Gianfranco Pasquino – PERCHÉ SONO SCOMPARSE LE CULTURE POLITICHE IN ITALIA

(estratto da Paradoxa 4/2015)

Quella fatidica notte tra l’8 e il 9 novembre 1989, il muro di Berlino crollò non soltanto sugli impreparati partiti politici italiani che avevano dominato la storia della prima lunga fase della Repubblica, praticamente cancellandoli, ma si abbatté anche sulle loro, evidentemente già diventate evanescenti, culture politiche. Chi, già sappiamo che continuano ad essere pochissimi, rileggesse gli Atti della Costituente, noterebbe immediatamente quanto significativi, importanti, produttivi sono stati i riferimenti alle maggiori culture politiche del tempo: liberalismo, cattolicesimo-democratico, socialismo e comunismo, con cenni an-che al pensiero federalista. Molti articoli della Costituzione portano chiara l’impronta di ciascuna e di tutte quelle culture politiche. Se nell’art. 11 si trovano echi del federalismo, il monumento alle culture politiche è rappresentato dall’art. 3 nel quale il lessico offre l’esempio migliore di come i Costituenti volessero evidenziare il pluralismo delle loro culture e la loro convergenza su quello che molti considerano il principio predominante della Costituzione italiana. Questo principio non è, a mio parere, l’eguaglianza in quanto tale, ma il compito affidato alla Repubblica, ovvero ai cittadini, di rimuovere gli ostacoli per dare vita ad una convivenza basata sulla partecipa-zione. La menzione dei ‘cittadini’ richiama la cultura politica liberale e, in buona misura, ‘azionista’, che avrà modo di esprimersi anche nell’ampio settore dei diritti. Il riferimento alla ‘persona’ riflette la cultura del cattolicesimo democratico di provenienza francese: Emmanuel Mounier e Jacques Maritain. L’accento posto sui lavoratori costituisce, naturalmente, il denominatore comune delle culture socialista e comunista.

 Non sempre concordi, gli esponenti delle tre/quattro maggiori culture italiane, con gli azionisti (soprattutto Piero Calamandrei) a fare talvolta da tramite talvolta da voce orgogliosamente critica, si espressero su tutti gli articoli della Costituzione, ciascun articolo prodotto di una discussione elevata e di accordi conseguiti per la maggioranza dei quali sarebbe difficile usare in maniera deteriore il termine ‘compromesso’. Caricaturale, poi, e persino offensivo nei confronti dei liberali, degli azionisti, dei socialisti, è ritenere che la Costituzione italiana sia definibile ‘catto-comunista’ nei suoi contenuti e nella cultura politica complessiva che esprime. Paradossalmente, negli anni Novanta furono i tardo dossettiani e i fondamentalisti della Costituzione (non necessariamente tutti comunisti, anzi) a cercare di appropriarsene in contrapposizione al berlusconismo. In senso lato, ma nient’affatto vago, è possibile sostenere che nella Costituzione italiana si è affermata una cultura liberal-democratica accompagnata e integrata da elementi sociali (le norme programmatiche contro le quali si batté invano Calamandrei, infine, prendendone atto) ritrovabili nei principi e nelle prassi di alcune democrazie nordiche socialdemocratiche. Questa osserva-zione non conduce in nessun modo automaticamente e logicamente a considerare la Costituzione italiana «la più bella del mondo» e neppure a difenderne l’intangibilità (alla quale, come dimostra in maniera lampante l’art. 138, i Costituenti non credevano affatto), ma intende fare chiarezza sul pluralismo di culture politiche solide che ne stanno a fondamento.

