TAVOLA ROTONDA 2013

  • "Aux urnes, citoyens! Tutto da rifare?"
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    Sala Igea di Palazzo Mattei di Paganica - Piazza della Enciclopedia Italiana 4,  Roma, 6 marzo 2013 

     

    Tavola Rotonda  6 marzo 2013TR 6 marzo 2013GIULIANO AMATO
    Il primo elemento di merito di questo bel fascicolo di Paradoxa risiede nella scelta di un titolo molto efficace, Aux urnes, citoyens!, che suona addirittura premonitore se associato al sottotitolo della tavola rotonda, «Tutto da rifare?». Il numero infatti non è dedicato al risultato delle elezioni, ma è stato confezionato precedentemente, con lo scopo di tracciare il profilo dell’elettorato italiano attraverso saggi su aspetti diversi: dall’astensionismo alle primarie, dal fenomeno degli indecisi al problema delle quote rosa. Il secondo elemento di merito consiste nel fatto che quelli esaminati nella rivista sono problemi che riguardano ognuno di noi in prima persona. Come confessa Alessandro Campi nel suo contributo, la loro considerazione viene a consistere in una sorta di autobiografia. Leggendo il numero, l’elettore ha così l’occasione di conoscere e valutare se stesso e i propri comportamenti: ad esempio, l’indeciso può domandarsi in quale delle figure descritte egli si riconosca, se cioè sia indeciso per difetto di informazione e conoscenza, o paradossalmente per eccesso e quindi per reazione a una sfiducia di fondo nutrita nei confronti delle classi politiche e del funzionamento della nostra democrazia.
    A proposito dei temi citati, quello delle quote rosa, la visione argomentata nel saggio di Claudia Mancina suggerisce che esse costituiscono uno strumento in qualche modo controproducente, sostitutivo in definitiva di quell’impegno e di quell’iniziativa a favorire la partecipazione delle donne alla vita politica che dovrebbero invece sorgere e alimentarsi spontaneamente. La quota rappresenta per Mancina una sorta di protesi che sostituisce la natura, ossia qualcosa che sopperisce a ciò che naturaliter dovrebbe esser fatto. Dissentendo da questo tipo di visione, suggerirei invece con un’immagine che, se è vero che nessuno strumento di per sé è sufficiente, è pur vero che quando si forma un collo di bottiglia è necessaria un po’ di dinamite per farlo saltare. Le quote possono essere proprio questa dinamite: un input che una tantum può mostrarsi funzionale allo scopo. Certamente si potrebbe obiettare, per contro, che uno strumento più naturale per far emergere la candidatura femminile, solitamente limitata e resa minima dal meccanismo della cooptazione maschile, è quello delle primarie. Ma il fatto che le primarie riescono ad attenuare il peso della cooptazione non implica che esse garantiscano per ciò stesso un maggior grado di democrazia. Nel suo contributo Marco Valbruzzi raggruppa sotto tre categorie l’atteggiamento di politici, studiosi e opinionisti al riguardo: fondamentalisti, disfattisti e «benaltristi». Questi ultimi ritengono che le primarie non siano tutto, ma che il luogo della democrazia sia altrove. Leggendolo mi sono chiesto se io stesso non sia un benaltrista. Ritengo infatti che il cuore della democrazia si situi non nelle primarie ma, precisamente, nell’integrazione, in ciò che viene chiamato in gergo tecnico «democrazia deliberativa».
    Molte altre domande trovano poi risposta nel saggio di apertura del Curatore Gianfranco Pasquino, e alcune altre ne vengono suscitate. Dopo aver tracciato il profilo complessivo dell’elettore italiano desumibile dall’insieme del volume e dopo aver raccolto i diversi orizzonti in una prospettiva unitaria, sostenuta da argomentazioni originali, il contributo si chiude infatti con una frase che contiene un messaggio e un doppio senso piuttosto impegnativi. Scrive Pasquino: «Le élites politiche italiane, che sono state e rimangono sostanzialmente élites partitiche, sono ancora più responsabili degli elettori, dei loro elettori, della bassa qualità della democrazia italiana». Ci si può domandare se una simile conclusione sia stata un presupposto implicito dell’analisi o se sia affiorata mano mano, nel corso dell’indagine e come esito che lo stesso lettore avrebbe potuto desumere da quanto è scritto nel fascicolo.
