Danilo Breschi – RIGHT IS MY COUNTRY OR LEFT IS MY COUNTRY. L’ITALIA COME FAZIONE, NON NAZIONE

(estratto da Paradoxa 2/2020)

Sollevare la questione dell’identità italiana è come scoperchiare il vaso di Pandora pur conoscendo in anticipo il nefasto finale previsto da quell’antico mito greco. In altre parole equivale ad un gesto suicida, comunque masochistico. Oppure significa adempiere al compito eminentemente filosofico di preferire sempre e comunque la verità a tutto il resto, incluso l’amor patrio. Insomma, l’obbligo di dire come stanno davvero le cose. In ogni caso, chiamati a rendere conto di cosa significhi essere italiani, il velo cade e il re resta nudo.
Dunque abbiamo cessato di essere una nazione. Difficile stabilire il quando, la data esatta, il periodo preciso. Anche dopo l’8 settembre 1943 si sono avuti momenti di recupero, magari parziale, della nostra compattezza di compagine nazionale. Gli stessi anni Settanta sono stati ambivalenti in tal senso: sia la tragica conferma di una lacerazione da lungo tempo presente nel tessuto connettivo nazionale sia la testimonianza di una complessiva tenuta e di una forza di contenimento, quanto meno inerziale, ancora attiva in quel tessuto così lacerato.

Spezzatino dentro involucro colloso

«Una nazione può cessare d’esserlo. La nazione infatti non è una struttura statuale fissa e indistruttibile. Non è neppure un dato etnico disancorato dalle sue forme politiche storiche. La nazione democratica, in particolare, è una costruzione sociale delicata e complicata, fatta di culture e storie condivise, di consenso manifesto e corrisposto, basato sulla reciprocità tra i cittadini. È un vincolo di cittadinanza, motivato da lealtà e da memorie comuni. […] Ma quando la politica produce inefficienza e corruzione, si intaccano i vincoli stessi che tengono insieme una nazione al di là della sua struttura statuale. Allora il senso di reciproca appartenenza storica non è sentito più come un valore. L’identità nazionale non sostiene più la vita politica, tanto meno la surroga. Allora una nazione cessa di esserlo» [Rusconi 1993: 7].
Se rileggiamo oggi, tarda primavera del 2020, le pagine che nel 1993 Gian Enrico Rusconi pubblicava in apertura del suo volume Se cessiamo di essere una nazione, da ipotetico questo titolo diventa assertivo, constatazione mesta e senza scampo. A distanza di ventisette anni l’ipotesi si è fatta realtà.
All’epoca l’allarme in Rusconi, come in molti altri studiosi e non, scattava a causa del successo elettorale del movimento leghista guidato da Umberto Bossi. La stessa intenzione che animò a suo tempo la pur meritoria e ben argomentata difesa e controproposta culturale di Rusconi denunciava la radicale fondatezza di quello stesso male che egli voleva rimuovere, ossia l’assenza in Italia del sentimento di identità nazionale [Rusconi 1993: 8].
Pensare che storici e studiosi dovessero «fornire ai cittadini argomenti convincenti perché si sentano “nazione” in modo significativo oggi» e scriverlo nel 1993, ritenendo che, così facendo, costoro potessero contribuire a dare nuova e maggiore linfa ad una «integrazione civica, prima ancora che politica, senza la quale una democrazia non è vitale» [ibid.], ebbene, pensare questo significava – e significa – solo ribadire il fallimento di centoquarantadue (nel 1993) anni di Stato nazionale unitario. Significava – e significa – anche votarsi alla sconfitta, ribadendo un tipico difetto del nostro state building: riempire con parole il vuoto di memorie accomunanti, motivi condivisi e legami vissuti, necessari e sufficienti a costruire una trama di solidarietà e appartenenze capaci di reggere nei momenti di crisi, di tensione e potenziale strappo del tessuto nazionale. L’intento che animava l’operazione tentata da Rusconi nei primi anni Novanta non faceva che ribadire quel che è arcinoto agli studiosi della letteratura e cultura politica italiane sin dai suoi albori medievali, ovvero che «l’unica Italia che c’è sempre stata […] è l’Italia dei “colti”». Così si esprimeva Norberto Bobbio in una lettera a Luciano Cafagna del 13 giugno 1999 [Cafagna 20102: 244].
