TAVOLA ROTONDA 2010

  • "Il nuovo welfare tra la big society e lo shrinking welfare state"
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    Cnel, Sala Gialla - Viale Davide Lubin, 2, Roma, 10 dicembre 2010 

     

    La crisi finanziaria e la riforma del federalismo fiscale obbligano a un ripensamento del sistema di welfare che dovrebbe appoggiarsi meno sullo Stato per responsabilizzare la società civile. Si aprono così le porte per la costruzione di un “welfare delle opportunità”, che ponga al suo centro la persona non come soggetto passivo ma come protagonista attivo della ricostruzione di una solida rete sociale. Il tema, cui era stato dedicato il fascicolo 3/2010 di Paradoxa dal titolo Parole per un nuovo welfare, è stato dibattuto nell’ambito del convegno Il nuovo welfare tra la big society e lo shrinking welfare state, organizzato dalla Fondazione internazionale Nova Spes e dal Forum Terzo Settore presso la Sala Gialla del Cnel, a Roma, il 10 dicembre 2010. All’iniziativa, moderata da Leonardo Becchetti, hanno partecipato Natale Forlani, Mauro Magatti e Andrea Olivero.
     
    Leonardo BECCHETTI, ordinario di Economia politica all’università di Tor Vergata e curatore del numero 3/2010 di Paradoxa, ha aperto i lavori osservando come il dibattito sul “welfare” evolva con rapidità tale, che, rispetto al momento in cui il fascicolo è stato ideato e realizzato, la situazione è già profondamente cambiata. Guardando all’impostazione del numero dalla prospettiva attuale, inevitabilmente condizionata da provvedimenti come il taglio ai fondi destinati al terzo settore con il 5 per mille, sembrerebbe forse opportuno presentare con un accento diverso l’idea di fondo per cui la società civile (big society) rappresenta la risorsa in grado di far fronte ad un welfare State che inevitabilmente si ridimensiona (shrinking): questo resta senz’altro vero nella sostanza, ma è necessario evitare che la big society diventi un alibi. Fenomeni come il deficit irlandese al 32% del Pil o il raddoppio delle tasse universitarie in Gran Bretagna sono indicatori di un’asimmetria strutturale tra gli artefici della crisi e coloro che sono costretti a pagarla. Non si tratta di tornare ad essere statalisti, ma di prendere atto delle situazioni di grave ingiustizia sociale cui stiamo assistendo. Per dirla con un’immagine: è come se il proprietario di un ristorante, per risolvere il problema di un avventore che si rifiuta di pagare il conto, si rivalesse sugli altri clienti, costringendoli a pagare quello che non gli spetta. Per questo, per esempio, è opportuno sostenere con forza l’idea di una tassazione delle transizioni finanziarie.
    Mauro MAGATTI (ordinario di Sociologia generale e Preside della Facoltà di Sociologia alla Cattolica di Milano), raccogliendo lo spunto di Becchetti, ha preso le mosse dalla constatazione che la lettura strumentale della nozione di big society, quale legittimazione dei tagli allo stato sociale, non è l’unica. Per coglierne il potenziale innovativo è necessario partire da una premessa: la crisi finanziaria è la conclusione di trent’anni di rivoluzione neoliberista o – per utilizzare l’espressione tecnica con cui, secondo Magatti, il fenomeno può essere più precisamente colto – di “capitalismo tecno-nichilista”. Questa rivoluzione, che ha avuto il suo centro propulsore negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, ha caratterizzato (e prodotto) la fase istitutiva della globalizzazione. È significativo che proprio in questi due Paesi si avverta più urgente il bisogno di ridefinire una relazione tra l’individuo, la sua libertà, e il contesto sociale e istituzionale circostante: non è un caso che un’interpretazione o applicazione possibile della big society, nozione cara a Cameron, sia proprio quella offerta dal tentativo di riforma sanitaria di Obama, che adotta una logica inclusiva nei confronti di ceti intermedi. Sia Cameron che Obama, in sostanza, sono alle prese con il progetto di ridefinire la nozione di libertà individuale in funzione di una assunzione di “responsabilità”, che il neoliberismo aveva completamente espunto.
