Mario Morcellini – LA COMUNICAZIONE AL POSTO DELLA POLITICA. L’IMPATTO DEI MEDIA E DELLE RETI DIGITALI

(estratto da Paradoxa 3/2020)

Premessa

Il monografico si interroga su un trend ormai evidente ai ricercatori ma che occorre affrontare in termini sistematici, aprendo il dibattito non solo alle comunità scientifiche: è in corso da tempo un processo tutt’altro che graduale di sostituzione della politica con la comunicazione in tutte le sue declinazioni. Ad una lunga fase storica in cui i media si ponevano in un atteggiamento di narrazione e mediazione di temi e discorsi politici, si è avvicendata una stagione in cui essi finiscono per surrogare la politica, divenendo così la piattaforma vincente di interazione con la domanda ‘dal basso’ e con gli stessi pubblici. Si ha così la riprova di quanto sia più centrale che mai, nell’esperienza sociale degli uomini moderni, la dimensione simbolica e in particolare quella virtuale: diventa sempre più il terreno privilegiato di conflitto nel mercato dell’influenza e nell’economia dell’attenzione.
Gli aspetti maggiormente critici dipendono in buona misura dalla difficoltà di aprire gli occhi sull’accelerazione quasi compulsiva dei processi in atto. È così che il gruppo di autori e studiosi di diverse generazioni e pertinenze scientifiche ha messo a fuoco nel presente numero caratteristiche e indicatori di questo prorompente fenomeno, senza trascurare le criticità che comporta in termini di degradazione dell’identità e riconoscibilità della politica intesa come progetto di uomo e di società.
Combinandosi con l’inedita centralità posta sull’individuo dal paradigma digitale e con la forza dell’interconnessione abilitata dalle piattaforme, si delinea un processo di decomposizione e trasformazione della politica così come l’abbiamo conosciuta. Non va trascurato, inoltre, il rischio di una potenziale perdita di autonomia di movimenti e soggetti collettivi, mascherata dall’ipertrofia di una comunicazione politica sempre più polarizzata e spesso ispirata all’ipertensione.
La questione più urgente del nostro tempo è prendere le misure culturali al mutamento. Questo significa moltiplicare un impegno di ricerca e aggiornare un database pertinente, in un contesto in cui non deve mancare una più avanzata definizione dei vettori di cambiamento e dei contesti in cui l’effervescenza del nuovo è impattante. Quel che bisogna assolutamente evitare, in tal proposito, è ogni forma di rimozione prodotta dall’umanissima tendenza all’autorassicurazione. Se vince l’ignoranza o la sottovalutazione del cambiamento, il mondo in cui viviamo passa dalla crisi d’epoca a quella che Papa Francesco ha definito epoca di crisi. E la sua citazione è tutt’altro che di maniera perché ha potentemente imposto l’attenzione sulla procedura progressiva di scarti e periferie sociali praticata da una modernità inconsapevole dei propri effetti: questi ultimi, infatti, sono assai diversi a seconda della distanza dei soggetti dal centro della società in rapporto alle varie tipologie di possibilità.
Proviamo allora a costruire un’abbreviata mappa semantica dei centri di rilevanza vecchi e nuovi che agiscono sulla società contemporanea. Privilegiando la dimensione culturale (quella su cui più è intervenuta l’innovazione tecnologica anche consumer), il primo item consiste nella globalizzazione dei media e dei relativi immaginari a cui la rivoluzione di Internet ha regalato una nuova potenza in virtù della personalizzazione e dell’apparente gratuità e libertà d’uso nell’accesso ai contenuti trasfigurati in comunicazione nelle interazioni sociali.

1. Cos’è il soggetto moderno? Come/quanto è cambiato?

Per capirlo occorre prendere definitivamente atto di nuovi processi antropologici e di modelli di inculturazione; si tratta di mettere in questione anche vere e proprie modificazioni cerebrali, in termini di stimoli, interessi e ‘investimenti’ sul tempo disponibile (e dunque ‘il tempo dedicato’). Ma anche questo ha a sua volta bisogno di una spiegazione: il clima culturale contemporaneo, e più concretamente le tecnologie della conoscenza, risultano vistosamente psicoattive e spesso iperstimolanti. Questo dà luogo alla retorica delle tecnologie come ‘prolungamento del corpo’, mentre la formula del postumano la dice lunga sulla dimissione della cultura tradizionale e sull’imprecisione e insostenibile leggerezza con cui leggiamo l’impatto del cambiamento.
Oggi non risulta più credibile il motto oraziano Graecia capta ferum victorem coepit; più plausibile è invece prendere atto di quel che Massimo Cacciari chiama «il crollo del potere di assimilazione della nostra storia intellettuale», con un conseguente attacco alla mediazione e alla riproduzione della socializzazione. Ciò determina la necessità di descrivere e studiare la fine della socializzazione tradizionale, che provoca a sua volta nuove forme di ingresso più o meno ‘assistito’ in società.
Senza istituire un paradigma causa-effetto, è venuto tuttavia il momento di prendere atto della potenza di fuoco, anche in termini di disruption della socializzazione e trasformazioni culturali conseguenti, degli Over the top. Non è solo in termini di accumulazione di ricchezze economiche e profilazione degli utenti che qui appare pienamente giustificata la loro definizione convenzionale.
Tutto questo pone l’interrogativo su chi ha esercitato influenza, o addirittura l’egemonia culturale, risultando comunque leader di innovazione.