Come aveva ben chiaro Rusconi già nel 1993 e come ha ribadito, su ben altro versante e con altro intento, il giornalista e saggista Giancristiano Desiderio nel 2017, la persistenza di una forma unitaria può convivere con una sostanziale disarticolazione e frammentazione regional-localistica, talora anche conflittuale [Desiderio 2017: 19-23]. Contenuto disunito in contenitore unificato. Se la secessione, a suo tempo assai temuta, non si è poi realizzata sotto forma istituzionale, si è però compiuta nella sostanza delle coscienze individuali che continuano a trovare nella famiglia e nella rete di amicizie e solidarietà locali conforto e senso alla propria esistenza pubblica. Compiuta o mantenuta, perché è assai noto quanto «il processo di de-istituzionalizzazione ha cause che vengono da lontano, dalla lunga accidentata storia dello Stato nazionale» [De Rita 2002: 11].
Per limitarci a qualche dato, comunque significativo ed eloquente, possiamo citare il sondaggio Demos rilevato nei giorni 4-6 settembre 2017, secondo cui soltanto il 23% degli italiani sentirebbe anzitutto il senso di appartenenza nazionale. Letta in profondità, l’indagine di tre anni fa mostrava un’Italia frammentata in tante identità locali, in cui i cittadini guardano prima al legame con la propria città, con la Regione o con la macro-area (Nord, Centro e Sud). La metà degli intervistati prima di essere italiana affermava di sentirsi milanese, napoletana, torinese, fiorentina, e via dicendo. Nel Mezzogiorno il sentimento meridionalista toccava il 22%. Al contempo si rivelava piuttosto esile un sentimento europeista, espresso dall’8% del campione esaminato, mentre il 18% si dichiarava cosmopolita. Secondo il XXII rapporto sugli atteggiamenti degli italiani nei confronti delle istituzioni e della politica, realizzato nel 2019 sempre da Demos, la maggiore fiducia, ossia nettamente superiore al 50%, i cittadini italiani la riverserebbero sulle forze dell’ordine (73%) e sul Papa (66%). Sopra il 50% restano soltanto la «scuola» (54%) e il Presidente della Repubblica (55%), comunque sceso nel gradimento di 15 punti percentuali rispetto al 2009 (dato quanto mai significativo, anche al netto del cambio di guardia da Napolitano a Mattarella). Alla voce «Stato» il rapporto registra un laconico 22% di fiducia espressa dagli italiani [http://www.demos.it/rapporto.php]. In sintesi, quel che emerge è, da un lato, l’apprezzamento per uno Stato che da mero involucro esterno sappia farsi guscio protettivo dell’interno, mentre, dall’altro, c’è l’affidamento ad un’autorità religiosa e al suo magistero morale ecumenico. In una formula: Stato come guardiano notturno + provvidenzialismo cattolico.
Ad avviso di Ernesto Galli della Loggia gli italiani nutrono ancora, nonostante tutto, un sentimento nazionale, patriottico persino, ma privo di contenuto politico-statale. Come ha di recente dichiarato in un’intervista ad «Huffpost» (19 marzo 2020), «il nostro sentimento d’identità nazionale ha un fondo di tipo, se così posso dire, familiar-umano, che non a caso si manifesta più facilmente quando il Paese si trova in circostanze difficili, drammatiche». Ne deriva che il sentimento della nazione non si accompagna al senso dello Stato, «concepito come strumento necessario del destino nazionale, e anche al senso civico, all’obbedienza delle regole che in qualche modo ne è una conseguenza» [ibid.]. S’intende l’obbedienza minima e quasi spontanea che si dovrebbe alle regole della civile e democratica convivenza, non soltanto quella forzata e imposta da condizioni di emergenza e stati d’eccezione, nei quali il «familiar-umano» è toccato talmente nel vivo che si è indotti al civismo obtorto collo, indi per cui di necessità mal digerita si fa virtù sbandierata. In questi ultimi casi, accade piuttosto che, punti nel vivo della potenziale messa a repentaglio del proprio particulare, l’adesione al comando e l’adempimento ai doveri pubblici si applicano con lo zelo più acquiescente e, non di rado, fanatico.
