Antonio Maria Orecchia – «LA REPUBBLICA DELLE PERE INDIVISE»: ETICA, POLITICA E NON SOLO NELL’ITALIA CONTEMPORANEA

(Estratto da Paradoxa 4/2025)

«Quella presenza apparentemente perenne nei governi italiani rappresentava un atteggiamento verso la politica che io non potevo condividere. Egli sembrava portatore di una decisa avversione ai principi, se non addirittura della convinzione che un uomo dai saldi principi fosse condannato alla parte dello zimbello».

Era molto severa Margaret Thatcher con Giulio Andreotti, nel suo The Downing Street Years pubblicato nel 1993 e scritto – peraltro – prima che esplodessero le vicende giudiziarie del senatore, raggiunto da un avviso di garanzia per associazione mafiosa nello stesso 1993.

E, poche righe più avanti, il giudizio si allargava al Paese: «può ben darsi che il sistema politico italiano non esigesse convinzioni politiche […], personalmente, però, non ho mai potuto fare a meno di provare avversione per coloro che la esercitavano».

La ‘Lady di Ferro’ ragionava sul rapporto tra etica e politica, e sulla concezione stessa della politica: come acquisizione, mantenimento e gestione del potere in un caso, oppure individuazione e servizio del bene comune, nell’altro.

O ancora – richiamando il capolavoro di Max Weber del 1919, La politica come professione – pensava alla fondamentale distinzione tra l’«etica della convinzione» e l’«etica della responsabilità»: chi segue la prima agisce obbedendo sino in fondo ai propri principi senza lasciarsi condizionare dalle conseguenze, per quanto estreme e gravi possano essere. Chi invece si ispira alla seconda, non dimentica i suoi valori ma anche – e soprattutto – tiene alle conseguenze dei suoi atti.

Per coincidenza, The Downing Street Years usciva proprio mentre l’inchiesta ‘Mani Pulite stava scoperchiando non solo l’enorme sistema di illegalità di una parte del ceto dirigente, ma anche una serie di ‘comportamenti’ non rilevanti forse per un giudice, ma senza dubbio poco edificanti.

Per citarne uno solo, il 10 giugno 1992 Lamberto Mancini, assessore provinciale di Roma del Psdi, era stato arrestato in flagrante nel suo ufficio mentre intascava una tangente di 28 milioni.

Uno tra i tanti, in quei giorni. Ma un caso stupefacente perché, solo un paio di ore prima dell’arresto, Mancini aveva deposto una corona sotto il monumento a Giacomo Matteotti: «un omaggio non rituale – aveva detto – ma un segno di rispetto per un uomo che si batté fino alla morte contro quella cultura dell’illegalità così presente anche ai giorni nostri. In tal senso Matteotti rappresenta un esempio imperituro per chi abbia a cuore l’ideale dell’Italia onesta».

In realtà, da ben oltre un decennio non vi era osservatore che non avesse stigmatizzato il cedimento ‘etico’ del sistema. Già il 13 novembre 1982, secondo un amareggiato Norberto Bobbio, la degenerazione del dibattito politico «a una sorta di guerra per bande», interessate di tutto «tranne che dell’interesse del Paese», avrebbe portato «presto o tardi alla rovina una democrazia già così fragile». E fulminante era il titolo del suo editoriale su «La Stampa»: Feudatari riottosi.

Poco prima, il 15 marzo 1980, Italo Calvino aveva invece pubblicato su «La Repubblica» il famoso Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti, in cui i centri del potere non erano sfiorati da alcun senso di colpa nel finanziarsi per via illecita, «perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi benemerito, in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale».
Pochi esempi per mostrare le radici antiche della relazione tesa e spesso confusa tra etica e politica nella storia repubblicana.
Ora. Discutere sulle qualità morali di chi si occupa di politica – cioè l’etica pubblica – porta immediatamente a esporsi all’accusa di moralismo, cioè di pensare che i politici debbano agire guidati dalla morale per realizzare obiettivi stabiliti dalla moralità.

O, all’altro estremo, a quella di applicare un cinico realismo politico: la politica è una sfera autonoma, i cui fini sono differenti, slegati e immuni dal giudizio morale.

Nondimeno, esiste una moralità politica e i politici non sono cittadini comuni. Possono talvolta essere esenti da doveri morali validi per i cittadini, ma in altre situazioni sono tenuti, invece, a doveri più stringenti. E l’esercizio del potere può essere politicamente opportuno, ma di certo non immune da un giudizio morale magari opposto.

