SEMINARIO 2010

  • "Dal bene culturale all'attività culturale immateriale"
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    Fondazione Nova Spes - Piazza Adriana, 15, Roma, 18 gennaio 2010 

     

    L’incontro è stato introdotto da Stefano Zamagni, che ha esposto l’idea alla base del progetto e ha indicato alcuni obiettivi. Il progetto nasce dalla constatazione del fatto che in Italia il lavoro culturale continua a non essere considerato come produttore di utilità sociale (alcuni anni fa, questa convinzione portò alla esclusione delle Fondazioni culturali dall’ambito delle onlus, regolato con la legge 460/97).
    L’attuale orientamento si basa sul criterio secondo cui il «sociale» definirebbe l’ambito dei bisogni materiali (alimentazione, abitazione, salute, etc.), mentre la «cultura» riguarderebbe l’area di bisogni privi di una definizione positiva, e compresi sostanzialmente in negativo rispetto ai primi («non sociali», «non materiali»). Si tratta di un orientamento che però va gradualmente mutando, perché sta emergendo in modo sempre più chiaro che la cultura è un vero e proprio fattore di sviluppo economico (basti citare il caso eclatante del marketing), e non un semplice bene di consumo, per altro superfluo. Ma se la cultura viene riconosciuta a tutti gli effetti come un fattore di produzione, allora cambia in profondità la natura dell’investimento culturale, che non si riduce più a mera filantropia: diventa, cioè, essenziale la questione del possibile ritorno dell’investimento (per cui l’output deve essere maggiore dell’input). Sorge così il problema nuovo della valutazione di una performance culturale: nuovo, appunto perché emerge soltanto nel momento in cui comincia ad essere abbandonata la logica delle erogazioni liberali a fondo perduto.
    Nell’ambito della ricerca scientifica si utilizza l’impact factor, introdotto nel 1955 da Garfield, che, pur con tutte le sue ben note imperfezioni, consente in qualche modo di misurare il «valore» di una rivista scientifica sulla base del numero medio di citazioni ricevute dagli articoli che pubblica. La domanda guida del progetto di ricerca è se sia possibile elaborare qualcosa di analogo sul piano dell’attività culturale in genere. È chiaro che non si può operare una semplice esportazione di concetti da un piano all’altro: vi sono differenze essenziali tra la valutazione della ricerca scientifica e quella dell’attività, per esempio, di un istituto culturale. Basti pensare al fatto che i destinatari di quest’ultima non sono i «pari» (come nel caso dell’impact factor, che viene utilizzato nell’ambito di una comunità definita ed omogenea), il che rende assai più complesso misurare l’effettiva fruizione e dunque l’efficacia di un’azione culturale. Forse potrebbe rivelarsi più idonea l’analogia con il VAS (valore aggiunto sociale) e si potrebbe battezzare provvisoriamente l’oggetto d’indagine con il nome di VAC (valore aggiunto culturale). Si tratterà poi di individuare parametri specifici sulla base dei quali effettuare la misurazione, per esempio: il pluralismo dell’attività, la penetrazione popolare, le citazioni delle ricerche, etc. L’obiettivo non è tanto quello di arrivare alla determinazione di un modello perfetto di VAC, quanto piuttosto quello di avviare una ricerca che attragga interesse, collaborazione e, auspicabilmente, risorse, e che ponga con decisione all’attenzione due questioni fondamentali: a) la misurazione non è necessariamente «quantitativizzazione»; b) o l’attività culturale si dispone alla valutazione o rischia l’estinzione.
    Nel raccogliere gli spunti offerti da Zamagni, Laura Paoletti ha sottolineato che uno strumento come il VAC sarebbe utile su un doppio livello: tanto (come è ovvio) per gli enti erogatori, che si trovano nella necessità di ripartire con criterio le risorse disponibili, quanto per soggetti culturali stessi, che potrebbero utilmente usufruire di indicatori (qualitativi e non meramente quantitativi) utili per orientare all’innovatività la loro attività, evitando il rischio, sempre presente, di autoreferenzialità.