     
    GIANFRANCO PASQUINO
    Il senso del fascicolo di «Paradoxa» scaturisce da una messa in questione di quanto leggiamo sui giornali e spesso anche negli scritti di analisti e scienziati politici a proposito di elezioni ed elettorato. Da essi emerge complessivamente l’immagine di un elettore non interessato, che apporta un contributo marginale alla democrazia o che addirittura svolge un ruolo controproducente. Gli elettori italiani si farebbero istupidire dalla tv; si asterrebbero costituendo persino un partito degli astensionisti; sarebbero indecisi perché insufficientemente informati o per incapacità di scelte politiche meditate; avrebbero bisogno delle quote rosa per mancanza di una dinamica politica interna in grado di garantire la rappresentanza femminile; rimetterebbero il proprio voto ai casi, ai contesti e ai momenti. Questo identikit è smentito già dal semplice fatto che se si offrono all’elettore altre occasioni di scegliere i rappresentanti egli le sfrutterà senz’altro, e con sollecitudine, come mostra da ultimo il dato delle primarie. Se una simile visione, dunque, può contenere qualche piccolo elemento di verità, certamente essa non coglie nel segno e non raffigura in maniera efficace il profilo dell’elettore italiano, la cui condizione risulta molto più complessa. Abbiamo perciò cercato di rispondere a ognuno dei pregiudizi elencati con un’analisi attenta dei comportamenti dell’elettorato. Una caratteristica essenziale è definita da Alessandro Campi, che nel suo contributo descrive quella situazione tradizionale per cui gli elettori italiani risultano collocati entro due campi contrapposti, fra cui è difficile spostarsi o stabilire linee di comunicazione: la destra e la sinistra, separate da un piccolo gruppo che rappresenta il centro e che – lo si è visto nelle ultime elezioni – fa fatica a entrare in Parlamento.
    Una tesi da sfatare era appunto quella del dominio incondizionato della Tv nell’influenzare le scelte di voto. Ciò che spesso non viene compreso o che viene quanto meno sottovalutato è che lo scambio di opinioni rappresenta una parte integrante della democrazia deliberativa, scambio che influisce anche sulla percezione stessa di ciò che viene appreso tramite la Tv. I cittadini di solito non guardano la Tv da soli, o se anche la guardano da soli si confrontano in seguito su quanto visto, non assumono passivamente informazioni e idee, ma discutono fra di loro fino all’ultimo momento che precede il voto e si influenzano reciprocamente sulla base di rapporti di fiducia. Si lega direttamente a questo un secondo mito che viene sfatato nel fascicolo, quello costruitosi intorno all’idea per cui gli elettori sarebbero indecisi per difetto di comprensione e informazione. È una idea profondamente sbagliata, che non riflette quanto avviene concretamente. Se infatti l’elettore è indeciso è perché in realtà sta valutando quello che accade, il che è peraltro più che comprensibile in un contesto, come quello italiano, in cui il menu partitico è piuttosto variegato e complesso. Ne deriva la situazione paradossale per cui gli elettori «indecisi», lungi dall’essere elettori disinformati o incapaci di scelta, sono in realtà i più «decisivi». L’elettore valuta inoltre sulla base di diversi fattori, alcuni dei quali sono più importanti di altri. Ed è qui che entra in gioco un terzo pregiudizio da rimettere in discussione, quello per cui i programmi elettorali sarebbero un elemento cruciale nella scelta dell’elettore. In prima istanza, ciò che conta davvero non sono i programmi, ma la capacità dei partiti e dei loro dirigenti di risultare convincenti rispetto alle priorità dei cittadini; in secondo luogo, ciascuno degli elettori muove da una sua propria predisposizione che si forma sulla base di altri fattori, per cui egli non valuta i programmi nella loro interezza, ma legge o ascolta in modo selettivo, ricercando informazioni prioritarie soltanto su quelle parti che potrebbero essere di suo interesse.
    L’affermazione sulle élites citata da Amato nasce dalla possibilità di muovere un’obiezione di fondo a questa analisi. Se questo è veramente il profilo degli elettori, che sono indecisi perché valutano una molteplicità di fattori, che sono in grado di parlare di politica e di comunicarsi una varietà di informazioni, che in definitiva sono dei buoni elettori, perché il risultato finale che emerge dalle consultazioni è tutt’altro che buono? La risposta è semplice: sono i dirigenti di partito, le élites politiche, forse si potrebbe persino dire le élites economiche e sociali, che non riescono a interloquire efficacemente coi cittadini e ad articolare una buona offerta politica. All’offerta non buona corrisponde, di conseguenza, una risposta non buona. Esiste fra le due parti uno iato, addebitabile a due fattori principali: il carattere intrinsecamente non democratico delle élites; la sfiducia da queste nutrita nei confronti dei cittadini, i quali vengono percepiti come una massa informe o, nella migliore delle ipotesi, come organizzazioni corporative ed egoistiche. È probabile che parte di questa situazione dipenda anche dalla inadeguatezza della legge elettorale, ma la bassa qualità della democrazia altro non è che una conseguenza dell’atteggiamento delle élites verso gli elettori. Una democrazia funziona infatti soltanto laddove sussiste un rapporto equilibrato tra le due componenti, quando cioè le élites cercano di convincere i cittadini e i cittadini cercano di cambiare le élites, cosa che evidentemente non avviene in Italia (anche perché non esiste lo strumento elettorale per farlo). Risulta comprensibile allora anche il senso di estraniamento provato da quegli elettori i quali pensano, molto spesso a ragione, che nessuno si occupi dei loro problemi, o il senso di estraniamento simmetrico provato dalle élites che rimproverano agli elettori di non capire quanto complicata sia la politica e quanto difficili certe scelte.