Quanto accaduto nei mesi del cosiddetto lockdown totale, introdotto per contrastare la pandemia, ha fornito abbondante conferma di quanto il cittadino italiano sia facile a tramutarsi da verboso incendiario a fattivo pompiere, sostituendo una primaria personalità anarcoide con una secondaria personalità autoritaria. Nei manuali di pedagogia e didattica per le scuole dell’infanzia si sostiene che «il bambino ha bisogno di un’autorità liberatrice» [Moncada 2016: 221]. Ebbene il cittadino italiano adulto cerca autorità che vincolino anzitutto gli altri e, al contempo, lo proteggano assieme alla propria cerchia di legami affettivi (e/o professionali). L’obiettivo implicito è liberarsi dei propri pesi facendoli caricare sulle spalle degli altri attraverso normative farraginose da cui si spera, e ci si adopera per, aggirarle ed evaderle. In questi termini sovente è stato concepito, ad esempio, il perseguimento di lauree in giurisprudenza o comunque il conseguimento di competenze in ambito giuridico: far parte della corporazione degli Azzeccagarbugli, o almeno esserne amici e complici per sopravvivere alla giungla normativa e ricavarne vantaggi.
Anarchico-autoritario, individualista statalista: con ossimori di tal fatta si riesce forse a condensare ed afferrare parte di una disposizione morale, estesamente diffusa se non prevalente, sicuramente presente nel cittadino italiano medio. Attenzione: con ‘morale’ si intende esattamente ciò che l’etimo della parola indica senza indugio e senza possibili fraintendimenti. Mos, moris, in latino significa ‘costume’, ossia le regole, la misura delle azioni e dunque le abitudini. Morale come ciò che attiene ai costumi, al modo di operare, tanto in privato quanto in pubblico. Perché si abbia una morale pubblica occorre un processo di state building di lunghissimo periodo, di durata plurisecolare, se non millenaria. Si ha bisogno di uno Stato che consegua successi, conquistandosi nel tempo, in modo costante e profondo, la fiducia dei propri cittadini. Perché tale processo abbia regolare corso e si consolidi occorre che i governanti appaiano, ed effettivamente risultino, qualcosa di raramente distinguibile dalla carica pubblica ricoperta, ossia dal ruolo di servitori dello Stato, di civil servants di quella complessa macchina che conferisce stabilità e assicura crescente inclusione ed elevazione sociale al maggior numero di governati. Un ente che non elargisce, tanto meno fa l’elemosina, ma mette semmai i governati nelle condizioni di scegliere, di esplicare la propria libera singola individualità. Ciò tanto più vale se a questi ultimi, ai governati, si dice di essere cittadini di una democrazia, dunque anche elettori, coloro che decidono chi deve decidere per loro conto e in funzione del loro bene, inteso comunitariamente, una sorta di media nazionale dei singoli beni individuali e familiari. Una fiducia che deve essere impersonale, perché lo Stato democratico-costituzionale di diritto deve garantire a tutti le stesse condizioni di partenza, le stesse possibilità, o tendere in tale direzione.
