INCONTRO-DIBATTITO 2003

  • "Conflitto e vita: Natura e contro"
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    Vittorio Mathieu
    E’ soprattutto un’occasione per salutare molti amici di vecchia data di Nova Spes. E questa è (come dire?) non la sorpresa, ma certamente la constatazione più gioiosa che io possa fare in questo primo incontro su un tema della cui importanza vi renderete conto facilmente considerando che, oggi, il conflitto è all’ordine del giorno. Ed è all’ordine del giorno soprattutto la opportunità di conservarlo in modo che sia fruttuoso e non distruttivo. Pensate a quanto sia necessaria, per esempio, nel commercio la concorrenza, per salvaguardare la quale esistono appositi garanti, e così via. Ma la concorrenza può anche distruggere e mandare fuori mercato chi non regge certi costi e certe spese. Pensate a quanto sia necessaria la molteplicità dei partiti, quella che si chiama la democrazia: eppure è costosissima la democrazia. Ogni partito deve in qualche modo finanziarsi. Eppure il controllo reciproco, e il contrasto reciproco, è assolutamente necessario. Ma è evidente che questo conflitto richiede una regolamentazione; richiede una prassi guidata soprattutto da criteri, diciamo pure, etici: altrimenti, anziché raggiungere quello che devrebbe essere il suo scopo naturale, lo tradirebbe.
    Detto questo, ho il piacere innanzi tutto di dare la parola al Segretario Generale di Nova Spes, succeduta all’indimenticabile don Pietro Pace, che vorrei ricordare qui con tutti voi per quello che ha fatto di questa Fondazione, (rinata a nuova vita quando sembrava morta). Ad essa Laura Paoletti dedica tutte le sue forze, e direi, come vedete, con molto successo.