    Questa osservazione è il risultato di quanto abbiamo cercato di mostrare, con originalità, limpidezza e chiarezza, nei contributi, disseminando in saggi fruibili al pubblico i prodotti di una ricerca approfondita e continuativa sui temi affrontati.
     
    CLAUDIA MANCINA
    Vengo da una riunione della Direzione del Partito Democratico, nella quale sono stati espressi giudizi e analisi del risultato del voto che confermano molte delle tesi argomentate nel fascicolo. È vero che c’è stato uno spostamento dell’elettorato che, anche se principalmente interno ai due campi ricordati da Gianfranco Pasquino, costituisce un dato inedito nella storia del Paese. Tuttavia le ragioni di questo esito che ha sovvertito le aspettative di partenza (per cui il Pd sarebbe risultato vincitore) sono da ricercarsi proprio nella bassa qualità delle élites innanzitutto politiche (prima che economiche e professionali) cui si è appena fatto riferimento, nell’incapacità cioè dei partiti di articolare un’offerta politica valida. Per esempio oggi Bersani ha sostenuto che il risultato delle elezioni italiane dipende in realtà dalla più generale crisi della democrazia rappresentativa in corso in tutta Europa. Mi pare però che questo sia un discorso assolutorio: la difficoltà in cui la politica italiana periodicamente viene a trovarsi (di non riuscire a gestire il funzionamento del sistema politico e delle istituzioni) non può essere attribuita soltanto a fattori esterni. La ragione più profonda va ricercata, al contrario, proprio nell’incapacità mostrata dalle élites nostrane negli ultimi 30-40 anni di introdurre le necessarie correzioni del sistema istituzionale. Basti pensare che siamo ancora oggi l’unico Paese democratico in cui la fiducia venga votata in due camere, l’unico con una legge elettorale che preveda un premio di maggioranza di simili proporzioni. L’accordo sulla nuova legge elettorale peraltro, che prevedeva una ripresa del modello francese, era stato raggiunto, ma non è stato perseguito perché il polo che di volta in volta, nelle ultime tre elezioni, pensava di vincere trovava conveniente che si andasse al voto con l’attuale sistema. Ricapitolando, la situazione che viviamo nasce da un intreccio tra involuzione dei soggetti politici, con le conseguenti derive populistiche, e l’inadeguatezza del sistema costituzionale. Si sta tentando di evitare questi problemi ancora una volta: a mio avviso la priorità del Pd dovrebbe essere in questo momento la ricerca di un accordo per una riforma della Costituzione; anche perché questa sarebbe necessaria per attuare molti dei provvedimenti che il popolo italiano chiede a gran voce (ad es. la riduzione del numero dei parlamentari). Se non si dà una risposta a queste esigenze è del tutto inutile poi stigmatizzare il populismo. Per altro, probabilmente più della metà dei cittadini italiani ignora che per ottenere la riduzione dei parlamentari sarebbe necessaria una legge costituzionale e quindi non si spiega l’attuale stallo riformistico.
    Un’altra tesi tra quelle delineate nel fascicolo trova conferma nei risultati elettorali. Si tratta dell’abbattimento del mito del dominio della televisione nell’orientare la scelta di voto. All’ottimo articolo di Luigi Ceccarini si può aggiungere però un’osservazione. Se l’aspetto comunicativo riveste una importanza difficilmente negabile, la sua valutazione va contestualizzata e considerata nella specificità del discorso politico: un conto è la comunicazione politica, un conto è la comunicazione tout-court. Ricorrendo di nuovo all’esempio delle ultime elezioni, nel caso del Pd non è stata sbagliata la comunicazione in sé, ma la linea politica alla base. È stata adottata una comunicazione di tipo tradizionale, basata sul buon senso, che rispondeva alle necessità di una linea politica facente appello all’elettorato tradizionale. Il Pd non si è posto l’obiettivo politico di guadagnare voti in uscita dal centro-destra o dagli indecisi e ha scelto di rivolgersi agli elettori più fedeli, lasciando che i restanti cedessero il voto al Movimento 5 Stelle. Da questo punto di vista, la scelta di Renzi avrebbe significato porsi prima di tutto un target politico diverso e, conseguentemente, anche una comunicazione diversa.
