TAVOLA ROTONDA 2013

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    Istituto Luigi Sturzo - Via delle Coppelle 35,  Roma, 21 febbraio 2013 


    Tavola rotonda 21 febbraio 2013VITTORIO EMANUELE PARSI
    Una delle caratteristiche di «Paradoxa» è che riesce a cogliere il momento più opportuno – il giusto margine di anticipo – per affrontare i temi che sceglie: questo vale anche per il fascicolo di cui discutiamo oggi. Il titolo, «Eutopia», allude ad un interrogativo di fondo, che si potrebbe esprimere in questi termini: che ne è dell’Europa, di quell’ideale che avrebbe dovuto scaldare il cuore di molti? Il termine «Europa» rimanda oggi assai più ad un groviglio problematico che non allo slancio progettuale che animava i padri fondatori. E tuttavia, nonostante il vistoso declino dell’ideale europeo, l’Europa può tornare ed è tornata ad avere un ruolo importante nel dibattito politico. Dalla volontà di comprendere più a fondo le ragioni di questa situazione apparentemente paradossale muove il numero della rivista, che si costruisce intorno a due fuochi concettuali: la necessità dell’esistenza dell’Europa, e la necessità di una sua riforma. Il problema è che non tutte le necessità si traducono in comportamenti necessari. Appare quindi tutt’altro che certa l’effettiva possibilità di riformare l’Europa e tutt’altro che chiaro il modo in cui essa possa eventualmente essere riformata. Per un verso è evidente che la moneta unica è un’istituzione ormai irrinunciabile; per altro verso, ciò implica che si gestisca un problema devastante come il deficit di democrazia che la moneta unica sembra aver provocato. Nonostante le problematicità però, e al di là della forma assunta dall’Europa negli ultimi 50-60 anni, resta il fatto che un’essenza europea esiste. Da tale ambivalenza derivano diversi paradossi.

    Il primo e più grande paradosso si può esprimere osservando che l’unica forma di sovranità nazionale rimasta è di fatto quella del debito. Il caso della Grecia è esemplare: a fronte di un debito che in fondo è irrisorio rispetto all’ordine di grandezza europeo sarà necessario attendere il ciclo elettorale tedesco per mettere mano a possibili soluzioni. Se, da un lato, ciascun Paese è legato alle guidelines inflessibili imposte dall’Europa, dall’altro un’azione europea è a sua volta vincolata dai cicli nazionali e dal voto nei singoli Paesi. Da questo doppio vincolo è indispensabile liberarsi, pena la resa di fronte all’egemonia di fatto di un Paese dell’Unione sugli altri (nel caso specifico la Germania), che mina l’Unione Europea nella sua stessa ragion d’essere: la quale, infatti, è nata precisamente con lo scopo di depotenziare la rilevanza delle differenze di potenza, di promuovere cioè delle prassi diverse rispetto all’espressione di meri rapporti di forza. È innegabile che le élites politiche tedesche, per quanto criticabili, abbiano uno spessore e una formazione di altro tipo, per questa ragione la Cancelliera Merkel è stata la prima a volere che tale condizione di fatto si trasformasse in una condizione istituzionale, e cioè che vi fosse un commissario europeo preposto alla sorveglianza dei bilanci degli Stati. Questo è un punto importante, perché l’istituzionalizzazione crea delle prassi diverse rispetto a quelle che sono mera espressione dei rapporti di forza, e perché un meccanismo che viene istituzionalizzato, proprio in virtù dell’istituzionalizzazione, ha le sue contromisure e il suo spazio pubblico di discussione. Lo spazio pubblico esiste cioè anche e soprattutto all’interno della cornice istituzionale, perché la democrazia non è il consenso di tutti su una verità precostituita, non è il disvelamento di una verità da riconoscere, ma è il dibattito stesso che conduce alla costruzione di una verità su cui poi si crea consenso.
     