Il tema è assai complesso, se l’etica pubblica costituisce la base necessaria della legittimità democratica dei governanti ed è uno dei fondamenti della democrazia. Ma, ha sottolineato tra i molti in una analisi molto profonda Gianfranco Pellegrino, «nell’etica pubblica moralità e politica non coincidono, come nel moralismo politico, né sono completamente distaccate, come nel realismo politico». Inoltre, esistono ragioni politiche e ragioni morali, ma nessuna di esse è decisiva, rimane cioè sempre un «residuo», una ragione – considerata minore – che consigliava l’azione contraria (Etica pubblica, Luiss, Roma 2015, pp. 11-17, 25).

Nelle ricostruzioni storiografiche è opinione largamente condivisa che l’Italia repubblicana sia nata per merito di una classe dirigente culturalmente ed eticamente formidabile. Personalità forti, giuste, incorruttibili: in genere vengono citati, tra gli altri, Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi, Sandro Pertini, Enrico Berlinguer, Aldo Moro, Ugo La Malfa. E, senza dubbio, quella classe politica impersonificava uno stile umano di vita sobrio e modesto, alieno da ogni forma di narcisismo e di esibizionismo del potere.

Ennio Flaiano lo riassunse con un certo rimpianto sul «Corriere della Sera» il 18 agosto 1970. Agli inizi degli anni Cinquanta era stato invitato con altri colleghi da Luigi Einaudi a cena al Quirinale: una serata allegra, il Presidente «sembrava un nonno felice». Poi si arrivò alla frutta. Sul vassoio portato dal maggiordomo vi erano anche alcune pere. Einaudi «guardò un po’ sorpreso tanta botanica, poi sospirò: io prenderei una pera, ma sono troppo grandi, c’è nessuno che vuole dividerne una con me?».

Lo scrittore alzò la mano, e si divisero la pera. Poi il tempo di Einaudi passò, e Flaiano commentò, con il suo solito acume: «il resto è noto. Cominciava per l’Italia la Repubblica delle pere indivise».

Un altro esempio sovente ricordato è il viaggio negli Stati Uniti di Alcide De Gasperi nel gennaio del 1947, per ottenere prestiti fondamentali per la ricostruzione. Il Presidente del Consiglio però indossava un cappotto troppo liso e, per non sfigurare alla Casa Bianca, si fece imprestare – o gli fu offerto – il cappotto da Attilio Piccioni.

Proprio Piccioni, peraltro, fu il protagonista della prima grande «questione morale» del Paese, come titolò l’editoriale di Pietro Ingrao su «l’Unità» del 7 febbraio 1954, mentre infuriava lo ‘scandalo Montesi’.

Wilma Montesi, 21 anni, era stata ritrovata morta sulla spiaggia di Torvajanica l’11 aprile 1953. Gli inquirenti avevano chiuso frettolosamente il caso, imputandolo a un malessere dovuto a un pediluvio.

Ma nel 1954, nel processo contro un giornalista che aveva ritenuto risibile la versione della Questura, emerse l’ipotesi di omicidio e una squallida storia di orge e droga tra personaggi del bel mondo, e venne coinvolto Piero Piccioni, figlio del ministro degli esteri Attilio.

Mentre l’opinione pubblica seguiva con morbosità gli scoop più o meno fantasiosi della stampa e si divideva tra innocentisti e colpevolisti, politicamente lo scandalo rischiava di investire tutta la Democrazia cristiana. Ingrao quindi denunciò «la convinzione che esista, in una zona della vita pubblica, un gruppo privilegiato, il quale elude impunemente la legge».

All’omicidio si era infatti affiancato «un torbido settore di affari equivoci, di traffici di droga, di corruzione che sconfinava nel mondo politico ufficiale».

Così, il caso si trasformò in una «seria questione morale»: non si trattava solo di far luce su un omicidio, ma «di provare che nella Repubblica tutti i cittadini sono soggetti alla legge, quale che sia il potere, la ricchezza, le omertà di cui godono».

La vicenda si concluse solo nel 1957 con la piena assoluzione di Piero Piccioni. Nel frattempo il padre, il potente segretario della Dc, uomo di specchiata moralità e destinato a succedere a De Gasperi, già nel settembre del 1954 si era dimesso da tutti i suoi incarichi pubblici.

Piccioni era stato sin dall’inizio sicuro dell’innocenza del figlio, ma mantenere i suoi incarichi sarebbe stato disdicevole. E con la sua dignità mostrò come le responsabilità politiche, nelle questioni etiche, fossero sganciate e indipendenti dai profili penali: le sue dimissioni furono dovute al senso dello Stato, alla necessità di non ‘macchiare’ le Istituzioni anche a costo della sua carriera politica, che ne uscì distrutta.

Comunque, l’episodio inaugurò un genere, un ‘modo’ di combattere la battaglia politica eccitando l’opinione pubblica sugli aspetti etici, usati in modo più o meno strumentale e scandalistico.