    Quanto alle quote rosa messe a tema nel mio articolo, non sono d’accordo con l’affermazione di Amato secondo cui esse sarebbero «dinamite per far saltare il collo di bottiglia». Le quote rosa non sono affatto un una tantum, ma una legge che nelle sue intenzioni vale per sempre (il riferimento è alle quote rosa politiche, non alla legge relativa alle quote nei Cda, che invece è a scadenza). È evidente che il problema della rappresentatività femminile c’è: è un problema di inclusività e di giustizia da non sottovalutare, ma le quote non sono lo strumento migliore per affrontarlo. Al contrario, è possibile osservare persino una coincidenza fra l’introduzione delle quote in alcune leggi e la perdita di iniziativa politica da parte delle donne. È avvenuto in particolare che, anziché rappresentare uno strumento di promozione di altre donne, le quote siano state usate quale strumento di auto-perpetuazione del ceto politico esistente. Vale a dire, nel quadro di una bassa qualità della classe politica tutta, l’esistenza delle quote non produce il reclutamento di donne intelligenti, ma fa sì che si perpetuino le operazioni di cooptazione attraverso la costituzione di cordate e alleanze coi capi dei partiti e delle correnti. La ragione va ricercata nella generale assenza di progettualità che connota la politica italiana: non credo nella visione moralistica della politica come servizio; la politica è anche ambizione e voglia di affermarsi, e tuttavia questo deve accadere grazie alla capacità di progettualità. Per questo l’obiettivo di garantire la presenza di donne in politica può essere efficace soltanto se non si riduce all’applicazione di una legge, ma viene inserito in un più ampio progetto, legato a ipotesi di politica generale e/o di politica delle donne.
    Infine, relativamente alla questione della democrazia deliberativa o partecipativa, Pasquino scrive nell’Introduzione che si può parlare di una crisi nella democrazia, ma non di una crisi della stessa. Il presupposto implicito è che quanti parlano di una crisi della democrazia auspicano un superamento dell’attuale modello democratico. Condivido invece l’auspicio di attenersi ad esso (anche sulla base delle tragiche esperienze del Novecento), per quanto non scevro di problematicità. La difficoltà principale attraversata dalle democrazie liberali oggi è legata in particolare al passaggio da una democrazia nazionale a una democrazia sovranazionale: è quanto sta accadendo in Europa. Avviene perciò che a fronte del successo di Grillo in molti prevedano o caldeggino il superamento della democrazia liberale e rappresentativa; altri, sul fronte opposto, tacciano Grillo di populismo con un fare meramente difensivo. Entrambi gli atteggiamenti sono sbagliati. Il punto è che la democrazia deve essere allargata: è quindi necessario sperimentare nuove modalità entro i limiti del modello democratico liberale, che consentano di spingere più in là i confini della democrazia. A questo scopo proprio le primarie possono offrire un contributo importante, come strumento positivo di partecipazione, anch’esso non assolutamente risolutivo ma comunque cruciale. A loro volta, le primarie non devono restare però un fenomeno isolato, ma essere inquadrate in una progettualità partitica e politica più ampia, offrendo così un contributo a una democrazia allargata che sarebbe senz’altro più concreto di quello portato dalla rete. Si è sviluppata in merito una sorta di mitologia che andrebbe ridimensionata, perché se la rete è innegabilmente democratica e importante, non può dar vita essa stessa a una nuova forma di democrazia.
     
    GIULIANO AMATO
    In effetti, il tema del rapporto tra rete e democrazia è oggi quanto mai centrale. Interessante un recente seminario al Politecnico a Milano su questo tema, nel quale si sono confrontati due atteggiamenti diversi: il minore entusiasmo degli studiosi di scienze politiche (come Alberto Martinelli o Bruno Dente) e una maggiore disponibilità alle identificazioni semplici e non complesse da parte degli studiosi di altre discipline. L’elemento più interessante che è emerso rispetto alle elezioni è la fondamentale equivalenza tra la televisione e la rete, sfruttata in modo opposto ma equivalente dai due leaders che più hanno saputo essere protagonisti dei veicoli di comunicazione e informazione, Berlusconi e Grillo. Il primo partendo dalla televisione si è guadagnato un forte rebound in rete, il secondo, all’inverso, partendo dalla rete si è procurato il rebound in televisione.
     
     
    ANTONIO POLITO
    polito
    Una notazione sulle quote rosa: ho avuto esperienza diretta di una modalità di applicazione del sistema nelle primarie del Pd nel napoletano, per cui si era riusciti ad inquadrarle perfettamente nel sistema della logica clientelare e correntizia precedente, così che ciascuna delle donne candidate lo era soltanto quale rappresentante virtuale di un uomo che sarebbe stato l’effettivo detentore del posto conquistato.
    Il fascicolo è molto stimolante e vivace e finalmente affronta il problema della democrazia italiana dal versante dei cittadini, degli elettori. Da giornalista di quotidiani, e da autore di un libro scritto prima delle elezioni, che alla luce dei risultati elettorali mostra un problema di invecchiamento precoce, devo dire però che lo stesso problema è toccato in sorte al fascicolo. Non tanto perché non vi si parla Grillo, il che non era nemmeno richiesto per il tipo di tematica messa a tema, ma proprio nel merito dell’analisi della qualità degli elettori. Quando Pasquino scrive che gli elettori muovono da tendenze di partenza consolidate e solide, in parte derivanti dall’ambiente familiare; che per mutare opinione aspettano un’alternativa valida e affidabile; che valutano retrospettivamente più che prospettivamente, non coglie nel segno rispetto al caos che si è verificato nelle ultime elezioni. Quello che si è verificato è infatti un caos, a meno che non vogliamo pensare, come farebbero i tedeschi, che quando gli elettori consegnano un pareggio vogliano in realtà chiedere la formazione di una grande coalizione. Poiché non è questa la lettura che possiamo darne in Italia, dobbiamo dedurne che è quello emerso dalle urne è risultato sbagliato: se fosse un’equazione, sarebbe un’equazione sbagliata, che non dà risultati.