    In Italia la riflessione sul nesso libertà/responsabilità ha radici molto antiche: è risibile, dunque, salutarla come una scoperta degli attuali teorici della big society, come qualche quotidiano invita a fare. Basterebbe citare Sturzo o Rosmini: ma è in realtà tutto il filone del pensiero cattolico che ha da sempre insistito su questo legame costitutivo – da declinare, appunto, in termini di responsabilità – tra l’individuo e il suo contesto. Duemila anni di storia del cristianesimo hanno trasmesso all’Italia un modello di big society caratterizzato dal forte radicamento locale dei soggetti che la costituiscono (fondazioni bancarie, comuni, distretti): modello che è stato distorto dalla Riforma, con i suoi esiti individualistici ben osservabili nel centro e nel nord Europa. L’elemento felice della specificità italiana consiste nella capacità di accompagnare l’elemento particolare del radicamento sul territorio con un aggancio all’universalità tipicamente “cattolica”. Si tratta di un tema che il cattolicesimo italiano ha progressivamente abbandonato e che rappresenta invece una strada percorribile in alternativa al capitalismo tecno-nichilista.
    È tuttavia importante non sottacere le derive patologiche cui questo modello può soggiacere. Innanzitutto il localismo, che consiste nel separare il particolare dall’universale, secondo quell’interpretazione politica semplificatoria della specificità italiana di cui si è fatta portavoce la Lega. Una seconda patologia è quella del familismo amorale, che al limite può spingersi fino alla “mafiosità”. Si tratta di derive che possono essere contrastate soltanto ripristinando, nel modo corretto, l’aggancio a fattori di universalizzazione. Il fatto, per esempio, che i due fattori principali di universalizzazione, lo Stato e il mercato, si siano alleati è all’origine di una logica implosiva, che ha spinto l’Italia ai margini della rivoluzione economica degli ultimi trent’anni, rastrellando risorse non per promuovere sviluppo e aumentare competitività, ma per garantire la sopravvivenza della classe politica e dei ceti che la sostenevano. Questo ha provocato la voragine del debito pubblico, l’incremento del tasso di mafiosità, di localismo e di disuguaglianza. A questo processo hanno contribuito sia la destra che la sinistra, rivelatesi entrambi incapaci di costruire progetti politici in grado di contrastare tale alleanza perversa.
     A fronte di questo, la traccia cattolica è una delle poche speranze su cui l’Italia può contare, ma ad una condizione: che torni a pensare piuttosto che continuare a rivendicare semplicemente un’identità. In particolare la direzione verso cui il pensiero cattolico può indicare una strada percorribile è la seguente: posto che gli imprenditori possono avere un qualche interesse ad assecondare il gioco della corruzione, e posto – soprattutto – che la dimensione degli interessi in gioco è totalmente ingovernabile, è indispensabile attivare un processo che porti a destatalizzare socializzando. La riduzione (inevitabile) del peso dello Stato deve necessariamente accompagnarsi ad un rafforzamento della socialità che sia capace di costruire cittadinanza, universalismo, etc.: in questo senso la società civile non deve essere vista in contrapposizione con lo Stato, ma come passaggio di un processo di trasformazione delle istituzioni. I progetti di modernizzazione classici della destra e della sinistra hanno esaurito ogni spinta genuinamente innovatrice e hanno poco da dire: è necessario ed urgente che il terzo settore raccolga la sfida di un nuovo progetto di modernizzazione.