Sul carattere e sulla mancanza di etica pubblica degli italiani si sono interrogati in molti. Per rimanere all’età repubblicana, è forse sufficiente ricordare il «familismo amorale» studiato da Edward Banfield negli anni Cinquanta e il Paese «ricchissimo di vitalità fisica» ma senza «una forte moralità sociale» narrato da Guido Piovene nel Viaggio in Italia del 1957. O, ancora, la società ambigua e priva di nervatura morale descritta da Giorgio Bocca nel Miracolo all’italiana del 1962.

Altri invece – come Massimo L. Salvadori nel suo Storia d’Italia, crisi di regime e crisi di sistema – hanno insistito sul sistema di balance of power che, tradotto nel peculiare sistema politico italiano, impedì l’alternanza di governo.

Terminata la guerra, la democrazia fu letteralmente costruita dai partiti, che mantennero la fondamentale funzione di collegamento e di ancoraggio tra lo Stato e la società. Ma, col tempo, e dagli anni del boom economico, la spaccatura causata dalla Guerra Fredda compromise il rinnovamento morale e civile del Paese che sarebbe dovuto scaturire dalla Resistenza.

Certo, indiscutibili i risultati se alla fine degli anni Sessanta l’Italia, pur essendo «il ventre molle della Nato», rimase l’unica democrazia di tutto il bacino mediterraneo. Nondimeno, il prezzo fu il «bipartitismo imperfetto» teorizzato da Giorgio Galli – o il «pluralismo polarizzato» proposto da Giovanni Sartori – e il «trasformismo come sistema», per usare la definizione di Giovanni Sabbatucci.

Così, l’anomalia italiana – l’impossibilità di alternanza al governo – impedì, o perlomeno non rese conveniente, ai partiti di cambiare e rimanere un modello virtuoso adatto per rispondere alle sfide create dal tumultuoso ma squilibrato sviluppo economico e sociale e dall’inseguimento dei nuovi miti del benessere e della ricchezza.

Soprattutto, portò a una decisiva mancanza di responsabilizzazione etica e politica della classe dirigente, di cui tutti erano consapevoli, anche l’opinione pubblica più distratta, perlomeno dopo il famoso editoriale La sinistra e il fattore K di Alberto Ronchey sul «Corriere» del 30 marzo 1979.

La Democrazia cristiana era cioè destinata – o ‘condannata’ – a governare. E sapeva quindi di poter non essere del tutto ‘responsabile’: i voti non arrivavano solo dai risultati del suo ‘buongoverno’, ma anche ‘a prescindere’, perché rappresentava un ‘mondo’ e, insieme, la diga al comunismo.

Nondimeno, anche l’opposizione era ‘irresponsabile’ a sua volta: cosciente di non poter governare, poteva condurre un’opposizione slegata dal dover poi rispondere di quanto proponeva.

E se le ideologie avevano al loro interno una loro etica, per quanto ‘di parte’, sia la maggioranza sia l’opposizione finirono con l’essere esenti dall’accountability, il dover rendere conto agli elettori delle proprie azioni.
Il risultato fu la disconnessione tra le risorse civiche della società e lo Stato, la crisi del sistema politico e un abnorme spazio per i partiti nelle istituzioni, nella società e nell’economia: in una parola, la partitocrazia (G. Pasquino, La partitocrazia, in La politica italiana. Dizionario critico 1945-1995, Laterza, Roma-Bari 1995, pp. 341-353).
Soprattutto, la mancata responsabilizzazione della politica, ormai evidente negli anni Settanta, consentì – e forse alimentò – una particolare concezione dell’etica pubblica di parte del ceto dirigente, come mostrò, ad esempio, lo ‘scandalo Lockheed’.
Nel 1976 l’azienda americana Lockheed fu accusata di avere corrotto uomini politici per garantirsi l’acquisto di alcuni aerei Hercules C-130. I sospetti si concentrarono su Mario Tanassi (Psdi) e Luigi Gui (Dc). La trattativa risultava essere stata agevolata dai fratelli Antonio e Ovidio Lefebvre e sembrava aver coinvolto lo stesso Presidente della Repubblica Giovanni Leone, amico di vecchia data dei Lefebvre.

Nelle polemiche furibonde che si scatenarono, molti trovarono conferme sulla decadenza dello stato morale del Paese e comunque, alla fine, il Parlamento fu chiamato a votare per il proscioglimento o l’incriminazione dei due politici.
Il 9 marzo 1977 Aldo Moro, presidente della Democrazia cristiana, prese dunque la parola a Montecitorio. Innanzitutto mostrò di aver compreso «lo stato d’animo degli italiani, il sospetto nei confronti del mondo politico, la richiesta di moralità pubblica» ma, naturalmente, difese con forza l’amico fraterno.