    Fabio Ferrucci, ricordando la propria esperienza diretta dei meccanismi decisionali da parte dei soggetti erogatori, ha ribadito come una delle principali difficoltà contro cui un progetto simile dovrà misurarsi è proprio l’idea dominante che identifica senza residui l’attività culturale con il recupero dei beni architettonici. Vi sono stati, anche in passato, tentativi di elaborare griglie e parametri capaci di intercettare l’innovazione, ma non sono riusciti a guadagnare la giusta attenzione: le fondazioni continuano a destinare quella quota più o meno costante riservata all’attività culturale (che, come conferma il XIII rapporto del 2007, continua ad attestarsi intorno al 30% del totale) per la tutela o il restauro di beni materiali, cioè visibili. Questo non è un motivo per rinunciare, ma per insistere. È necessario cominciare a rendere operative alcune distinzioni basilari come quella tra output (cioè il prodotto di un’azione culturale) e outcome (cioè il valore aggiunto per la comunità sociale); è necessario introdurre parametri capaci di mettere in questione l’idea di cultura come un bene di consumo: se, per esempio, si tiene conto dell’età media dei fruitori di un’attività culturale, si vede subito se quest’ultima intercetta soltanto destinatari con sufficiente tempo libero per dedicarsi ad attività superflue (ossia non più in età lavorativa). Solo raffinando le categorie si potrà avere accesso al vero e proprio oggetto di interesse che non è il prodotto, ma la produzione di idee, ossia il cosiddetto «capitale culturale» (in quanto distinto dal capitale umano e da quello sociale).
    A questo proposito Zamagni ha sottolineato la differenza tra capitale umano, che può essere annoverato tra gli «argomenti» della «funzione» che definisce la produttività del sistema, e il capitale culturale che invece contribuisce a definire la funzione stessa e non è uno degli argomenti interni a questa. Ferrucci, pur concordando sulla sostanza della distinzione, ha osservato tuttavia che entro certi limiti è possibile operare delle scelte anche sul capitale culturale (per esempio in Italia si è senz’altro privilegiata la cultura umanistica rispetto a quella scientifica), e dunque è possibile intervenire su questo come su altri argomenti della funzione di produttività. Zamagni ha ribadito che però resta una differenza qualitativa: il capitale umano è l'insieme di conoscenze, competenze e abilità acquisite durante la vita da un individuo ed è dunque strettamente legato alla quantità di istruzione. Un aumento del livello di istruzione determina perciò un aumento del capitale umano e dunque della crescita del Pil di un Paese. Il capitale culturale è invece costituito dall’insieme di quegli orientamenti culturali che sono strumentali all’elaborazione di una determinata visione del mondo. In questo senso, il capitale culturale è sia – passivamente – una «lente» che permette di vedere in un determinato modo il mondo, sia – attivamente – una «matrice», che serve a «dare forma», a «plasmare» in un modo ben determinato gli oggetti su cui agisce.
    Proseguendo su questa linea di riflessione, Ferrucci ha richiamato l’attenzione sulla penetrazione della cultura «umanistica» anche nelle aziende, rilevando come sarebbe interessante tentare di «misurare» le differenze tra imprese gestite secondo il tradizionale modello tayloristico e imprese guidate da manager di formazione appunto umanistica.
    Pierluigi Valenza ha sollevato alcuni interrogativi mirati a individuare la modalità operativa più efficace per dare avvio al progetto: in che misura la questione del VAC può essere considerata una prosecuzione delle ricerche già svolte dalla fondazione sul tema degli «immateriali»? Come deve esser pensato (anche in termini quantitativi) il rapporto tra l’analisi teorica e quella di casi? Quale definizione operativa di «istituto culturale» è opportuno adottare?
    Zamagni ha sottolineato innanzitutto che la nozione di «immateriale» è più ampia di quella di «attività culturale»: vi sono fattori immateriali (il brand, per esempio) che non sono prodotti di attività culturale. Inoltre ha concordato sull’opportunità di arrivare ad una definizione chiara e condivisa di «istituto culturale», osservando come vi siano fondazioni cosiddette culturali che in realtà non producono cultura, ma opinioni, manipolando le coscienze.

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