2. Rischi e chance per l’identità culturale della politica

Diventa a questo punto evidente il rischio di perdere le radici, compromettendo la trasmissione della tradizione e, soprattutto, incrinando la costituzione identitaria degli individui. Non a caso un rischio di questo genere è acutizzato dai processi di vero e proprio licenziamento del passato, decretato di fatto da un presentismo culturalmente inconsapevole.
Viviamo un tempo di radicale disorientamento in buona misura prodotto dalla ‘fine della trasmissione’ educativa dei valori che si è rivelata quale forte risorsa simbolica capace di definire l’identità del soggetto, e poiché quest’ultima è una forza rivoluzionaria, il suo venir meno può determinare un «vuoto di socializzazione». È quello che retoricamente si definisce «crisi dei punti di riferimento», la cui importanza è stata forse trascurata dagli studi: consiste qui nel venir meno di comportamenti sociali adeguati, la sopravvenienza di impressionanti forme di dipendenza, su cui il progetto moderno aveva promesso l’esaurimento e, infine, la diffusione di comportamenti fondati su imitazione, connessione compulsiva e sensazione di dover andare nella stessa direzione. Una sorta di individualismo figurativo perché in realtà caratterizzato dalla pressione dei propri simili (una prima particella della forza delle echo chambers). È fondamentale ribadire qui che l’evoluzione dei processi educativi (una strategia che gli esseri umani hanno sempre fatto fin dall’inizio della loro storia) ci insegna che il soggetto diventa adulto anche con la differenza, il pluralismo di stimoli e la consapevolezza progressiva (c’è qui una eco di quello che, nella teoria formativa gesuitica, viene definito «il discernimento»).

3. Da quanto è nuovo? Cosa sostituisce e rottama?

Fermo restando che una datazione è impossibile, si può individuare qualche detector: l’avvento dell’ignoranza pubblica senza rimorso (il mondo che Solimine ha definito Senza sapere). Il tributo all’ignoranza si spinge fino alla repulsa e al dileggio nei confronti della ricerca, del mondo universitario e degli esperti.
Qui, colpisce la circostanza che la cultura tradizionale è rimasta attonita e senza difesa anche sulla questione dei costi umani e culturali dell’affermazione del nuovo, ancora una volta ricordando che essi non sono mai equidistribuiti nella società. Un ulteriore e importante elemento per la datazione è il momento storico in cui prevale una sorta di ‘fondamentalismo delle tecnologie’, che non avviene mai nel vuoto sociale.

4. Il declino della politica e delle élite

Lo scenario discusso fin qui affronta ora il campo della politica perché comparativamente risulta quello più rivoluzionato dall’avvento prima della comunicazione mainstream, in particolare televisiva, a cui si sono poi affiancati, spesso sinergicamente, i social media.
Il lavoro che ora verrà condotto è quello di descrivere i processi di secessione dal patto politico provocati dalla frattura del foedus che ha comportato una radicale crisi di reputazione della delega e delle Istituzioni rappresentative, con singolare sintonia anche storica rispetto all’exploit del processo di disintermediazione radicale delle relazioni società/media.
Il primo campo in cui questa riflessione va ambientata è quello della drammatica crisi del giornalismo, che diventa più acuta se la si legge dal punto di osservazione del nesso profondo tra informazione e democrazia. Si tratta di un tema discretamente affrontato dalla letteratura scientifica e per il quale rinvio al mio position paper Dalla disinformazione ad un nuovo giornalismo, introduttivo al convegno del novembre 2018 «Giornalismi nella società della disinformazione» realizzato quale quinto evento dedicati al ventennale AGCOM e successivamente pubblicato nel sito ufficiale dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti.
Il secondo campo dimostrativo riguarda la relazione comunicazione/politica, e in particolare quella profonda interazione tra i due termini che può essere definita media politics. È quest’ultima che assume un forte valore dimostrativo dei cambiamenti intervenuti sia nel rapporto radicalmente nuovo tra soggetti politici e comunicazione che nell’indebolimento progressivo dei linguaggi autonomi della politica.
Qui è necessario avanzare ipotesi che tengano conto delle conseguenze che nel tempo si sono stratificate tra gli eccessi di personalizzazione del dibattito politico e la normalizzazione di una comunicazione fondata sul modello talk show. In altre parole, si è assistito ad una perdita di densità e di identità del racconto della politica sovrastato da esigenze e persino tic imposti dalla comunicazione. È certo difficile immaginare un riscontro empirico in forza di cui alla semplificazione e polarizzazione della rappresentazione consegua una smobilitazione di valori e orientamenti che sembravano strutturati nella società italiana, stavolta intesa come pubblico televisivo. Ma qualche elemento di prova lo si può avere passando in rassegna tre aspetti dell’ultima campagna elettorale europea.