Poi, però, Moro cambiò prospettiva e denunciò il rischio di una «involuzione verso una giustizia politica»: a suo parere con l’accusa a un solo uomo si voleva in realtà colpire l’intero partito. Passò quindi a difendere la Dc nel suo complesso: «non accettiamo che la nostra esperienza collettiva sia bollata con un marchio di infamia», disse. «Intorno al rifiuto dell’accusa che, in noi, tutti e tutto sia da condannare, noi facciamo quadrato davvero […]. A chiunque voglia travolgere globalmente la nostra esperienza; a chiunque voglia fare un processo, morale e politico, da celebrare, come si è detto cinicamente, nelle piazze, noi rispondiamo con la più ferma reazione e con l’appello all’opinione pubblica che non ha riconosciuto in noi una colpa storica e non ha voluto che la nostra forza fosse diminuita. Non accettiamo di essere considerati dei corrotti, perché non è vero!».

Il potere della Dc – continuò – nasceva «dal consenso, dalla profonda consapevolezza, nell’opinione pubblica, d’importanti valori e modi di vita da garantire e dall’inaccettabilità di talune globali proposte alternative».
Errori erano stati commessi, «ma le nostre grandi scelte sono state di libertà e di progresso ed hanno avuto un respiro storico». Anzi, «come frutto del nostro, come si dice, regime, c’è la più alta esperienza di libertà che l’Italia abbia mai vissuto nella sua storia». Per queste ragioni, allora, «vi diciamo che non ci faremo processare», concluse.
Quel discorso era destinato a fare storia. Gui fu assolto per non aver commesso il fatto, ma Leonardo Sciascia nel suo

L’affaire Moro, scritto a caldo nel 1978 (Adelphi, Milano 1994, p. 38), vi colse una serie di sillogismi assai significativi: la libertà e l’integrità del Paese sono intangibili; la Dc rappresenta la libertà e l’integrità del Paese; la Dc è intangibile. E ancora: il consenso dimostra che la Dc non ha colpe, ed essendo Gui democristiano, non ha colpe.

Tali sillogismi, dunque, affermavano «una volta per tutte l’innocenza della Democrazia Cristiana: da far valere, volta per volta, come pregiudiziale innocenza dei singoli democristiani».

Ora. Profonda l’analisi dell’autore de Il giorno della civetta: Moro infatti ragionava da una prospettiva ‘altra’, estranea al caso specifico. E allora rifiutare il processo e il giudizio morale e accettare solo quello ‘storico’, significava negare la possibilità stessa di giudicare moralmente i politici. Rifiutare, in altri termini, l’etica pubblica.
Comunque, il caso Lockheed ebbe anche altre implicazioni: contro Giovanni Leone si scatenò una campagna rabbiosa, e un peso enorme ebbe il libro di Camilla Cederna La carriera di un Presidente che, uscito a marzo 1978, già nel giugno era alla 13° edizione, con 640 mila copie vendute.

In verità, poche e indiziarie le prove indicate nel volume: Leone veniva ferocemente attaccato per le sue gaffes, i suoi atteggiamenti inopportuni, le sue facezie.
Eppure, pur investito dal quel violento livore moralistico, Leone – consapevole della sua innocenza – non si difese, non espose le istituzioni a una polemica pubblica e si dimise il 15 giugno 1978. A suo parere, infatti, il Presidente non poteva presentarsi in Parlamento per tali questioni e, inoltre, non aveva nemmeno il diritto di esternazione sui mezzi di informazione.

Peraltro, sul diritto di esternazione i Presidenti successivi cambiarono impostazione, dallo stile estroverso di Pertini fino a Francesco Cossiga, che – a parere di Paul Ginsborg, e non solo – con le sue «picconate» e il suo linguaggio volgare e offensivo gettò «un profondo discredito sulla carica da lui ricoperta».
Il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro si erano conclusi da poco più di un mese. E quella tragedia aveva costretto a scelte tormentate e mosso il Paese a una mobilitazione senza precedenti: in Tv, sui giornali, nelle strade e sui luoghi di lavoro i cittadini furono costretti a interrogarsi sui valori etici fondanti di una democrazia, sull’essere una comunità.
Come è noto, il confine era stato posto lungo la linea della fermezza o della trattativa. Dilemmi assai profondi: era giusto trattare? Se lo Stato scendeva a patti con i terroristi, perdeva legittimità e allo stesso tempo li legittimava come interlocutori? Esistevano casi specifici per salvare gli ostaggi? Si doveva trattare pubblicamente o in segreto, rinunciando così al dovere della trasparenza?

