Convegno – Conflitto e mercato: Verso un’economia del conflitto?

Forme e gestione dei conflitti nelle società complesse

26 maggio 2004, Roma
LUMSA – Aula Magna – Borgo Sant’Angelo, 13

Con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri

Si moltiplicano gli studi sulle patologie interne al capitalismo e sempre più sembra legittimo parlare di un’economia del conflitto, così come si parla di economia di guerra: errore di prospettiva di uno sguardo direttamente coinvolto in ciò che osserva, o mutamento effettivo nel tessuto dei rapporti socio-economici? La tesi «conflittocentrica» privilegia una considerazione sincronica eccessivamente attenta alle iperboli mediatiche o misura davvero il livello attuale dello scontro economico-sociale su quello raggiunto nel passato prossimo della Guerra Fredda?
Da Marx a Weber, da Simmel a Luhmann, pensare il conflitto significa costruire una teoria della società: è dunque a questo livello che il problema deve essere affrontato, così da poter distinguere il «conflitto» dalle nozioni correlate di «concorrenza» e di «competizione», con le quali spesso viene identificato e forse confuso. E se, lungi dal rappresentare un fenomeno patologico, il conflitto fosse elemento interno alla nuova fisiologia propria di ogni assetto societario che abbia superato una determinata soglia critica? E se il conflitto non fosse semplicemente alternativo alla cooperazione? Domande teoriche, certo, ma non astratte, perché preparano il terreno per una riflessione sulla gestione politico-economica delle contraddizioni interne alle società complesse.


Atti:

Introduzione di Laura Paoletti
La questione sulla quale vogliamo riflettere oggi va letta sullo sfondo di un progetto che, dall’inizio dello scorso anno, impegna la Fondazione nel tentativo di Pensare il conflitto per Costruire la pace. Si tratta di una ricerca che, pur avendo ormai acquisito un quadro teorico di fondo chiaramente profilato, è tuttora in progress e perciò al momento mancante di alcuni suoi sviluppi essenziali–come quello che speriamo di guadagnare con questo incontro–i quali, soltanto, consentiranno una sistematizzazione compiuta dei contenuti già elaborati.
Sin dalle primissime formulazioni degli obiettivi e delle domande guida della ricerca, abbiamo inteso sottolineare il proposito (peraltro caratteristico della Fondazione) di affrontare un tema come il conflitto – di immediata e drammatica attualità – con una prospettiva teorica rigorosa, che, avvalendosi di competenze disciplinari diverse, prendesse le mosse da una messa in questione di certi presupposti apparentemente ovvi. Ovvi solo in apparenza, in realtà non sufficientemente giustificati, tanto da rischiare di sviare gran parte delle riflessioni e dei dibattiti sull’argomento.
È per questo che, da subito, Nova Spes ha metodologicamente preso le distanze da due tesi di senso comune, che risultano all’apparenza a tal punto ragionevoli, da sembrare poco più che esplicitazioni della nozione stessa di «conflitto». Quest’ultimo a) sarebbe il concetto contrario a quello di pace; b) indicherebbe una condizione negativa e necessariamente distruttiva, che come tale deve essere evitata.
Una terza tesi che Nova Spes ha voluto mettere in questione, tesi che stavolta non è (solo) di senso comune, ma che si trova esplicitamente formulata sul piano della considerazione scientifica, è quella per cui – cito da un documentato e recente studio su Conflitto e cooperazione – «le radici e le ragioni di conflitto non sono cambiate nel corso della storia: in linea di principio ogni conflitto riguarda le risorse e l’accesso ad esse: incluso il potere, la conoscenza e i beni intellettuali» .
Ne consegue che l’obiettivo di Nova Spes è stato innanzitutto quello di verificare e sostanziare l’ipotesi che il conflitto non sia una semplice alternativa alla pace, che non sia necessariamente una condizione da evitare o peggio rimuovere, e che non abbia a che vedere – innanzitutto e primariamente – con «risorse», ma, come vedremo subito, con «identità».
Tale obiettivo rappresenta un filo conduttore che attraversa e tiene uniti i diversi momenti della ricerca, la cui articolazione in plessi tematici distinti (che abbiamo per comodità demarcato in conflitto e vita, conflitto e immagine, conflitto e identità, conflitto e regole, conflitto e mercato) non ha inteso suggerire una qualche partizione interna a quella che, in realtà, è l’unica questione in gioco–il conflitto, appunto, in quanto tale–ma ha inteso esplorare, in via del tutto preliminare e senza alcuna pretesa sistematica, diverse vie d’accesso al problema.
Quando si tenti una elaborazione scientifica del tema la difficoltà di individuare chiavi teoriche adeguate emerge subito. Ricondurre il risultato dell’osservazione alle leggi sottostanti, ridurre i fenomeni complessi a quelli più semplici in maniera tale che questi consentano di individuare i meccanismi che governano quelli-secondo l’atteggiamento tradizionalmente scientifico-suggerisce, nel caso specifico, di tentare per esempio di risalire dal conflitto in natura al conflitto umano, come caso più evoluto di quello tra animali. E spingendosi ancora oltre, di cercare di comprendere come conflittuali relazioni ancora più elementari, come quelle che regolano il rapporto tra un organismo e il suo ambiente o come la malattia, che spesso viene descritta in termini di «attacco» di un organismo da parte di un agente patogeno.
Questo modo di accostarsi alla questione, tuttavia, si rivela, si è rivelato, assai più difficoltoso di quanto si potesse a prima vista ritenere: e la difficoltà, come è subito emerso, riguarda il presupposto di partenza, per cui si ritiene legittimo poter sviluppare un discorso su una presunta «conflittualità» interna alla cosiddetta «natura».
Se una «scienza» dei conflitti – di cui da più parti si lamenta la mancanza – è possibile, essa richiede l’acquisizione di una prospettiva teorica che radicalizzi il problema, non presupponendo che si possa pensare un quadro concettuale indipendente e indifferente rispetto all’oggetto studiato. Mettendo, quindi, in questione la legittimità dell’applicazione per analogia all’ambito della natura, di concetti che hanno il loro senso proprio sul piano esclusivo dell’umano.
Per inquadrare il problema in tutta la sua ampiezza sembra, dunque, necessario abbandonare la concezione secondo cui il conflitto è un evento tra i tanti che possono accadere nell’ambito della cosiddetta «realtà». Viceversa, occorre – a nostro avviso – prendere atto del fatto che la stessa realtà è strutturata in modo intrinsecamente conflittuale.
Seguendo una linea di riflessione che va dalla Grecia antica alla modernità (da Eraclito a Hegel), si può vedere – e Vittorio Mathieu lo mostra efficacemente- che la nozione ordinaria di conflitto, quale relazione necessariamente distruttiva tra (almeno) due «soggetti», o «cose», ciascuno dei quali è definibile in modo indipendente rispetto all’altro, è semplicistica nel suo assunto di base: quello per cui l’identità di «qualcosa» (e, a maggior ragione, di «qualcuno») consisterebbe nel suo statico coincidere con se stesso.
L’identità non è data, ma è il risultato di un atto e di un processo di identificazione. E il conflitto – che si annida nel cuore stesso dell’identità – la rivela come compito, non come dato, come posta in gioco, non come possesso stabile. La non coincidenza di sé con sé, lo strutturale scarto circa la propria identità, è la prima fonte di conflitto. Ed è il motore che apre costitutivamente ogni identità ad un’altra identità.
Il conflitto non è dunque una relazione che si aggiunge in modo contingente (e che dunque può essere rimossa) alle identità, ma un nodo che le allaccia inesorabilmente tra loro, ciascuna bisognosa delle altre per giungere a sé, ciascuna alla ricerca di sé nel conflitto con le altre.
Così il conflitto è tanto più radicale, tanto più potenzialmente distruttivo, quanto più si esprime come occasione per mettere in questione l’assetto -pur dinamico-grazie a cui ciascuno si individua. Ciò implica un orizzonte, sia di senso, sia etico, sia di regole come l’elemento terzo rispetto a cui i contendenti si collocano e che, se riconosciuto, ha la funzione di garantirne le rispettive identità.
Sono considerazioni eminentemente teoriche, certo, ma tutt’altro che prive di conseguenze sul piano pratico dove i conflitti vanno gestiti oltre che pensati.
Alcuni dei conflitti oggi in atto sono paradigmatici della fisionomia in sé del conflitto, perché rivelano una asimmetria che, a ben guardare, non è tanto o soltanto quella eventuale delle forze messe in campo, quanto, piuttosto, quella derivante dall’assenza di una linea che consenta appunto di separare, con il trovarsi al di qua o al di là, l’identità stessa dei contendenti.
La presenza di un denominatore comune, ancorché minimo, consente che lo scontro avvenga senza il dispiegamento di tutto il suo potenziale distruttivo. Finché si tratta di due Stati che si dichiarano guerra, non tutte le regole sono ancora venute meno. Finché si tratta di scontrarsi in merito ad un oggetto, il contrasto può consentire una mediazione.
Il conflitto è radicale e distruttivo, invece, quando il nemico non è fuori, quando non ha volto, quando si annida come una malattia nel corpo dell’identità propria, fa corpo con essa al punto che non si può distruggerlo se non distruggendo anche se stessi. Fin troppo ovvio pensare – a proposito delle forme odierne di conflittualità – al terrorista kamikaze, ma anche, nell’ambito delle relazioni interpersonali, alla imperscrutabile realtà di certi rapporti all’insegna del “nec tecum nec sine te vivere possum”.
Anche la soluzione di rimuovere il conflitto – negandolo, impedendo che si dispieghi – significa dar luogo ad una rimozione della stessa identità dei confliggenti, i quali rischiano di essere di fatto annientati, se, come dicevamo, ciascuno dipende, nel suo farsi, dall’altro, pur confliggendo.
Emerge, così, la linea di demarcazione tra i conflitti in genere e i conflitti distruttivi, tali, cioè, che tendano a risolversi mediante annichilimento dell’avversario. L’introduzione del concetto di «antagonismo» quale qui è inteso identifica quella degenerazione, implicitamente presente in ogni conflitto, che però non è il conflitto (nonostante quanto si afferma di solito in forza di abitudini mentali consolidate), né è un esito necessario di quello.
Il conflitto, in altri termini, è una situazione strutturale di equilibrio dinamico tra i due estremi opposti della pace e della guerra, ma di per sé non è né l’una, né l’altra. Disconoscere questo implica, non soltanto la rinuncia alla valorizzazione del potenziale evolutivo insito in ogni conflitto, ma anche l’approdo a tentativi di pacificazione che, per le ragioni dette, risultano inevitabilmente violenti. Ne consegue che la possibilità di una gestione produttiva del conflitto ha come suo presupposto un’operazione di legittimazione del conflitto, innanzitutto sul piano simbolico, linguistico e culturale (che è, poi, uno degli obiettivi ultimi dell’intero percorso di ricerca intrapreso da Nova Spes).
Proprio in questa direzione hanno inteso muoversi le ricerche svolte dalla Fondazione sul nesso tra conflitto e narrazione: nesso che può essere letto a diversi livelli. Per un verso, infatti, il conflitto è la matrice originaria di ogni narrazione, tanto che sotto il profilo narratologico si può a buon diritto affermare che propriamente non si dà racconto che non sia il racconto di un conflitto. Il conflitto è la trama originaria di ogni racconto, il nodo che intreccia protagonista e antagonista nell’unità di una storia che si dipana come progressivo dispiegamento e risoluzione del conflitto medesimo. Per altro verso, raccontare un conflitto è già un modo di gestirlo e di attribuirgli un senso: è un modo, dunque, di intervenire, di prendere parte e posizione rispetto a ciò che si racconta, strutturando gli eventi secondo una successione significativa, utilizzando un certo apparato lessicale e metaforico, distribuendo ruoli e responsabilità tra i confliggenti. Per questo un racconto del conflitto non è mai estraneo al conflitto stesso, come dimostra l’uso ormai compiutamente bellico dei mass media. Per questo è necessario che chi racconta, quand’anche si proponga di riportare il più fedelmente possibile gli eventi, prenda atto del ruolo «autoriale» di cui, volente o nolente, viene investito dal fatto stesso di raccontare, e della responsabilità che necessariamente, ciò facendo, si assume.
Sul piano epistemologico l’affermazione della strutturalità del conflitto si traduce nel deciso rifiuto – a tutti i livelli d’indagine – di un individualismo metodologico costretto a presupporre identità pre-costituite alla relazione conflittuale. Si tratta di un presupposto erroneo da più punti di vista. In primo luogo perché ignora che il versante manifesto e «diurno» dell’identità – di quell’identità che si costituisce e si rinsalda ad ogni istante nella memoria – si accompagna ad un suo aspetto «notturno», che il pensiero l’occidentale ha sempre tentato di rimuovere e che emerge prepotentemente in fenomeni solo apparentemente marginali, come l’oblio, il sogno, l’empatia. In secondo luogo perché tale presupposto si fonda su un nesso tra identità e individualità, che non rende giustizia al pensiero di un’alterità irriducibilmente altra: un’alterità che forse precede l’identità propria, la interpella, la mette in questione e la provoca – fin quasi a costringerla – all’ospitalità.
E, se è vero che questa ospitalità forzata, coatta, non ha i tratti rassicuranti della coesistenza pacifica, ma è la presa d’atto dell’annidarsi dell’altro nell’intimo del sé (di un conflitto che, quando il sé si riconosce come sé, è sempre già cominciato), è anche vero che tutto ciò è agli antipodi dello hobbesiano homo homini lupus.
Lo dimostra il fatto che una simile concezione del conflitto rende manifesta l’inadeguatezza del modello di razionalità classica, basato sul presupposto di un soggetto «auto-interessato» (self-interested), che entra in conflitto solo nel caso in cui gli sia impedito il raggiungimento dei propri fini egoistici. La teoria della scelta razionale, e la sua formalizzazione nell’ambito della teoria dei giochi, si rivela insufficiente proprio nel momento in cui deve render ragione di comportamenti – e di conflitti – che appaiono del tutto irrazionali, se si identifica la razionalità con la cosiddetta «razionalità strategica», ossia con il perseguimento dell’interesse individuale.
Per questo l’abbandono di un modello riduzionistico apre la strada ad una considerazione completamente diversa del luogo che è tradizionalmente visto come ambito dello scontro tra egoismi – il mercato – che appare invece nella sua funzione storica di mediazione (oltre che, o piuttosto che, di inasprimento) dei conflitti. Considerazione che richiede una distinzione rigorosa tra il conflitto propriamente detto e la «competizione» relativa a risorse scarsamente disponibili. Come spiegare, altrimenti, l’apparente paradosso per cui proprio in quello che si presenta come contesto competitivo per eccellenza, la fiducia ha un ruolo a tal punto rilevante, da risultare elemento indispensabile dell’interazione?
Ma con ciò siamo già nel vivo dei problemi su cui vogliamo soffermarci oggi.
Resoconto