    C’è al proposito un’osservazione fondamentale su cui occorre riportare l’attenzione: nel momento in cui si istituzionalizza un processo, bisogna distinguere il necessario dal contingente. Nel caso dell’euro, la necessità strutturale della moneta unica è rimasta vincolata a una questione contingente come l’inflazione tedesca, mentre sarebbe auspicabile una politica complessiva, basata sul principio per cui tutti i popoli sono dotati degli stessi diritti e meritano lo stesso rispetto.
    Gli autori di Paradoxa affrontano le questioni appena ricordate da diversi punti di vista. Domenico Fisichella si sofferma sul rapporto tra politica e tecnocrazia, più precisamente, sullo slittamento della legittimazione dal campo del consenso a quello della competenza. Chi paga il conto di questo slittamento? Quel che è certo è che sull’allocazione del costo sussiste e sussisterà sempre una differenza fra destra e sinistra. Luca Diotallevi descrive invece un passaggio decisivo, tutt’altro che indolore, ossia il passaggio dall’Ue «così com’è», nella sua condizione attuale di confederazione di Stati deboli, e l’Ue «come dovrebbe essere», ovvero una struttura federativa vera e propria. Il contributo di Damiano Palano (L’inverno dello scontento europeo) offre all’attenzione una serie d’interrogativi a cui si può provare a rispondere tramite i suggerimenti avanzati nel saggio di Nicola Pasini su domanda e offerta politica in Europa. Adolfo Scotto di Luzio esamina per parte sua la questione del «popolo europeo», interrogandosi sulla possibilità e le modalità della sua costruzione. Un dato preoccupante è fornito poi dal saggio dell’internazionalista Fulvio Attinà, noto sostenitore della politica estera che denuncia l’assenza di una politica estera europea. A questo aspetto si connette anche il paradosso messo in luce da Marina Calculli, l’avvicinamento cioè delle due sponde del Mediterraneo, a cui si accompagna un sostanziale allontanamento dell’Europa e una sua incapacità di proiettare sull’altra sponda la propria forza politico-culturale. Altro aspetto importante è quello del welfare europeo, affrontato da Maurizio Ferrera nell’articolo che precede i due saggi di chiusura del fascicolo, dal respiro più ampio: quelli di Pierluigi Valenza sulla storia, la filosofia e la progettualità che soggiacciono alla costruzione dell’Europa, e Roberto Castaldi (Comprendere l’integrazione europea: le sfide contemporanee alla luce del processo storico).
     