In una prospettiva che non posso perseguire in questa sede, sarebbe opportuno cercare di capire per quale ragione e con quali obiettivi sia nato e sia lungamente proseguito un aspro confronto sulle modifiche costituzionali. Perché, ad esempio, la prima parte della Costituzione sia stata considerata intangibile (soltanto i principi fondamentali dovrebbero esserlo) e quasi nessuno abbia sottolineato che tutte le culture politiche, a cominciare dal liberalismo e a continuare con il comunismo, per culminare, già da tempo, nel populismo, si esprimono in maniera nettissima anche in preferenze istituzionali e nei rapporti che disegnano fra diritti e istituzioni, fra cittadini e rappresentanti, fra Stato e mercato, fra democrazia rappresentativa e (forme di) democrazia diretta. Anche se l’impianto della forma di governo e la strutturazione del parlamentarismo ai limiti dell’assemblearismo sono criticabili, un minimo di senso storico metterebbe in rilievo che le culture costituzionali continentali non avevano ancora scoperto niente di meglio. Comunque, è sicuramente esagerato concluderne, mentre sono in corso d’opera riforme stile spezzatino, che nel 1946-1948 non si è palesata una cultura politica e giuridica all’altezza della riforma di una Costituzione di solido impianto liberaldemocratico. Al contrario, l’osservazione più pregnante è che alla scomparsa delle culture politico-istituzionali che diedero vita alla Costituzione non ha fatto seguito l’affermazione di nessuna nuova cultura di complessità comparabile.

Nell’influente (poiché diventata punto di riferimento, ancorché frequentemente, ma spesso erroneamente, criticata) prospettiva ana-litica di Francis Fukuyama, il crollo del muro di Berlino significò visivamente che le liberal-democrazie avevano vinto la loro guerra fredda ideologica contro il pensiero marxista e comunista e che – punto troppo spesso trascurato sia dai sostenitori sia, ancor più, dai critici di Fukuyama – la o le ideologie comuniste uscivano definitivamente sconfitte. Le liberal-democrazie avevano conquistato l’opportunità di esprimere compiutamente tutte le loro potenzialità liberatorie e di autogoverno se non fosse che, nel frattempo, sottovalutati, anche perché non rientra(va)no nell’orizzonte analitico degli scienziati sociali, largamente ‘laici’, stavano emergendo i fondamentalismi al plurale, ma, in special modo, quello islamico, tutti portatori di una potente e opprimente cultura antropologica e confessionale più che politica. Questa è un’altra storia, ma non è tutt’un’altra storia poiché, come cultura, al tempo stesso più e meno ‘politica’ (civilization ha opportunamente scritto Samuel P. Huntington), i fondamentalismi sono specialmente forti quando a loro si oppongono culture politiche non convinte dei propri principi, permissive, indebolite da scivola-menti multiculturali.

Tornando al punto, insieme ai partiti politici italiani, il crollo del muro di Berlino travolse quello che restava delle loro culture poli-tiche. È opportuno sottolineare ‘quello che restava’ poiché nessuna delle culture politiche costituenti aveva saputo rinnovarsi nel corso del tempo. Negli altri tre grandi paesi europei, almeno i socialisti avevano affrontato profonde revisioni culturali e programmatiche: la SPD nel 1959 a Bad Godesberg, la galassia radical-socialista francese a Epinay nel 1971, i laburisti inglesi negli anni Novanta dando vita alla Terza Via. Nel caso italiano, lentamente, il cattolicesimo-democratico era diventato nel migliore dei casi non un lievito della cultura politica della DC, ma una nicchia nostalgica di una frazione dei Costituenti. Né nessun’altra cultura politica poteva affermarsi nella DC diventata, anche per ragioni sistemiche, vale a dire, l’impossibilità di qualsiasi alternanza rigeneratrice, il partito attorno al quale ruotava il potere politico (che detestava il ‘culturame’). Quasi ugualmente zavorrati dall’impossibilità dell’alternanza, che ne avrebbe messo alla prova non soltanto le capacità di governo, ma gli stessi assi portanti della loro cultura politica, i comunisti, seppur variamente e ripetutamente pungolati, in special modo da Norberto Bobbio (fino all’interroga-tivo: ‘Esiste una teoria marxista dello Stato?’), si isterilivano nella facile, ma profondamente sbagliata nel metodo e nella sostanza, critica delle socialdemocrazie realmente esistenti. Quelle socialde-mocrazie che avrebbero potuto costituire il punto d’approdo (o di ricaduta), furono semplicisticamente e frettolosamente dichiarate logore, in crisi, superate, mentre allora erano certamente in grado di fornire più di un elemento intorno al quale ridefinire una cultura politica progressista.

