO DELLA STORIA

(editoriale di Paradoxa 4/2020) Di questi tempi, purtroppo, può capitare facilmente di perdere il senso del gusto o dell’olfatto. Il nostro tempo – questa la tesi del presente fascicolo – ha perso il senso della storia, diventando a tal punto insensibile alla diversità di sapori e odori del passato da rendere legittimo il sospetto che essa sia ormai giunta alla fine. La storia, beninteso, come disciplina, perché alla fine della storia come tale nessuno sembra credere più: con buona pace di Fukuyama, il cui nome significativamente (e a dispetto di una quasi omonimia di titolo con il celebre saggio del 1992) non affiora mai nelle pagine che seguono. In estrema sintesi, curatore e autori sollecitano a prendere atto del fatto che ‘contemporaneità’ non è più soltanto l’ovvia definizione del tempo in cui viviamo, ma un carattere qualitativo, e piuttosto aggressivo, di quest’ultimo, che tende ad includere forzosamente nella prospettiva del presente ogni altra dimensione temporale, omogeneizzando ogni discontinuità ed ergendosi a unità di misura e criterio di valore di qualsiasi fatto, evento o personaggio: sotto questo profilo le differenze, per dire, tra l’apostolo Paolo, Cristoforo Colombo e Thomas Jefferson contano assai meno della loro comune e riprovevole condiscendenza verso la

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Danilo Breschi – RIGHT IS MY COUNTRY OR LEFT IS MY COUNTRY. L’ITALIA COME FAZIONE, NON NAZIONE

(estratto da Paradoxa 2/2020) Sollevare la questione dell’identità italiana è come scoperchiare il vaso di Pandora pur conoscendo in anticipo il nefasto finale previsto da quell’antico mito greco. In altre parole equivale ad un gesto suicida, comunque masochistico. Oppure significa adempiere al compito eminentemente filosofico di preferire sempre e comunque la verità a tutto il resto, incluso l’amor patrio. Insomma, l’obbligo di dire come stanno davvero le cose. In ogni caso, chiamati a rendere conto di cosa significhi essere italiani, il velo cade e il re resta nudo. Dunque abbiamo cessato di essere una nazione. Difficile stabilire il quando, la data esatta, il periodo preciso. Anche dopo l’8 settembre 1943 si sono avuti momenti di recupero, magari parziale, della nostra compattezza di compagine nazionale. Gli stessi anni Settanta sono stati ambivalenti in tal senso: sia la tragica conferma di una lacerazione da lungo tempo presente nel tessuto connettivo nazionale sia la testimonianza di una complessiva tenuta e di una forza di contenimento, quanto meno inerziale, ancora attiva in quel tessuto così lacerato.

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