    Andrea OLIVERO (Presidente nazionale delle ACLI e portavoce del Forum del Terzo settore) ha esordito dichiarandosi del tutto in linea con l’idea che sia necessario riportare il terzo settore a pensare. È vero che siamo di fronte alla conclusione di un ciclo, alla crisi di un modello sociale e, in particolare, di un welfare state, che ha accompagnato la crescita delle società occidentali. Fino all’inizio degli anni Ottanta i cittadini erano stimolati a partecipare in modo consapevole alla vita pubblica, in forza della convinzione che il progresso dell’economia avrebbe comportato un rafforzamento dei loro diritti. Questo processo si è interrotto e la situazione si è oggi incancrenita. È però significativo che il vecchio modello di welfare, basato su strumenti tipici del modello fordista, come la cassa integrazione, abbia tenuto – del tutto inaspettatamente – più del previsto. E tuttavia la crisi attuale mette in crisi l’esistenza stessa del modello, almeno per come lo conosciamo. Si tratta di un paradosso che deve essere esaminato più da vicino: per anni si è teorizzata la fine dello Stato, che è però, come scopriamo ora, l’unico soggetto cui i cittadini si rivolgono in un momento drammatico come quello attuale. Il risultato, paradossale appunto, è che gli effetti della crisi rendono meno favorevole l’opinione pubblica alla “destatalizzazione”: qualche anno fa, gli imponenti interventi di salvataggio da parte dello Stato nei confronti del settore bancario sarebbero stati semplicemente impensabili.
    Proprio perché drammatico, tuttavia, il momento è propizio per introdurre per tentare di introdurre nel sistema delle modifiche profonde. Il terzo settore deve porsi come primo obiettivo quello di una riforma radicale del sistema di welfare, che vada innanzitutto a ridefinire le responsabilità dei soggetti in campo, con la consapevolezza che i due pilastri del modello tradizionale fordista (Stato e mercato) non sono più in grado di rappresentare una garanzia per i cittadini. Alcuni elementi basilari del welfare state devono essere superati: primo fra tutti l’idea che tra Stato e cittadini vi sia un patto, per cui a fronte di una certa tassa ci si possa aspettare un determinato servizio. Non è più così: i diritti sociali oggi sono connessi ai diritti di cittadinanza e non vengono più avvertiti come conseguenze di quel patto. Senza determinate tutele, oggi il cittadino non si sentirebbe più tale. È evidente che da questa consapevolezza nuova non è possibile recedere: e tuttavia è altrettanto evidente che lo Stato non è in grado di rispondere in modo soddisfacente a questo tipo di esigenza. Questo significa che il binomio Stato/cittadino non è più sufficiente e che è necessario chiamare in causa tutti i soggetti che possono concorrere a realizzare un sistema di welfare efficiente e in grado di soddisfare le nuove richieste. È ovvio che non è certo in direzione di una logica assistenzialistica che ci si dovrà muovere: sarà piuttosto necessario promuovere un welfare delle opportunità, che faccia perno su una responsabilizzazione delle persone.
    Società civile e terzo settore sono dunque attori fondamentali di questo processo, in quanto naturalmente inclini alla costruzione di reti sociali. Occorre tuttavia fare chiarezza su un’ambiguità di fondo e sollecitare l’attenzione e la sensibilità di chi governa. Oggi i soggetti del terzo settore sono considerati per lo più gestori di attività che vengono appaltate dal pubblico nell’ottica di un risparmio di tipo economico. Negli ultimi quindici anni la sfera di intervento si è notevolmente ampliata (sotto il profilo quantitativo), senza che però a questo si sia accompagnato un vero salto di qualità nella percezione e nell’autopercezione della funzione del terzo settore: quasi mai quest’ultimo è passato dal ruolo pubblico di gestore a quello di propositore, ossia di motore di un nuovo modello di welfare. Finché il terzo settore continuerà a difendere l’esistente invece di assumere questa consapevolezza nuova, vedrà ridursi progressivamente le proprie possibilità d’azione. È venuto invece il momento di osare un ripensamento del modello complessivo, del modo in cui vengono ripartite le risorse e costruite le attività. Non si tratta qui di una questione settoriale, ma di un’occasione importante per ripensare le basi stesse della nostra democrazia: non è un caso che la crisi del modello di welfare vada di pari passo con una crisi della partecipazione civica e democratica. La posta in gioco, quindi, è quella di una riforma della politica. Il momento è propizio: è in atto un’ampia riflessione sull’opportunità e sui modi di una riforma dello Stato in senso federalista. Il terzo settore ha il compito di promuovere un federalismo che non si traduca soltanto in forme di sussidiarietà verticale, di semplice trasmissione verticale dei poteri, dallo Stato agli enti locali, secondo una logica che perpetua nella sostanza una gestione centralistica. Il federalismo può diventare davvero interessante nel momento in cui attiva una sussidiarietà orizzontale, ossia nuove forme di partecipazione dei cittadini. Da questo punto di vista la grande capacità di mobilitazione del terzo settore è una risorsa indispensabile.