    DOMENICO FISICHELLA
    La questione «Europa» può essere affrontata sotto un duplice aspetto: culturale e strutturale.
    Il profilo culturale è particolarmente significativo e implica una serie di nodi problematici. In primo luogo, è necessario prendere atto del fatto che non vi è una, ma più storie d’Europa. Ad esempio, la lettura dell’Europa proposta da Montesquieu non è la stessa che viene fornita da Rousseau. Ancora, mentre nell’Illuminismo c’era la tendenza a collegare modernità e mondo antico, nel Romanticismo si ha piuttosto il recupero del mondo medievale. Per Montesquieu la libertà comincia con il feudalesimo, per Rousseau il feudalesimo è un’esperienza storica che sarebbe meglio non fosse mai accaduta. Questa stratificazione non può non influire sull’idea che abbiamo di Europa. La coesistenza di tante concezioni crea infatti problemi di diverso ordine, come dimostrano il caso della Turchia o il dibattito sulle radici cristiane, che, per altro, non può essere affrontato senza tener conto del fatto che la prima stagione che ha pensato all’Europa nella sua unità è stata il Medioevo, in cui si è avuta un’esperienza di organicità.
    Quanto al profilo strutturale è utile prendere le mosse da un raffronto. Si comprende agevolmente che la situazione dell’Europa non è assimilabile in alcun modo a quella degli Usa, in cui c’è una base di omogeneità socio-culturale, economica e persino geografica: gli Stati Uniti sono sostanzialmente un’isola, praticamente invulnerabile. Una frattura profonda quale è stata la guerra civile non prodotto una lacerazione insanabile, ma anzi ha forzato questa realtà a diventare una realtà nazionale. L’architettura istituzionale, in virtù della quale a 312 milioni di abitanti corrispondono 100 senatori, ha prodotto una condizione strutturale di unitarietà. Diversamente che in Europa, le istituzioni statunitensi non sono concepite per essere proiezioni delle aspettative del demos, il che ha permesso di evitare tutti quei meccanismi che bloccano l’azione politica europea: il potere di veto, la logica unanimitaria, il sistema delle quote.
    Le condizioni di partenza erano evidentemente diverse, ma l’assetto istituzionale ha un’importanza difficilmente sottovalutabile, come emerge chiaramente se si tiene conto del rapporto strettissimo (assai più decisivo del problema dei cicli elettorali di cui sopra) tra legittimità politica e crisi economica e finanziaria. Il motivo per cui gli Usa sono stati in grado di far fronte alla Grande Depressione è lo stesso motivo per cui non lo è stata la Germania: la percezione della legittimità delle istituzioni deputate a fronteggiarla. La questione diventa quella, cruciale, di come l’Europa si rapporta alla democrazia e a quelle altre forme che, a partire dall’inizio del XIX secolo, si sono proposte in alternativa alle istituzioni rappresentative. La tematica della rappresentanza politica si accompagna sin dall’inizio, specie nell’area continentale dell’Europa, a quella della crisi delle istituzioni rappresentative. La «tecnocrazia» nasce per l’appunto come critica alle istituzioni rappresentative e alla loro crisi. Ora, la costruzione di una realtà unitaria è possibile solo in base a un’idea organica, altrimenti la formazione di egemonie in una realtà composita come quella europea diventa inevitabile. L’ampliamento dell’Europa a 27 membri è stato ad esempio un atto di generosità ma anche una spinta incontrollata, che non ha tenuto conto delle diverse radici degli Stati. Oggi ci troviamo perciò in questa condizione di difficoltà, in cui rientra il succitato tema del bilancio, tema che emerge a partire dal XVIII secolo. Già Saint-Simon affermava che «il bilancio è la legge generale»: il bilancio è lo strumento in base al quale definiamo tutto il resto, dalle forze armate alla politica estera. È difficile perciò nominare un commissario europeo al bilancio, che sia anche commissario europeo al bilancio dei singoli Paesi, se la premessa è quella di un andamento che non è unitario anche dal punto di vista della politica estera e militare. Su un piano più teorico, e riprendendo la distinzione necessario-contingente proposta da Parsi, non bisogna sottovalutare il ruolo della necessità e immaginare che la libertà possa tutto, perché la libertà s’inserisce nel quadro condizionale-circostanziale, ed è proprio in ciò che si colloca la capacità di scelta, e la capacità delle classi dirigenti stesse. Se ci rivolgiamo al tecnocrate, ad esempio, che è qualcosa di ben diverso dal tecnico, in quanto ritiene di avere competenze superiori a quelle tradizionalmente riconosciute alla politica, è proprio perché avvertiamo un disagio legato alla percezione dell’incapacità delle classi politiche. Il disagio della democrazia è un dato di realtà che iniziamo ad avvertire in una molteplicità dei Paesi, alcuni dei quali hanno fatto un ingresso più tardivo nell’Unione. La democrazia, diceva Parsi, è l’essenza dell’Europa attuale, ma nelle sue parti questa Europa non era originariamente democratica. I tempi e i processi sono lunghi. Si può stabilire sotto questo profilo un nesso con la primavera araba. Essa è certamente un esercizio di esportazione della democrazia, ma è un esercizio imperiale dai tempi lunghi: un esercizio pericolosissimo, anche per le sorti dell’Europa stessa e di ciò che pensiamo l’Europa debba essere.
     
    VITTORIO EMANUELE PARSI
    ParsiÈ vero che i tempi lunghi sono un fattore imprescindibile e tuttavia è possibile anche salire sulle spalle dei giganti, come nel caso della scienza, e dunque avvantaggiarsi di esperienze che non si sono vissute in prima persona.
    Concordo, inoltre, sull’opportunità di non sovrastimare la libertà, ma è anche vero che la necessità non annulla la possibilità della scelta. Allo stato le istituzioni europee sono tali da tenere insieme realtà destinate a restare diverse: questo comporta che, se resta così com’è, l’Europa non ha altro destino che quello di sparire.
      