Anzitutto, la sistematica assenza di tematiche europee nei media, che riguarda anche in qualche misura il Servizio pubblico. Di norma hanno fortuna soltanto pezzi e interventi giornalistici connessi alla politicizzazione della campagna, già con ciò allontanando l’attenzione dell’opinione pubblica.
Troppo raramente e timidamente attenta al parere di esperti, giornalisti o scienziati sociali competenti su tematiche europeiste. Per proporre un solo esempio, ascoltare l’opinione dei demografi sarebbe stato fondamentale per valutare l’impatto della denatalità e conservare un’adeguata forza competitiva dell’europea stessa. Ma un discorso simile riguarda anche gli esperti di Storia dell’Europa e gli studiosi di relazioni internazionali.
Infine, un’ulteriore e clamorosa omissione riguarda i giovani. Coinvolgerli di più nello storytelling delle trasmissioni regalerebbe altre campagne, perché in tutti i paesi sono le culture giovanili ad avere una marcia in più nel condividere un ‘senso comune’ dell’Europa come comunità di destino.

Al di là di questi esempi, è evidente tuttavia che la ricognizione dei cambiamenti non deve riguardare soltanto la struttura della comunicazione politica ma anche il brusco mutamento di temi e protagonisti: la scelta di enfatizzare oltre ogni limite il nodo migrazioni (non certo le persone) non è stata senza conseguenze per il livello stesso del dibattito politico (Morcellini, Gavrila 2019), ma occorre sottolineare l’irrompere sulla scena di una tipologia di soggetti politici e soprattutto leader ansiosi solo di corrispondere fedelmente agli umori delle platee in ascolto. L’aberrante logica degli applausi nei talk show, senza contare la presunta verifica in tempo reale del sentiment del pubblico, con strumenti scientifici obbedienti al populismo, sono la prova di una profonda deriva comunicativa, soprattutto quando riguarda il Servizio pubblico.
Passiamo ora a una prima problematizzazione sulla base di quanto sin qui argomentato, articolando le seguenti tesi:

L’analisi delle campagne elettorali ci mette di fronte a un cambiamento radicale: rispetto al passato anche recente esse sono solo una sezione di una più estesa ‘campagna comunicativa permanente’, segnata da un continuo aumento di forza del potere dei media e delle professioni comunicative nei confronti dei linguaggi, specificità e performance della politica in senso stretto. In passato tra questi due ambiti si registrava una forte alleanza, ma ormai da tempo ha prevalso quello che gli americani chiamano media power. L’attenta recensione di questo fenomeno fa scoprire il potere specifico delle professioni e dei linguaggi comunicativi che si rivela sempre più concorrenziale nei confronti della politica.
Contemporaneamente, la competitività dei media sulla politica presenta il rischio di delegittimare quest’ultima. Solo in forza di questa analisi emerge quanto l’antipolitica sia un regalo della società della comunicazione; rimanda ai talk show e al loro stile abituale di mettere in scena il dibattito politico e la battaglia delle idee. Concludendo su questo punto, dovremo aver la forza di tematizzare l’eccesso di potere della comunicazione, se non altro perché la politica diventerà una sua piccola provincia nonsense.
Una specificazione più avanzata e al tempo stesso un ulteriore terreno di ricerca, la merita la crescente simbiosi tra digitale e populismo. Essa non è una necessità storica perché Internet si è presentato con ben altre promesse di favorire finalmente democrazia e partecipazione. Ma nel tempo è prevalsa la predisposizione del digitale ad offrirsi come struttura comunicativa ad alto tasso di semplificazione e basso tasso di congiuntivi: per far vincere il populismo non c’è niente di meglio che rinunciare al funzionamento elaborato della lingua come struttura logica e cognitiva, da cui emerge che il congiuntivo non è una complicazione dei discorsi, ma è una vera e propria ‘messa a sistema’: in altre parole una sintassi tra le proposizioni. Altro non è che il sequitur del pensiero logico.
Quanto abbiamo detto finora converge verso l’adozione di due esercizi di responsabilità: da un lato bisogna studiare di più i processi di cambiamento per non applicare a mondi nuovi parole e paradigmi usurati. In secondo luogo, occorre attribuire una nuova centralità alla vertenza/monitoraggio del pluralismo. Con i sistemi tradizionali riusciamo a cogliere efficacemente i comportamenti dei media mainstream, e talvolta a contestarli pur sapendo che non riusciamo a fare niente di paragonabile per quanto succede nel mondo digitale. Se questa situazione non viene messa a nudo e prontamente riparata in termini di riduzione dell’asimmetria, passeranno sotto silenzio eventuali fenomeni di favor, di conflitto di interesse e di impar condicio.

Del resto, se la comunicazione politica cambia bruscamente, non è pensabile che la regolazione normativa e la funzione regolatoria restino ferme all’eterno ieri, anche perché alcuni dei processi di cambiamento interessati trovano il loro output pratico nell’ascesa dei movimenti dell’antipolitica come messa in discussione dell’assetto liberal democratico degli Stati.