Nell’intervento introduttivo, Laura PAOLETTI ha tracciato il percorso svolto da Nova Spes nell’ambito del progetto Pensare il conflitto. Costruire la pace, che impegna la Fondazione da oltre un anno. Nel sottolineare i momenti salienti e le acquisizioni teoriche di una ricerca che è tuttora in progress, il Segretario Generale ha inteso inquadrare la domanda centrale dell’incontro, relativa alla possibile interpretazione della situazione economica attuale in termini di «economia del conflitto», nella questione più ampia della funzione strutturale del conflitto medesimo nel costituirsi dell’identità come tale (di un individuo, di un gruppo, della società). In tal modo, Paoletti ha messo dal principio in questione l’impostazione tradizionale per cui il nesso tra conflitto e economia deve essere affrontato nella prospettiva della competizione in vista di risorse scarsamente disponibili.

*
* *

Nell’aprire i lavori della prima sessione, il moderatore Vittorio MATHIEU, rifacendosi al noto detto eracliteo per cui l’arco (bíos in greco) ha per nome la vita e per opera la morte, ha sottolineato come il pensiero occidentale, sia greco che cristiano, sia sotto il profilo del «risveglio» che sotto quello della «salvezza», non abbia mai cessato di meditare il tema del conflitto quale struttura originaria dell’essere.