Ancora. Nelle sue lettere lo stesso Aldo Moro pose altre domande fondamentali: per salvarsi si potevano svelare segreti che avrebbero danneggiato lo Stato? E infine, la vita di un politico era una questione privata o pubblica? Durante la prigionia Moro non si pose come rappresentante delle istituzioni, ma si ‘abbassò’ a semplice padre di famiglia: era lecito per un uomo politico comportarsi così?

Senza entrare nel ruolo della stampa, dilaniata sull’opportunità etica e deontologica di pubblicare o meno i ‘comunicati’ delle Br, alla fine si scontrarono due visioni diverse dell’etica.

Da una parte, il moralismo politico di chi sosteneva che qualsiasi compromesso fosse lecito per salvare una vittima innocente. Dall’altra, chi, postulando il realismo politico e quindi la fermezza, insisteva sulla priorità di salvaguardare le istituzioni: Moro era un servitore dello Stato prima che un privato cittadino.

Insomma, per alcuni la sicurezza della Repubblica non giustificava la perdita di una vita umana, per altri la stessa idea di Stato di diritto doveva essere difesa anche a costo di sacrificare l’urgenza morale e i costi personali pagati dalle vittime.
Restava una terza via, che – pare – fu effettivamente tentata: la trattativa segreta, che forse avrebbe potuto salvare Moro senza compromettere lo Stato. In una formula: «fermezza pubblica, negoziato segreto», come ha ipotizzato Miguel Gotor nel suo Il memoriale della Repubblica.

Comunque, la morte di Moro segnò la fine di un ciclo. Secondo Alfio Mastropaolo, la politica italiana era destinata a impoverirsi, e dai progetti si passò agli espedienti, senza ambizioni strategiche e alla ricerca di scorciatoie (La Repubblica dei destini incrociati, La Nuova Italia, Scandicci 1996, p. 118), come certificò la famosa intervista di Enrico Berlinguer a Eugenio Scalfari su «La Repubblica» il 28 luglio 1981.
Nel quadro dello scandalo P2 e della inquietante trama affaristico-finanziaria di Michele Sindona e Roberto Calvi, Berlinguer intendeva difendere e rinnovare le istituzioni con una strategia basata sulla «questione morale»: «i partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia», erano ormai «macchine di potere e di clientela», gestivano «interessi, i più disparati, i più contraddittori […] senza rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti […], senza perseguire il bene comune», affermò il segretario del Pci.

L’interpretazione della politica e l’offensiva contro i partiti privi di una prospettiva etica non era moralistica, ma teorizzava un confronto alla ricerca, appunto, del bene comune. Di certo, però, il governo di «capaci e onesti» proposto dal segretario del Pci presupponeva l’esistenza di un ceto dirigente diverso e virtuoso, investito anche di un compito pedagogico.

Eppure quell’attacco così esplicito al sistema alimentò involontariamente il moralismo di una parte del Paese. E – si potrebbe aggiungere – nei tempi lunghi l’antipolitica, che infatti una generazione dopo ha fatto apoditticamente del segretario del Pci un’icona etica e morale, spogliandolo addirittura delle sue idee e delle sue convinzioni ideologiche.

Comunque sia, l’enorme risonanza dell’intervista – oggetto di dibattiti appassionati – denudò l’esistenza di un Paese ormai afflitto dalla «questione morale».

Tuttavia, dal discorso di Moro in avanti si può rintracciare un’idea dell’etica pubblica diffusa in parte del ceto politico, che arriva fino alle parole di Bettino Craxi del 3 luglio 1992, intese peraltro da molti solo come un tentativo ipocrita di difendere ‘la casta’.

Esplosa ‘Tangentopoli’, dopo avere a lungo negato l’esistenza delle tangenti Craxi si alzò in Parlamento per difendersi. E non per caso, nei giorni precedenti, sulla stampa molti avevano scommesso che il segretario del Psi avrebbe richiamato il discorso di Moro e si sarebbe posto sulla stessa linea.

In Parlamento, Craxi ammise l’esistenza di «un problema di moralizzazione della vita pubblica che deve essere affrontato con serietà e rigore», poiché la corruzione suscitava «la più viva indignazione determinando un vero allarme sociale».
Ma – continuò – tutti sapevano «che buona parte del finanziamento politico è illegale o irregolare». Quindi, e soprattutto, «se gran parte di questa materia deve essere considerata puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale», perché «un finanziamento irregolare e illegale al sistema politico […] non è e non può essere considerato e utilizzato da nessuno come un esplosivo per far saltare un sistema, per delegittimare una classe politica».

In altri termini, Craxi non solo sminuiva le responsabilità penali e rifiutava di sottoporsi a ogni giudizio morale, ma affermava con convinzione di essere immune dai giudizi morali proprio perché ‘classe politica’. I politici, tutti i politici, non erano giudicabili dal punto di vista morale – e, in parte, nemmeno da quello penale – perché l’unico parametro di giudizio era, appunto, quello politico.