5. Nascita e affermazione dell’antipolitica

Il sintomo più evidente della crisi della democrazia occidentale è l’avanzata dei cosiddetti partiti populisti, detti anche ‘anti-politici’, ossia coloro che attaccano il potere e la rappresentanza, proponendo la gente come alterativa radicale all’ordine esistente. Nell’ultimo ventennio molti paesi europei si sono avviati verso assetti politici antiliberali. Si pensi ad esempio al risultato di alcuni appuntamenti elettorali degli ultimi quattro anni, che hanno cambiato la configurazione del panorama politico internazionale: il referendum Brexit, l’elezione di Donald Trump e la vittoria elettorale dell’antipolitica in Italia sono avvenuti attraverso un veloce ma progressivo moto d’opinione che ha virato su posizioni apertamente populiste e sulla perdita di fiducia collettiva. Ce ne dà conto in questo volume il saggio di Jorge Del Palacio Martin, che descrive come la strategia comunicativa del partito Podemos ricorra alla grammatica populista come vettore di cambiamento: la democrazia come governo del popolo, il conflitto tra popolo ed élite, la politica come territorio di lotta per restituire il potere alla gente. Come sottolinea Giovanni Orsina in uno scritto recente su questo tema, l’Italia è un caso particolare in quello che è lo scenario attuale dell’antipolitica a livello globale e di quelle che egli chiama le «democrazie del narcisismo». Anzitutto, perché in Italia «l’insorgenza antipolitica appare […] come un tentativo disperato e vano d’identificare una terza massa – la “casta” – contro la quale possa essere deviata l’offensiva di quella massa aizzata» (Orsina 2018, p.187). In secondo luogo, perché l’Italia ha sperimentato in passato sia l’antipolitica di destra, con l’avvento di Silvio Berlusconi quale homo novus negli anni Novanta, che di sinistra, attraverso uno spiccato antiberlusconismo alimentato da considerazioni di natura etica e giudiziaria.
Negli ultimi anni, sottolinea ancora Orsina, Movimento 5 Stelle e Lega hanno trasceso questa opposizione che possiamo definire storica, emergendo nel panorama elettorale con la dirompente forza della comunicazione digitale quale strumento di sovvertimento delle regole ‘del gioco’ e rivendicazione della propria sovranità nazionale, celebrata attraverso l’illusione che si possa far meglio ‘andando contro’. Contro l’Europa, contro la globalizzazione, contro le èlite: il ritmo che scandisce il fare della politica antisistema passa per l’affermazione nazionale e la celebrazione della figura di nuovi leader, che movimentano lo spazio pubblico con emozioni negative e trend polarizzati.
La diffusione del Covid-19, però, ha spazzato momentaneamente via le strategie comunicative dei movimenti populisti sia in Italia che in Europa, con un conseguente e sorprendente ritorno in primo piano delle élite. Di fronte alle difficoltà dell’emergenza, il ceto politico ha trovato una nuova legittimazione da parte dei cittadini, come alcuni sondaggi dimostrano convergentemente. Dopo anni di durissimo attacco alla casta, alle élite, ai professori, è tornato il momento della scienza, di chi è portatore di competenze esperte. Tuttavia, come sottolinea Michele Prospero in questo numero, a fianco a ciò resiste una narrazione che tende a sgonfiare questo carisma riconquistato, ridimensionandone l’efficacia comunicativa e fattuale.
Eppure, la necessità di mettere in campo un expertise capace di sviluppare linee guida volte a fronteggiare prima lo scoppio dell’epidemia, poi la fase della ripresa, ha rappresentato uno shock al dilettantismo di cui fino a poco tempo fa alcuni politici si fregiavano. Non a caso, alcune rilevazioni di istituti di ricerca e sondaggi durante la cosiddetta ‘fase 1’ hanno rilevato un dato importante: gli italiani hanno espresso maggiore fiducia in quelle figure (medici, scienziati, tecnici) coinvolte in task force e sono tornati così a stringersi alle Istituzioni (Protezione Civile in primis, ma anche al Presidente della Repubblica), privilegiando dunque quegli stili comunicativi argomentati e collaborativi, di cui si è fatto promotore soprattutto il premier Conte.
D’altro canto, abbiamo visto indietreggiare alcuni movimenti che potevano rivelarsi assolutamente pericolosi, come i no-vax, i complottisti, i terrapiattisti, etc. C’è però anche chi ha previsto giustamente che nello scenario post-COVID, complice una disastrosa situazione economica, si prospetti un ulteriore rafforzamento del populismo, dell’euroscetticismo e delle destre alt-right. In effetti, volgendo lo sguardo anche alla situazione internazionale oltreoceano le proteste in piazza degli ultrà di estrema destra per la riapertura degli Stati sono state giustificate come liberi atti di espressione di ‘bravi cittadini’, e persino la mascherina è divenuta un fatto meramente ideologico (come dimostra lo slogan «se sei un patriota non la indossi»).
Le tendenze finora descritte, più evidenti nella situazione di emergenza post-COVID proprio perché da essa potenziate, saranno ora esaminate nel contesto storico che le ha prodotte, con riferimento alla crisi delle forze politiche italiane, a partire dall’importante snodo nel 2013 che ha segnato l’insuccesso elettorale di Pd e PdL, in buona misura riconducibile al successo del Movimento 5 Stelle allora impersonato da Beppe Grillo. Assieme ad un profondo rinnovamento del sistema partitico italiano, infatti, si è andato a modificare profondamente anche il rapporto con il sistema mediale e molte delle dinamiche comunicative dello spazio pubblico, sempre più impregnate dal digitale.

6. Stabilità vs. movimento: la crisi delle grandi forze politiche nazionali

Iniziamo con un altro elemento dimostrativo della portata innovativa dei media sulla politica, volgendo questa volta l’attenzione all’analisi di risultati elettorali non recenti, così da favorire un’adeguata contestualizzazione storica del cambiamento.