Se in Italia si è data e si dà tuttora fiducia nello Stato, questa è ridotta a livello personale, o meglio corporativo o di categoria (produttiva, professionale, ecc.). Stato di partiti e di corporazioni, quando non di consorterie e clientele. Personalmente, da storico delle idee e delle istituzioni politiche, ritengo che Rusconi avesse ragione decenni or sono ad evidenziare il fatto incontestabile che «una democrazia per funzionare ha bisogno di lealismo e solidarismo civico» e che queste «virtù civiche, nel cuore e nella testa della gente, non discendono semplicemente dal principio universale della cittadinanza, ma esigono l’identificazione con una qualche comunità concreta d’appartenenza. Tradizionalmente questa comunità, culturale e politica insieme, porta il nome di nazione» [Rusconi 1993: 13].
Ritengo anche corretto, sul piano tanto teorico quanto storico-pratico, affermare che «questa nazione-dei-cittadini non è un dato spontaneo ma il risultato di uno sforzo culturale e concettuale che ricupera in modo riflessivo e critico le proprie radici e memorie storiche» [Rusconi 1993: 14]. Simile sforzo, però, non può certo essere svolto con una qualche efficacia collettiva dai piani alti della cultura storiografica e letteraria di una comunità nazional-statuale, bensì solo e soltanto dal pianterreno di un sistema scolastico imperniato su una piattaforma ufficiale e incontestata di alcuni valori nazionali di fondo. Se per cinque decenni consecutivi si è però consumata una ideologizzazione e partitizzazione dell’insegnamento sia scolastico sia universitario, a cominciare da quello della storia, l’esito finale è una cittadinanza che, dai settanta (se non ottanta) anni in giù, nutre una visione non comunitaria e solidaristica – in una parola: patriottica – del proprio passato. Negli ultimi cinquant’anni il sistema scolastico è stato de-nazionalizzato sul piano dei valori e sindacalizzato su quello degli interessi di chi al suo interno vi lavora, docenti e personale tecnico-amministrativo.
Sono in tal senso difficilmente contestabili le considerazioni che più di recente Galli della Loggia ha espresso in materia di scuola ed insegnamento della storia, ricordando come dagli anni Settanta sia emersa «una visione […] implicitamente polemica verso una lunga serie di categorie interpretative, a cominciare da quella di nazione, e incline invece a favorire l’acquisizione di valori che, in perfetta sintonia con la Costituzione, dovrebbero servire a favorire, così si crede, la “convivenza democratica”» [Galli della Loggia 2019: 149]. Il problema grave è che «nella storia ri-orientata non c’è posto per un itinerario siffatto né c’è posto per una narrazione storica mirata al contesto nazionale dell’allievo. Essa non vuole avere nulla a che fare con cose come per esempio l’identità di questo perché mira ad altro» [ibid.]. Pertanto non sorprendono, o non dovrebbero, i sondaggi e le interviste a deputati e senatori della Repubblica che certificano una crassa e divertita ignoranza, pressoché totale, circa le principali date e circostanze della storia italiana e mondiale, a cominciare dall’anno di nascita del nostro Stato unitario. Alcune ricerche in merito hanno confermato che «nel 2010 oltre il 30 per cento di un campione di 621 studenti diciannovenni neodiplomati iscritti a un’università romana mostrava un livello di conoscenza della storia del Novecento mediamente o gravemente insufficiente», nonché il fatto che nella grande maggioranza «l’indignazione morale avesse il sopravvento sull’adozione di categorie di tipo storiografico» [Galli della Loggia 2019: 150-151].
È stato giustamente osservato che «quando i fatti storici – res gestae – sono molto diversi dalla loro interpretazione di verità – historia rerum gestarum – la vita civile ne risente» [Desiderio 2017: 32]. Facciamo un esempio. Rispetto al biennio 1943-45, momento cruciale della nostra storia per la sua natura di seconda chance offerta allo Stato nazionale, «gli italiani sono stati sempre consapevoli dello scollamento tra fatti e verità ma hanno finto di credere alla vulgata partitocratica che racconta di un fascismo sconfitto da un antifascismo e di una liberazione avvenuta ad opera degli antifascisti, mentre la libertà e la democrazia gli italiani la devono agli anglo-americani» [ibid.]. Possiamo pertanto concludere su questo punto sottoscrivendo l’affermazione di Galli della Loggia, secondo cui «la storia è stata certamente una delle maggiori vittime dei mutamenti intervenuti nell’intero sistema dell’istruzione durante la cosiddetta seconda Repubblica» [Galli della Loggia 2019: 151].