    GIACOMO MARRAMAO
    Il titolo del fascicolo di Paradoxa allude, evidentemente, alla dimensione eu-topica, che rimanda anzitutto all’inizio dell’Utopia di Thomas More: e, in effetti, in tutto il fascicolo serpeggia l’idea secondo cui l’Europa sarebbe un «non luogo». Certo, un qualche tratto comune si può cogliere nella somiglianza degli spazi pubblici urbani: c’è una fisionomia caratteristica della città europea, che non è dato ritrovare altrove, e che potrebbe essere di una qualche rilevanza ai fini di una progettazione istituzionale dell’identità europea. E tuttavia resta vero che, per utilizzare una definizione semiseria coniata anni fa con Giuliano Amato in occasione di un convegno, l’Europa è a tutti gli effetti un Ufo, nel senso letterale di «unidentified flying object». È un oggetto non identificato, perché non somiglia a nessuna delle istituzioni politiche che si sono date nella storia; e però vola davvero, se è stata capace di tener lontana la guerra dai propri confini per un periodo tanto lungo.
    MarramaoNell’editoriale di V.E. Parsi si fa cenno alla indifferenza italiana verso l’Unione, che è effettivamente ravvisabile soprattutto nei giovani, i quali girano l’Europa, ma non sono affatto interessati alle politiche europee. Eppure, l’Italia è in linea di massima un Paese europeista: un’interpretazione malevola potrebbe spiegare questo atteggiamento riportandolo alla pervicace diffidenza nutrita dagli italiani nei confronti dei propri governanti e all’insofferenza nei confronti di qualsiasi vincolo sia imposto dallo Stato nazionale. Questo tendenziale liberismo può naturalmente dispiegarsi anche a livello europeo, per esempio nella polemica contro la moneta unica che ha alimentato la campagna elettorale. Certamente, anche l’euro fa parte a pieno titolo dell’«Ufo-Europa», essendo la prima moneta della storia priva di conio sovrano (argomento, questo, che ritorna nella polemica). Le osservazioni appena fatte ci riconducono alla questione del costo politico della cessione della sovranità, sollevata nell’articolo di Lapo Berti. Ci si domanda: a quale entità si cede la sovranità? A un’entità istituzionale che non somiglia né a uno Stato né a un impero? Lo stesso Berti critica la tendenza tecnocratica e la battuta riportata da Parsi («l’unica cosa sovrana è il debito») costituisce un altro filo conduttore del dibattito sull’Europa, vista sempre più come luogo e spazio delle politiche necessitate, secondo il noto motto «ce lo chiede l’Europa». Su queste e altre basi si è innescato un euroscetticismo diffuso e trasversale, che non va sottovalutato e che si lega non soltanto all’idea che l’Europa sia stata condizionata dai poteri finanziari statunitensi, ma, più in generale, alla percezione di una progressiva periferizzazione provocata dai processi di globalizzazione in atto. Esemplificando, l’impressione diffusa è che sono stati fatti molti sacrifici per creare un’entità che si rivela poco competitiva su scala globale, che non è cioè in grado di assurgere a global player. Le critiche degli euroscettici, però, falliscono il bersaglio, non da un punto di vista filosofico, ma da una prospettiva geopolitica. Al contrario di quanto si tende a pensare, infatti, l’euro è percepito dai grandi poteri finanziari americani come una minaccia alla loro supremazia, come un’anomalia che mette in discussione il dollar standard e che dunque deve essere rimossa.
