CONVEGNO 2010

  • "Merito ed uguaglianza sono conciliabili?"
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    Fondazione Nova Spes - Piazza Adriana, 15, Roma, 19 ottobre 2010
     

    Laura PAOLETTI apre i lavori sottolineando l’importanza strategica del tema del “merito”, proposto da Vittorio Mathieu nel documento preparatorio circolato tra i partecipanti, in ordine ad una riflessione sul tasso di “democraticità” della società attuale. Ricorda quindi come occasioni seminariali come l’attuale rappresentino momenti preziosi nella vita della rivista “Paradoxa”, la cui programmazione, secondo uno stile di lavoro e di ricerca ormai acquisito, è sempre l’esito di un confronto vivo tra prospettive e discipline diverse.

    Vittorio MATHIEU ripercorre rapidamente i passaggi essenziali della scheda di introduzione ai lavori. In particolare, MATHIEU si sofferma sull’idea che il “merito” sia un postulato pratico, ossia un’assunzione imprescindibile per la costruzione della società, ma inaccessibile sul piano della constatazione di fatti. Non è in effetti difficile mostrare come qualsiasi merito sia in ultima analisi riducibile non già ad una conquista (meritoria), ma ad un dato ereditario (finanziario, nobiliare, genetico). È per questo che si rende necessaria l’introduzione della nozione di “postulato”, ricavata per analogia dal linguaggio della geometria e dalla riflessione etica kantiana. L’imprescindibilità della funzione sociale del merito è riconosciuta persino da un deista come Voltaire, il quale, pur irridendo la credenza teista in un Dio personale, ritiene irrinunciabile l’idea che le colpe debbano essere punite e i meriti riconosciuti e premiati.

    Stefano ZAMAGNI dichiara l’opportunità di operare una distinzione terminologica tra il concetto di “meritocrazia” e quello di “meritorietà”. Una prima ragione è questa: la nozione di “meritocrazia” esprime già un’opzione valoriale ben precisa, mentre quella di “meritorietà” si limita a registrare un dato di fatto, e in questo senso lascia spazio alla possibilità di opzioni diverse, evitando di costringere la riflessione in un orizzonte predeterminato. Per chiarire con un’analogia tratta dall’attualità politica: quando Angela Merkel dichiara fallito il “multiculturalismo” non sta negando il fatto della “multiculturalità”, ma un certo modo di gestirlo. Vi sono tuttavia ragioni più importanti che impongono cautela nei confronti della nozione di “meritocrazia”, a proposito della quale già Aristotele, nella Politica, sostiene che essa alimenta un regime tendenzialmente oligarchico, perché conferisce autorità a chi già gode di un vantaggio comparato. Il termine “meritorietà” non implica invece l’attribuzione di un potere e si limita a rilevare una corrispettività tra merito e retribuzione, secondo canoni da stabilirsi. Gli effetti concreti (e indesiderati) del principio della “meritocrazia” si mostrano in modo particolarmente chiaro in tre ambiti.
    Il primo è quello dell’università e della ricerca scientifica, nel quale si sono ormai universalmente imposti strumenti di valutazione come quello dell' impact factor o come il sistema di rating sulla base del quale vengono allocate le risorse: sarebbe necessario chiedersi se, sul lungo periodo, tutto ciò non finirà con il mettere a repentaglio la permanenza dell’istituto universitario in quanto tale. Come dimostra uno studio di Bruno Frey e Katya Rost (Do Rankings reflects research quality?, «Crema working papers», 22, 2008), l’ impact factor innesca un vero e proprio circolo vizioso: esso premia un numero ristretto di riviste, che diventano sedi di pubblicazione particolarmente appetibili e che però pubblicano soltanto lavori di un certo tipo. Il risultato è che certi filoni e impostazioni di ricerca si autoalimentano, favorendo il conformismo e il cosiddetto group think.
    Un secondo ambito è quello dell’impresa. Anche qui la cosiddetta “meritocrazia” favorisce la creazione di un’oligarchia di “supermanager”, con un paradossale effetto collaterale di cui si stenta a rendersi conto. I fondamenti di quei principi liberali, ai quali pure i sostenitori della meritocrazia intendono richiamarsi, vengono infatti scossi dalle fondamenta. La “teoria della produttività marginale”, che è tipica appunto del liberalismo, asserisce che la remunerazione debba essere correlata alla produttività (e non alla quantità di lavoro svolto, come per contro sostengono teorie di ispirazione ricardiana e marxiana). È evidente, però, che sarebbe assai difficile dimostrare che il Chief Executive Officer di una grande banca guadagna 700 volte di più dei suoi dipendenti, perché è 700 volte più produttivo. È molto più plausibile che invece un simile “valore” non sia reale, ma derivi da un accordo oligarchico tra i pochi manager capaci di occupare quella posizione. C’è da chiedersi come mai coloro che si dichiarano liberali tacciano di fronte al potenziale distruttivo della meritocrazia nei confronti dell’economia di mercato. È come se, dopo una competizione sportiva, si attribuisse al vincitore un vantaggio che lo favorisce in tutte le competizioni successive.
    C’è, infine, l’ambito propriamente politico. Mentre il modello di democrazia deliberativa permette di rimettere in discussione ogni volta i poteri effettivi di coloro i quali partecipano al gioco politico, il meccanismo che si è affermato, non solo in Italia ma anche altrove, va nella direzione opposta.