Fazione, non nazione

Resta solo da aggiungere che da una istruzione primaria e secondaria in cui l’insegnamento della storia è stato per decenni ideologizzato e partitizzato non può poi sorprendere sia scaturita una «politica ridotta a un evento calcistico» [De Rita – Galdo 2018: 69 ss.], fatta di slogan e proclami per essere poi appiattita sul presente e sull’effimero consenso del momento. Nessuna coltivazione di un passato tenuto vivo da un pensiero critico e in continua revisione equivale a nessun futuro strategicamente prospettato. D’altronde la storiografia, soprattutto contemporaneistica, è stata sequestrata dalle logiche di partito e ad esse sovente piegata per quell’uso pubblico della storia che è consuetudine, non certo pratica esclusiva dell’Italia repubblicana. Cambia molto, però, se la narrazione ufficiale è partitica oppure no. Se andiamo poi a vedere i principali partiti italiani del secondo Novecento, notiamo che i socialisti e i comunisti si presentavano nel 1943 come gli «eredi del marchio dell’antinazione» [Colarizi 2012: 95] sulla base di ideologie e scelte adottate durante e dopo la prima guerra mondiale. In generale le sinistre social-comuniste condividevano con l’altra grande formazione partitica del secondo dopoguerra, la Democrazia cristiana, una visione del rapporto tra cittadini e istituzioni ispirata all’universalismo, che in un caso era l’internazionalismo proletario e nell’altro l’ecumenismo cattolico.
Come spiegava Renzo De Felice sempre in quel fatidico anno 1993, rispondendo ad alcune domande postegli da Stefano Folli per il «Corriere della Sera», nel dopoguerra «viene a mancare l’identificazione col popolo italiano in quanto nazione. Si identifica invece il popolo cattolico, sulla base di un sentimento social-religioso; ovvero il popolo comunista, sulla base di un’ideologia e di una protesta; ovvero il popolo inteso come gruppo locale». Questo fenomeno fu accentuato «dallo sradicamento sociale con le grandi migrazioni verso il nord. Per anni la guerra fredda ci ha puntellato». De Felice concludeva che a fine Novecento erano «rimasti i fattori che avevano cancellato l’identità nazionale e in aggiunta c’è la frantumazione» [De Felice 2019: 165]. Dunque per lo storico reatino l’esodo di milioni di meridionali verso il triangolo industriale, soprattutto a cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta, non era infine sfociato in un maggiore amalgama e in un riparatorio processo di nazionalizzazione dopo il trauma dell’8 settembre, della ferita mai sanata provocata dalla dissoluzione «in tre giorni» dello Stato e dalla conseguente guerra civile [De Felice 2019: 164].

Uno Stato prèt-a-porter

Proprio in quanto involucro, abito con il quale rivestire una crescente, sostanziale assenza, lo Stato italiano viene indossato a geometria variabile e secondo le circostanze di tempo e di luogo dai diversi strati e gruppi degli abitanti della penisola. Il rapporto con lo Stato è concepito nei termini propri di una mentalità assistenziale oppure di una preconcetta ostilità anti-istituzionale. Lo Stato o lo si invoca e benedice (ma non troppo) perché dà, a prescindere dal merito, oppure lo si osteggia e maledice (ma quasi sempre infine arrendendosi) perché toglie oltre ogni giusta misura. È quanto mai opportuno ricordare in questa sede un dato di fatto sommerso e sepolto nella nostra coscienza di italiani, una sorta di rimozione pressoché collettiva, auto-assolutoria, che Giuseppe Bedeschi ha ricondotto alla più generale e complessa eclisse del senso dello Stato:

nessuno coglie più il significato profondo del disastro del nostro debito pubblico (più di duemila miliardi di euro: una cifra iperbolica); nessuno coglie più il fatto che si tratta sì di un disastro economico-finanziario, ma che si tratta, prima ancora, di un disastro morale. Infatti, per decenni è stato violato, con assoluta e colpevole incoscienza, il patto generazionale, e quel debito astronomico è stato contratto dalle vecchie generazioni, le quali hanno messo a repentaglio (cosa che non era mai accaduta nella nostra storia unitaria) il benessere delle generazioni future [Bedeschi 2015: 28-29].