Contavano solo i voti, il consenso e, di nuovo, la prospettiva storica. E non accennare nemmeno al fatto che il finanziamento illecito fosse ‘almeno’ un parametro, mostrava plasticamente il rifiuto dell’etica pubblica come giudizio morale sulla politica.

Quel discorso fu la pietra tombale della Prima Repubblica, e mentre un’intera classe dirigente affondava nella vergogna, il 16 gennaio 1994 in un’intervista al «Corriere» Giovanni Sartori già ammoniva, o forse profetizzava: «State attenti alla Seconda Repubblica, potrebbe essere peggiore della Prima».

In effetti, dalla fine del «secolo breve» il problema della rappresentanza ha investito tutte le democrazie occidentali e molte sono state le riflessioni sul tema: Colin Crouch ha parlato di «Post-democrazia», Stefano Rodotà di «Iperdemocrazia», Pierre Rosanvallon di «Controdemocrazia» e Ilvo Diamanti di «Democrazia ibrida», solo per citarne alcuni.

Tutte queste analisi ruotano intorno al crollo della fiducia nelle istituzioni: «i cittadini si stanno dirigendo verso l’uscita dell’arena politica nazionale», ha scritto Peter Mair (Ruling the void. The hollowing out of Western democracy, Verso, London 2013, p. 43).

Senza alcun dubbio, in Italia la questione dell’etica pubblica ha avuto un ruolo decisivo, come dimostrarono – a livello istituzionale – i continui richiami del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano almeno sin dal 2008, quando denunciò il «sempre più pesante impoverimento culturale e morale della politica», un fenomeno «sotto gli occhi di tutti» di inadeguatezza, di degrado del costume e di scivolamento nell’illegalità.

Del resto già nel 2005 «il senso cinico» aveva «avvolto e logorato il senso civico» e non vi era più «scandalo che riesca a scandalizzare», aveva notato Ilvo Diamanti («La Repubblica», 9 agosto 2005). Una «normale anomalia», secondo Piero Ignazi, causata in particolare dal ‘caso Berlusconi’, dal conflitto di interessi, dalla caratura populista e dallo «stile politico eccentrico con una commistione tra pubblico e privato sconosciuta nelle democrazie occidentali».

Insomma, neanche vent’anni dopo Mani Pulite, il Paese era diventato – di nuovo – un caso di studio poco edificante, perché «troppa è la distonia con i requisiti minimi del corretto funzionamento di un sistema politico democratico e con gli standard di comportamento richiesto ai governanti delle democrazie mature» (La Normale Anomalia, «Rivista il Mulino», 27 luglio 2009).

Molti hanno attribuito gran parte della responsabilità alla rivoluzione berlusconiana: un modello privatistico e dirigenziale del comportamento pubblico che, dopo aver creato scandalo all’inizio, si era sedimentato nell’immaginario pubblico e aveva mitridatizzato l’etica pubblica dei cittadini.

Alla base, innanzitutto, il fallimento del reclutamento del personale politico e la trasformazione dei partiti in strutture autoreferenziali di potere e affari. Una prassi iniziata già negli anni Ottanta, in realtà, con l’arrivo di arrampicatori e arrivisti che avevano trovato nella politica uno strumento di ascesa sociale ed economica.

Ma alla «normalità deviata» dilagata nella società con effetti perversi (Stefano Rodotà, 20 luglio 2013, «La Repubblica»), e al degrado delle regole minime della convivenza civile le risposte erano state impennate di moralismo e l’ennesima confusione tra etica e politica.

Nel 2009 la vicenda di Eluana Englaro apparve assai significativa. I genitori della ragazza – in stato vegetativo permanente da 17 anni – avevano chiesto la sospensione del trattamento sin dal 1999.

Dopo un travagliato iter giudiziario e con l’opinione pubblica inquieta e disorientata, il caso, angosciante, avrebbe richiesto sobrietà, rispetto e misura, soprattutto di fronte alla straordinaria dignità mostrata dai genitori.

Invece, nei giorni a cavallo della sospensione, intervenne la politica con dichiarazioni sconcertanti come – tra le molte – quella del Presidente del Consiglio: la ragazza «potrebbe avere un figlio».