    Nel fascicolo sono poi presenti contributi, come quello di Luca Diotallevi, che mettono in discussione gli Stati Uniti d’Europa, intesi come creazione di un Superstato sovrano rispetto ai singoli stati nazionali. In effetti, se si tiene conto del fatto che l’Ue ha operato con un eccesso di simulazione, imitando i peggiori difetti degli Stati centrali senza averne i pregi, appare assai più auspicabile un «multi-level governance system». Uno di questi difetti è il proliferare di leggi in una situazione in cui sarebbero necessarie meno norme (e soprattutto chiare) e più istituzioni dinamiche e creative. Il problema è affrontato da Domenico Fisichella, che individua un problema significativo nella frattura tra due modi alternativi – all’interno della stessa Europa – di concepire il diritto e la democrazia. Da quando Elisabetta I ha sottratto il Regno Unito alle beghe europee per orientare i propri interessi sul mare è effettivamente cambiato il mondo. Il Regno è diventato un’isola a tutti gli effetti e in questo modo è nata la modernità industriale (c’è una bella pagina di Schmitt in proposito).
    Se ne ricava che dobbiamo, precisamente, valorizzare il carattere non statalista della nostra Costituzione e, se dobbiamo concepire un diritto dopo lo Stato, dobbiamo ripercorrere le fasi del diritto prima dello Stato. Damiano Palano evidenzia al proposito come nel mondo contemporaneo, più che di contropolitica, si debba parlare di controdemocrazia. Una distinzione risulta allora fondamentale, quella tra neopopulismo e «postdemocrazia» (espressione coniata da Colin Crouch). Il primo cerca legittimità non attraverso l’acclamatio ma attraverso il sondaggio: il neopopulismo mediatico, che ne è parte integrante, trasforma il popolo in audience, decostruisce il consenso tradizionale e lo spettacolarizza in preda a una sindrome barocca, spettatoriale. La seconda, invece, ha a che fare con le nuove forme di corporatismo (non «corporativismo»), che sono molto simili alle potestà indirette (potestà religiose, potestà interne ai partiti etc.). Nella polemica Grimm-Habermas su questi motivi (per il primo non può esserci Costituzione europea senza popolo europeo, per il secondo vale l’inverso), la posizione di Habermas pare condivisibile: l’unico elemento di perplessità è relativo alla validità della domestic analogy.
    Rileviamo infine nell’Europa odierna un doppio movimento: dall’alto e dal basso. Da un lato, si avverte la necessità di una più efficace politica estera, attestato il naufragio, negli ultimi anni, delle logiche intergovernative; dall’altro, non si può misconoscere l’importanza dei movimenti d’opinione e di una rete delle municipalità, che appare promettente. Il doppio movimento va proiettato in un quadro globale, in cui si situano altresì il rapporto tra Est e Ovest («l’altra Europa») e quello tra Nord e Sud descritto nel contributo di Marina Calculli, rapporto connotato da una sorta di analfabetismo di ritorno per cui più la sponda meridionale dell’Europa si avvicina a noi, meno siamo in grado di comprenderla. Ciò di cui si avverte il bisogno, su queste basi, non è tanto un’utopia, quanto un realismo appassionato. Il mondo contemporaneo va verso la formazione di grandi aree macroregionali, l’una costituita dal blocco Usa-Europa, l’altra dai Paesi «Brics», nei quali vanno affiorando economie capitalistiche distinte da quella europea. Questa situazione rende evidente come il mondo non si omologhi al mercato, perché il mercato globale non produce di per sé una società globale. Se ne può concludere che in questo XXI secolo sino-americano l’Europa potrebbe assumere il ruolo di tertium. Ma non è facile prevedere come ciò accadrà. Tornando al binomio libertà-necessità, se è vero che necessità significa capacità di operare in una congiuntura, è anche vero, come si dice, che ducum fata volentem, nolentem trahunt.
      