    Stefano SEMPLICI pone il problema generale del rapporto tra “merito” e “regole”, concentrandosi in modo particolare sulla questione dell’università. L’attuale enfasi sul merito rischia, sostiene SEMPLICI, di non essere tanto il frutto di una presa di coscienza di una nostra minore competitività rispetto ad altri Paesi, quanto piuttosto il tentativo di nascondere la frana di una cultura delle regole. Il richiamo al merito può infatti tradursi nell’autoaffermazione della propria eccellenza, e nel conseguente autoesonero dalle regole che tutti sono tenuti a rispettare. L’università, troppo spesso restia a forme di autocritica, è un caso paradigmatico di questo conflitto.

    Francesco D’AGOSTINO rileva la pluralità di definizioni di “merito” utilizzate e l’opportunità di mettere più precisamente a fuoco il concetto. Sul piano religioso, per esempio, nessuna teologia ha prodotto più di qualche balbettio circa la questione tremenda della predestinazione. Sul piano etico, come si potrebbe davvero sostenere che l’uomo (che il salmista definisce strutturalmente mendax) sia “meritevole” di alcunché? La psicoanalisi, nella sua versione freudiana ortodossa, sostiene che l’unico merito possibile è quello consistente nel bilanciamento delle violenze subìte. Sul piano del diritto è interessante osservare che la questione del merito semplicemente non si pone. Il diritto, che si occupa esclusivamente di ristabilire con la sanzione l’ordine e la simmetria perduti in conseguenza del delitto, non conosce meriti, né premi, che sono di pertinenza della politica. Questo comporta una conseguenza interessante circa la questione delle regole, che hanno natura, appunto, giuridica e riguardano soltanto gli “eguali”: ma proprio perciò non sono compatibili con il merito, che, per contro, marca delle differenze (quod licet Iovi, non licet bovi). In una democrazia perfetta, per esempio, le cariche dovrebbero essere elettive. Per altro verso, il merito, per esser davvero tale, non dovrebbe aver bisogno di incentivi o di qualsivoglia sostegno da parte delle regole. Il conflitto tra merito e regole ha una portata ben più ampia di quella dell’università: basti pensare ad una questione come il “diritto alla salute”. Tutti lo meritano: tanto è vero che ci si preoccupa delle conseguenze del federalismo, che potrebbe portare a significative differenze qualitative tra sistemi sanitari regionali. Difficile, però, giustificare perché una simile preoccupazione non si estenda a livello mondiale, e perché non si dovrebbe aspirare ad un sistema sanitario potenzialmente in grado di rivolgersi a chiunque lo desideri.

