SEMINARIO 2011

  • "Quali indicatori per misurare il valore aggiunto culturale?"
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    Fondazione Nova Spes - Piazza Adriana, 15, Roma, 17 maggio 2011 

     

    Intervento del Prof. Pierluigi Sacco  

    Negli ultimi anni è fiorita una notevole letteratura sull’attività culturale creativa, in particolare in relazione alla sua classificazione. Come vado a spiegare, in questo quadro il patrimonio culturale occupa un tassello piccolo, per quanto molto importante.
    Questo tipo di studi è nato da un lavoro svolto dal Department for Culture, Media and Sport britannico negli anni Novanta, poi formalizzato da alcuni studi recenti della Comunità Europea e di altri Paesi.
    Sulla base di questi studi il settore delle industrie culturali creative si divide in undici settori.
    Tre di questi settori hanno un carattere non industriale. Sono settori che non possono sopravvivere senza sussidi e sono quelli su cui si concentra l’attenzione di un Paese come l’Italia quando si parla di cultura. È un atteggiamento singolare, sia perché la cultura è molto più di quanto indicato da questi tre settori, sia perché tra le prime venticinque regioni europee per occupati nel settore culturale in senso più ampio, ve ne sono quattro italiane. La Lombardia in particolare è addirittura la terza regione d’Europa dopo Inner London e Île-de-France. Curiosamente dunque l’Italia è un Paese importante per l’industria della cultura, ma si finge che non esista. Dovremmo capire perché, io ho tentato di farlo in un mio libro appena pubblicato.
    Tornando ai settori, dicevo che tre degli undici settori non sono considerati industriali e vengono chiamati core perché sono nati e si sono strutturati in una fase preindustriale. Si tratta delle arti visive, dello spettacolo dal vivo e del patrimonio.
    Poi ci sono cinque industrie culturali: cinema, musica, radiotelevisione, editoria, videogiochi. Se ci sembra strano che in questa classificazione figurino anche i videogiochi pensate che quando è nato il cinema l’atteggiamento era identico e lo si considerava un prodotto “sotto culturale” senza futuro.
    Infine abbiamo le cosiddette tre industrie creative, che si differenziano dalle industrie culturali. Queste ultime producono esperienze o beni che hanno come unico scopo la fruizione. Le industrie creative hanno invece uno scopo strumentale che va oltre l’espressione culturale. Si tratta del design, dell’architettura intesa come progettazione architettonica e della comunicazione (pubblicità ecc.)
    Questi sono gli undici settori come vengono oggi classificati dalla Comunità Europea.
    All’interno di questa classificazione c’è una omissione pesante che dovrà essere in qualche modo sanata. Riguarda le piattaforme internet di contenuti. Ad esempio You Tube, che non è ne cinema, né televisione né altro, ma è allo stesso tempo tutto questo insieme. Si tratta di trovare una soluzione per classificare anche questi settori di grande importanza economica.
    Occorre tener conto poi di aggiunte ai settori tradizionali. Nelle classificazioni più recenti c’è chi sottolinea che il food design - quindi la ristorazione con un altissima componente di design - dovrebbe entrare a far parte di questa classificazione.
    La Comunità Europea nel 2006 ha commissionato uno studio alla società Kea di Philippe Kern, a cui ha chiesto per la prima volta di quantificare il turn-over del macrosettore delle industrie culturali creative. Il loro studio dal punto di vista statistico fa acqua da tutte le parti, ma ha acquisito un fortissimo valore retorico. Esso dimostrava sulla base dei dati del 2005, che il macrosettore dell’industria culturale creativa, nel suo complesso, fatturava circa il doppio dell’industria automobilistica ed era uno dei più grandi settori dell’economia europea. Soprattutto, uno dei settori più dinamici. Su un arco di cinque anni aveva uno spread di crescita sull’economia europea nel suo complesso del 12%. Una enormità.
    Da questo studio è partito un torrente emozionale per cui in molti Paesi si è capito che le industrie culturali creative avevano un peso rilevante. Per questo motivo ggi, nella maggior parte dell’Europa, il discorso che stiamo facendo non avrebbe senso. Negli altri Paesi europei è chiarissimo che si tratta di un macrosettore importante. Non a caso durante la crisi in molti Paesi europei il finanziamento alla cultura non solo si è salvato, ma in alcune aree strategiche è addirittura aumentato.
    Il vero problema è che noi facciamo finta che questo aspetto non esista. In Italia non si è mai sentito parlare seriamente di industria culturale creativa. Il XIII rapporto IEM della Fondazione Rosselli parla di patrimonio culturale, non di industria culturale.
    Non solo, l’Italia è l’unico Paese dell’Ue a non avere una strategia d’azione per l’industria culturale creativa. Si tratta di un aspetto particolarmente grave se consideriamo il potenziale che ha questo settore.
    In Europa il fatto che il macrosettore dell’industria culturale creativa sia una realtà grande ed in crescita non stupisce più nessuno. Quello che sta diventando sempre più interessante, e che si collega direttamente al nostro discorso sul valore aggiunto culturale, è che ci si sta rendendo conto che se si considera solo la redditività del settore culturale in quanto tale, si sottostima nettamente quello che è l’impatto socio-economico della produzione creativa. Questo perché ci sono degli effetti indiretti difficili da misurare.