Per giorni la classe dirigente si scambiò accuse infamanti e la sera della sua morte, il 9 febbraio, in Senato si sfiorò la rissa. Uno spettacolo indecoroso, tra urla sguaiate: «assassini» da una parte e «sciacalli» dall’altra.
Così, mentre il Parlamento non riusciva nemmeno a promulgare una legge sul ‘fine vita’, il ceto politico trasformò una questione decisiva nello scimmiottamento di una battaglia etica e culturale e in una sceneggiata squallida e strumentale.
Pochi anni dopo, le rivelazioni sulla ‘trattativa Stato-Mafia’ svelarono gli oscuri contatti avvenuti sin dal 1992 tra esponenti delle Istituzioni e rappresentanti di Cosa Nostra per far terminare le stragi che avevano sconvolto il Paese.
Di nuovo, l’opinione pubblica fu coinvolta su casi etici: era opportuno patteggiare con la mafia per assicurare la ‘pace sociale’, o trattando si infangava l’integrità dello Stato e la memoria di chi aveva combattuto a costo della vita? E inoltre: chi aveva condotto quella trattativa aveva responsabilità penali?
Le sentenze scatenarono un aspro dibattito, e ancora una volta moralismo e realismo mostrarono la spaccatura del Paese, mentre i mass media ricordavano che lo Stato aveva trattato più volte contro i ‘nemici’: con le Br per la liberazione del giudice Mario Sossi nel 1974, con i palestinesi dopo l’attentato di Fiumicino del 1973 e con i camorristi per il sequestro di Ciro Cirillo nel 1981.

Ora. L’etica pubblica legittima la comunità democratica perché è una preliminare essenziale a qualsiasi giudizio sulla politica, come ha ricordato il già citato Gianfranco Pellegrino, eppure proprio la mancanza di etica pubblica nelle istituzioni ha caratterizzato la politica italiana della Seconda Repubblica, e ne ha provocato la sua crisi.

Per quanto, infatti, qualunquismo e populismo abbiano radici profonde e, sosteneva Luigi Salvatorelli, si alimentino «nei bassifondi dell’anima italiana», mai come in questi tre decenni il susseguirsi degli scandali e l’assenza di una ‘altra via’ tra moralismo intollerante, realismo cinico e iperpoliticismo hanno generato ondate così robuste di antipolitica: una pretesa, cioè, di giudizio morale sulla classe politica, ma in realtà espressione più di livore moralistico, come il diffuso disprezzo apodittico di tutta la classe dirigente mostra.

Alcuni dati rivelano chiaramente la situazione: l’astensionismo alle elezioni politiche è cresciuto dal 13,69% del 1994 al 36,09% del 2022. Cittadini, peraltro, obbligati a votare tra il 2005 e il 2017 con una legge elettorale definita una «porcata» dallo stesso ideatore Roberto Calderoli.
Ancora. Nel 2024 le analisi OECD mostrano una fiducia nel Parlamento al 31% e ai partiti al 19%: nel 2012, in piena crisi economica, era al 6,8%.
Così, appare chiaro l’intento punitivo e non poco moralistico nei confronti della classe politica in occasione del referendum del 2020, che ha tagliato il 36,5% dei componenti dei due rami del Parlamento.
E su tale reazione non possono non incidere anche i 1.806 cambi di casacca – pur legittimi, ma sovente intesi, a ragione, come volgari opportunismi – con 1.148 parlamentari coinvolti nelle sei legislature dal 1994 al 2017, come riportano i dati Openpolis.

Insomma, non c’è indicatore, nel periodo compreso tra il 1994 e il 2025, che non mostri un quadro sconcertante: nel 2001, tra i Paesi esaminati dal Corruption perception index, l’Italia era al 29° posto, nel 2024 al 52°.
Ma se l’etica pubblica, ha ricordato Sebastiano Maffettone, è «il modo in cui le persone si comportano, da un punto di vista morale, nella sfera pubblica» – allo stesso tempo non è ‘diritto’: esistono pratiche non penalmente rilevanti, ma chi ha obblighi e responsabilità politiche dovrebbe astenersi da comportamenti discutibili.

Tuttavia, la necessità di reagire al discredito della vita pubblica è materia infiammabile: non tutti hanno le stesse opinioni sulle questioni etiche, che sono intricate e controverse. Di conseguenza non è semplice individuare un’etica pubblica in senso descrittivo, attraverso fatti, documenti, statistiche: la ‘colpa morale’ assume un valore politico solo attraverso gli effetti che produce sull’opinione pubblica.

Allo stesso tempo, però, appare evidente la caduta etica avallata dalla politica in questi anni, accettando ogni volta di abbassare l’asticella della responsabilità, del merito, della morale. «Non sono un santo», tentò di giustificarsi Silvio Berlusconi durante lo scandalo delle Olgettine, forse il più grave della Seconda Repubblica, che portò addirittura il Parlamento a sancire indirettamente, il 5 aprile 2011, che Ruby fosse la nipote del presidente egiziano Hosni Mubarak.