*
* *

Riprendendo alcune osservazioni proposte dal moderatore, Francesco D’AGOSTINO ha innanzitutto richiamato l’attenzione sulla possibilità di pensare il diritto nel suo complesso come «salvezza»: per Platone, per esempio, il diritto è «salvezza della pólis». In questa prospettiva, il sistema giuridico appare come uno strumento per la soluzione dei conflitti, che ha la sua peculiarità nel fatto che le parti in causa non risolvono autonomamente la controversia ma si affidano al giudice, rendendo possibile la sostituzione della vendetta con la sanzione. Tuttavia, questo modo antico e venerabile di comprendere il diritto, abbisogna, secondo D’Agostino, di qualche precisazione.
In primo luogo non è affatto scontato che il procedimento giuridico consenta di addivenire ad una vera e propria «soluzione» del conflitto. Il giudice compone, tratta, ma non è detto che risolva. A tal proposito, D’Agostino ha ricordato come Friedman utilizzi il termine «settlement» che è assai più debole di «soluzione». In secondo luogo è necessario precisare che il diritto si occupa soltanto di una particolare categoria di controversie, ossia di quelle dichiarate pubblicamente. A queste ultime si riferisce propriamente il termine inglese «dispute», il quale ha assunto nel mondo anglosassone una valenza tecnica che non è restituita dal corrispettivo italiano «disputa».
La comprensione del diritto come strumento di risoluzione dei conflitti può essere, inoltre, messa in discussione da un terzo punto di vista, e cioè a partire dalla constatazione della sua funzione polemogena oltre che irenica. Il diritto crea la pace, ma può anche attivare la guerra. Emblematico in questo senso il processo descritto nell’Enrico V di Shakespeare: il Re chiede consiglio all’Arcivescovo di Canterbury circa la legittimità della guerra che intende intraprendere in difesa dei diritti che gli garantisce la legge salica, e proprio le argomentazioni giuridiche dell’Arcivescovo operano il passaggio dalla «pace sonnolenta» al «conflitto sanguinoso». Naturalmente, sottolinea D’Agostino, Shakespeare non è certo il primo a rilevare la funzione polemogena del diritto: quello che è interessante mettere in evidenza è il paradosso per cui è la rivendicazione di un diritto a generare la guerra, attestando così che il diritto deve ricorrere alla violenza per garantire se stesso. Ma il diritto può innescare la guerra in un altro modo, altrettanto paradossale: è possibile infatti servirsi subdolamente di procedure e cavilli per mantenere aperta la conflittualità. Ed è possibile – infine – un terzo paradosso: il diritto può aprire conflitti nuovi. Nei sistemi ordinamentali ad alta complessità, come quelli contemporanei, caratterizzati da un notevole grado di contingenza e aleatorietà interpretativa, i soggetti possono prendere spunto dalla soluzione giudiziale di conflitti pilota per attivare nuove esperienze di conflittualità. Per illustrare questa possibilità, D’Agostino ha menzionato due casi: a) il diritto dell’ambiente, nell’ambito del quale si assiste al fenomeno per cui la condanna di un’azienda per danni ambientali può avere effetti mimetici impressionanti in termini di attivazione di sempre nuove controversie; b) il diritto del lavoro, in cui l’accordo raggiunto tra le parti nella contrattazione collettiva chiude la controversia solo secundum quid. Tale contrattazione, infatti, definisce giuridicamente il passato, ma non vincola per il futuro, dato che è proprio nel momento in cui si sottoscrive il contratto collettivo che si riapre, in linea di principio, ma spesso anche di fatto, la conflittualità sociale.
Da tutto questo si ricava, secondo D’Agostino, che la dialettica tra diritto e conflitto è molto più complessa di quanto possa apparire a prima vista. Il problema messo in evidenza da Stuart Hampshire in Justice in Conflict, relativo a visioni del diritto incompatibili fra loro, non si risolve attraverso l’esaltazione della proceduralità. Anche quest’ultima può essere generatrice di conflitto: come è possibile, infatti, comporre i conflitti relativi alla definizione delle regole del gioco? Come si stabilisce chi ha il diritto di giocare e chi deve essere escluso?
Preso atto di queste ambiguità interne al diritto, è indispensabile scioglierle, ma ciò non può accadere, ha sottolineato D’Agostino, se si adotta un punto di vista univoco. Mentre chi opera all’interno delle strutture del diritto ne coglie chiaramente la finalità irenica, chi è all’esterno ne coglie con più facilità la valenza polemogena. Gestire contemporaneamente le due prospettive è indispensabile, ma sembra che i giuristi siano sprovvisti di un metodo adeguato. Risulta feconda, a questo proposito, la distinzione introdotta negli anni ’60 da Kenneth Pike nell’antropologia culturale (Language in Relation to a Unified Theory of the Structure of Human Behavior), che ha avuto un notevole successo nell’ambito degli studi etnologici: la distinzione tra «emico» e «etico». I due termini derivano dal suffisso che distingue la fon-emica, la quale studia le unità di base dei suoni linguistici (i fonemi), dalla fon-etica che considera olisticamente l’espressione sonora e utilizza l’udito in modo sintetico. In questo senso, un processo sociale può essere studiato in prospettiva «emica», ossia come somma dei singoli componenti soggettivi, o in prospettiva «etica», ossia come totalità indipendente dai singoli attori. La finalità «etica» di un concorso pubblico, ad esempio, è la selezione dei più adatti a svolgere un certo tipo di lavoro; quella «emica» è l’ottenimento di un posto di lavoro stabile per i vincitori.
La distinzione si può evidentemente applicare anche al diritto. Nella prospettiva «emica» il diritto appare tutto da iscrivere nell’orizzonte della pace sociale, della soluzione o del trattamento dei conflitti; intendendo per «pace sociale» l’affermazione e il consolidamento del buon diritto di ciascun attore sociale. In quest’ottica il diritto è l’oggetto di un’aspirazione coerente e condivisa verso quel bene che ha il nome illustre di «giustizia».
Nella prospettiva «etica» il diritto appare ben diverso. Ad un’osservazione esterna, che volesse cogliere la finalità complessiva del diritto, l’insanabile ipertrofia della produzione normativa e l’irriducibile discrezionalità ermeneutica dei giudici (insieme a tutti quei fattori che Muratori definiva «difetti della giurisprudenza»), introducono nel sistema insopportabili fattori di incertezza, che determinano il fallimento del sistema giuridico come sistema di giustizia. Fallimento che, sempre in prospettiva «etica», va percepito come evento produttore di altri eventi consequenziali. Per esempio: alcuni conflitti vengono spostati dal piano simmetrico della giuridicità a quello asimmetrico e anti-istituzionale del confronto politico di massa. Altri conflitti vengono sospinti nella sfera dell’anomia formale; altri ancora vengono gestiti attraverso forme di giuridicità altre rispetto a quelle dell’ordinamento statale (cfr., per esempio, le minoranze etniche). Alcuni conflitti vengono gestiti attraverso le modalità della criminalità caratterizzata da forte radicamento territoriale; altri vengono privatizzati.
Di fronte a questa alternativa, D’Agostino si è chiesto se la distinzione in questione non riproponga un inaccettabile dualismo di tipo metafisico, e quale delle due prospettive vada privilegiata. Indubbiamente l’ordine della realtà sociale si sviluppa sul piano etico e non si percepisce su quello emico: la finalità emica del licenziamento di alcuni dipendenti da parte di un’azienda è il risanamento dei bilanci, ma ha come suo effetto etico un incremento della disoccupazione. Ora, poiché il diritto appartiene all’ordine del sociale sembrerebbe coerente privilegiare la prospettiva etica, come dice Lévy-Strauss, il quale però – ha precisato D’Agostino – avverte che la natura delle cose è di ordine emico.
La tesi sostenuta da D’Agostino è che nell’esperienza giuridica l’ordine del valore, che è l’ordine emico, non può essere subordinato all’ordine della attualità (etico). Ius est ipsa res justa: ma è la coscienza soggettiva che percepisce nella res la qualità della giustizia. La personificazione simbolica della giustizia non è un elemento decorativo, ma è una manifestazione iconica della ragione giuridica, che non si limita a registrare ciò che accade (in prospettiva etica), ma esprime un giudizio di valore (come vuole la prospettiva emica).
D’Agostino ha concluso il suo intervento ricordando l’affermazione di Kojève per cui l’idea della giustizia si radica in un interesse sui generis che è quello della realizzazione dell’idea di giustizia; un interesse fondato sulla percezione istintiva dell’universalità e del suo valore. Proprio attraverso pratiche sociali come quelle giuridiche, tutte volte alla moltiplicazione e dislocazione dei conflitti, emerge questo carattere antropologico fondamentale alla base della differenza irriducibile che separa il vivente umano dall’animale.

*
* *

Commentando l’intervento di D’Agostino, Vittorio MATHIEU ha sottolineato come la figura di Leibniz (che, in qualità di filosofo, meditava sulla pace, ma, in qualità di diplomatico non esitava, ove necessario, a consigliare la guerra) porti alla luce in modo esemplare la doppia natura del diritto, quella irenistica e quella polemogena; e ha sottolineato la vera e propria antinomia interna al diritto, che abbisogna della forza per potersi affermare.

*
* *

L’intervento di Sergio BELARDINELLI ha preso le mosse dalla sollecitazione proposta da Nova Spes, per cui pensare il conflitto significa costruire una teoria della società, sottolineando come ad una determinata concezione del conflitto corrisponda una certa concezione dell’ordine sociale. Nella situazione attuale il conflitto può essere visto come effetto e contemporaneamente causa della pluralità (pluralità e conflitto essendo direttamente proporzionali); il che consente di cogliere, secondo Belardinelli, le potenzialità evolutive del conflitto.
Le società del passato, che, secondo la distinzione proposta da Tönnies, possono essere definite «comunità» (Gemeinschaften), sono caratterizzate dal prevalere della dimensione dell’ordine: al loro interno, dunque, i conflitti sono, certamente, presenti, ma vengono considerati come violazioni contingenti di leggi del kósmos. Nelle società attuali invece (le «Gesellschaften» nel senso di Tönnies) gli individui sono fondamentalmente separati e l’ordine, la normalità è la risultante accidentale e temporanea dei conflitti che nascono tra questi. In un certo senso, si può affermare che la democrazia sia una risposta felice a questa complessità; ma si deve aggiungere che la natura particolare di certi conflitti mette in crisi questa concezione dell’ordine sociale. In altri termini: il sistema liberal-democratico funziona finché individui e conflitti si presentano come dialetti di una stessa lingua, ma non quando si ha a che fare con lingue diverse. In effetti, i conflitti nelle società contemporanee sono descrivibili nei termini di ciò che Weber chiamava «politeismo dei valori mortalmente nemici»: si tratta, cioè, di conflitti tragici e radicali tipici della modernità secolarizzata, i quali per definizione non possono essere composti, perché derivano dall’«impossibilità di conciliare e risolvere l’antagonismo tra le posizioni ultime in generale rispetto alla vita» (Weber, La scienza come professione). Ad esiti simili conduce l’analisi della coppia amico/nemico e dell’idea di «sovranità» di Carl Schmitt, il cui intento principale è proprio quello di evitare un’inimicizia assoluta, di offrire cioè al nemico una qualche legittimazione. Venuto meno Dio, come garante dell’ordine sociale, del genere umano e della normatività della legge, tutto diventa problematico. Tutto dipende da una «decisione sovrana» e tutto, dunque, è esposto al rischio dell’arbitrio.
La perdita di un senso unitario del mondo vissuto induce Schmitt e Weber ad un profondo pessimismo. Secondo i due pensatori, la lucida visione di un mondo disincantato, grazie alla sua organizzazione burocratico-scientifico-tecnologica, il tramonto delle grandi concezioni metafisiche sono non solo frutto inevitabile della conoscenza, ma anche un frutto molesto e tragico. Ma di fronte ad una simile situazione, si può assumere anche un atteggiamento opposto. Si può cioè, ha sottolineato Belardinelli, prendere a pretesto la pertinenza endemica del conflitto caratteristica delle società attuali per esaltare la frammentazione che ne consegue, come accade, per esempio, in Vattimo. Nella prospettiva del cosiddetto «pensiero debole» si celebra il trionfo della differenza, della creatività, di una nuova individualità. Non ha più senso distinguere tra vero e falso, il senso dal non senso, perché il mondo è divenuto «volontà senza rappresentazione» (Die Welt als Wille ohne Vorstellung). All’incapacità di rappresentarsi in modo razionale il mondo fa seguito l’irruzione della sola volontà. Ciò non significa, tuttavia, che il trionfo dell’indistinzione (di vero e falso, di giusto e ingiusto) abbia davvero avuto luogo. Si può infatti affermare, secondo Belardinelli, che, per una curiosa eterogenesi dei fini, l’esaltazione della differenza ha dato luogo ad un indebolimento della medesima. Se tutto è possibile altrimenti, allora c’è il rischio che anche la differenza diventi indifferente. I vari sistemi sociali (scienza, politica, mass-media, economia) funzionano non a caso come se l’uomo non esistesse. I conflitti vengono risolti secondo istanze funzionali, più che umane. Tutto sembra gratuito, ma – contemporaneamente – tutto sembra sottostare alla più rigida necessità.
Sul piano strettamente sociologico è Niklas Luhmann che ha intrapreso un serio tentativo di descrivere in modo rigoroso questa interdipendenza paradossale tra gratuità e necessità. In prospettiva sistemica, il costituirsi di una società accade come selezione delle possibilità offerte dall’ambiente, ossia riduzione di complessità. Ma la selezione implica la contingenza, che a sua volta implica il rischio, che a sua volta implica conflitto. Il «secondo peccato originale», che, per Luhmann, è quello tecnologico, condanna l’uomo contemporaneo a vivere nel rischio. Qualsiasi tentativo di razionalizzazione che prescinda da questa situazione e dalla necessità di un calcolo dei rischi è irrimediabilmente obsoleto. La perdita di fondamento e il conseguente incremento del rischio delle società contemporanee quali sistemi «autopoietici» (cioè autoreferenziali) sono processi irreversibili.
La differenziazione delle società è un imperativo funzionale, un processo senza qualità, a seguito del quale le società funzionano come se gli uomini non esistessero e l’uomo non è più il metro delle società. L’analisi di Luhmann mostra impietosamente un’estraneazione crescente tra il sociale e l’umano: per il sistema sociale l’individuo è ambiente. In questo modo il soggetto ha paradossalmente coronato il sogno di emancipazione che lo accompagna sin dal suo ingresso nella modernità: è uscito dalla società (che rappresenta per lui l’ambiente), ed è divenuto autoreferenziale al pari dei sistemi sociali da cui si è emancipato. I processi di differenziazione e individualizzazione, che hanno dato vita alla società moderna di contro a quella dei ceti, sembrano sconnessi, sembrano ora agire l’uno contro l’altro.
Quest’analisi sistemica, tuttavia, non deve essere, secondo Belardinelli, l’ultima parola che il pensiero ha da dire sulla relazione tra essere umano e società. È anzi necessario porre la seguente questione: posto che la società odierna è complessa, e quindi strutturalmente conflittuale, come si può impedire che la conflittualità endemica conduca alla disumanizzazione della società stessa? Nelle Idee per una storia universale, Kant osserva che la natura si serve dell’antagonismo per realizzare l’ordinamento civile. Questa fiducia kantiana nell’«insocievole socievolezza degli uomini», che costringe se stessa a darsi una disciplina, non è più di grande aiuto. I vizi privati non sembrano più in grado di produrre virtù.
L’esaltazione di fallibilismo e contingenza corre il rischio di trasformare i diversi sistemi sociali in tanti sistemi autoreferenziali, che legittimano i conflitti con la forza attraverso cui un singolo sistema può imporre il suo punto di vista e il suo interesse. Questo ha un riflesso sulle istituzioni liberal-democratiche, che, pur avendo un carattere formale, non sono nate per legittimare l’interesse di qualcuno a scapito di qualcun altro e non si fondano su valori ipotetici e fallibili. La ricerca del consenso, i conflitti e i compromessi sono, certo, i normali ingredienti di una dialettica democratica, ma le istituzioni democratiche non sono in grado di sopportare che il confronto democratico diventi una «guerra civile condotta con altri mezzi» (Mac Intyre): esse richiedono fiducia reciproca, la dogmatica convinzione dell’involabile dignità di ogni uomo, senso di responsabilità, di giustizia, di tolleranza. In una parola: esse richiedono un’idea del bene. All’inizio della Politica di Aristotele si legge che ogni comunità si costituisce in vista di un bene. Quanto più i conflitti si fanno virulenti, tanto più è necessario tematizzare il bene comune. È stucchevole, ha affermato Belardinelli, che le opinioni non dipendano dalla cosa stessa, ma esclusivamente dal grado di consenso che riescono a conquistare. Il consenso è un prezioso strumento di gestione e di legittimazione, ma, lo mostra lo stesso Luhmann, ci sono questioni (biotecnologie, armamenti, ambiente) che surriscaldano a tal punto il conflitto sociale da produrre divisioni ingestibili secondo la semplice logica del consenso. La decisione della maggioranza su alcune questioni è delegittimata a priori: segno che l’oggetto non si presta a quel genere di gestione.
Tutto questo non deve essere confuso con la semplice riproposizione di uno Stato etico, né di una città ideale da realizzare contro la volontà dei diretti interessati. Si tratta piuttosto di riuscire a sottrarre i diritti di questi ultimi alla loro comprensione soggettivistica. La sfida che abbiamo di fronte – ha concluso Belardinelli – consiste nel tentativo di riconciliare ciò che è umano con ciò che è sociale.