    Tornano utili allora i quattro requisiti elencati da Pasquino. Come deve essere l’elettore? In primo luogo, interessato. Ebbene, gli elettori italiani sono interessati. Non si spiegherebbero altrimenti due dati: il numero di talk-show politici di successo, eccezionale rispetto agli standard europei, e il grado di astensionismo, irrisorio se si considera che l’astensione record registrata in questa occasione, con un’affluenza del 75% dei votanti, farebbe la felicità di molti Paesi democratici occidentali, a cominciare dall’Inghilterra. In secondo luogo, l’elettore secondo Pasquino deve essere informato. Gli elettori italiani mediamente lo sono, forse meno di quanto dovrebbero, ma certamente più che in passato. Lo dimostra una ricerca condotta in Inghilterra da due studiosi italiani, i quali hanno verificato se il cosiddetto Tv Bias – cioè un orientamento dovuto ad una televisione faziosa – funzioni o meno in Italia. Questi studiosi hanno lavorato sullo switch off al digitale avvenuto tra il 2008 e il 2011, che ha portato a una caduta del numero di telespettatori che seguono i canali di Silvio Berlusconi dall’84% al 71% e un aumento per i nuovi canali dal 2% al 17%. Verificando se ciò abbia influito sul cambiamento elettorale, l’esito è stato positivo: persino in Piemonte, dove lo switch off è avvenuto in due date diverse per l’est e l’ovest, si è rilevata una riduzione dell’elettorato berlusconiano in ragione dell’aumento dell’offerta televisiva. Ad onta della tesi della videocrazia, bisogna osservare però che Berlusconi ha perso ogni volta che aveva il controllo di tutte le Tv, e che esiste una pluralità di strumenti d’informazione di cui i cittadini italiani fanno uso. Il terzo requisito dell’elettore è la partecipazione. Sotto questo profilo, gli elettori italiani partecipano al processo democratico, come dimostrano i tre milioni di votanti alle primarie, i nove milioni di persone nelle piazze di Grillo, i dati dell’affluenza alle urne. Quarta caratteristica dell’elettore è secondo Pasquino l’efficacia, ovvero la convinzione nutrita dagli elettori che si recano alle urne di influire incisivamente sul risultato finale. Qui tocchiamo il punto più problematico. Gli elettori italiani infatti hanno la netta sensazione di non essere affatto efficaci, per due ragioni. La prima è che il Porcellum fa somigliare il sistema istituzionale e il meccanismo delle votazioni a quello di un beauty contest, in cui non si conoscono i candidati e si vota sulla base di una preferenza superficiale, quasi estetica. La seconda ragione è legata al più vasto problema della democrazia, che definirei transnazionale piuttosto che sovranazionale: è il problema di creare uno spazio pubblico per la democrazia europea che corrisponda anche alla sede in cui vengono prese le decisioni importanti, e da cui al momento i cittadini si sentono lontani.
    Due considerazioni conclusive. A proposito dell’ottimo saggio sul tema Tv e new media, non va dimenticato che una cosa è l’informazione, altra cosa è la conversazione. In questo senso non si può nemmeno parlare genericamente di «new media», ma occorre operare una distinzione. La comunicazione è quella che fa qualsiasi politico, ministro o giornalista, che comunica top-down a delle persone ciò che pensa sia giusto fare, risultando più o meno convincente. La conversazione è invece quella che si fa attraverso Twitter, Facebook e in generale i social network, i quali non possono essere definiti semplicemente strumenti di comunicazione, alla stregua di quelli tradizionali, perché consentono un’interazione diretta che altrove non ha luogo. È una piazza virtuale nella quale veramente si forma opinione (come accadeva nelle piazze reali in passato). La seconda considerazione è la seguente: sarebbe arrivato il momento per una rimessa in discussione del mito delle primarie, viste spesso come lo strumento salvifico che miracolosamente trasforma l’isolamento della politica in un contatto con gli elettori. Le primarie del Partito Democratico ne sono la riprova: a fronte di una partecipazione di un numero elevatissimo di elettori del Pd (più del 33% dell’elettorato italiano), possiamo trarre due conclusioni. Se è vero che scegliendo Renzi come candidato premier il Pd avrebbe vinto elezioni, le primarie hanno dato un risultato sbagliato (probabilmente perché truccate). Se non è vero, e con Renzi il Pd avrebbe perso ugualmente, ne consegue che le primarie sono irrilevanti ai fini della scelta di un leader in grado di vincere le elezioni. Resta fermo che respingere l’elettorato dell’altro campo, come se fosse impuro, è stato un errore. Si tenga presente un altro dato: per le parlamentarie del Pd hanno votato 1.200.000 persone, per le parlamentarie di Grillo hanno votato 23.000 persone, tanto che in Parlamento siedono deputati del Movimento 5 Stelle scelti con 70-80 voti. È quest’ultima la forma di partecipazione democratica che ha vinto le elezioni, di contro a parlamentarie da più di un milione votanti, in cui chi vinceva doveva sottoporsi al giudizio ulteriore della Direzione, libera di decidere autonomamente. Entrambe dunque sono state una farsa, ognuna a modo suo. D’Alema oggi ha detto al proposito una cosa molto saggia, in un lapsus rivelativo, osservando che contro un partito come il Pd, che avendo lavorato per anni ha saputo mostrare tante aperture e ha apportato tante innovazioni, è risultato vincente un Movimento guidato da un signore 65enne che manda via i giornalisti dalle riunioni e tratta i suoi deputati come ragazzini. Questo prova un’ultima cosa, che tra l’innovazione e la novità c’è una profonda differenza.