Bedeschi evidenzia altresì il fatto che «proprio la vicenda del nostro debito pubblico dimostra […] come sia impossibile cercare una formula assolutoria del tipo: in tutti questi decenni la nostra società civile è stata sana, ma è stata vittima di una cattiva gestione della cosa pubblica, messa in atto dalla nostra classe politica». Un alibi semplicemente fasullo, perché «in quel debito pubblico ci sono infinite “voci” che si sono riversate sulla società civile, la quale le richiedeva con tutte le sue forze: dalla massiccia evasione fiscale (che non è mai stata affrontata seriamente, con sistemi efficaci) alle pensioni-baby, alle “pensioni di anzianità” (come venivano chiamate ipocritamente, per occultare il fatto che si trattava di “pensioni di giovinezza”, perché permettevano di lasciare il lavoro a poco più di cinquant’anni, quando la vita media aveva raggiunto e superato gli ottanta), alle innumerevoli corporazioni, e via enumerando». Insomma, un patto non intergenerazionale ma spiaccicato sul presente, in cui si ritrovavano «uniti gli elettori e gli eletti, i partiti e i sindacati, la società civile e la società politica» [Bedeschi 2015: 29].

Res publica delle rendite private

Numerose nella società italiana sono le divisioni, veri e propri cleavages, ossia faglie di conflittualità latente, punti nodali facilmente infiammabili, pronti a divampare non appena qualcuno o qualcosa vi soffi sopra. Nei decenni trascorsi simili gesti incendiari sono stati opportunamente evitati, avvalendosi anche di quella spesa pubblica improduttiva, così politicamente motivata, che tanto ha contribuito alla crescita esponenziale del nostro debito pubblico. Il debito come pannicello fresco su materiale altamente infiammabile.
Si tratta di cleavages crescenti non solo in profondità, ma anche in numero. Alla tradizionale e annosa frattura tra Nord e Sud, ripetutamente fasciata con garze di varia misura ma mai operata e risolutivamente cicatrizzata, negli ultimi decenni si è aggiunta ed allargata la forbice tra garantiti e assistiti, da una parte, e non garantiti né assistiti, dall’altra. Garantiti e assistiti dallo Stato, ovviamente. Più ampio e foriero di tensioni sociali si è fatto il divario tra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi. Una distinzione, quest’ultima, che potrà risultare più o meno marcata e aggravata a seconda delle scelte di politica economica che verranno adottate per uscire dalla crisi innescata dalla pandemia.
A ciò si aggiunga il configurarsi di una «società signorile di massa», in cui molti consumano e pochi producono [Ricolfi 2019]. In altri termini nel 2020, soprattutto con riferimento alla situazione socio-economica post-pandemia, l’Italia rischia di vedere non più valida nemmeno l’altra parte dell’asserzione iniziale di Rusconi, quella secondo cui uno Stato è struttura «fissa e indistruttibile» [Rusconi 1993: 7]. Le diseguaglianze si sono approfondite e sono prossime al livello di guardia. Al momento possiamo attestarci sulla configurazione sociale del tipo descritto da Luca Ricolfi, una società signorile di massa, intesa quale «prodotto dell’innesto, sul suo corpo principale, che resta capitalistico, di elementi tipici delle società signorili del passato, feudale e precapitalistico. […] una società opulenta in cui l’economia non cresce più e i cittadini che accedono al surplus senza lavorare sono più numerosi dei cittadini che lavorano» [Ricolfi 2019: 20-21].