    Natale FORLANI (Direttore della Direzione generale immigrazione del Ministero del Lavoro) ha aperto il suo intervento ricordando la propria partecipazione ad un gruppo di lavoro che ha prodotto sia il Libro bianco di Marco Biagi del 2001, sia il Libro Bianco di Sacconi del 2009 (La vita buona nella società attiva). I due approcci sono molto diversi tra loro: più operativo il primo, che ha posto le basi per una revisione normativa; più culturale il secondo, che si è posto l’obiettivo di promuovere, coraggiosamente, un welfare nuovo, nel momento in cui l’opinione pubblica era abbarbicata su posizioni di difesa ad oltranza dell’intervento pubblico. Mentre in Europa, pur tra molte contraddizioni, ci si è incamminati verso la strutturazione di un welfare di terza generazioni, l’esaurimento del processo riformatore italiano può esser spiegato con il fatto che la difesa dei diritti acquisiti ha costretto lo Stato a dilapidare le poche risorse residue. È invece indispensabile creare reti protettive, fondate sulla proattività dei cittadini, sulla promozione di una pluralità di attori e di relativi sistemi di finanziamento. Ed è per questo che in Europa ci si è mossi per garantire una previdenza complementare, per sostenere (in una società che invecchia) il tasso di occupazione, per attivare politiche di interventi a favore delle famiglie (emblematico il caso francese): si sono invece ridotti ovunque gli interventi a favore del reddito, con l’assunto (ovvio) che quanto maggiore è l’assistenza, tanto minore è la spinta alla ricerca di un impiego. L’obiettivo finale era infatti quello di sostenere la domanda per creare un mercato dei servizi sociali non a dominanza pubblica e dunque di promuovere la presenza dei soggetti sociali. Lo Stato si è limitato a fornire la cornice di intervento, che poi è riempita da enti locali, imprese, soggetti della società civile.
    Su questi temi l’Italia è rimasta indietro. I corpi intermedi, anche di matrice cattolica, sono impegnati per un modello compatibilista, che ha portato ad interventi sporadici e parziali, con un processo oneroso che ancora non abbiamo finito di scontare. Il punto debole del Libro Bianco di Sacconi, che pure è eccellente sul piano della diagnosi, consiste nel fatto che non contiene terapie atte a far fronte alla tipicità dei problemi italiani. Per esempio, la capacità del nostro corpo sociale di metabolizzare problemi attualizzando soluzioni è enorme: basti pensare alla questione della cura familiare, che un paese come il nostro dovrebbe porre con la massima urgenza. E invece si è preferito trasformare il terzo settore in un’organizzazione che è di fatto dipendente dallo Stato.
    Il vero problema allora non è la mancanza di risorse: quello che serve è ripensare contenuti, regole e attori abbandonando la logica della pressione sulle risorse pubbliche quale modello di gestione di un rapporto tra politica e società civile che è oggi di fatto egemonizzato dai sindacati. È necessaria, cioè, un’operazione di tipo culturale che recuperi una visione del bene comune, sollecitando la società a ripensarsi nel suo carattere corporativo: ripensamento urgente e indispensabile, pena la messa in discussione della stessa coesione nazionale. I sette anni di cassa integrazione per i dipendenti dell’Alitalia sono insostenibili.