Tabella 1 – Quanti voti hanno perso le principali coalizioni?

Camera, politiche 2008 e 2013 – Fonte: rielaborazione su dati Cise, 2013

 

Ci volgeremo essenzialmente alle elezioni 2013 per il Parlamento nazionale, chiamando in causa anche le più vecchie elezioni 2008 per evidenti ragioni comparative (cfr. Tabella 1); il sottinteso è, ancora una volta, quello di considerare le elezioni politiche come il più ampio sondaggio sulle motivazioni degli italiani nei confronti dell’offerta politica data, e lo faremo ovviamente discutendo le performance di tutti i partiti con particolare attenzione a quelle che all’epoca si presentavano come vere e proprie coalizioni di soggetti diversi (cfr. Tabella 2).
Radicalizzando una delle più lucide analisi post-voto presentata a caldo da Ilvo Diamanti («la Repubblica» dell’11 marzo 2013), prendiamo le mosse dai risultati per la Camera dei Deputati articolati per categorie socio-professionali, rivelando due dati di grande interesse: la matrice interclassista del voto per il MoVimento 5 Stelle e l’invecchiamento dell’elettorato del PDL come del PD.

Tabella 2 – Il voto 2013 per categoria socio-professionale

Fonte: Osservatorio Elettorale LaPolis (Univ. Di Urbino) su dati Demos&Pi

 

Dov’era, in effetti, la forza del MoVimento 5 Stelle? Disoccupati, soggetti sociali per i quali il voto di protesta era più che legittimo, rispetto a cui non era immaginabile aspettarsi un gesto di fedeltà politica o emotiva verso partiti che non avevano dimostrato di sapere/volere difendere i loro interessi (Vita 2013). Imprenditori e lavoratori autonomi, anch’essi vessati dalla politica, colpiti dagli aumenti della tassazione a cui mai si è aggiunto, negli ultimi anni, un serio sistema di incentivi. Quasi in linea, gli operai, che comparativamente eleggono il M5S come loro primo partito: è evidente che questo dato non rappresenta solo una rivoluzione nei risultati elettorali, ma nell’intera società italiana.
Il primo soggetto di cui si è giovata la forza elettorale del centrosinistra sono i pensionati. È vero che la vita si allunga, e l’invecchiamento della popolazione è alla base del persistente successo televisivo, ma può una forza politica basarsi su simili meccanismi di galleggiamento? Come può riposare su soggetti al di fuori del mercato del lavoro un partito che fa del lavoro la parola-chiave simbolica decisiva della sua appartenenza? Al secondo posto, la classe sociale composta da tecnici, impiegati e funzionari; finalmente un elemento di competitività con le altre forze politiche, e in particolare con il centrodestra, che per lungo tempo è stato considerato un polo d’attrazione soprattutto per le generazioni più moderne e attive dei tecnici, per quei laureati all’opera nei settori dell’informatica, della comunicazione, delle arti e dell’innovazione che sembravano decisivi in termini di rendita elettorale nelle zone ‘ad alta produttività’ del Paese.
Il centrodestra ha stravinto tra le casalinghe; verrebbe da dire che stravince dunque tra quei soggetti che più sono esposti al messaggio, soprattutto quello televisivo, ma lo stesso si può dire per i pensionati, quindi la correlazione sembra scattare più tra forze politiche tradizionali e TV, che tra centrodestra e TV. Un’altra evidenza interessante, e in qualche misura nuova. Al secondo posto imprenditori e lavoratori autonomi, a dimostrazione che un elettorato di riferimento questo polo politico ancora ce l’ha, a differenza del centrosinistra: se il segno più chiaro della perdita d’identità della sinistra è stata la dispersione del voto operaio, la compagine berlusconiana tiene il punto rispetto a quel cluster sociale che vede nel liberismo sfrenato la mission dell’azione politica di governo (cfr. Prospero 2003, 2010).
Al 32% ancora i pensionati, a completare un blocco forte di elettorato che solo in parte coincide con il panel delle casalinghe, e che è giusto tener distinto per valutare la ‘divisione delle spoglie’ che centrodestra e centrosinistra operano rispetto ad una società invecchiata come quella italiana.

7. Tra rete e antielitismo: un ritratto dei giovani elettori dell’antipolitica

Al fine di comprendere il successo del MoVimento 5 Stelle alle elezioni politiche 2013, è necessario prendere in esame le modalità e le scelte comunicative portate avanti da Grillo al­l’interno del game comunicazionale di questa campagna elettorale e prendere in considerazione la dieta mediale dei suoi elettori, in comparazione con gli altri cluster.
Dai dati Cise 2013 risulta che esisteva una relazione molto forte tra il mezzo prevalente di informazione politica e il partito votato.

Tabella 3 – Forme di approvvigionamento di informazione politica e intenzione di voto.

Fonte: dati pre-elettorali Panel Elettorale Cise

 

Il PD era il primo partito tra i lettori di giornali, con 12 punti di vantaggio sul PDL e addirittura 17 sul M5S. Tra i telespettatori il primo partito era invece il PDL, con tre punti di vantaggio su PD e M5S. Tra chi usa Internet come fonte di informazione prevalente si registra la caratterizzazione più netta. Anzitutto il M5S era il primo partito; ma soprattutto lo era con una percentuale del 42,5: di 17 punti superiore al totale del campione, e addirittura di 21 punti superiore al secondo partito (il PD col 21,7).