Dalla fatidica Bolognina del novembre 1989 in poi non furono certo i dibattiti sulla cultura politica che afferrarono le emozioni e su-scitarono la commozione dei militanti e dei dirigenti. In maniera ver-tiginosa gli ex-comunisti transitarono, malamente sostenuti da alcuni disinvolti intellettuali – non pochi dei quali sono già opportun(istic) amente approdati al renzismo, attraverso una ridefinizione del nome della ‘Cosa’: Partito Democratico di Sinistra (confermando implicitamente l’esistenza passata di un Partito Non-Democratico della Sinistra), Democratici di Sinistra, fino alla confluenza in un indistinto contenitore chiamato nel modo più vago possibile: Partito Democratico. Naturalmente, non era vietato restare comunisti con l’ambizione di procedere alla Rifondazione di qualcosa che era rovi-nosamente crollato, pur senza l’ambizione di ricostruire una cultura politica. Se è venuto fuori qualcosa nei vent’anni e più post-crollo, sono brandelli che, per rispetto dei radicali, non chiamerò ‘radical-chic’, ma attribuirò al ribellismo di intellettuali del ceto medio, aspi-ranti organici di un soggetto declinante al limite dell’evanescenza rispetto al quale, comunque, il loro maggior godimento era la critica costruttiva non, anche per conclamata incapacità, l’elaborazione di una cultura politica. Costituiscono, poiché sono ancora fra noi, una variante di sinistra, culturalmente meno valida, dei nouveaux philo-sophes francesi, nessuno dei quali, incidentalmente, ha contribuito al rinnovamento delle culture politiche francesi preferendo di gran lunga la ricerca di fama personale grazie a scintillanti formulazioni controcorrente e anticonformiste.

 

La cultura politica socialista può vantare una fase di notevole originalità, quella della seconda metà degli anni Settanta quando sulle pagine del mensile «Mondoperaio» fecero la loro comparsa tutti i temi di una cultura politica moderna e progressista, soprattutto capace di innovazioni e di elaborazioni orientate al cambiamento e alla progettazione di opportunità. Paradossalmente, da un lato, è Claudio Martelli, il più stretto collaboratore di Craxi, a firmare il documento culturalmente più elevato, quello «sui meriti e sui bisogni», più avanzato anche rispetto alle sinistre socialiste europee; dall’altro, è lo stesso Craxi, con l’inutile e sconcertante ripresa del pensiero di Pierre Proudhon, a mettere la parola fine su qualsiasi esplorazione di una nuova cultura politica. E se Bobbio è stato la più alta e coerente voce di un possibile socialismo liberale, le parole con cui Craxi bollò le critiche di Bobbio alla sua rielezione plebiscitaria a segretario del PSI nel 1984 – «i filosofi che hanno perso il senno» – costituirono l’epitaffio ad una cultura che stava per uscire di scena oramai quasi privata di qualsiasi ascolto.

Infine, proprio quando sembrava si stesse aprendo uno spazio enorme alla cultura politica liberale, tanto che molti (soprattutto nel ceto dei giornalisti e dei commentatori di talk show) sostennero che non si poteva non essere liberali, apparve chiaramente che, ad ecce-zione di pochi professori, in Italia non esistevano pensatori liberali. Eppure, il disfacimento delle due Chiese, DC e PCI, offriva enormi possibilità per il rilancio del pensiero liberale altrove, negli USA più che nel Regno Unito, rigoglioso, ma troppo spesso eccessiva-mente piegato sul liberismo. Purtroppo per tutti, molti di coloro che avrebbero potuto apportare contributi fecondi al liberalismo fin de siècle, addirittura fin del millennio, si trovarono nella scomodissima situazione di fare i conti con l’ingresso in politica di un imprenditore/ impresario il quale, in quanto duopolista televisivo, già in partenza non poteva rivendicare il suo liberalismo. D’altronde, anche se propagandava una rivoluzione liberale per la quale non poneva nessuna premessa, l’appello di quell’imprenditore non era diretto ai liberali, ma ai ‘moderati’ identificati con tutti gli anti-comunisti. Invece, come ci fu un antifascismo non democratico, sarebbe opportuno mettere in evidenza che c’è oggi, in Italia più che altrove, un moderatismo con pulsioni xenofobe e populiste, con propensioni corporative e illiberali.

Per qualsiasi liberale il conflitto d’interessi frantuma il doppio principio cardine della cultura politica liberale: primo, il potere po-litico e il potere economico debbono rimanere separati e, secondo, il potere politico non deve tradursi in potere economico né può essere consentito al potere economico di conquistare il potere politico. In coda a questi brevi cenni sul liberalismo è indispensabile aggiungere che le non molte tesi elaborate sul multiculturalismo non soltanto non conseguono affatto lo status di cultura politica, ma nella quasi totalità dei casi si infrangono sugli scogli del liberalismo degli antichi e dei moderni.