    Anche Pietro GRILLI DI CORTONA muove dalla constatazione di una pluralità di declinazioni possibili della nozione di “merito” e dalla conseguente necessità di fare ordine innanzitutto sul piano lessicale. Il sostantivo “merito” ha una connotazione inequivocabilmente positiva (a differenza del verbo “meritare”, il cui oggetto può anche essere di segno negativo) e riguarda una dimensione fondamentalmente individuale e non collettiva. Questo aspetto porta immediatamente a porre il problema della relazione tra merito ed eguaglianza. Da un primo punto di vista, promuovere il merito significa promuovere l’eguaglianza, perché significa collocare tutti sullo stesso piano: l’idea di fondo è che soltanto coloro che dimostrano determinate capacità salgono la scala sociale. Su un secondo versante, però, la promozione del merito produce disuguaglianze: nel lungo termine, infatti, alimenta nuove gerarchie sociali (chi acquisisce più meriti rispetto a chi non li acquisisce).. Se poi, per ovviare a questo, si soppianta la dimensione individuale in favore di quella collettiva, si deprime il merito e si dà la priorità, in modo più o meno esplicito, più o meno consapevole, a criteri di tipo diverso. Un tipico esempio è quello della “democrazia consociativa”, che obbedisce a criteri di rappresentanza o rappresentatività delle componenti (etniche, linguistiche religiose, culturali) all’interno di uno Stato. Analogamente avviene con il sistema delle “quote”, rosa o blu che siano. Un secondo elemento di depressione del merito è l’adozione di un criterio ideologico, che promuove non le capacità, ma l’appartenenza ideale (politica, etnica, religiosa, etc.). Un funzionario, per esempio, non deve rispondere più all’ideale weberiano della burocrazia legale-razionale, ma deve semplicemente garantire lealtà a chi lo ha collocato in quella posizione: criterio in ultima analisi fallimentare (si pensi all’inversione di tendenza cui è stata costretta la Cina comunista alla fine degli anni ’50). Una terza sfida al merito è costituita dallo stato sociale, che viene organizzato, appunto, secondo il bisogno e non secondo i meriti: dare a ciascuno secondo il suo bisogno e non più secondo i suoi meriti è a volte necessario per sopperire ad una carente o inesistente eguaglianza dei punti di partenza, ma costituisce pur sempre una depressione del merito.

    Lucetta SCARAFFIA osserva l’importanza di inquadrare la questione del merito in una prospettiva storica, da un doppio punto di vista. In primo luogo è necessario rendersi avvertiti del carattere storico dell’idea stessa di “merito” che tendiamo a dare per scontata. Per esempio, oggi tendiamo ad identificare come meritevoli, persone “originali”, “creative”, “irriguardose” nei confronti della tradizione: tratti che in epoche precedenti avrebbero rappresentato altrettante note di demerito. In secondo luogo, va rilevato che l’urgenza del problema non è iscritta a priori nel tema in sé, ma dipende da una condizione, appunto, storico-concreta: viviamo in una cultura che non è meritocratica. Questo pone un problema del tutto specifico, che non è tanto quello di costruire o rafforzare un contesto efficace di regole (visto che si può agire in senso radicalmente non meritocratico nel pieno rispetto delle regole vigenti), quanto piuttosto quello di comprendere quali sono le categorie che determinano la selezione – perché una selezione è sempre e comunque necessaria – in assenza di merito. Il grande nemico della meritocrazia è una malintesa idea di uguaglianza, che si è imposta in modo schiacciante negli ultimi anni e che ha finito con l’agire contro l’uguaglianza stessa come principio: a ben guardare, la scuola meritocratica, essendo capace di attivare una maggiore mobilità sociale, garantiva più uguaglianza di quanto non faccia la scuola ‘egualitaristica’ attuale, che ha di fatto eliminato ogni criterio di valutazione meritocratica degli insegnanti e ha tolto tutti gli esami dal percorso scolastico. A questo proposito D’AGOSTINO rileva l’opportunità di distinguere tra il merito come criterio di selezione (idea tipicamente occidentale) e il merito come verifica di una capacità: la comunità dei Santi si fonda sul riconoscimento del merito, ma non è selettiva; in linea di principio potrebbe farne parte la totalità degli uomini.