 

Tabella 4 – Angolazioni di lettura del voto M5S. Scelte d’informazione politica e classi di età.

Fonte: dati pre-elettorali Panel Elettorale Cise, riponderati in base ai risultati effettivi

 

Possiamo dunque parlare di una vera e propria frattura mediale: a differenziare l’elettorato dei vari partiti (e in particolare quello dell’M5S) sembrano essere nettamente gli stili e i mezzi di informazione politica. Sembra infatti che il fatto di basarsi su diversi mezzi di comunicazione abbia significato aver assistito a campagne elettorali diverse. Ciascuna con una sua agenda, un suo discorso, e diversi temi e narrazioni.
All’interno della rete in particolare, è possibile identificare tre differenti dimensioni di analisi che hanno contribuito a generare, e contribuiscono a spiegare, il successo elettorale del partito di Grillo: l’utilizzo unidirezionale della rete da parte del leader ha sottratto al contraddittorio giornalistico le sue proposte, presentandole come certe ed inattaccabili ad un elettorato sfiancato dall’incertezza e dalla sfiducia che certamente i tradizionali talk show di approfondimento politico non sono riusciti a rappresentare.
Il secondo elemento è quello relativo alla riproposizione sistematica da parte delle stesse televisioni di ampi stralci degli interventi di Grillo, sancendone così di fatto la potenza mediatica al di fuori della rete.
Il terzo elemento che sembra opportuno sottolineare, anche perché risulta essere quello effettivamente positivo in termini di socialità, è quello relativo all’uso della rete da parte dei cittadini. Lungi dal rappresentare la novità messianica che per primi i media tradizionali hanno ricamato e sopravvalutato, l’utilizzo della rete per il confronto e la discussione sembra seguire all’interno del Movimento logiche territoriali che riporterebbero la cittadinanza sfiduciata a quella dimensione locale di confronto su temi principalmente di quartiere, che sembra avere una valenza in termini sociali più che politici. Queste tre dimensioni di analisi vanno, a mio avviso, tenute separate, al fine di evitare confusioni sul ruolo di internet tout court: all’interno della rete e dei suoi usi sono presenti infatti sfumature e zone d’ombra che gli studiosi non possono fare a meno di approfondire.
Un’ulteriore differenziazione va naturalmente introdotta tra gli utenti generici e quelli esperti, a loro volta giornalisti o autori di blog o siti di informazione. I secondi sembrano infatti catalizzare e tematizzare, come era largamente prevedibile, il dibattito all’interno dei social network. La ripetizione delle disuguaglianze in termini di conoscenze e know how non sembra dunque essere stata attualmente sconfitta dalla rete.
Per quanto riguarda i tradizionali parametri di stratificazione delle classi sociali, il MoVimento 5 Stelle ha dimostrato anzitutto di avere una capacità di penetrazione interclassista: il suo elettorato è infatti caratterizzato in senso trasversale. Grillo sembra essere riuscito ad intercettare il voto giovanile ed in particolare di quella parte dei giovani che nutrono un forte sentimento di sfiducia nei confronti delle istituzioni e dei partiti politici ed hanno così sviluppato un atteggiamento antielitario rivolto in particolare contro la classe politica, ma anche nei confronti delle istituzioni mediali tradizionali.
Se da un lato, infatti, i partiti non sembrano essere stati capaci di ascoltare le istanze delle giovani generazioni, dall’altro sembra opportuno registrare una crisi da parte di televisione e stampa in particolare, nella capacità di rappresentazione e tematizzazione del malcontento e della sfiducia dei giovani.
Una delle cause, ma non la sola ipotizzabile, della crisi di fiducia delle giovani generazioni risiede nell’alto tasso di disoccupazione giovanile rilevato nel nostro Paese. Dai dati Istat 2013 risulta che l’Italia è il Paese europeo che, dopo la Spagna, presenta la più forte esclusione dal lavoro dei giovani e l’unico con bassissime opportunità di occupazione regolare. Solo poco più di tre giovani su dieci lavorano con un tasso di occupazione del 33,8% tra i 20-24enni. La quota dei Neet, ovvero dei ragazzi tra i 15 e i 29 anni che né studiano né lavorano, tra il 2009 e il 2011 è balzata dal 19,5% al 22,7%. Quasi un giovane su quattro dunque non è impegnato in percorsi formativi e non ha un posto di lavoro.
Il MoVimento 5 Stelle sembra riuscito a mettere in atto strategie adeguate per cavalcare l’ondata antielitaria, presente in particolare nelle giovani generazioni, presente nell’opinione pubblica italiana che chiedeva un rinnovamento e maggiore concretezza. Alla luce della situazione attuale di stallo sembra però che gli eletti del MoVimento 5 Stelle non stiano riuscendo a realizzare le promesse, risolvendo il loro mandato in una serie di rifiuti che non sembrano rispondere, ad oggi, alle aspettative degli elettori. La promessa di concretezza in termini programmatici e istituzionali sembra ancora oggi non mantenuta.