     
    VITTORIO EMANUELE PARSI
    Sono d’accordo sull’osservazione relativa al mercato. Il mercato non è un fattore identificante o uniformante. Nella costituzione di un’unità politica il mercato è stato paradossalmente la premessa che ha posto le condizioni dell’unità politica stessa, mentre oggi non assolve più questo compito.
     
    MARTA DASSÙ
    Il fascicolo di Paradoxa è impegnativo: vengono posti problemi nodali di fronte ai quali ci siamo trovati e ci troviamo. Per parte mia vorrei proporre un’interpretazione di quanto è accaduto. Stiamo vivendo una crisi gravissima che, importata dagli Stati Uniti nel 2008, ha messo in luce debolezze strutturali della governance economica dell’Europa, che ha reagito tardi e male, anche se circola la tesi per cui l’Unione economica non è la causa, e, al contrario, se non avessimo avuto la moneta unica non avremmo addirittura saputo reagire a questo stato di cose. È senz’altro vero che il problema non è costituito soltanto dal debito greco: la crisi è gravissima e non consente distrazioni. Sarà difficile tornare alle aspettative di crescita del 2005: i dati sulla disoccupazione diventano allarmanti (e spiegano fenomeni come il movimento di Beppe Grillo) ed è necessario fare i conti con due fattori di svantaggio competitivo: le tendenze demografiche e la dipendenza energetica. Negli USA, per esempio, è in corso una grande rivoluzione energetica che spiega perché siano tornati a crescere dopo il 2008: sembra che dal 2030 saranno in grado di esportare petrolio, invece che importarlo, e di liberarsi così dalla dipendenza dai Paesi arabi.
    In Europa, per contro, l’assetto della moneta unica non è adatto ad assorbire shock asimmetrici come quello derivante dal divario Nord-Sud, né a gestire il cambio esterno: si sta infatti riducendo anche la flessibilità legata alla domanda dell’Euro sui mercati esteri. Si crea così il paradosso per cui l’Euro è fortissimo a fronte di una scarsa o assente capacità di crescita. In una simile cornice, la ripresa dell’Ue, derivante da una reazione comunque tardiva e insufficiente alla crisi, è avvenuta soltanto grazie all’export.
    Un secondo punto da considerare è relativo al ruolo della Germania. Sarebbe ingenuo considerare la Cancelliera Merkel come intenzionata ad ostacolare il processo di integrazione europea, perché in realtà si trova a gestire una situazione molto difficile: è a capo di una coalizione fragile e si trova per di più soggetta ad una Corte Costituzionale che ha vincolato i trasferimenti di sovranità all’approvazione del Parlamento tedesco (il che non significa che non devono verificarsi trasferimenti, ma che essi sono soggetti alla ratifica del popolo). Il punto è che l’Europa per mezzo secolo è stata costruita da élites che intendevano portare i cittadini ad esser parte del processo comune quasi a loro insaputa. Questo è divenuto ormai impossibile: il problema della legittimità democratica è esploso in tutta la sua urgenza.
    Si può rilevare come elemento positivo che, a fronte della crisi drammatica che ha occupato l’ultimo anno, si è aperta una discussione ufficiale che ha saputo toccare i problemi di fondo. Nonostante la crisi e nel bel mezzo della crisi stessa, si è creato uno spazio pubblico e d’interconnessione che rende obsolete le polemiche sulle intromissioni esterne (come quelle tedesche) nella politica e nell’economia di altri Paesi, o sul fatto, peraltro evidente, che la Germania ha ottenuto i massimi benefici dall’Euro. Il problema reale dell’Europa in realtà non è rappresentato dalla Germania, ma dalla Francia, che è un Paese sovranista, poco incline al trasferimento di poteri all’Ue, e dalla Gran Bretagna.
    Concludo con due osservazioni: a) l’Europa che sarà capace di reggere alla crisi e di diventare anche un’Unione politica, quale che sia il suo assetto, certamente non potrà essere un’Europa a 27 membri e probabilmente sarà un’Europa a più velocità; b) per quanto paradossale possa sembrare in un momento in cui sembra scontato l’avvento di un’«era del Pacifico», l’Atlantico (cioè l’Europa e gli Stati Uniti) può avere ed ha ancora un futuro: la resilience delle nostre democrazie, infatti, una volta trascorso il decennio giapponese, rappresenterà ancora una carta da giocare.
     
     
    VITTORIO EMANUELE PARSI
    In realtà dobbiamo ricordare che gli USA esportavano petrolio già negli anni ’40, quindi lo scenario delineato si presenta come un ritorno al passato. Concordo in pieno sulla necessità di spostare il fuoco problematico dalla Germania alla Gran Bretagna, che rischia in effetti di divenire una sorta di free rider dell’Unione, che usufruisce soltanto dei benefici che ne derivano, continuando a godere per il resto di un vantaggioso isolamento. E concordo anche sulla prognosi positiva relativa all’Atlantico, visto che non mi pare esista alcuna comunità sul Pacifico.

 


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