    In questo momento l’Europa sta cominciando ad affrontare seriamente questo tema. Nella prossima tornata dei fondi strutturali 2014-2020, anche in conseguenza delle difficoltà finanziarie di alcuni Stati membri, c’è una corrente di opinione molto forte secondo cui la cultura dovrebbe essere nettamente tagliata, privilegiando altre priorità.
    A livello europeo chi si sta occupando di cultura, dunque principalmente la Direzione Generale Cultura della Comunità Europea, sta invece facendo un grosso sforzo per spiegare soprattutto ai colleghi della Dg Regio, della Dg Innovazione, della Dg Industria ecc., che in realtà il tema dell’industria culturale è molto importante.
    All’interno della Comunità Europea si è creata una struttura informale di consultazione su materie di competenza degli Stati membri, chiamata Open Method Coordination, che permette di coordinare alcune politiche. Uno dei tavoli è quello dell’industria culturale e raggruppa i Ministri della Cultura dei ventisette Paesi membri.
    Ad aprile si è aperto il secondo ciclo di incontri della Open Method Coordination. Io vi ho partecipato come keynote speech nell’ambito dei lavori dedicati all’industria culturale (poi eventualmente vi farò avere il documento che ho presentato).
    È interessante il fatto che dei ventisette Paesi membri ne mancavano tre: Malta, Cipro e Italia.
    Nel mio intervento individuavo otto aree nelle quali, sulla base delle evidenze empiriche già disponibili, si manifestavano gli effetti indiretti dell’attività culturale. Questi spunti potrebbe rappresentare una base interessante per la costruzione del nostro indicatore.
    Queste otto aree sono:
    1) L’innovazione. C’è una chiara relazione tra accesso culturale e capacità innovativa di un Paese. Più un Paese dispone di persone che accedono attivamente alla cultura (quindi non solo ascoltando la musica ma suonando uno strumento), più elevata è la performance di questi Paesi sulla base di qualunque indicatore standard di innovazione (ad esempio l’innovation score board europeo). Ad esempio la Svezia, che è il Paese con la più alta performance innovativa, ha solo il 7% di cittadini che nel corso di un anno non accedono ad attività culturali creative. L’Italia ha invece il 49%. È sotto la media dell’Europa a 27.
    2) Il welfare, e più in generale il ben-essere. In questo ambito con il gruppo di ricerca Iulm e con la Fondazione Bracco, abbiamo appena pubblicato un paio di articoli internazionali piuttosto importanti in cui si evidenzia una relazione fortissima tra accesso culturale e autovalutazione del benessere psicologico di una persona. In dati riportati comprendono anche valutazioni cliniche, che vanno dunque al di là dello stato d’animo. Tanto per dare un’idea, se voglio autovalutare il grado di benessere psicologico di una persona la prima cosa che devo sapere è se questa persona crede di avere malattie importanti. Ma la seconda è che dati di accesso culturale ha. È più importante del reddito, dell’età, di dove vive ecc. Non solo, se disaggrego ulteriormente e posso fargli solo una domanda su uno specifico item: credi o non di avere il cancro? Credi o no di avere il diabete? Quante volte vai a un concerto di musica classica? Ne risulta che la domanda fondamentale, quella che più di tutti fornisce una risposta affidabile sul benessere psicologico di una persona, è relativa alla quantità di concerti di musica classica ascoltati in un anno. Su questo tema abbiamo appena pubblicato un articolo sul «Journal of Happines Studies». Alla luce di questi fattori, ne emerge che una persona con più alto accesso culturale e quindi maggiore sensazione di benessere è anche una persona che ricorre meno all’utilizzo delle strutture sanitarie, determinando così un risparmio per la collettività in termini di spesa sanitaria pubblica. La domanda che ne consegue è se progetti culturali possano dunque essere finanziati anche in base alle economie create in questo tipo di dimensione. In questo momento stiamo conducendo analisi con due Asl piemontesi, una di Cuneo e una di Fossano, per analizzare sotto controllo clinico una popolazione rappresentativa di over sessanta e verificare se questi effetti legati all’attività culturale creativa si manifestano e che dimensione hanno.
    3) Sostenibilità. Emerge ad esempio un rapporto molto forte tra accesso culturale e efficienza della raccolta differenziata. Più le persone accedono alla cultura è più: a) sono in grado di classificare meglio i rifiuti; b) sono più motivate a effettuare la raccolta differenziata perché comprendono meglio la relazione che esiste tra le microscelte individuali e le scelte collettive.
    4) Società della conoscenza. C’è un rapporto molto forte tra l’efficacia e la partecipazione ai processi di long life learning e la frequenza culturale.
    5) Nuovi modelli di imprenditorialità.
    6) Soft power. Consiste nella capacità di un Paese di creare relazioni di influenza internazionale e di aprire nuovi canali di commerciali.
    7) Identità territoriale, quindi capacità di attrarre risorse sul territorio.
    8) Coesione sociale. C’è un rapporto molto forte tra accesso culturale e disponibilità alle relazioni interculturali, perché l’esperienza dell’altro è difficile cognitivamente e dunque fortemente influenzata dalla dimensione culturale. In questo ambito si stanno sviluppando programmi importanti, come il programma Breu rivolto ai giovani dei barrios dei Paesi del Sud America (ora esportato anche in Europa), a cui si insegna a suonare uno strumento di musica classica. Il risultato è che i giovani coinvolti registrano una diminuzione dei tassi di criminalità e rientrano nei processi educativi tradizionali.