Si sarebbe ben presto potuto capire che nessuna rivoluzione libe-rale era alle porte e che non sarebbe emersa nessuna cultura politica nuova, ma la svolta, in termini, forse, prima culturali che politici, era già avvenuta. Le televisioni berlusconiane avevano proposto e imposto una cultura nazional-popolare tutta basata su patria, fami-glia, individualismo, successo personale, premessa di una delega politica in bianco al capo, non soltanto sulle politiche pubbliche, ma sulla stessa definizione del tipo di paese da costruire e sui principi della (nuova) convivenza. In quella cultura potevano, anche perché rimasti orfani della rispettiva cultura precedente, ritrovarsi in tanti: dai post-fascisti ai cattolici di destra ai liberali fino ai socialisti, sen-za sentire nessun bisogno di formulare una nuova cultura politica. Infatti, dall’altro versante dello schieramento politico non emergeva nessuna sfida apprezzabile e duratura.

A qualcuno, per breve tempo, sembrò che l’Ulivo del 1996 sarebbe riuscito ad essere molto di più che lo sfidante politico di Berlusconi e della sua Forza Italia. Secondo i suoi proponenti, l’Ulivo mirava a diventare il luogo di contaminazione delle ‘migliori’ (ma i criteri di valutazione non furono mai esplicitati) culture politiche italiane, per l’appunto, cattolicesimo-democratico, sinistra post-comunista e ambientalismo. La ragione sociale dell’Ulivo doveva proprio essere quella di produrre una nuova cultura politica post- ideolo-gica, europea per una democrazia maggioritaria bipolare basata sull’alternanza. Difficile dire a chi fu (o dovesse essere) affidato il compito dell’elaborazione di quella cultura politica. Certo, non era concepibile che spettasse agli improvvisati politici alla guida del cartello elettorale chiamato Ulivo di dedicarsi ad un’operazione culturale da fare tremare le vene dei polsi.

 La leggenda, in particolare quella prodiana, vuole che furono i dirigenti dei partiti, in primis Massimo D’Alema, ma anche, seppure senza partito, Francesco Cossiga, ovvero i diversamente revenants, a uccidere l’Ulivo nella culla. In realtà, probabilmente, mentre si illudeva sull’esistenza di un Ulivo mondiale, l’Ulivo italiano non era mai effettivamente sorto come elaborazione di una cultura politica post-partitica. Quando, poi, leggo che Pier Luigi Bersani lo definisce «un partito riformista che tenesse rapporti con una radicalità di sinistra e con una radicalità civica» («Corriere della Sera», 5 agosto 2015, p. 6), non riesco minimamente a intra-vedere quale cultura politica potesse sostenere questa operazione, o potesse scaturirne. L’opposizione sorda, ma spesso anche vocale, della grande maggioranza degli ulivisti alle riforme costituzionali, rese impraticabile qualsiasi eventuale tentativo di alzare la bandiera del patriottismo costituzionale a sostegno di una Carta che esaltasse i principi del 1948 e li facesse tradurre da un assetto istituzionale ed elettorale in grado di migliorare, allo stesso tempo rappresentanza, decisionalità, responsabilizzazione (accountability): la famosa demo-crazia dell’alternanza (alla cui precedente elaborazione non ricordo l’apporto di nessuno degli ulivisti). Per dieci anni in coma, l’Ulivo dovette cedere il passo ad una confusissima Unione fortunosamente vittoriosa nelle elezioni dell’aprile 2006, ma prevedibilmente tutta assorbita nello spasmodico tentativo di sopravvivere a scapito di qualsiasi, peraltro, flebile tentativo di elaborazione culturale.

 Nella primavera avanzata del 2007, all’insegna dell’urgenza, quel che rimaneva degli eredi burocratici del PCI, variamente ridenominato, e quel che rimaneva degli eredi del cattolicesimo democratico in forma di persin troppo accogliente Margherita, diedero vita ad un’affrettata e frettolosa fusione a freddo dalla quale scaturì, con motivazioni quasi tutte sostanzialmente recuperate dall’esperienza iniziale dell’Ulivo, il Partito Democratico sempre autodichiarantesi proteso alla contaminazione fra culture politiche ancora più fatiscenti e impallidite. Una grande occasione di effettivo rinnovamento cultural-politico sprofondava nella molto esplicita ricerca di un veicolo associativo vincente (che, peraltro, nel 2008 perse alla grande).