La casistica è infinita, e il milione e 200 mila copie vendute da La Casta di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo – uscito nel 2007 – ne sono la migliore dimostrazione. Nondimeno, sovente nel dibattito pubblico compare una certa attitudine moralistica e una tendenza a scaricare tutto il malcostume sul ceto politico, presupponendo l’esistenza di una società civile vittima e immacolata.

Comunque, il crollo dell’etica e il conseguente degrado della vita pubblica si è molto allargato, sempre senza considerare eventuali responsabilità penali. E non poco hanno colpito comportamenti inqualificabili – il deputato della Repubblica Matteo Salvini alla testa di volgari manifestazioni sotto casa del ministro Elsa Fornero nel maggio 2014 ne è l’esempio insuperabile – e altri che potrebbero far sorridere amaramente.
Così, dallo spoglio dei quotidiani italiani degli ultimi vent’anni emerge un inventario quasi incontrollabile, ma spesso minimizzato dal ceto dirigente, a cominciare dai regali inopportuni ricevuti e dai rimborsi richiesti per l’attività politica.
Nel 2012 Michele Emiliano, sindaco di Bari, finì nella bufera per aver accettato chili di cozze pelose da un gruppo imprenditoriale: «ho dovuto metterle nella vasca da bagno», affermò prima di scusarsi, scatenando non poco sarcasmo e ironie. O l’appartamento di Claudio Scajola, pagato in parte da un costruttore «all’insaputa» del ministro, per citare solo due esempi.
Non basta: la deputata Rita Monticoni mise in nota spese un giocattolo erotico da 83 euro e il deputato Roberto Cota l’acquisto di indumenti intimi verdi color kiwi, per ricordare solo due casi ‘singolari’. Con i soldi pubblici, peraltro, fu anche organizzato il party del 2010 che, tra fiumi di champagne, coinvolse politici dell’allora Pdl del Lazio, travestiti da Dei dell’Olimpo, eroi in armatura e ancelle seminude. E l’elenco, come accennato, è in realtà molto più lungo.
Particolarmente criticati sono poi i candidati ‘fantasma’: alle europee del 2024 tutti i leader di partito, da Giorgia Meloni a Elly Schlein, si candidarono premettendo che se eletti non avrebbero occupato il seggio.
Si aggiungono i casi di plagio – veri o presunti, comunque chiacchierati – delle tesi di laurea o di dottorato, e i titoli accademici ottenuti in modo ‘bizzarro’ che hanno investito addirittura Ministri della Repubblica, oltre ai curricula più o meno gonfiati dei politici: quello di Giuseppe Conte finì su tutti i giornali.
Ancora, le mirabolanti promesse elettorali. Impegni solenni, sbandierati come approdi irrinunciabili, in realtà impossibili da onorare e ormai ignorati se non irrisi dai cittadini: Carlo Cottarelli certificò in occasione delle elezioni del 2018 che i programmi dei partiti raggiungevano la cifra iperbolica di oltre 1.000 miliardi.
Infine, alla scarsa credibilità delle istituzioni ha contribuito molto il linguaggio volgare e deturpato da luoghi comuni e pregiudizi, la vera dimostrazione del fallimento della selezione del ceto dirigente della Seconda Repubblica.
Non si tratta però solo delle menzogne – nel 2011 Letizia Moratti accusò il suo avversario candidato a sindaco di Milano Giuliano Pisapia di avere in gioventù rubato un’automobile – ma dell’imbarbarimento complessivo del dibattito.
Se, infatti, la negazione del confronto e del dialogo – cioè il riconoscimento di uguale dignità tra gli interlocutori – è sintomo dell’incapacità di articolare un discorso, sdoganare il turpiloquio, svillaneggiare gli avversari, storpiarne i nomi, rivelano lo squallore di una politica infantile e priva di argomenti.
E soprattutto alimentano il rancore sociale: nel 2013 il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli affermò di pensare – riferendosi al ministro Cécile Kyenge – «alle sembianze di un orango». Beppe Grillo sulla volgarità ha costruito il suo successo: tra un «vaffa» e un altro, Berlusconi era uno «psiconano» e Walter Weltroni aveva «il preservativo in testa da dieci anni».
E senza soluzione di continuità si può arrivare fino all’estate del 2025, quando la deputata Augusta Montaruli in Tv ha abbaiato per circa 60 secondi mimando con la mano la bocca di un cane, rifiutando il dialogo con un interlocutore.
Viene da rimpiangere il vecchio politichese delle ‘convergenze parallele’ e degli ‘equilibri più avanzati’, che in realtà un significato lo avevano, e anche profondo.
Ma quello era un tempo ‘politico’, con una sua – anche talvolta discutibile – etica. Questo è il tempo dell’abuso della parola: un problema, perché «le parole contano, il resto sono chiacchiere», come diceva Eugène Ionesco.

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