     
    DIBATTITO
    Nel dibattito seguito al primo giro di interventi, vengono sollevate questioni su diversi punti. Si rimarca come la sconfitta del Pd sia dovuta alla scarsa attenzione prestata ai problemi concreti dei cittadini, rispetto ai quali le riforme costituzionali rivestono un’importanza solo secondaria. Si sottolinea in rapporto a ciò l’anomalia del panorama politico italiano, caratterizzato da alcuni tratti fondamentali: l’indistinzione fra destra e sinistra; una scarsa propensione al ricambio della classe dirigente; una debolezza o comunque una mancata applicazione della legge sul conflitto d’interessi; una bassa qualità dell’informazione politica; l’anomalia dei due partiti principali, Pd e Pdl. Nati in laboratorio, essi non sono assimilabili alle due parti politiche che polarizzano lo scenario della maggior parte dei Paesi democratici: conservatori e socialisti. Da questo insieme di fattori deriverebbe la vittoria del Movimento 5 Stelle nell’ultima tornata elettorale.
    GIULIANO AMATO Il dato del voto al Movimento 5 Stelle viene eccessivamente enfatizzato: accanto al 25% di elettori di Grillo, non va trascurato il 75% restante. Di quel 25% si può dire, applicando uno schema interpretativo elementare, che si è trattato nella maggior parte dei casi di un voto di protesta. Quegli elettori non intendevano cioè candidare la persona votata al governo del Paese, ma dare un «pugno nello stomaco» ai governanti, presupponendo che questi sarebbero stati altri dalla persona votata. Il punto è che se il numero di elettori che lanciano questo segnale supera un certo livello, si crea una situazione in cui coloro che avrebbero dovuto recepire il messaggio non sono effettivamente al governo. È quanto è avvenuto in questo caso, ed è possibile che ciò venga compreso dagli elettori. C’è allora da aspettarsi che probabilmente, in un’eventuale seconda tornata, il numero di voti di protesta sia destinato a decrescere, come avvenuto in Grecia nel passaggio da un’elezione all’altra.
    CLAUDIA MANCINA L’errore del Pd è stato principalmente quello di essersi accomodato sul risultato incassato con le primarie. In seguito a questo grande momento di coinvolgimento degli elettori, un coinvolgimento numerico ma anche comunicativo, il partito è rimasto infatti nell’ombra per circa due mesi. Certamente sono state sottovalutate le esigenze dei cittadini, ma ciò non costituisce al contempo una ragione sufficiente a depotenziare la questione costituzionale. Il problema del senato ad esempio è una metonimia dell’insieme più ampio delle riforme costituzionali che andrebbero attuate. Se non si procede in questo senso, lo scotto da pagare sarà un ingabbiamento nella farraginosità del sistema e un’impossibilità di procedere anche alle riforme rispondenti alle esigenze più solide del Paese. È stata poi opportunamente sottolineata l’anomalia dei nostri partiti rispetto al panorama europeo. Più a monte, è la storia politica del Paese ad essere anomala, motivo per cui urgono riforme non solo costituzionali, ma anche istituzionali, come una legge seria sul funzionamento dei partiti, che li obblighi ad adottare una struttura internamente più democratica.