8. Una proposta di indicatori per riflettere sulla ‘cessione di sovranità’ della politica alla comunicazione

Per meglio verificare la consistenza di alcune dinamiche fin qui descritte, proponiamo una serie di indicatori che aiutano a ridurre la complessità e il timing del processo di sostituzione della politica, così da poterne fotografare i territori principali. Essi si sostanziano sia della centralità posta sull’individuo dal paradigma digitale, che delle dinamiche del mainstream e quindi delle forme mediate di comunicazione politica. Come sottolinea Cepernich (2017) in merito alla comunicazione politica attuale, infatti, «l’interesse per le trasformazioni indotte dalla digitalizzazione si è concentrato […] sui risvolti linguistici ed espressivi, sulle strategie, i discorsi e le retoriche, gli stili, l’estetica e i restyling dei contenuti. Un’attenzione insufficiente è stata rivolta, invece, alle conseguenze della digitalizzazione sulle infrastutture e sulle architetture organizzative della politica» (p.23). Come vedremo è proprio il sincretismo tra rete e media mainstream (due ‘bacini’ divisi ma che si rimediano reciprocamente e continuamente) a favorire una riorganizzazione delle architetture della politica.
Il primo indicatore riguarda [1] la tendenza all’ultrapersonalizzazione. Si tratta di un processo avviato da tempo, come descrive la copiosa letteratura sulla spettacolarizzazione della politica, secondo la quale già in riferimento al solo medium televisivo «gli attori politici si sono progressivamente adeguati ai registri comunicativi dei mass media, hanno sentito l’esigenza di rispondere alla preferenza del linguaggio dei media per la visibilità, l’azione, il look, l’immagine» (Mazzoleni 1992, p.65). Tutto ciò perviene oggi ad uno step ulteriore, in forza di cui i leader politici sfruttano i media per costruire una vera e propria leaderizzazione dell’organizzazione politica stessa: il partito sparisce e si appiattisce sull’ombra del leader, che dà luogo a forme di spettacolarizzazione estrema per l’ottenimento del consenso e supera, in termini di efficacia, i decibel che poteva raggiungere nell’agone televisivo del passato e la cui eco si può ritrovare oggi negli alterchi di alcuni format del talk show, ma anche in alcuni fandom spontanei che nascono in rete, come il caso delle «bimbe della politica» che Marzia Antenore descrive nel suo saggio.
In letteratura la personalizzazione è stata analizzata perlopiù da studi sociolinguistici, mirati a rilevare le differenze tra la retorica classica e nuova, l’uso delle metafore, dei sostantivi, verbi e aggettivi (Bolasco, Giuliano, Galli de’ Paratesi 2006). Urge ormai un approccio inedito, capace di includere gli elementi di cui si sostanzia il digitale e le logiche della transmedialità che accompagnano la diffusione dei contenuti della politica personal e della fast politics, come descrive approfonditamente Luigi Di Gregorio, mirando a dimostrare come «il neoreale mediatico abbia cause culturali, psico-sociali e tecnologiche (prima che politiche)».
Oggi più di ieri appare sfumato [2] il confine tra rappresentanza e rappresentazione, che spinge a una continua ricerca di volti nuovi, ‘adatti’ dal punto di vista mediale, e la cui [3] selezione è assimilabile al casting. I confini tra mondo politico e mondo mediatico non sono più legati all’intermediazione di editori e testate – che un tempo consacravano l’immagine e la statura del politico – e diventano un tutt’uno inscindibile. Perciò, sottolinea Antonio Preiti, è ormai in piedi «un modello assimilabile a quello del largo consumo, cioè si afferma quello che da questo momento viene chiamato mercato politico. Come ci sono tanti brand che si disputano il consumatore, così ci sono tanti leader-messaggio che si disputano l’elettore».
Il politico di oggi è un’erma bifronte: oltre ad essere ‘uno come noi’ assume anche la postura del divo, ma in un senso tutto nuovo rispetto al passato. A tal proposito, ad esempio, James Steyner parla di intimization e celebrization per indicare una doppia trasformazione del politico, che si distingue tra ciò che è voluto e ciò che è subìto dai media (2012); soprattutto quelli digitali gli danno la possibilità di esibire «frammenti di una quotidianità patinata» fatta di atteggiamenti e scelte culturali, abitudini di vita, attraverso le quali rinegoziare i contorni della sua figura continuamente. Il lato umano e quello professionale sono ingredienti equamente necessari alla costruzione dell’immagine che si adagia sullo sfondo della [4] sostituzione della realtà con la rappresentazione. A ciò fa chiaramente da contrafforte il peso esercitato dai modelli comunicativi a cui l’architettura delle piattaforme digitali ci induce e su cui serve interrogarsi più profondamente: «in un periodo storico di generale indebolimento dei regimi democratici e di forte ascesa del potere delle corporation digitali», scrive a questo proposito Mauro Santaniello, si aprono «scenari inquietanti, che interrogano con urgenza tanto il pensiero democratico quanto gli attori della politica nazionale e transnazionale». Su questo interviene anche Simone Mulargia, chiarendo quale spazio pubblico è possibile trovare all’intersezione tra le architetture delle piattaforme e la negoziazione del senso delle pratiche messe in atto dai soggetti in questi luoghi.
In uno scenario così connotato, oltre alle forme cambiano anche i contenuti. Lo si evince dalla [5] scelta e trasformazione dei temi FAQ (impegno, cultura, solidarietà, partecipazione), che vengono fatti aderire a quello che è l’immaginario personale del politico/leader (e non più del partito o degli intellettuali/esperti ad esso vicini) o comunque ad una visione di sistema. Come abbiamo avuto modo di constatare molto spesso, persino i dati e le statistiche, che rappresentano di per sé un dispositivo accreditato di descrizione della realtà, vengono riportati in frame partigiani perdendo così la loro salienza. Ne è esempio il tema dei migranti, da sempre prevalentemente ancorato ai toni della cronaca nera, a cui la politica giustappone la cornice interpretativa dell’emergenza (Morcellini, Gavrila 2019).
Entro questo processo, [6] la drammatizzazione e il doping dei temi divisivi (cronaca nera, migrazioni etc.) alimentano costantemente la polarizzazione delle voci che hanno quasi sempre bisogno di un coro, intrecciando continuamente i termini del dibattito con il caos della rete. Tutto questo è alimentato (ma al tempo stesso gonfiato) dal fenomeno noto come [7] esaurimento di forza del sociale, palesemente evidente nella sistematica amnesia delle narrazioni. È proprio su questo vulnus che si inseriscono fenomeni deteriori della comunicazione, specie quelli alimentati dall’Intelligenza artificiale e dal machine learning, come descritto da Elisabetta Trinca che passa in rassegna diversi esempi di campagne bot.
La politica si avvia, in tal senso, ad [8] un’eliminazione di quella che era la testualità tradizionale e del suo principale metodo descrittivo, l’argomentazione logico-razionale. Su questa importante vertenza insiste Gianni Cuperlo, denunciando una [9] iperpartecipazione mediata dagli schermi, che anziché nobilitare l’impatto in termini di formazione della cittadinanza attiva e di allargamento della partecipazione nei processi deliberativi, facilita la [10] fluidità e revocabilità della comunicazione (e in parte dei leaders): una circostanza che la dice lunga sullo stato di salute della nostra democrazia.
Non possiamo poi dimenticare che [11] la comunicazione politica si fa ‘referendaria’: ogni prova dirigenziale su cui gli esponenti politici si cimentano diviene un testing elettorale ‘definitivo’. La vita politica è una ‘campagna elettorale permanente’, che contribuisce a rendere instabile il patto tra attori politici. Per questo, in conclusione, si potrebbe identificare la fase storica che stiamo vivendo come una ‘secolarizzazione’ della conoscenza e del comportamento sempre più tipica dei moderni, rispetto alla quale bisogna sottolineare come nello scenario informativo attuale sia difficile per le persone stabilire una gerarchia di attendibilità essendo esso stesso parte del sistema di diffusione dei contenuti inattendibili. Tutto ciò è alla base di alcuni dei meccanismi che quotidianamente vengono messi in atto per abbassare la soglia di responsabilità individuale e collettiva di fronte a fenomeni sociali (e che ritroviamo nell’hate speech e nelle fake news, nel deepfake) che coadiuvano alcuni complessi processi, proprio come quello di sostituzione della politica con la comunicazione.
Resta dunque aperta una domanda di fondo, che Gianni Cuperlo affronta in conclusione del suo saggio: davvero si può dire che la comunicazione, qualunque cosa il concetto stia a qualificare, esca vittoriosa dal complesso panorama di cambiamento, novità, pandemie e fragilità politico-elettorale?