Anche se le primarie costituiscono un’innovazione molto significativa raccolta dal Partito Democratico, è evidente che, da sole, per di più insistentemente e velenosamente contrastate dall’interno, non possono mai essere in grado di stimolare una cultura politica. Consapevoli del problema, molti, forse troppi, la maggior parte di loro sicuramente senza adeguata preparazione e conoscenza, si sono affannati a richiedere ‘scuole di partito’ (magari nella speranza di essere invitati come docenti…). Fermiamoci a riflettere su che cosa possono essere le scuole di partito, spesso pudicamente chiamate ‘scuole di politica’, e se da quelle scuole può nascere una cultura politica. I benpensanti Democratici hanno sostanzialmente utilizzato le scuole con due obiettivi: socializzazione e indottrinamento. Lì si incontrano giovani colleghi in carriera; si scambiano esperienze e speranze; si giunge a qualche condivisione di obiettivi. Il resto viene dall’insegnamento in parte di tecniche, per stare senza imbarazzo nei consigli nei quali si verrà eletti/e, in parte, senza troppi approfondi-menti, della vigente linea politica-programmatica. Di più e di diverso non è possibile fare poiché per insegnare una cultura politica è indispensabile che esistano documenti nei quali quella cultura politica è depositata (ne ho visto uno, e vi ho addirittura contribuito, intitolato Le parole del Partito Democratico, non la cultura, non i concetti, non, ma esagero, la filosofia politica del Partito Democratico), che i docenti posseggano quella cultura, che siano in grado di elaborarla e di trasmetterla. Qualcuno aggiungerebbe la necessaria precondizione che i discenti abbiano basi conoscitive non troppo qualitativamente e quantitativamente diversificate. Insomma, nel migliore dei casi le scuole di politica Dem, ma anche quelle delle Fondazioni di centro-destra, si sono trovate a mettere il carro, ovvero il veicolo ‘partito’ (in realtà, le dichiarazioni del leader) davanti ai buoi, ovvero alla (in)cultura politica.

Che cosa surroga in Italia l’assenza di cultura politica? Sicuramente non la raffinatezza programmatica, essendo spesso i programmi più o meno riusciti collages di proposte di varia provenienza, corporazioni e lobby incluse. I due candidati più credibili e più efficaci a surrogare l’assenza di cultura politica sono la comunicazione e la personalizzazione. Non è, naturalmente, un caso se il fenomeno di maggior successo nella politica italiana post-1992 sia stato il Movimento politico Forza Italia, combinazione deliberata e consapevole di nuove modalità e forme di comunicazione politica con un elevatissimo grado di personalizzazione della politica. Non è neppure un caso che parte significativa del successo elettorale e politico del Movimento 5 Stelle deriva dall’utilizzazione di tutte le mo-dalità e varietà dei social network e dal rifiuto della politica che, spesso, assume, inevitabilmente, il volto (e la voce) dell’antipolitica. Sarebbe, poi, francamente eccessivo plaudi-re all’antipolitica come nuova, quasi tutta italiana, forma di cultura politica. Infine, a prescindere da qualsiasi intento demonizzante, l’os-servazione che, quanto a modalità di comunicazione e a personaliz-zazione della politica, Matteo Renzi appare un Berlusconi trent’anni più giovane, è degna di essere presa in seria considerazione.