    È perciò urgente reimpossessarsi della gestione delle politiche attive e passive, in un quadro di protagonismo attivo. In questo il quadro di riferimento legislativo italiano è abbondante. A favore dei corpi intermedi ci sono i fondi interprofessionali, fondi per le pensioni integrative, la possibilità di scaricare fiscalmente la sanità integrativa, di gestire variabili di sostegno al reddito. Quello che manca è un disegno complessivo. Dal punto di vista culturale si possono individuare quattro parametri comportamentali da promuovere: a) intraprendenza delle famiglie e dei corpi intermedi, come perno del nuovo welfare; b) responsabilità, come consapevolezza che l’epoca dei diritti astratti appartiene al passato, altrimenti risulterà impossibile competere seriamente con la concorrenza dei paesi emergenti; è necessario ponderare il tema dei diritti sulla base degli esiti concreti dell’azione delle parti sociali; c) reciprocità, come sistema di commisurazione tra i vantaggi del singolo o di corpi intermedi e quelli collettivi; d) equità, come attenzione ad evitare che i vantaggi non siano riservati a piccoli gruppi ma più estesi possibili.
    Si tratta dunque di impostare una riflessione che aiuti a capire in che modo famiglie e corpi intermedi possano contribuire ad una riforma del welfare sulla base di questri quattro pilastri. Lo Stato può offrire al più una cornice di riferimento. La sinistra ha esaurito tutte le categorie di lettura a sua disposizione e rischia di ripiegarsi su un movimentismo inconcludente. Il centrodestra non ha saputo mettere in atto sforzi reali per dare corpo a quanto suggerito dal Libro bianco. Solo un’azione culturale di matrice cattolica può contribuire in Italia a questo salto di qualità.
    Nel commentare l’intervento di Forlani, BECCHETTI ha proposto quattro chiose. In primo luogo ha osservato che effettivamente la cultura cattolica è capace di grandi autoripensamenti: sarebbe stato difficile immaginare che la Chiesa avrebbe difeso l’unità nazionale, celebrando un evento come l’ingresso dei bersaglieri a Porta Pia. In secondo luogo si è dichiarato d’accordo sull’appello alla responsabilità, insistendo sull’importanza del commercio equosolidale. Terzo, ha sottolineato che non solo le norme a risolvere i problemi, ma soluzioni che vanno ad incidere sulla sostanza economica del problema stesso. Becchetti ha sollevato infine che i diritti vanno difesi “esportandoli” anche laddove questi non siano garantiti: paradigmatico il caso della Germania che è riuscita a salvaguardare gli alti costi della manodopera manifatturiera, imponendo al lavoratore non tanto salari più bassi, quanto piuttosto una maggiore flessibilità quanto a turni e spostamenti.
    L’analisi del caso tedesco è stata ripresa da MAGATTI, secondo il quale la ragione del successo va cercata in un nodo che è prima di tutto culturale, ossia nella composizione tra lo spirito di una comunità, il modo in cui essa affronta le proprie sfide storiche, e la capacità di tradurlo (da parte di una classe politica) sul piano istituzionale. La ragione del successo tedesco va cercata nel modo in cui ha saputo reagire alla caduta del muro, gestendo le difficoltà della riunificazione. Le difficoltà italiane hanno radici diverse: la difficoltà del cattolicesimo in generale nei confronti della modernità; il costituirsi della Chiesa cattolica come sistema di potere; l’idea che il paese possa fare a meno del cattolicesimo che è la sua radice preponderante. Inutile tentare di esprimere una classe dirigente che ne prescinde: altrettanto inutile continuare a ragionare in termini di destra e sinistra che, in mancanza di nuclei sociali concreti attorno ai quali possano coagularsi, sono costruzioni astratte; e il fallimento del maggioritario ne è la prova più lampante.
    Nel suo intervento conclusivo, OLIVERO è tornato sul tema dei diritti sollevato da Forlani, osservando come nella nostra società essi siano considerati un elemento di patrimonio collettivo, come la storia o la tradizione. Questo dato è positivo e non può essere trascurato, proprio in vista della coesione nazionale. Il che non significa che essi non possano ridefiniti nelle loro modalità. Il rinnovamento del welfare è senz’altro necessario, ma deve tener conto del fatto che molte delle organizzazioni sociali che sono chiamate a gestire tale rinnovamento risentono del loro percorso novecentesco, e dunque devono operare in primis un rinnovamento della loro stessa identità.

 


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