    Stefano ZAMAGNI interviene sottolineando come l’idea (sottoscrivibile) di Mathieu del merito come “postulato pratico” implica che il tema sia di pertinenza della ragione pratica, piuttosto che teorica, e che quindi sia da evitare una prospettiva eccessivamente “metafisica”. In questo senso, ZAMAGNI ritiene di poter individuare tre punti fermi per la discussione:
    1) l’esplosione del tema del “merito” è connessa ad una perdita di competitività del nostro Paese, e non è un caso che il problema sia stato sollevato dal versante confindustriale (vedi testo di Abravanel). Il primo punto consiste dunque nel nesso tra merito e scarsità.
    2) Esiste un conflitto tra meritocrazia e meritorietà? La meritocrazia premia il più meritevole nella prima gara, ma non nelle successive. Per comprendere questo effetto perverso ci si può richiamare ad alcune pagine di Adam Smith, il quale sosteneva la necessità di un’azione congiunta, nel mercato, tra mano invisibile e mano visibile. Bisogna infatti tener conto del fatto che l’imprenditore è pubblicamente favorevole alla libera competizione, ma privatamente interessato ad accordarsi con gli altri imprenditori in modo da ridimensionarne gli effetti: per questo motivo è necessaria la posizione di vincoli esterni al mercato stesso che obblighino a competere. La meritocrazia, per contro, tende ad annullare questa dinamica ed è per questo che conduce tendenzialmente al monopolio: il problema non è nel “merito”, ma nella “crazia”, cioè nel potere: e, più precisamente, nell’attribuzione di potere a chi è interno (invece che esterno) dell’agone competitivo.
    3) Il merito deve essere inserito nella cornice dell’etica delle virtù. Questo consente di connettere la questione del merito non già a quella degli incentivi (come spesso erroneamente si fa), ma a quella dei premi. Mentre i primi guardano all’indietro (backwards looking), e sono forme di contratto che riducono tutto all’efficienza, i secondi sono orientati al futuro (forward looking) e rafforzano la virtù.
    Su questa reimpostazione del problema proposta da Zamagni, SEMPLICI continua a rilevare una difficoltà nel passaggio dalla dimensione individuale a quella collettiva del merito, già presente nel documento di Mathieu. In fondo c’è il rischio che si riproponga la (debole) argomentazione kantiana, per cui il fatto che solo un piccolo numero di persone possa dedicarsi alla nobile attività intellettuale, a fronte di una massa costretta a lavori di ben altro genere, si giustifica perché sul lungo periodo il lavoro dei pochi meritevoli andrà a beneficio della massa. Per questo il problema delle regole è in ultima analisi inaggirabile per evitare il potenziale cortocircuito merito/democrazia: le regole debbono evitare che la soglia del privilegio sia alzata oltremisura in funzione di un calcolo di esclusiva efficienza economica. Non è pensabile, per esempio, un’università che consenta al docente meritevole sul piano della ricerca l’autoesonero dalla cura nei confronti degli studenti. Non è pensabile un sistema universitario come quello statunitense che investe sui soli talenti, lasciando che per tutti gli altri l’accesso al sapere sia regolato in larga misura da criteri di censo. Ci si trova di fronte ad una scelta che si potrebbe rappresentare con l’alternativa tra un modello di giustizia come quello di Robert Nozick (in cui il link tra benefici individuali e collettivi è considerato automatico), o quello di John Rawls (che ritiene necessaria la costruzione di un sistema di regole piuttosto articolato perché tale link sia garantito). Non ci si può nascondere che alla fin fine il merito sia un parametro di disuguaglianza: il merito di Rawls è proprio quello di aver trovato una sintesi efficace tra i due principi di giustizia, il criterio di uguaglianza e quello di disuguaglianza. Quest’ultima non è qualcosa che debba essere temuto: si tratta di individuare quali sono i criteri che la rendono tollerabile e che consentono di volgerla a favore dei più svantaggiati; e il merito è senz’altro tra questi. È però indispensabile prendere atto del fatto che questa logica liberal-democratica non è l’unica possibile. Il modello di Zamagni rischia forse di concedere troppo ad una logica “alla Nozick”, che accetta la disuguaglianza come un dato che può essere spinto oltre un determinato livello di soglia. È chiaro che è necessaria la selezione, e che questa implica disuguaglianza: si tratta però di valutare gli effetti di questa disuguaglianza in ordine al parametro di uguaglianza sostanziale che possiamo declinare in termini di dignità, persona, diritti umani fondamentali, etc.

    Anche D’AGOSTINO osserva come Zamagni riproponga di fatto un modello liberale puro, che va incontro ad obiezioni ben note e non facili da confutare. Se si parte da un criterio cristiano, per cui in partenza le persone sono dotate tutte dello stesso merito, si può accettare una selezione sul piano sociale, a condizione però che essa non alteri la pari dignità umana degli individui. Il paradosso è che la società oggi non si riconosce cristiana, con la conseguenza che il concetto di dignità della persona comincia a essere nebuloso e che si inclina facilmente in direzione di autori come appunto Nozick. È il rischio implicito in una considerazione non morale del concetto di merito, che conduce su un terreno sul qu1ale non si trova altro che il criterio di efficienza.

    Laura PAOLETTI sottolinea innanzitutto l’opportunità di non sovrapporre il concetto di “valore”, che riguarda in effetti la persona e la sua dignità, a quello di “merito”. In secondo luogo, nel raccogliere alcuni temi portanti del dibattito, propone di focalizzare il numero 1/2011 di “Paradoxa” sul nesso tra “merito” e “uguaglianza”, ponendo, in particolare, il problema della compatibilità ovvero incompatibilità tra queste due nozioni.
     


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