 A illuminare un fenomeno complesso, dotato di alcune modalità irreversibili, come quello della comunicazione politica post-1992, in Italia più che altrove, non possono bastare poche frasi. Forse, però, non è fuori luogo ricordare come i maggiori leader politici del pas-sato, da De Gasperi a Nenni, da Moro a Berlinguer, abbiano posto l’accento su una comunicazione politica che riflettesse la storia e la natura del loro partito, ma anche la cultura politica che aveva dato vita a quel partito e che ne costituiva la caratteristica più visibile. È stato spesso sottolineato che qualche volta i leader comunicavano in maniera cifrata e con un lessico specialistico (da parte mia, per rimanere nel linguaggio delle masse, ho frequentemente rilevato come il lessico del calcio abbia componenti altrettanto specialistiche eppure sia ampiamente utilizzato e capito). Non si è evidenziato abbastanza come quel lessico fosse, da un lato, nient’affatto in-comprensibile a chi condivideva quella cultura politica, dall’altro, venisse decifrato, interpretato, chiarificato «scendendo per li rami» dagli attivisti agli iscritti, ai simpatizzanti e, quando necessario, ai potenziali votanti. Laddove i partiti come associazioni di uomini e donne non esistono quasi più, la comunicazione politica, sostan-zialmente filtrata dai mass media, è condivisa, sul versante della sua produzione, fra esperti vicini al partito/leader, professionisti a contratto, e i dirigenti politici. La personalizzazione della politica fa il resto in qualche modo obbligando, soprattutto i candidati alle cariche elettive, in particolare alla carica più elevata, all’operazione definita storytelling. Esemplare e precursore in tal senso è stato il libro Una storia italiana fatto recapitare nel 1994 da Berlusconi nelle case di milioni di italiani (mi dolgo che nella mia non sia mai pervenuto, ma comprendo). Non avendo una storia abbastanza interessante, Renzi non è (ancora?) arrivato a tanto.

Il quesito che si pone concerne i rap-porti fra lo storytelling e la cultura politica. Sbrigativamente è possi-bile sostenere che sono fenomeni talmente diversi che possono non incontrarsi mai. Nessuno storytelling riuscirà, non a produrre, ma neppure a porre le fondamenta di una qualsivoglia cultura politica. Nessuna cultura politica, neppure attraverso i più fantasiosi comu-nicatori, potrà mai essere semplificata nella misura indispensabile a diventare il racconto di una qualche storia, personale più che par-titica, che raggiunga il lato emotivo del pubblico (dovrei dire della cittadinanza?), non soltanto del ‘suo’ pubblico. Anzi, è possibile affermare che lo storytelling conduce in direzioni e in luoghi nei quali non appare in nessun modo necessario tentare la formulazione di una cultura politica. Per un tentativo di questo genere mancano sia gli strumenti sia i protagonisti ed è lecito pensare che chi volesse esperirlo subirebbe non pochi contraccolpi negativi. In pratica, lo storytelling mira a fuoruscire dai recinti tradizionali della comunica-zione politica per andare a conquistare proprio coloro che non sono ingabbiati da una pre-esistente cultura politica.

C’è un legame stretto e indissolubile fra storytelling e persona-lizzazione della politica? L’esperienza di Tony Blair suggerirebbe di no. Semmai, quello che è stato, a mio parere, l’esperimento di maggior successo della personalizzazione della politica suggerisce che esistono diverse modalità di personalizzazione: nel partito, con il partito, al di sopra del partito, contro il partito, oltre il partito, più precisamente quando il partito (‘la vecchia guardia’?) costituisce un ingombro, un imbarazzo, un ostacolo all’andare avanti. La narrazio-ne ad opera di Tony Blair del suo New Labour, costruita insieme a Peter Mandelson e Alastair Campbell, ma largamente debitrice agli importanti scritti del sociologo Anthony Giddens, fu resa possibile e incisiva poiché nasceva da un partito organizzato, penetrava nelle sue fibre, si trasferiva in politiche che contribuivano alla trasformazione complessiva della cultura politica laburista. Nel caso di Berlusconi,  è la sua stessa narrazione che in qualche modo costruisce il retroterra minimo di Forza Italia e lo lancia come movimento politico senza né ideologia né cultura politica poiché il suo obiettivo era di creare un contenitore atto a raccogliere i reduci da culture politiche scomparse. Il contenitore è variamente, ma non troppo, cambiato nel corso del tempo senza subire nessun impatto negativo poiché, in assenza di una cultura politica di base, non emersero mai tensioni e conflitti. Lo storytelling renziano non fa mai alcun riferimento né alla cultura politica cattolico-democratica né ad una eventuale cultura politica del Partito democratico. Come ha acutamente evidenziato Sofia Ventura (Renzi&Co. Il racconto dell’era nuova, Bologna, Rubbettino, 2015), nel discorso del leader e della sua più stretta collaboratrice, Maria Elena Boschi, l’unico passato che fa capolino è da dimenticare. Il resto sono annunci delle cose da fare, in fretta, procedendo velocissimi, non curandosi delle alternative. A prescindere dai contenuti, le singole riforme, neppure quelle costituzionali, non sono collocate in un quadro complessivo (‘organico’ sarebbe davvero chiedere troppo) che si caratterizzi come progressista e in una visione nella quale si intrufoli un qualsiasi riferimento ad una molto eventuale cultura politica riformista.