*
* *

Vittorio MATHIEU ha ricordato come, secondo Hobbes, la società, in quanto contrapposta allo stato di natura, al bellum omnium contra omnes, dovrebbe essere il luogo di composizione dei conflitti. Il problema della soluzione di Hobbes è la concentrazione della bellicosità nella persona del sovrano: questo cozza oggi contro l’evidenza palmare per cui la socialità si oppone radicalmente ad ogni forma di sovranità.

*
* *

Matteo MOTTERLINI, che ha inteso intrattenersi sul conflitto in ambito epistemologico, ha esordito ricordando la tradizione, inaugurata alla fine degli anni ’60 da Karl Popper e tuttora viva, per cui alla London School of Economics si tengono settimanalmente dei seminari che sono un buon esempio di norma, di conflitto e di complessità. Chiunque può proporsi come relatore, purché abbia una tesi forte e la argomenti in modo chiaro. Che si tratti di veri e propri conflitti lo attesta il fatto che raramente un relatore è riuscito a parlare per più di dieci minuti senza essere interrotto.
Nello spirito di questa tradizione Motterlini ha immediatamente dichiarato la propria tesi «forte»: il conflitto è un potente e indispensabile motore di crescita, che però diventa produttivo solo se non ci si rassegna di fronte ad esso, ma si tenta con ogni mezzo di ricomporlo. Quanti più conflitti, dunque, tante più possibilità di una buona evoluzione della scienza. Motterlini ha dichiarato di voler sostenere questa tesi a tre livelli: a) metodologico, in riferimento a come cresce la conoscenza scientifica; b) meta-metodologico, in riferimento a come crescono le teorie della razionalità della conoscenza scientifica; c) neurocognitivo, in riferimento alla presenza del conflitto nei nostri processi cognitivi.
a) Per quanto riguarda il livello metodologico, Motterlini ha affermato che, nonostante molti (tra cui Popper) ritengano che il conflitto epistemologico consista nel rapporto tra teoria e fatti, in realtà raramente la scienza procede in questo modo. Il vero conflitto ha normalmente luogo tra paradigmi in competizione tra loro, che si confrontano con il tribunale dell’esperienza: un tribunale che raramente è costituito da fatti bruti, perché la stessa esperienza è frutto di negoziazione ed è carica di teoria. Prima della popperiana Logica della scoperta scientifica, P. Duhem ha messo chiaramente in evidenza che la scienza non procede per congetture e confutazioni, osservando che, nel momento in cui entra in laboratorio, lo sperimentatore non fa uso di un’unica teoria che sottopone a controllo, ma di un’intera impalcatura di teorie, in virtù di cui formula una predizione. Quando quest’ultima non si verifica, dunque, non è una teoria soltanto, ma tutto un insieme teorico che viene colpito dalla smentita dell’esperienza: e, soprattutto, non è immediatamente chiaro quale sia il punto esatto di questo insieme che viene messo in questione.
Paradigmatico, secondo Motterlini, è il modo in cui è stato scoperto il pianeta Nettuno. Poiché l’orbita di Urano presentava delle anomalie rispetto a quanto previsto dalla teoria della gravitazione di Newton, si congetturò l’esistenza di un pianeta, calcolandone – o meglio deducendone – orbita e massa, la cui interazione con Urano avrebbe in effetti consentito di spiegare le anomalie in questione, mantenendo intatto il quadro newtoniano. La verifica empirica confermò la congettura. In questo caso il conflitto tra teoria e osservazione ha prodotto uno slittamento interno ad uno stesso programma di ricerca, ma non sempre la scienza si evolve in questo modo.
Lo stesso procedimento deduttivo che condusse alla scoperta di Nettuno fu applicato per spiegare le stranezze del comportamento di Mercurio. Si postulò l’esistenza di un nuovo pianeta, che fu battezzato Vulcano, ma questa volta l’esperienza non convalidò l’ipotesi. In questo secondo caso le anomalie alludevano ad una più radicale insufficienza del paradigma newtoniano e poterono essere spiegate soltanto nel quadro della relatività generale di Einstein.
Da questo si ricava, secondo Motterlini, non soltanto che il conflitto è un fondamentale motore di crescita per la scienza, ma anche che non esiste una ricetta univoca per gestire il conflitto in modo produttivo.
Un altro aspetto interessante è quello della complessità: spesso la scienza cresce grazie al confronto dialettico tra concetti astratti e realtà concreta, tra ciò che è normativo e ciò che è descrittivo, tra formale e informale. A questo proposito, Motterlini ha citato la storia dell’economia e, in particolare, i contributi di Sacco e Legrenzi pubblicati nel volume Etica ed economia. La scienza economica più recente è caratterizzata dal tentativo di costruire modelli a razionalità limitata in cui la nozione astratta di homo oeconomicus, che ha il suo fondamento formale e normativo nella teoria assiomatica della utilità attesa, è costantemente messa in situazione di scontro con la realtà variegata e ricca del reale comportamento umano. Vernon Smith e Daniel Kahneman, premi Nobel per l’economia, hanno messo in questione il paradigma dominante partendo da alcuni studi del comportamento degli agenti in condizioni reali di mercato e lavorando sui processi cognitivi che sono alla base delle decisioni. Si tratta di un conflitto altamente istruttivo tra teorie normative e teorie descrittive che è fondamentale riuscire a gestire con un approccio interdisciplinare. Non a caso, ha ricordato Motterlini, Keynes sosteneva che il problema vero non è quello di avere nuove idee, ma di liberarsi dalle idee vecchie.
b) Rispetto al livello meta-metodologico, Motterlini ha messo in evidenza che la filosofia della scienza del XX secolo può essere vista come il tentativo di produrre teorie normative della razionalità, standard della conoscenza scientifica, sui quali valutare i prodotti della conoscenza stessa. La proposta falsificazionista di Popper non dice come gli scienziati fanno scienza, ma come dovrebbero farla: solo una teoria falsificabile è degna di entrare nel corpus della conoscenza scientifica. Ma lo stesso si può dire per il probabilismo, l’induttivismo, il convenzionalismo, il verificazionismo: tutte proposte teoriche che si scontrano con la realtà scientifica, la quale, ancora una volta, è molto più complessa e più dipendente dal contesto delle teorie normative che cercano di imporsi dall’alto. In questo caso il conflitto è quello sussistente tra teorie normative e reali pratiche scientifica: quel che importa rilevare, secondo Motterlini, è che si tratta, anche in questo caso, di un conflitto produttivo, perché ha aiutato a liberarsi da mitologie relative al modo di funzionare della scienza.
c) Il terzo livello preso in considerazione è quello relativo alle neuroscienze. Motterlini ha ricordato la Nobel Lecture di Smith e Kahneman, nella quale gli studiosi rileggono trent’anni di ricerca partendo da alcune considerazioni che provengono dalle neuroscienze cognitive. In particolare, Motterlini ha inteso mettere in evidenza come persino nel concreto funzionamento dei nostri processi cognitivi possa essere rintracciato un conflitto tra norma e complessità e ha illustrato la distinzione, proposta da Kahneman, tra due «sistemi» all’opera nel nostro cervello: il «sistema 1» e il «sistema 2». Il primo sistema, che sembra faccia parte della zona primordiale del cervello, che condividiamo con rettili e mammiferi, è preposto ai processi automatici, immediati, che non costano fatica, che sono paralleli e molto veloci. Il «sistema 2», invece, che incorpora il modello classico di razionalità, è quello che segue la logica, il calcolo della probabilità, la teoria dell’utilità attesa. È un sistema più lento e segue decisioni di tipo deliberato. Come mostrano alcuni semplici puzzles illustrati da Motterlini, i due sistemi possono entrare in conflitto e fornire output opposti ad uno stesso problema. È solo gestendo questo conflitto che gli esseri umani possono adattarsi all’ambiente.
La tesi che si ricava da questa analisi, secondo Motterlini, è che dove il conflitto non può essere tollerato non può esservi progresso, ma stagnazione. La conoscenza ha fonti di ogni genere, ma nessuna autorità (sensi, fede, intelletto) che ne sancisce la verità. Come affermava Mill, eliminare il conflitto significa «derubare la razza umana di un’opportunità di accertare la verità».