    ANTONIO POLITO È innegabile che le primarie abbiano causato una mobilitazione, ma ci sono due limiti a questa osservazione. Anzitutto, la mobilitazione è stata dovuta anche al fatto che in quel momento il Pd era l’unico spettacolo sulla piazza e Grillo era in una fase latente; in secondo luogo, le primarie hanno provocato al contempo un effetto delusione. La sconfitta di Renzi non può infatti non aver scoraggiato gli elettori, se non altro per il modo in cui è avvenuta: al secondo turno delle primarie, il 92% dei richiedenti la possibilità di votare è stato respinto ai seggi. I votanti provenienti dall’altro campo sono stati respinti in quanto ritenuti «infiltrati», il che ha significato appunto la perdita dell’opportunità di intercettare voti di destra e il blocco di un’ondata che non passa dalla cruna stretta dell’apparato. Questi presupposti hanno reso inevitabile la sconfitta elettorale. In merito al problema delle riforme costituzionali, ritengo che che un dimezzamento delle camere sarebbe effettivamente più urgente che il dimezzamento dei parlamentari. Mentre quest’ultimo provocherebbe una riduzione del rapporto di rappresentanza, il superamento del bicameralismo perfetto e la trasformazione del senato in un sistema di rappresentanza regionale, degli enti locali e delle comunità, o addirittura in un senato consultivo, avrebbe un’efficacia senz’altro maggiore in termini di funzionamento del sistema. Infine, è senz’altro auspicabile la legge sui conflitti d’interesse, ma con degli adattamenti alle diverse situazioni; ad esempio ritengo che sarebbe risibile e superflua l’adozione del blind trust per Berlusconi, proposta da più parti. Se inoltre la Giunta del Parlamento, sede della sovranità popolare, rifiuta di rispettare una legge esistente sul conflitto d’interessi, perché non la ritiene applicabile a quel caso e ricorre al cavillo (in quel caso, il fatto che Berlusconi non era direttamente il «concessionario» ma, tecnicamente, il proprietario della «concessionaria»), cosa possono fare i cittadini se non seguire il titolo della rivista e «prendere le armi»? Tale è la contraddittorietà e la gravità della situazione: la maggioranza elettorale che si è espressa nel 1994 e in altre occasioni riteneva che non si potesse mettere fuori legge l’allora capo dell’opposizione con la legge esistente; con la stessa, si chiede oggi di metterlo fuori legge e di non mandarlo in Parlamento. Ma, anche ammesso che fosse stato fatto, ciò avrebbe risolto il problema della sinistra? L’assenza di Berlusconi dalla scena politica avrebbe eliminato anche l’elettorato berlusconiano? La risposta è negativa, e riconduce al tema della rivista: la qualità di una democrazia è data dalla qualità dei suoi elettori. Il voto ne ha dato la dimostrazione più lampante. Dopo le amministrative recenti, di Parma e dintorni, ho avuto una polemica televisiva con Rosy Bindi, in cui sostenevo che il Pd non avesse vinto quelle elezioni. Il Pd infatti aveva vinto solo laddove si contrapponeva direttamente al Pdl, perché il Pdl era al suo minimo storico, ma in presenza di un’alternativa qualunque al Pdl, il Pd aveva perso: è la dimostrazione chiara che gli italiani avrebbero cercato disperatamente un controcanto a Berlusconi pur di non avere la sinistra al governo. Questo è il punto della situazione politica italiana, che richiede che la sinistra allarghi i suoi confini elettorali, sociali e d’insediamento culturale, altrimenti il Berlusconi di turno, con o senza conflitti di interessi, sarà un generale, un ecclesiastico, un comico, ma spunterà sempre.
    GIANFRANCO PASQUINO Contrariamente a quanto è stato sostenuto, l’elettorato del Movimento 5 Stelle non coincide col popolo che soffre, le analisi mostrano che si tratta anzi di un elettorato ben collocato da un punto di vista sociale, che ha scelto persone giovani, in carriera e con un titolo di studio. Quella che ci attende è allora una situazione assolutamente delicata, con dei punti fermi, uno dei quali è stato sottolineato dal pubblico: rispetto a qualsiasi Paese europeo, mancano nel nostro le aggregazioni socialista e democristiana o conservatrice. Non disponendone, ci vediamo costretti a fare i conti con quello che il nostro panorama politico produce, e che può essere indifferentemente Grillo così come Berlusconi. La speranza da questo punto di vista è che a un certo punto esauriremo la possibilità dell’invenzione. Venendo al conflitto d’interessi, il problema di Berlusconi non era che fosse ineleggibile, ma che era incompatibile con una carica di governo. È qui che scatta l’incompatibilità, non prima, perché non si può privare l’elettore della possibilità di scegliere e, sebbene  Berlusconi non possa fare il capo del governo, egli può essere il capo dell’opposizione. Ciò detto, il fatto è ormai compiuto e venirne fuori implicherebbe un’operazione molto complicata che creerebbe problemi difficilmente risolvibili. Il secondo punto emerso con una certa chiarezza nel dibattito di questi giorni ruota intorno alla mancata vittoria di Renzi. Ci si domanda se Renzi avrebbe condotto il Pd a un diverso risultato elettorale. Due cose sono certe: Bersani ha fatto leva sull’elettorato tradizionale e, come capo di partito rassicurante, cercava i fedeli e li ha trovati, Renzi cercava persone che si lasciassero convertire e