Bibliografia

  • Bolasco, S., Giuliano L., Galli de’ Paratesi, N, (2006), Parole in libertà. Un’analisi linguistica e statistica dei discorsi di Berlusconi. Roma: Manifestolibri.
  • Cepernich, C., (2017), Le campagne elettorali al tempo della networked politics. Editori Laterza.
    Diamanti, I., (a cura di), (2013), Un salto nel voto. Ritratto politico dell’Italia di oggi, Laterza, Roma-Bari.
  • Ramella F., (2013), Sociologia dell’innovazione economica, il Mulino, Bologna.
  • Mazzoleni, G., (1992), Comunicazione e potere. Mass media e politica in Italia, Liguori, Napoli.
  • Morcellini, M., Gavrila, M., (2019), “Il retroscena dei migranti”, editoriale per il n°21 della Rivista Comunicazionepuntodoc.
  • Orsina, G. (2018), La democrazia del narcisismo: breve storia dell’antipolitica, Marsilio Editori, p.187.
    Prospero, M. (2003), Lo Stato in appalto. Berlusconi e la privatizzazione del politico, Manni, San Cesareo di Lecce.
  • Prospero, M. (2010), Il comico della politica. Nichilismo e aziendalismo nella comunicazione di Silvio Berlusconi, Ediesse, Roma.
  • Solimine, G., (2014), Senza sapere. Il costo dell’ignoranza in Italia, Laterza, Roma.
  • Stanyer, J., (2012), Intimate Politics: Publicity, Privacy and Personal Lives of Politicians in Media-Saturated Democracies, Cambridge, Polity Press.
  • Viggen, M., (2018), La retorica politica contemporanea. Analisi dei discorsi di Berlusconi e Stoltenberg, in “Oslo Studies in Language”, 10(1), pp.91-117.
  • Vita, V., (2013), L’ideologia che visse due volte, in Critica Marxista, n. 2.

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