A pensarci bene, la configurazione descritta e analizzata da Ricolfi conferma la struttura del nostro Stato: a-nazionale, o de-nazionalizzato, e corporativo-clientelare, conformato dalle istanze che ad esso giungono da una società frammentata e gerarchizzata non solo sul piano territoriale, ma anche in tendenziale stagnazione sul piano economico-produttivo. La stessa «componente parassitaria della società italiana, fatta di rendite, privilegi, mercati protetti, sprechi, ipertrofia dell’apparato pubblico» [Ricolfi 2019: 22] contribuisce a spiegare, in modo indiretto ma puntuale, natura e funzionamento della macchina statale italiana, non certo da oggi ritagliata su misura di quanto è chiamata a rappresentare e amministrare. L’effetto da circolo vizioso è sotto gli occhi di tutti coloro che vogliono vedere.
Con abbondanza di dati e dovizia di loro elaborazione, Ricolfi ha messo in luce le tre condizioni chiave la cui compresenza consente di parlare per l’Italia di una società signorile di massa: il numero di cittadini che non lavorano ha superato il numero di cittadini che lavorano; l’accesso a consumi opulenti da parte di chi non lavora, ovvero la condizione signorile, è diventata di massa; il sovraprodotto ha cessato di crescere, ossia l’economia è entrata in un regime di stagnazione o di decrescita [Ricolfi 2019: 24]. La domanda sorge spontanea: come potrà mantenersi nel tempo e non frantumarsi un aggregato di individui in cui «più di metà del consumo ottale (460 miliardi su un totale di 800) è sostenuto da redditi che o non provengono dal lavoro, o provengono da lavoro prestato in passato (pensioni di vecchiaia)» [Ricolfi 2019: 130], che nel 2018 è stato pari a 223 miliardi di euro?
Se la pandemia dovesse drammaticamente alleggerire alcuni costi dell’Inps (a causa dell’elevata mortalità prodotta dal virus su una fascia di età anziana e già malata, dunque di pensionati e di beneficiari di assistenza sanitaria pubblica), a risentirne negativamente sarebbero molti nuclei famigliari finora sopravvissuti grazie a pensioni di vecchiaia ed anzianità. Trova dunque ulteriore conferma la ormai classica rappresentazione storiografica e letteraria dell’Italia contemporanea quale repubblica fondata sulle rendite [Alvi 2006], le quali, peraltro, primeggiano fra i redditi che alimentano i consumi.
Una nazionalità intesa come fedeltà pre-politica di stampo territoriale [Scruton 2004: 52] avrebbe potuto svolgere la funzione di risorsa simbolica e di incentivo mobilitante a cui attingere nell’eventualità di una prolungata e soprattutto strutturale crisi economica che prosciugasse la gran parte delle rendite e delle ricchezze accumulate? Potrebbe ancora svolgerlo? Ardua sentenza, e dunque ai posteri lascio volentieri la risposta, anche se l’intero ragionamento qui svolto induce a ritenere estremamente deboli la fedeltà pre-politica e la rete di lealtà extra-municipalistiche alla base della cittadinanza italiana. Appare più sicuro confidare in una relativa contrazione (e dilazione) dei consumi quale scaltra risposta messa in campo da una società signorile di massa che intenda protrarre quanto più possibile i presupposti che la fanno sussistere.
Resta ovviamente irrisolto il problema di come tenere in piedi il residuale settore produttivo nazionale con un drastico, o comunque consistente, calo dei consumi. Potrebbero intervenire in soccorso trasferimenti assistenziali e sussidi statali, se finanziati da adeguati fondi europei, anche se resta l’interrogativo sul loro carattere più o meno vincolante e dunque ulteriormente indebitante e limitante la sovranità nazionale. In alternativa si potrebbe verificare l’ingresso di capitali stranieri interessati ad investire su una società sin qui oltremodo propensa a consumi di massa, di alti costi e negli ambiti più disparati. Sono, questi, solo alcuni degli scenari che il futuro potrebbe riservarci ed esclusivamente i prossimi due o tre anni sveleranno ai nostri occhi.