non gliel’hanno lasciato fare, ma è indubbio che ne avrebbe trovate parecchie. Ora, la ricerca dei fedeli non produce la mobilitazione necessaria alla vittoria elettorale, quella che si era espressa nelle primarie e la cui energia andava liberata, perché si esprimesse e assicurasse dei risultati. È avvenuto invece che sia stato persino difficile concedere un secondo turno. Il processo descritto ha riguardato in particolare la parte mobile dell’elettorato, che si attesta intorno al 10% e che da 18 anni non trova un luogo dove acquietarsi, non riesce a dare un mandato e a giudicare col nuovo voto chi ha governato in precedenza. Avviene perciò che se l’elettore trova una novità d’offerta vi si va a collocare. Il vero successo del Movimento 5 Stelle sotto questo profilo è consistito non tanto nell’attirare, per il 60-70%, voti da sinistra, ma nell’aver conquistato quella restante fetta proveniente dai voti di destra. Questi ultimi erano così inattesi da aver rappresentato anche il problema principale per i sondaggisti, i quali infatti non potendo prevedere un simile dato attestavano il Movimento intorno al 18%. Il risultato di Grillo non traduce però automaticamente la protesta in proposta, e qui si annida il problema che ci troviamo a dover affrontare. L’ultimo punto sollevato riguarda le riforme istituzionali. Ricordo che in un’occasione, in risposta a una battuta di Amato («con le riforme istituzionali non si mangia!»), io replicai che senza riforme non si produce il cibo. Lo scambio di battute è esemplare rispetto alla tesi che vorrei enunciare, e cioè che se non si modifica l’attuale funzionamento delle istituzioni andremo incontro a difficoltà sempre maggiori. Il problema non risiede tanto nei poteri del Presidente del Consiglio, ma appunto – come è stato detto – nel Parlamento bicamerale che annega ogni operatività. Di conseguenza, il vero passaggio da favorire consisterebbe nel far sì che i politici si assumessero personalità dirette, presentandosi in collegi uninominali. Mentre i nostri politici non vogliono, come si dice, «metterci la faccia», i candidati nel Regno Unito fanno il door to door, parlano con gli elettori e li ascoltano. Riallacciandomi a quest’ultimo elemento vorrei concludere evidenziando un dato di fatto significativo: il Pd non ha vinto le elezioni, forse le ha perse (anche se non mi spingerei ad affermare tanto), ma i suoi dirigenti no, perché sono tornati tutti in Parlamento!
     
    GIULIANO AMATO Il tema istituzionale è nella sua importanza di difficile trasmissione agli elettori. Bisogna essere in grado di mostrarne la strumentalità alla soluzione dei problemi quotidiani, perché se si fa l’errore di presentarlo come un fine in sé sorge naturalmente l’obiezione mossa dal pubblico, e cioè che esso riguarda i politici ma non i cittadini. Un problema analogo viviamo in questo momento con l’Europa. È chiara a tutti l’imprescindibilità di un’integrazione politica europea, com’è chiaro che realizzarla non significherebbe realizzare una vecchia utopia ma fare ciò che è utile e doveroso ed avere un sistema rispettabile. Tuttavia non è facile offrire simili urgenze alla percezione reale dei cittadini. Non c’è dubbio, inoltre, che il governo debba riformare la legge elettorale, sebbene l’attuale Porcellum da un punto di vista teorico e sistemico funzioni, garantendo una maggioranza e facendo sì che essa si sottoponga alla prova degli elettori. Tuttavia, è stato mostrato in questa occasione che senza un sistema elettorale che la assecondi, la volontà degli elettori, per come è oggi suddivisa, non riesce più a esprimere una maggioranza e che i partiti stessi, con un sistema così polarizzato, non riescono a formarla. Bisogna aiutare il sistema politico a trovare la maggioranza proprio attraverso gli elettori. Il doppio turno trova perciò in questa fase politica italiana la prova provata della sua necessità, anche se nemmeno il doppio turno avrebbe garantito una linearità in questa occasione. Al momento infatti la legge più drastica, quella francese, prevede per l’ammissione al secondo turno una percentuale del 12%. Se si tiene presente che nelle ultime elezioni italiane ben tre formazioni hanno raggiunto questa soglia, si sarebbe configurata la situazione piuttosto ardua di un doppio turno a tre. In ogni caso, esso avrebbe almeno garantito che gli eletti fossero eletti da una maggioranza. Avere invece alla camera una maggioranza dei seggi che corrisponde al 29% dei voti è qualcosa di assolutamente inedito. La vecchia legge Acerbo prevedeva ad esempio una soglia del 25%, ma quando fu applicata, col Partito fascista, questo aveva superato il 60%, per cui essa fece da sostengo ma non fu decisiva, risolutivo fu il consenso degli elettori. Il Porcellum stesso, nelle altre due occasioni in cui è stato applicato, ha assegnato il 55% dei seggi a coalizioni che si erano attestate entrambe al di sopra del 40%, una percentuale superiore persino ai voti necessari per la maggioranza nella camera dei comuni britannica. Quanto alla vittoria del Movimento 5 Stelle infine, i flussi verificati finora dimostrano che i voti provengono principalmente dal Pd. A fronte di un simile esito, ci si domanda: è «tutto da rifare?». A questo interrogativo, oggi, abbiamo cercato di rispondere.
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