*
* *

Vittorio MATHIEU ha concluso la sessione rilevando come la realtà sia paradossalmente remissiva nei confronti della teoria. Agli esempi citati di Motterlini, Mathieu ha aggiunto il caso classico di Dirac, che ricavò da certe equazioni la possibilità dell’esistenza di una particella con la massa dell’elettrone, ma con carica positiva: una possibilità che sembrava di fatto irrealizzabile, visto che una simile particella si sarebbe dovuta immediatamente annullare a contatto con la carica opposta di un elettrone normale. Anche in questo caso, tuttavia, la realtà sembrò piegarsi alla teoria: vi furono esperimenti che dimostrarono la possibilità dell’esistenza (ancorché brevissima) di positroni. Mathieu ha quindi suggerito una connessione tra la comparsa di anomalie e la violazione di simmetria, ricordando la teoria, analoga a quella dell’antimateria, dei cosiddetti «tachioni», ossia particelle la cui velocità minima è quella della luce. Il punto interessante, secondo Mathieu, è che l’unico elemento che osta alla realtà di un simile mondo (in certo senso inverso rispetto al nostro) è la sua totale simmetria. Citando Toraldo di Francia, Mathieu ha definito la simmetria come la legge delle leggi, posto che una legge, giuridica o fisica, è deputata proprio a sancire una simmetria. La realtà non si presenterebbe, però, se questa simmetria non fosse in qualche modo violata, se le simmetrie non fossero in qualche modo «infrante», secondo il titolo del volume di Giuseppe Caglioti. La stessa bellezza, secondo Mathieu, è un caso di simmetria infranta. A conclusione di queste considerazioni Mathieu ha proposto di definire il conflitto come l’asimmetria che viola la simmetria della pace, fermo restando che la pace sarebbe morte se questa violazione non ci fosse.

*
* *

Il moderatore della seconda sessione, Armando MASSARENTI, ha aperto i lavori ricordando il precedente convegno di Nova Spes, i cui atti sono pubblicati nel numero monografico della rivista Etica ed economia, nel quale si era avviata una riflessione critica circa il paradigma dell’homo oeconomicus. In particolare Massarenti ha ricordato l’analisi dell’ultimatum game sviluppata nel contributo di Pier Luigi Sacco e ha inquadrato i diversi atteggiamenti che possono essere assunti dai giocatori a due diverse concezioni della giustizia: la prima (che può esser rintracciata in Platone, e si ritrova, p.e., in Hobbes e in Gauthier) prescinde dalla forza contrattuale, si basa sulla contrattazione e punta al raggiungimento dell’equilibrio; la seconda, che si propone l’imparzialità, tenta di correggere le condizioni iniziali della trattativa (Rousseau, Rawls, Barry Smith).
Massarenti ha quindi presentato i relatori della sessione quali esponenti di due linee di critica alla concezione economica classica, che si segnalano oggi tra le più promettenti dal punto di vista teorico: quella dell’economia civile, secondo la denominazione proposta negli ultimi lavori di Stefano Zamagni, che sottolinea la necessità di prendere in considerazione le motivazioni morali (o comunque non riconducibili alla mera massimizzazione dell’utilità attesa) alla base del comportamento economico; l’altra, cui ha dato importanti contributi Massimo Egidi, è quella che deriva dalla feconda contaminazione tra economia e psicologia cognitiva.

*
* *

Stefano ZAMAGNI ha esordito dichiarando di voler procedere, secondo lo spirito proprio di Nova Spes, proponendo una tesi ancora in fase di elaborazione e dunque aperta a discussione e revisione. Secondo Zamagni, il conflitto oggi fondamentale in ambito economico è quello tra l’ordine sociale di mercato e l’ordine capitalistico. In altri termini: tra la difesa delle ragioni del capitalismo e quella delle ragioni del mercato deve oggi essere rintracciata un’alternativa di fondo.
Zamagni ha innanzitutto premesso due precisazioni. Nonostante si tenda per lo più ad identificare i due ordini, l’economia di mercato precede storicamente di tre secoli quella capitalistica. In secondo luogo, mentre durante la stagione della modernità il trade-off era tra capitalismo e socialismo reale, così che in quella fase il capitalismo difendeva le ragioni dell’economia di mercato, nell’epoca post-fordista e post-industriale la situazione si è modificata. Interessanti, a tal proposito, il saggio di Zingales, Come salvare il capitalismo dai capitalisti (che in effetti parla di come salvare l’economia di mercato dai capitalisti), e il libro in forma di intervista di Claude Bébéar, che sostiene una tesi molto simile.
L’economia civile poggia su quattro principi fondamentali: divisione verticale del lavoro; centralità della nozione di sviluppo; libertà d’impresa; cooperazione. I primi tre principi dell’economia capitalista sono identici, ma il quarto principio è quello della coordinazione. Si può quindi esprimere il conflitto di partenza come conflitto tra cooperazione e coordinazione.
Il modello della coordinazione ha tre caratteristiche:
1) ognuno dei partecipanti all’attività economica conosce i propri interessi, o le proprie preferenze, ed è in grado di sapere quali sono gli interessi degli altri con cui interagisce;
2) ognuno sa che i risultati della propria scelta sono condizionati dalla scelta che faranno gli altri (interazione strategica);
3) ogni decisione di un agente viene compiuta sotto il velo di ignoranza delle scelte compiute dagli altri.
Stanti queste condizioni, l’impresa capitalistica è un sistema di coordinazione. Per contro, i connotati del modello della cooperazione sono:
1) ognuno dei partecipanti assume come rilevanti le intenzioni degli altri (mutual responsiveness). Ciò significa che non basta che i partecipanti intendano fare la stessa cosa, ma che intendano farla insieme. Per questo motivo il metodo della contrattazione non è adeguato, perché non sufficientemente potente nel tener conto di questo intento di procedere assieme. La contrattazione deve essere sostituito dalla deliberazione.
2) Ognuno si impegna in un’attività congiunta e sa che gli altri intendono fare lo stesso.
3) Ognuno si impegna ad aiutare gli altri nello sforzo di cooperazione (commitment to mutual support). Questo terzo connotato è quello che traduce il concetto di bene comune, che non ha nulla a che vedere con l’altruismo, né con la filantropia, perché non prevede alcuna rinuncia al proprio interesse, ma il perseguimento del proprio interesse insieme a quello degli altri (nel senso originario del latino inter-esse). Nel modello della coordinazione, invece, l’interesse di uno è perseguito contro l’interesse dell’altro.
A questo punto, Zamagni ha intrapreso la vera e propria dimostrazione della tesi enunciata in apertura e ha preso le mosse da un evidente dilemma sociale: quello tra l’esigenza di difendersi dai rischi e l’esigenza di difendere spazi di libertà. Le due esigenze sono evidentemente in un rapporto di proporzionalità inversa, descritto dall’iperbole che si ottiene rappresentando in ascissa i costi del restringimento della libertà e in ordinata i costi sociali dell’anarchia. Su punti diversi di questa curva possono essere collocate diverse teorie economico-politiche: nel punto più vicino alle ascisse si può collocare Hobbes (disposto a tollerare il Leviatano), nel punto più vicino alle ordinate von Hayek (o Nozick), e più o meno al centro Rawls. Ma il vero fulcro della questione, secondo Zamagni, è che tutti questi modelli si collocano sulla stessa curva. Ciò significa, in altri termini, che questa impostazione è servita come indiscusso paradigma del dibattito politico, il quale persiste in un errore, per dirla in termini tecnici, di statica comparata: la somma dei costi è costante. Ma il vero problema è abbassare i costi, ossia spostare la frontiera all’origine. Ottenuto questo è del tutto indifferente quale modello, tra quelli esaminati, viene effettivamente scelto.
Ciò che consente di aver successo in questa operazione di abbassamento dei costi è, secondo Zamagni, il capitale sociale, ossia l’insieme di relazioni di fiducia.
Se è vero, quindi, che il problema è tutto nell’accumulo di capitale sociale (reti di fiducia), il capitalismo, che è un ordine economico perfetto nel caso in cui si tratti di accumulare capitale fisico (macchine) o umano (processi di acculturazione, etc.), non è in grado di risolverlo, proprio perché è basato sulla coordinazione. Il capitalismo è un consumatore di capitale sociale, ma non è in grado di produrlo, perché non lascia spazio per il dono come reciprocità. Nell’ordine capitalistico non c’è spazio per questo principio regolatore dei rapporti intersoggettivi. Se il capitale sociale è rappresentato dalla fiducia (che, per altro, deve esser chiaramente distinta dalla reputazione), è allora necessario prendere atto del fatto che esso dipende strutturalmente dal dono, il quale soltanto è in grado di creare fiducia. Il conflitto non può dunque essere risolto in modo tradizionale (con equilibri di tipo politologico), ma investendo in fiducia. Che questa sia la strada che deve necessariamente essere percorsa, lo dimostra, per esempio, il fatto che oggi il metodo competitivo non sembra affatto quello più adatto a produrre innovazione. Se un team interagisce sul modello della coordinazione i risultati si abbassano. La competizione seleziona solo il migliore e perde tutti gli altri ottenendo un risultato subottimale.
Zamagni ha quindi concluso menzionando alcuni segnali empirici che possono essere addotti a sostegno della sua tesi:
1) Il dibattito sulla Corporate Social Responsibility e sulla teoria degli stakeholder, contro la quale, non a caso, si scaglia un difensore del capitalismo quale M. Friedman. Tale teoria contravviene infatti principio base del capitalismo, secondo il quale l’impresa deve rispondere ai proprietari (e non ai clienti o al territorio).
2) Il fenomeno del consumo critico, tipico della post-modernità. Si utilizza lo strumento del mercato per raggiungere obiettivi di interesse collettivo o addirittura di natura politica. In questo modo i consumatori hanno costretto le imprese alla redazione del bilancio sociale, consapevoli che senza legittimazioni sociale è impossibile vendere.
3) La finanza etica o il commercio equo e solidale: si usa lo strumento del mercato per superare il trade-off tra efficienza ed equità. Ed è opportuno ricordare che storicamente l’economia di mercato è nata proprio con questo obiettivo.
È dunque sensato – si è chiesto Zamagni – voler mantenere ad ogni costo l’ordine capitalistico, anche a costo dell’economia di mercato?
Alla sollecitazione di Massarenti, che si interrogava sull’effettiva possibilità di interpretare in modo non altruistico il dono, Zamagni ha risposto rilevando innanzitutto come il dono reciproco non sia munus, non sia cioè un regalo disinteressato e altruistico. Il munus, infatti, è in quanto tale un’eccezione perfettamente compatibile con la regola rappresentata da un’antropologia individualistica. Il dono reciproco, per contro, implica la sostituzione dell’antropologia individualistica con un’antropologia relazionale.