In conclusione, porre nel 2020 il tema di cosa comporti «essere italiani» è anacronistico, oltre che irritante. Anacronistico perché trattasi di questione che, quanto mai altre, risulta posta fuori tempo massimo. Non è nemmeno questione da risolvere affidandosi alle proprie personali preferenze, a ciò che può piacere o meno, ma si tratta di andar dietro alla «verità effettuale della cosa», in nome del principio di realtà. La nazione sopravvive in noi come sentimento, ed è ben noto quanto di componente irrazionale si nutra il principio di nazionalità. In futuro non si esclude che un sentimento patriottico possa riemergere, ma lo farà eventualmente solo per fronteggiare un momento di crisi estrema. Una forma di orgoglio italiano risuona in varie iniziative e manifestazioni del tessuto produttivo italiano, ancora ricco di inventiva e creatività, dalla moda all’agro-alimentare, dal design alla promozione dei beni culturali e del nostro immenso patrimonio artistico. Il marketing lo ha capito e ne fa un uso frequente a scopo pubblicitario, sintomo della persistenza di uno spazio residuale in cui le appartenenze regionali si sublimano in una dimensione nazionale nel nome della qualità e originalità del prodotto. Con altrettanta probabilità si rivelerà però sentimento effimero, epidermico, solido soltanto finché resta pre-politico e pre-statuale, perché sempre pronto a scomporsi nuovamente in quella faziosità che è il vero spirito interiorizzato e inestirpabile degli abitanti della penisola italica, il loro codice genetico, municipalista e campanilistico. All’interno della cittadinanza italiana pulsa una litigiosità intestina facilmente suscettibile, una sotterranea propensione alla guerra civile. Appurato ciò, constatato che siamo nella condizione di chi è gettato in mare aperto, peraltro procelloso, in mancanza d’altro si resta su una nave pur se rattoppata. È di mano francese, sì, eppure la zattera della Medusa è l’attuale quadro nazionale.

Bibliografia
  • Alvi G., Una repubblica fondata sulle rendite. Come sono cambiati il lavoro e la ricchezza degli italiani, Mondadori, Milano 2006.
  • Bedeschi G., Stato, in Il liberale che non c’è. Manifesto per l’Italia che vorremmo, a cura di C. Ocone, Castelvecchi, Roma 2015, pp. 25-29.
  • Cafagna L., Cavour, il Mulino, Bologna 20102.
  • Colarizi S., La sinistra e la Repubblica, in Nazione e Stato. L’Italia di Ricasoli e di De Gasperi, a cura di S. Rogari, Edizioni Polistampa, Firenze 2012, pp. 93-98.
  • De Felice R., Scritti giornalistici, vol. III («Facciamo storia, non moralismo», 1989-1996), Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice – Luni Editrice, Milano 2019.
  • De Rita G., Il regno inerme. Società e crisi delle istituzioni, Einaudi, Torino 2002.
  • De Rita G. – Galdo A., Prigionieri del presente. Come uscire dalla trappola della modernità, Einaudi, Torino 2018.
  • Desiderio G., L’individualismo statalista. La vera religione degli italiani, Liberilibri, Macerata 2017.
  • Galli della Loggia E., L’aula vuota. Come l’Italia ha distrutto la sua scuola, Marsilio, Venezia 2019.
  • Moncada S., Il concorso a cattedre nella scuola dell’infanzia. Manuale per la prova scritta e orale, Maggioli, Santarcangelo di Romagna (RN) 2016.
  • Ricolfi L., La società signorile di massa, La nave di Teseo, Milano 2019.
  • Rusconi G.E., Se cessiamo di essere una nazione, il Mulino, Bologna 1993.
  • Scruton R., L’Occidente e gli altri. La globalizzazione e la minaccia terroristica, presentazione di K. Fouad Allam, Vita & Pensiero, Milano 2004.

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