Quella parte rimanente di vuoto della cultura politica che non riempita dalla narrazione di ‘Renzi&Co.’ (narrazione purtroppo sempre recepita senza alcuna obiezione nei resoconti, nelle interviste su carta stampata e in TV) è affidata alla personalizzazione tanto che un acuto osservatore quale Ilvo Diamanti parla già da qualche tempo del ‘Partito di Renzi’, saggiamente rifuggendo da qualsiasi esplorazione della cultura politica di quel partito e del suo capo. Le tre componenti più rilevanti della personalizzazione della politica sono: 1) la formulazione delle politiche pubbliche ad opera del lea-der; 2) la capacità del leader di nominare i suoi prescelti alle cariche desiderate; e 3) il controllo pieno e capillare della comunicazione politica. Non è necessario nessun commento. Quando la politica diventa competizione fra le storie che si raccontano e le modalità con le quali quelle storie vengono comunicate, in discorsi e in ru-briche (come quella che Renzi tiene sulla rinata e domata «Unità») e sintetizzate su Facebook e in numerosi tweet, chiedersi dove sia la cultura politica è la più sterile delle domande. In assenza di qualsiasi cultura politica, la quale, deve essere chiaro, non si riscontra più neppure nelle minoranze del PD, la competizione avviene a livello di narrazioni e di esibizione di caratteristiche e di potere personale. Qui mi limito a sottolineare che non è affatto vero, come rivelano le ricerche comparate, che il fenomeno è comune a tutte le democrazie parlamentari. Al contrario, in quasi nessuna democrazia parlamentare europea e no hanno fatto la loro comparsa e si sono affermati dei Berlusconi e dei Renzi e, in misura minore, ma nient’affatto trascurabile, dei Bossi e dei Di Pietro, dei Grillo e dei Salvini. Qualche esplorazione comparata delle culture politiche europee, in questa sede purtroppo impossibile, sarà di grande giovamento per capirne di più sull’Italia deculturata.

Questo articolo non è un saggio di alta teoria sulla cultura politica, ma, a questo punto del discorso, è diventato imperativo offrire, se non una definizione precisa, probabilmente impossibile, di cultura politica, almeno l’indicazione delle sue principali componenti. Una cultura politica contiene una visione della società e dello Stato, come sono e come dovrebbero diventare. Attribuisce diritti e doveri, ruoli e compiti ai governanti, ai rappresentanti e ai cittadini. Si fonda su criteri precisi di rappresentatività e di responsabilizzazione. Cerca di tenere insieme tutto questo nella maniera più coerente possibile. Negli articoli del fascicolo che seguono ciascuno degli autori esplora e valuta i molti aspetti delle diverse e specifiche culture politiche italiane e delle ragioni che hanno portato alla loro eclissi.

Qui, desidero anzitutto rilevare alcune delle più significative conseguenze della scomparsa delle culture politiche in Italia. La prima conseguenza è la destrutturazione dei partiti esistenti, allora, fra il 1992 e il 1994, e gli scomposti tentativi di ristrutturazione-accorpamento-riaggregazione con ulteriori divisioni, scissioni, de-composizioni. È un meandro nella cui tortuosità è difficilissimo nonché, francamente, non particolarmente utile e gratificante cercare di districarsi. Non ne è ipotizzabile nessuna utile acquisizione cogni-tiva. Ovviamente, la destrutturazione dei partiti ha effetti negativi anche sulla stabilità dei governi e, qualora i governi riescano a man-tenere una qualche stabilità, che spesso costeggia l’immobilismo e la stagnazione, neppure sulla loro operatività. Infine, laddove non esistono più culture politiche che richiedano adesione a principi e impegno a perseguire una visione di società e di Stato, transitare da un partito ad un altro, da un gruppo parlamentare ad un altro non implica nessuno sforzo doloroso, nessun agonizing reappraisal, nessuno stravolgimento di principi (magari soltanto il ‘tradimento’ dei rappresentati, ma anche questo effetto, con la legge elettorale del 2005 e con quella del 2015, è discutibile). Insomma, il trasformismo italiano, sul quale Marco Valbruzzi ha scritto pagine importanti, non trova ostacoli in culture politiche inesistenti, ma, al massimo, suscita qualche, purtroppo ininfluente, critica moralistica.