*
* *

Massimo EGIDI ha esordito dichiarando di voler mettere in discussione il punto centrale dell’intervento di Zamagni. L’idea di un progressivo trasferimento del capitale di conoscenze, competenze, abitudini in direzione della cooperazione, invece che della competizione, è estremamente interessante, ma va verificata alla luce dei fatti e delle teorie tradizionali dell’economia. Si tratta di un passaggio fragile e instabile, che rappresenta, appunto, il problema e non la soluzione.
L’idea tradizionale di un buon economista è che ci sia un meccanismo sociale ed economico che permette di controllare il conflitto rendendolo istituzionalizzato: la competizione. La competizione generalizzata incanala il conflitto e produce, così almeno nell’ipotesi, il risultato migliore per ciascuno di quelli che partecipano, in modo tale da non produrre danni degli uni a vantaggio degli altri. Questa è l’utopia di Smith, la quale è però strettamente correlata all’idea di un forte dato morale negli individui. Il conflitto, cioè, è un meccanismo in grado di portare al miglioramento della società, solo se esiste una forte capacità di rispettare le regole, se esiste una reputazione: questa è la controparte in mancanza della quale prevale l’opportunismo e la violazione delle regole, ossia fenomeni che impediscono il raggiungimento del vantaggio di tutti.
Le teorie economiche recenti hanno esplorato le condizioni in cui ciò accade, i casi, cioè, in cui gli individui possono comportarsi come opportunisti, e hanno avanzato l’ipotesi che un simile comportamento sia persino razionale. Questo, secondo Egidi, marca in modo inequivocabile i limiti della competizione.
Uno dei fenomeni negativi posti in rilievo in questi anni è, p.e., quello della selezione avversa, per cui accade che dalla competizione emerge il bene peggiore. La causa è da ricercarsi nel fatto che in realtà è tutt’altro che semplice valutare effettivamente il migliore, soprattutto quando il bene che deve essere valutato contiene conoscenza. Siamo abituati a pensare in termini di consumo, in funzione del quale viene operata una scelta che dovrebbe innescare il meccanismo virtuoso della competizione e selezionare il bene migliore; ma vi sono casi in cui, pur restando immutato il processo economico complessivo, la nozione stessa di consumo risulta inadeguata. Nel caso, per esempio, dell’acquisto di un computer, il «consumatore» «razionale» dovrebbe operare la propria scelta in funzione di un insieme di informazioni complesse, che non sono affatto necessarie quando si acquista, per esempio, un abito. Questo mette in crisi l’idea tradizionale di scelta, nonché il meccanismo selettivo e virtuoso che questa dovrebbe mettere in opera. Vi è un’enorme quantità di evidenze storiche e sperimentali a dimostrare che oggi il consumatore non ha più le conoscenze e le competenze per operare una scelta corretta.
Da questa situazione, esaminata sin dagli anni ’30 e ’40 dal pensiero economico austriaco, emerge la necessità che il consumatore deleghi. Qualsiasi visione ottimistica, a questo punto, entra inevitabilmente in crisi, e non solo sul piano esclusivamente economico. Negli stessi anni Schumpeter teorizzava come in un sistema democratico il cittadino dovrebbe poter scegliere tra diverse proposte politiche. Dovrebbe dunque avere gli strumenti per verificare che la proposta scelta sia effettivamente quella che gli garantisce i vantaggi che desidera. Secondo Schumpeter si può affermare che di tale competenza il cittadino, quasi per definizione, non dispone. La democrazia nasce infatti da un processo che ha la sua origine nell’ignoranza dei singoli cittadini, costretti a delegare l’articolazione di quei bisogni che essi non sanno formulare appieno. Sostiene Schumpeter: «Essi non sono in grado di costruire le loro preferenze, anzi sono i politici che sono in grado di forgiare e in certi casi persino di creare la volontà del popolo. […] Spesso questa creazione fittizia è tutto ciò che corrisponde alla volonté générale della dottrina classica».
Il correlato di questa incapacità di scelta è che gli individui cominciano a scegliere in modo automatico facendosi guidare da meccanismi esterni: la pubblicità o i partiti. Per definizione, dunque, il processo politico e quello economico sono distorti. A illustrazione del pericolo connesso al modo in cui i gli individui reagiscono alla loro non competenza, Egidi ha citato un emblematico passo di un discorso di Hitler ad Amburgo, secondo il quale «la comprensione è una piattaforma troppo instabile per le masse» e dunque è meglio puntare su «abitudine e sentimenti forti. L’unica emozione che non vacilla è l’odio».
Nonostante i toni estremi, si tratta di meccanismi quotidianamente riscontrabili nell’ambito delle scelte sociali. Abbiamo perfette teorie sulla scelta razionale, ma sappiamo che di fatto gli individui non sono in grado di operarla. È dunque necessario, secondo Egidi, tornare alla definizione popperiana di razionalità, di contro a quella, molto diffusa, di Weber, per cui la razionalità consiste nella coerenza tra mezzi e fini: il problema della definizione weberiana è che i fini sono tutt’altro che chiari. Popper, invece, non pone il proprio della ragione in una correlazione meccanica mezzo-fine, ma nella capacità di uscire dai propri pregiudizi, ossia di rivedere da un punto di vista critico le limitatezze della nostra conoscenza.
Tutto ciò, ha affermato Egidi, ha una relazione diretta con il conflitto. Se il suggerimento di Popper è adeguato, allora il problema non è costruire (nel cosiddetto «mondo 2») un insieme di teorie normative più o meno coerenti, ma quello di essere capaci di uscire da quelle stesse teorie, riconoscendo il conflitto che è dentro di noi.
Una seconda connessione riguarda il conflitto sociale come competizione, ossia la tematica trattata da Zamagni. Il processo di competizione gestito dall’economia non garantisce agli individui che ci sia un premio per i migliori, perché esistono effetti secondari deleteri. All’interno delle istituzioni è possibile che la selezione sia finalizzata non a migliorare le performances, ma a tenere il livello sufficientemente basso da non acquisire collaboratori che siano più capaci dei dirigenti e, soprattutto, che siano capaci di criticarli. In questo modo si uccide il conflitto all’interno dell’istituzione.
Egidi ha quindi concluso richiamando la discussione sul dilemma del prigioniero. Quando il gioco viene ripetuto, dimostra che la strategia migliore è quella di rispondere ad un’offesa con un’offesa di pari grado. Molti teorici dei giochi hanno suggerito che anche in ambito politico il miglior modo per persuadere l’avversario è quello di offrire la trattativa e ribattere ogni eventuale aggressione a pari livello. Il che funziona in teoria dei giochi, ma nient’affatto nella pratica. È necessario contestualizzare il fenomeno e introdurre gli elementi di fragilità connessi alla fiducia reciproca tra gli individui. In un ambiente reale rispondere colpo su colpo significa creare ulteriori offese, diminuire la fiducia reciproca e creare un meccanismo stabilizzato di odio che permane per generazioni.

*
* *

Come controargomentazione possibile all’analisi di Egidi, MASSARENTI ha rilevato che spesso la cooperazione funziona, come attesta proprio il dilemma del prigioniero: è stato dimostrato, infatti, che si è portati a dare fiducia finché l’avversario non defeziona e che solo allora si innesca la strategia del «colpo su colpo». Tra l’altro sembra che la strategia cooperativa prevalga anche nel mondo animale (al contrario di quanto sostenuto da Zamagni). Si tratta dunque di capire a livello empirico quali sono gli incentivi che favoriscono la cooperazione.