    Queste otto aree coprono uno spettro molto ampio di attività non direttamente connesse alla cultura. Se non si valutano gli effetti che la cultura produce in ognuna di queste aree, si sottostima, con un classico problema di esternalità, il valore sociale di ogni euro speso in promozione dell’attività culturale. Il punto è che non ci sono solo effetti indiretti, ma anche gli effetti diretti che, come detto,configurano comunque uno dei settori più grandi dell’economia non soltanto europea. Paesi come il Brasile o la Corea del Sud stanno diventando dei leader mondiali con un settore culturale e creativo che cresce a doppia cifra.
    A livello europeo sta fiorendo una grande letteratura e si registra una attenzione crescente sul tema. Per noi, si tratta più che altro di delimitare il senso del nostro progetto, che secondo me potrebbe assumere un valore abbastanza generale dal punto di vista metodologico. Infatti quello che si tende a fare in questo momento è constatare che in un certo specifico canale ci sono degli effetti indiretti. Manca però un quadro di insieme. L’idea potrebbe essere di lavorare su una visione globale degli effetti che la cultura produce all’interno dei sistemi socio-economici avanzati e quindi di elaborare degli indicatori sintetici che non vadano tanto a concentrarsi su un singolo aspetto, ma riconducano il tutto a un unico tema, che potremmo in effetti chiamare valore aggiunto culturale.
     


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