La scomparsa delle culture politiche classiche ha portato con sé, travolgendole, anche culture politiche i cui elementi portanti erano trasversali, vale a dire che avevano penetrato e arricchito ciascuna di quelle culture, ma che, da sole, hanno dimostrato di non potere so-pravvivere. Tutti o quasi europeisti sembravano gli italiani, accomunati dalla speranza che l’Europa riuscisse ad obbligare la democrazia italiana a diventare migliore. Eppure, anche se, qua e là, nei partiti sono esistiti, pochissimi, federalisti, la cultura politica del federali-smo rimase per l’appunto confinata a nicchie (e alla straordinaria combattività di Altiero Spinelli). Qualcuno, soprattutto i radicali, talvolta in maniera deliberatamente provocatoria, ha esaltato i diritti dei cittadini, delle persone, non confondendoli, succede di frequente anche questo, con le rivendicazioni, addirittura accompagnandoli con il richiamo ai doveri (sic) da adempiere. Comunque, né una cultura dei diritti, per intenderci alla Ronald Dworkin (1931-2013), né una cultura basata sui principi della società giusta alla John Rawls (1921-2002) sono in grado da sole, isolatamente, di contribuire in maniera decisiva alla formulazione di una cultura politica. Nel caso italiano, poi, nella non grande misura in cui entrambe le culture, diritti e giu-stizia sociale, sono presenti, troppo spesso vengono brandite contro i governi e contro lo Stato quasi che entrambe fossero culture alter-native sempre all’opposizione. Certamente, né gli scritti di Dworkin né quelli di Rawls autorizzano questa interpretazione. Tuttavia, elementi sia dell’una che dell’altra sono indispensabili per la formulazione di qualsiasi cultura politica liberal-democratica. Infine, anche se affascinante nella sua concezione, il patriottismo costituzionale non sembra orientato a dare vita ad una cultura politica autosufficiente e autonoma. Ciononostante, costituisce un’importante componente trasversale a molte culture politiche. Elaborato dal filosofo politico tedesco Jürgen Habermas con l’obiettivo preminente di sventare in maniera anticipata qualsiasi propensione di superiorità nazionale/istica tedesca, all’insegna della frase Deutschland über alles, un tempo contenuta nell’inno, il patriottismo costituzionale ha trovato un’infelice traduzione italiana nell’espressione «la Costituzione più bella del mondo». Più o meno ‘imbruttita’ da riforme nient’affatto apprezzabili dal punto di vista della sua architettura complessiva, la Costituzione non può stare a fondamento di nessuna cultura politica, ma dovrebbe essere variamente presente in tutte. Per completezza, aggiungerò che sottolineare, com’è giusto, che la Costituzione nata dalla Resistenza è fondata sui valori dell’antifascismo non significa affatto che una cultura politica possa nascere e mantenersi esclusivamente sul pure essenziale richiamo all’antifascismo, per di più, variamente declinato e interpretato.

Non è, naturalmente, questa la sede nella quale delineare le com-ponenti e le caratteristiche di culture politiche competitive che, nel contesto italiano, conducano al miglioramento della qualità della democrazia. Qualcuno potrebbe anche rifugiarsi dietro lo schermo della società liquida alla Zygmunt Bauman e sostenere che nelle società contemporanee che non sono riuscite a preservare le loro culture politiche, la liquidità ne impedisce qualsiasi resurrezione e creazione. Altri potrebbero affidare la rinascita ovvero la comparsa di nuove culture politiche ad un mix di europeismo e di globalizza-zione: act local, think global. In conclusione, molto realisticamente, non si vedono le minime premesse che nel mondo della politica, fra gli intellettuali, nell’opinione pubblica italiana si stia facendo strada la richiesta di cultura politica e ne stiano emergendo, seppure agli stadi preliminari, attrezzati portatori. Le implicazioni e le conseguenze per la democrazia italiana di questa triste situazione sono sotto gli occhi di tutti.

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