*
* *

Pier Luigi SACCO ha aperto la tavola rotonda sottolineando come in Italia (e non solo) il conflitto stia diventando la chiave della policy. Le agende sono condizionate in modo decisivo dagli spazi lasciati aperti da scelte precedentemente operate in termini di gestione del conflitto. Risulta dunque interessante interrogarsi su prospettive realistiche di policy del conflitto, chiedersi se ci si trovi di fronte ad un superamento dei modelli tradizionali e delle forme di concertazione sociale lungamente sperimentate nelle economie industriali e nella prima fase di quelle post-industriali.
Gianfranco PASQUINO ha innanzitutto osservato come in Italia il modello prevalente non sia stato quello della concertazione, giunto relativamente tardi (di solito lo si fa risalire al lodo Scotti dell’inizio degli anni ’80). Fino a quel momento il modello prevalente di policy è stato quello del governo «di partito», per cui i dirigenti dei partiti decidevano quali politiche adottare, eventualmente (ma non necessariamente) dopo aver ascoltato le parti sociali. La specificità del caso italiano risiede nel fatto che, essendoci sempre stati governi di coalizione, sono sempre stati presenti spazi per incrostazioni colmati da altri attori. Premesso questo, Pasquino ha avanzato l’ipotesi che nel momento attuale molte politiche economiche non siano concertate o decise dai partiti, ma da quella particolare classe di attori, alcuni dei quali sostanzialmente privi di responsabilità, che sono i cosiddetti tecnici o esperti. Le politiche vengono a grandi linee suggerite dai ministri e poi trattate dalle comunità degli esperti delle tematiche specifiche e dei burocrati che devono applicarle. Emergono così le «comunità di politiche», che hanno, peraltro, una straordinaria stabilità. Gli esperti che operano al loro interno acquisiscono competenze e conoscenze e assolvono una funzione di collegamento tra aree diverse di comunità di politiche. Questo rende difficile la resurrezione e l’applicazione del modello della concertazione, per due motivi: innanzitutto la concertazione richiede che i due attori dominanti siano disponibili ad impegnarsi in essa sufficientemente a lungo; in secondo luogo essa presuppone il raggiungimento di una soluzione univoca e definitiva, che però cozza proprio contro l’interesse degli esperti, i quali non mirano a chiudere il discorso, ma a continuare a discutere di quella politica, lasciando costantemente aperta ogni decisione e perpetuando la necessità della loro prestazione.
Sacco ha rilevato come le osservazioni di Pasquino rappresentino un’originale applicazione della teoria della public choice al comportamento degli esperti e ha ricordato la controversa tesi del Saul dei Bastardi di Voltaire. In quest’opera Saul sostiene che un’élite tecnocratica si è impadronita dei meccanismi di decisione sociale e si è resa responsabile della spaventosa deriva nella capacità decisionale e implementativi dei grandi sistemi sociali contemporanei.
Renzo FOA ha risposto agli interrogativi sollevati in apertura rilevando una crisi di leadership nella politica. Secondo Foa, la mancanza di una possibilità di mediazione e di regolamentazione dei conflitti nasce, per un verso, dalla proliferazione dei motivi di conflitto e, per altro verso, da un’incapacità diffusa del ceto politico a dare delle risposte contingenti e di prospettiva. Foa ha ricordato le vicissitudini della riforma del sistema previdenziale in Francia, dove un governo di destra ha proposto una piattaforma sostanzialmente elaborata dal governo Jospin e ha incontrato il voto contrario dei socialisti. È l’esempio di una debolezza generale e sistematica che rende necessario prendere atto della mancanza di un punto di riferimento politico capace di indirizzare i conflitti verso soluzioni efficaci: non è più vero che la sinistra sia più sicura rispetto alla destra per risolvere certo tipo di problemi e questo innesca una conflittualità non solo di natura sociale, che investe anche i poteri, e che non trova un punto di convergenza. Rispetto a questo quadro generale, l’Italia sconta l’aggravante rappresentata da un sistema bipolare in cui si assiste ad una crescente caduta di credibilità della funzione di governo. Da quando è stato introdotto il bipolarismo in Italia si ha una maggioranza che non si riconosce in chi governa e che di conseguenza alimenta il conflitto. Saltano gli equilibri tra i poteri e si riproducono forme di resistenza corporative tendenzialmente conservatrici. Questa, secondo Foa, è oggi l’enorme difficoltà del governo dei conflitti che non sono soltanto sociali: la crisi crescente della rappresentanza politica.
Nel passare la parola a Franzini, Sacco si è chiesto quanto la difficoltà di conquista di un consenso motivato dipenda dai margini di manovra sempre più stretti lasciati da un quadro macroeconomico che negli ultimi vent’anni ha acquistato caratteristiche di crescente complessità.
Maurizio FRANZINI ha osservato come il quadro macroeconomico si sia senz’altro complicato, soprattutto per alcuni Paesi europei. La rigidità di alcuni modi di interpretare la politica, la quale in parte risponde ai problemi esaminati da Pasquino, aumenta le occasioni di conflittualità. Non esiste più lo sfogo della politica di svalutazione del cambio, né la possibilità di giostrare sulla spesa pubblica: e questi sono elementi di moltiplicazione dei conflitti in campo economico. Franzini ha quindi anticipato la tesi per cui ogni volta che ci si trova di fronte a conflitti ci sono dei costi da sopportare ed è necessario scegliere i costi minori. Dopo aver risposto alla sollecitazione del moderatore, Franzini si è interrogato su quali obiettivi dovrebbe perseguire una politica di controllo del conflitto: minimizzare, tollerare, incanalare il conflitto? Tra le due posizioni estreme (l’incoraggiamento e il superamento del conflitto) è opportuno, secondo Franzini, operare delle distinzioni relative alle modalità in cui il conflitto si manifesta e all’oggetto. Tra il conflitto d’interesse e il conflitto di interessi, per esempio, vi è una enorme differenza. Non solo: è necessario anche tener conto del modo in cui gli attori percepiscono i loro interessi, di come percepiscono, per riprendere il dilemma del prigioniero, i pay off del gioco. Da questo si ricava come in alcune situazioni il conflitto, o meglio il dissenso abbia una produttiva funzione di riduzione dei costi complessivi della vita associata. Il dissenso è infatti un importante fattore di informazione per i soggetti esterni: il caso Parmalat è proprio l’esempio di una mancanza di dissenso che ha portato all’esplosione di un conflitto violentissimo. In ciò risiede la razionalità del conflitto, alla luce della quale si possono analizzare alcune soluzioni istituzionali: lo spoil system, per esempio, può essere interpretato come un possibile costo del conflitto, che deriva dalla riduzione del grado esplicito del dissenso che si può stabilire tra parti non coincidenti. Il tentativo è quello di mettere un freno al costo della delega. Ma si può portare anche l’esempio dei dissensi derivanti da dilemmi morali: in questo caso è evidente come sarebbe grave orientare le politiche alla riduzione dell’emergere del dissenso. I principi di democrazia deliberativa hanno in larga misura lo scopo di rendere espliciti i conflitti su valori morali per permettere agli individui di diventare diversi. In conclusione, Franzini ha sottolineato come di fronte a questa complessità di casi parlare di una politica rispetto al conflitto sarebbe un’inaccettabile semplificazione.
Dopo aver sottolineato l’importanza della dimensione percettiva del conflitto che finisce con lo strutturarlo, Sacco si è chiesto fino a che punto le dinamiche negative dei conflitti cui assistiamo possano dipendere dall’incapacità della nostra società di far evolvere un’opinione pubblica consapevole, matura, capace di strutturare in modo sensato le proprie esigenze.
Stefano SEMPLICI ha dichiarato innanzitutto il proprio apprezzamento per la distinzione tra conflitto e dissenso proposta da Franzini, che aiuta a non dimenticare il lato eminentemente politico del conflitto, il cui fine non è la cooperazione, ma che qualcuno vinca e qualcuno perda, che qualcuno abbia una fetta maggiore di potere o risorse scarse e qualcuno meno. Esiste un vocabolario del conflitto che lo inclina pericolosamente verso la guerra e un vocabolario che lo inclina verso termini più soft (competizione, concorrenza, etc.). In ogni caso nel conflitto sono implicite entrambe le possibilità e non deve dunque essere depotenziato privilegiandone gli aspetti potenzialmente inclusivi. A tal proposito Semplici ha ricordato l’importanza (e la radicalità) del conflitto sui valori, con la gestione del quale sta o cade niente di meno che la possibilità del pluralismo. Si tratta di una forma particolare di conflitto, che obbliga a prendere in considerazione la differenza tra motivi e ragioni di un’azione, i quali non sempre e non necessariamente coincidono. La nostra memoria politica collettiva, secondo Semplici, ha elaborato una serie di strumenti di controllo del conflitto (il maximin di Rawls, la forma democratica per la competizione politico elettorale) che tuttavia risultano insufficienti nel gestire il conflitto particolarmente insidioso relativo ai valori: l’operazione culturale della modernità, che è consistita nella privatizzazione di una serie di contesti che riassumiamo col termine «religione» e che fino ad un certo momento ha funzionato, rende ragione del fatto, empiricamente rilevabile, che c’è stato un consenso per intersezione molto ampio sui principi della politica e del governo politico del dissenso. Essa espone però al rischio forte di ipertrofia del conflitto, nel momento in cui questa distinzione mostra segni di cedimento, sia per indebolimento della politica, sia per l’irrompere di sollecitazioni esterne di forzatura della memoria di cui sopra. Se tutto questo è vero, si pone il problema del recupero della politica che deve tener conto della crisi dei due soggetti fondamentali che il moderno ha elaborato per il governo del conflitto: mercato e Stato. Il Movimento Anti-Utilitarista nelle Scienze Sociali (M.A.U.S.S.) sottolinea in modo chiarissimo i meriti liberanti del mercato (che libera il processo di produzione e rende pubblico il rapporto produttore/consumatore) e poi dello Stato (che rende pubblica la garanzia di alcuni bisogni e beni fondamentali). Stante la crisi di entrambi, si impone dunque la necessità di trovare luoghi diversi nei quali mediare il conflitto: Semplici ha, quindi, ripreso il paradigma del dono proposto da Zamagni, nell’ambito del quale non è centrale l’elemento della gratuità, ma il valore di legame. Questo implica, sotto il profilo politico, la valorizzazione dei luoghi dove si può realizzare e contabilizzare questo valore dello scambio.
Il riferimento all’economia del dono, per certi versi inatteso, è secondo Sacco particolarmente appropriato: la costruzione del valore di legame allude a quella orizzontalità cooperativa che per Lash è il valore fondante della democrazia primitiva americana. La situazione attuale, per contro, è caratterizzata da uno scollamento sempre più preoccupante tra queste dimensioni e da una progressiva frantumazione del dibattito politico, che ripropone la tentazione del populismo.
Secondo Gianfranco PASQUINO il populismo non è una formula politica vincente. Si tratta invece in primo luogo di tener conto della frammentazione delle grandi organizzazioni, sindacali, culturali e imprenditoriali. In secondo luogo è opportuno sottolineare che il problema non è l’assenza del conflitto, in quanto scomparsa dell’opposizione, di cui si parla da decenni, ma la microconflittualità: organizzazioni frammentate producono micro-conflitti. Le grandi ideologie, a differenza della microconflittualità, consentivano contrapposizioni visibili e accordi invisibili. Venute meno queste, non c’è una controparte del governo e non c’è un solo problema all’origine del conflitto. Questo rende necessarie regole di fondo sulle quali instaurare il conflitto, meta-regole di cui oggi, nella crisi politica cui faceva riferimento Foa, scontiamo l’assenza: in questo lo Stato, che «c’è stato», mostra tutta la sua debolezza. In conclusione, secondo Pasquino, è necessario lasciare che il conflitto si esprima ed è persino necessario, talvolta, produrlo per vedere se ci sono alternative più valide.
In generale, secondo Sacco, il problema del «micro» investe non soltanto il conflitto, ma la possibilità stessa di una progettazione politica e implica una revisione delle categorie tradizionalmente utilizzate a livello «macro».
Luigi CAPPUGI ha innanzitutto proposto uno schema elementare di analisi, per cui a) i conflitti sono fenomeni naturali e ineludibili di una società democratica, tanto che il compito della politica è trovare delle regole per trasformare i conflitti in dispute (conflitto non violento e incanalato verso una soluzione condivisa, non coercitiva e istituzionalizzata); b) una cartina di tornasole per misurare il tasso di democrazia è la tendenza ad istituzionalizzare i conflitti. Società, organizzazioni o individui non democratiche pensano sempre a soluzioni coercitive. La cultura politica di trasformazione di conflitti in dispute oscilla tra due poli: ricerca autonoma della parti di una sua istituzionalizzazione e conseguente trasformazione del conflitto in disputa; presenza di un terzo, arbitrato, concertazione, mediazione, conciliazione. Nell’attuale stadio di sviluppo della nostra società, secondo Cappugi, non v’è dubbio che sia preferibile la seconda opzione. Deve esserci un terzo dotato di adeguata rappresentanza politica, che abbia il compito di facilitare la transizione dal conflitto alla disputa. Il mercato da solo non può comporre i conflitti: sono necessarie regole e autorità (basti considerare il caso del petrolio, del grano, della Parmalat). Lo stesso vale per i conflitti sociali: da tempo, secondo Cappugi, siamo dentro un’economia del conflitto. La politica economica è un’economia del conflitto. Si può pensare, per esempio, al problema del deficit della finanza pubblica: si tratta di una forma di conflitto intergenerazionale, mai abbastanza esplicitato, chiarito e denunciato. L’unica possibilità di un’inversione di tendenza si ha nel caso in cui il debito raggiunga dimensioni tanto grandi da toccare anche i votanti di oggi. Il conflitto non è un fenomeno patologico: è una fisiologica eruzione di entropia sociale, che segnala il bisogno di intervenire con un lavoro politico tempestivo. Si tratta di un’instabilità fisiologica, di un’oscillazione perenne tra conflitto e cooperazione. Da questo deriva, secondo Cappugi, che ogni politica economica volta a gonfiare i conflitti e farli crescere di numero è fondamentalmente errata; così come lo è ogni politica che si illuda di risolvere i conflitti per consunzione naturale tramite tecniche di attesa. È corretta, per contro, ogni politica volta a istituzionalizzare i conflitti.
Tornando alle considerazioni di Pasquino, il moderatore ha richiamato l’attenzione su come la disgregazione del meccanismo di governance dello Stato e la microconflittualità disorientino l’uomo della strada che fatica ad identificarsi in forme comunitarie che non siano quelle immediatamente legate alla sua esperienza.
Renzo FOA ha rilevato come questo problema rimandi ad un’altra questione: quella relativa all’incertezza sul futuro. In Italia si vive oggi un livello di incertezze che non ha precedenti nel Novecento. La fine del bipolarismo della Guerra Fredda ha portato molti vantaggi, ma un enorme svantaggio: a quel tipo di competizione non si è sostituito nulla. Oggi è necessario parlare di Stato o di Stati? Quanto pesano i pacchetti di regole, quelle nostre, quelle Europee, quelle globali? E quanto queste regole entrano a loro volta in conflitto tra loro? Secondo Foa, l’11 settembre ha avuto un peso determinante e diretto sulla quotidianità della vita (e non solo sui dilemmi pace/guerra). Risulta difficilissimo identificare regole e soluzioni efficaci dal punto di vista dell’utilità pubblica e collettiva. Certo che il conflitto è utile e necessario, ma il problema di fondo resta la difficoltà di vedere i diversi livelli dei poteri reali che si sono costruiti, la stratificazione degli interessi macro e micro. A questo si aggiunge la difficoltà della politica di dare un orizzonte all’interno del quale ricondurre la strutturale instabilità sociale e politica e la crisi dello spirito pubblico.
Maurizio FRANZINI ha ripreso la tematica dell’incertezza, che non coincide con il rischio, e che rappresenta un fattore fortissimo di conflitto. Poiché l’incertezza non consente un aggancio a qualche forma di calcolo razionale è consentito l’arbitrio: l’ignoranza scientifica fa proliferare numerosissimi conflitti. Le società tentano di darsi regole di comportamento, come il «principio di precauzione», elemento attorno al quale costruire un comportamento razionale in condizione di incertezza irriducibile (high incertainty). Si tratta di un contenitore però vuoto. Franzini si è dichiarato d’accordo con l’affermazione di Pasquino per cui il conflitto va talvolta incoraggiato, talvolta frenato, talvolta prodotto. Il problema consiste però nella difficoltà nel distinguere tra questi diversi casi. C’è dunque bisogno non soltanto di progredire nella comprensione dei fattori da cui dipende la scelta migliore, ma anche di acquisire definitivamente l’idea che occorrono istituzioni molteplici e ben integrate (nonostante l’ordine verso il quale si sta andando sembri rispondere a tutt’altri criteri). Franzini ha proposto di prendere le mosse dalla distinzione tra i conflitti di carattere redistributivo e gli altri. I primi andrebbero il più possibile frenati, mentre quelli senza effetti redistributivi andrebbero incoraggiati per gli effetti vantaggiosi che sono capaci di produrre, come quello informativo. In questa operazione di chiarificazione si rivelerebbero forse solo apparenti alcuni dei conflitti menzionati da Cappugi, come quello tra generazioni, che, a ben guardare, non è tale, visto che non esistono rappresentanti armati delle generazioni future. Nemmeno la nozione di sviluppo sostenibile implica qualche conflitto, posto che nessuno si dichiara a favore di uno sviluppo insostenibile. Il punto è che si finge di essere in conflitto con attori assenti: i conflitti reali sono altrove, non tra noi e chi ancora non c’è. Concludendo, Franzini si è interrogato sul senso che avrebbe una «politica del dono» nell’ambito di una trattativa di tipo sindacale. Semmai il dono è una sorta di investimento sul cambiamento morale dell’altro, che ha senso in una dimensione micro.
Riprendendo le considerazioni di Zamagni, Stefano SEMPLICI sottolineato come sia necessario prendere atto che ci si trova oggi di fronte ad un ritorno in grande della politica «dalla paura». Perché nel grafico di Zamagni è presente Hobbes e non Mill? Perché, secondo Semplici, è questa la tonalità emotiva della nostra epoca (come è attestato in modo emblematico dalla Ragionevole apologia dei diritti umani di Ignatieff). In secondo luogo, Semplici ha dichiarato il proprio disaccordo nei confronti della tesi per cui lo Stato «è stato». Nonostante i limiti evidenti dello Stato nel governare la globalizzazione, nonostante l’emergenza di soggetti politici come l’Unione Europea, ma non è un caso che quando le relazioni internazionali richiedono l’uso della forza è sempre allo Stato che si ricorre: a tutt’oggi l’esercito europeo non c’è. Se non si prende atto di questo si cade prigionieri di una visione astratta delle relazioni internazionali. Il venir meno dei soggetti e delle politiche forti fa sì che l’idea di risolvere mediante giuridicizzazione i conflitti sociali non tenga più: la capacità di ridurre la microconflittualità si regge sul fatto di creare a livello micro un’abitudine, una consuetudine, una memoria di legame che in quanto tale costruisce essa stessa un valore politico.
A proposito della microconflittualità, Luigi CAPPUGI ha sostenuto che essa rappresenta l’ultimo stadio di un processo nato con il consociativismo, e proseguito con fenomeni di concertazione, che hanno portato ad una istituzionalizzazione dei ruoli (sindacato, forze sociali, etc.) L’esito di tutto questo è il corporativismo, che ha messo seriamente in crisi la democrazia. Siamo diventati un sistema di corporazioni in lotta tra di loro. I piccoli gruppi si vedono schiacciati dal sistema corporativo esistente e cercano di allargarsi.


Agenda:

09,30
Giuseppe DALLA TORRE (Rettore LUMSA), Saluto di apertura
Laura PAOLETTI (Segretario Generale Nova Spes), La ricerca di Nova Spes sul conflitto: un’introduzione ai lavori

10,00
I Sessione: Il conflitto tra norma e complessità: elementi per una definizione
Moderatore: Vittorio MATHIEU (Accademico dei Lincei)

Francesco D’AGOSTINO (LUMSA)
Sergio BELARDINELLI (Università di Bologna)
Massimo EGIDI (Università di Trento)

12,00
II Sessione: Il conflitto economico tra interazione e cooperazione*
Moderatore: Armando MASSARENTI (Sole 24 ore)

Stefano ZAMAGNI (Università di Bologna)
Matteo MOTTERLINI (Università di Trento)

*Nel corso della sessione sarà presentato l’ultimo numero della rivista di Nemetria «Etica ed economia»

Pausa pranzo

15,30
III Sessione: Modelli di policy e spazi di intervento
Tavola rotonda. Moderatore: Pierluigi SACCO (IUAV)

Interventi di:
Gianfranco PASQUINO (Università di Bologna), Maurizio FRANZINI (Università «La Sapienza» di Roma), Renzo FOA (Fondazione Liberal), Luigi CAPPUGI (Università della Tuscia)

I commenti sono chiusi.