    Laura Paoletti
    Il dibattito odierno dà il via all’Agenda che Nova Spes si è assegnata per il 2003-04: Pensare il Conflitto. Costruire la pace.
    Un programma di ricerca - quello che stiamo per prospettarvi - senz’altro ambizioso, perché arduo sotto un duplice aspetto:
    1. la radicalizzazione speculativa;
    2. la proiezione operativa.
    Il progetto infatti, 1), vuole radicalizzare speculativamente il concetto di “conflitto”, evitandone interpretazioni riduttive, a partire dalla facile quanto abusata contrapposizione conflitto-pace - dove all’uno attengono tutte le negatività, all’altra il solo auspicio del raggiungimento, senza che si vada però oltre la mera invocazione/evocazione. "Costruire la pace" esige in primo luogo che ne sia stata data una nozione aperta, dinamica e condivisa. In altri termini, richiede che ci si interroghi su quale cultura sviluppare per offrire alla pace solidi ancoraggi.
    Inoltre, 2), si propone di far sì che gli esiti di un lavoro di approfondimento propriamente scientifico non approdino al solo proporsi un obiettivo teorico a sè stante, quanto, piuttosto, divengano leva per interagire con le sedi appropriate - siano esse istituti di ricerca specializzata, soggetti istituzionali, mezzi d'informazione - in cui questo o quel versante del conflitto oltre che studiato, è affrontato con decisioni politiche, è “rappresentato”.
    Nova Spes, insomma, si propone di diventare un “luogo” - fisico certo, ma anche simbolico - in cui i diversi specialisti si incontrano, dibattono, si formino reciprocamente. Un luogo indipendente, non perché sganciato da presupposti di pensiero (la neutralità è cosa impossibile anche quando la si dichiari) ma perchè non legato a obiettivi che vincolino il lavoro di ricerca e il confronto con posizioni e approfondimenti altrui.
    I “luoghi” in cui ci è sembrato opportuno visitare il conflitto sono cinque: 1. Conflitto e vita; 2. Conflitto e mercato; 3. Conflitto e identità; 4. Conflitto e immagine; 5. Conflitto e regole.
    Scelta condivisibile o meno, nel suo orientarsi verso una esaustività irraggingibile; ma partizione dell’orizzonte in cui è implicito un raccordo con sedi istituzionali del decidere e dell’agire.
    Tra le linee segnalate, quella che si richiama a “Conflitto e identità”, pur procedendo con approfondimenti paralleli alle altre ne è, in un certo senso, la struttura portante; quella che teoreticamente rivela tutti i complessi significati della categoria “conflitto”.
    Dice Nietzsche, nella citazione riportata nel programma di oggi; “Chi vive per combattere un nemico ha interesse a che egli rimanga in vita". La frase pur non cogliendo tutta la complessità di intrecci legata al tema del conflitto, segnala provocatoriamente cio’ che a noi interessa esplicitare: che del conflitto non può darsi una lettura semplificatrice.
    Che la dimensione conflittuale appartenga alla natura umana (o del vivente in genere), è un fatto scontato: che, tuttavia, vale la pena di approfondire, perché proprio in ragione della strutturalità del conflitto, e del prenderne atto senza riserve, si può tentare di valorizzarne taluni aspetti contenendone altri, distruttivi.
    In linguaggio filosofico - e con ciò accenno appena a qualche tratto degli sviluppi che affronteremo dal punto di vista di una antropologia che si avvalga di competenze filosofiche, psicologiche, psicopatologiche, sociologiche, etc., - diremmo: omnis determinatio est negatio. E’ impossibile, in altri termini, determinarsi come ente specifico senza negare qualche altra determinazione possibile. Ciò segnala che la differenza e la negazione della differenza ineriscono appunto all’esistenza in quanto tale.
    E’ la differenza ciò che ci mette costitutivamente in relazione; ciò che crea la relazione. La quale, appunto, può essere conflittuale e, secondo la frase di Nietzsche, ridurre l’esistenza stessa a conflitto: al punto di desiderare che il nemico resti in vita per confliggere.
    Noi non seguiamo Nietzsche fino lì, ma cogliamo il suo spunto per distinguere, ad esempio, tra contrasto e conflitto. Dunque per valorizzare un confronto tra diversi che, quando sia mantenuto sui contenuti (appunto il contrasto) può essere produttivamente superato da una posizione che abbracci le differenze, facendo guadagnare a ciascuna un punto di vista in cui l’una e l’altra si riconoscano, proprio perché capaci di rappresentarsi in una visione più ampia.
    In tale ordine di idee il conflitto sarà diverso dunque dallo scontro, in cui ciò che è in gioco non è l’oggetto in sé del contendere, bensì un’opposizione di forze. Potrà, cioè, non ridursi a quella lotta per il potere, che spesso, al fondo, gli scontri rivelano.
    Qui può collocarsi l’interrogativo circa la demarcazione del conflitto: fino a che punto il conflitto è fisiologico, è fonte di emancipazione, o al contrario sfocia nella patologia?
    La decomposizione dell’identità, opportunamente operata dal pensiero del Novecento, ne rimette in discussione una visione statica: inconscio, linguaggio, corporeità sono soltanto alcune delle cifre della differenza. Nell’ottica dell’identità incarnata, il conflitto di genere (maschile-femminile), quello intergenerazionale, ma anche quello tra l’identità personale percepita attraverso il senso comune e quella restituita dalla scienza (per non parlare di differenze culturali etniche religiose) rivelano il distacco da una visione dell’identità come struttura rigida e unitaria .
    Le direzioni in cui guardare, dunque, sono molteplici e traguardano gli assetti – o meglio la precarietà degli assetti - degli equilibri internazionali.
    Il decennio trascorso, caduti i muri, ha suggerito il pensiero delirante di una fine della storia: pensiero unico, nuovo ordine mondiale e - perché no - affermazione senza scosse della pretesa razionalità dell’occidente sono soltanto alcuni dei nomi assegnati a quel delirio.
    Il risveglio lo conosciamo. L’ombrello della guerra fredda - di logorio e di posizione - si è chiuso: altri processi, a lungo rimasti ai margini dell’attenzione e del dibattito, si impongono senza coperture di sorta.
    La nostra Fondazione, al contrario, in questi anni è stata attenta a cogliere e anticipare il cigolio di certezze di maniera. Si è impegnata, secondo il suo tratto peculiare, a tematizzare questioni entrate in seguito nella sensibilità dell’opinione pubblica: globalizzazione, complessità, ambiente, sviluppo raccordato, rapporto diritti – valori. Cito soltanto alcuni dei temi che abbiamo affrontato con approfondimenti interdisciplinari e confronti a livello internazionale.
    Quello che prende avvio con il dibattito di oggi è, perciò, un progetto che va inserito nella continuità della nostra tradizione: ritrovare e collocare al loro posto – rivisitate – tessere di un mosaico, mancando le quali viene a mancare l’intelligenza del discorso. Per tutti i cinque plessi prevediamo:
    a) – Un momento di “tematizzazione”, come quello odierno, che, muovendo dalle sollecitazioni dell’attualità va a reperire i tratti fondanti del dibatto e li segnala, in vista della sua apertura a tutte le competenze e discipline ad esso afferenti;
    b) – una fase – più protratta e meno “pubblica” – di elaborazione, nel corso della quale iniziative ed incontri fra studiosi e operatori accorderanno interessi e competenze in una chiave propositiva, da sostanzaire in “papers”, avviati poi con vari mezzi al dibattito pubblico;
    c) – un momento – necessariamente pubblico – nel quale il portato propositivo delle prime due fasi verrà proposto all’attenzione della sfera decisionale e operativa, secondo tratti e temi di ciascun plesso specifico.
    Esperiti i cinque percorsi - secondo un calendario di massima che impegna almeno l'intero 2003, e fatti circolare tutti i contributi emersi e le proposte formulate (secondo una strategia di ampio coinvolgimento nazionale e internazionale di discipline e competenze) sarà nostro obiettivo ricondurre ad unità la riflessione sul conflitto , come premessa a una possibile costruzione della pace, in un Convegno Internazionale da calendarizzare nella primavera del 2004.


    Vittorio Mathieu
    La prof. Paoletti ha chiarito le intenzioni di questa nostra operazione e di quelle precedenti. Esse sono per noi filosofi essenzialmente teoretiche, ma, in realtà, non vogliono fermarsi ad un chiarimento soggettivo: vogliono, se possibile produrre un incremento di coscienza in coloro che possono prendere decisioni operative. Questa è stata fin dall’inizio l’intenzione di Nova Spes.
    Ora, in questo primo incontro ci sarà una rassegna un po’ variegata di temi; perché, come voi capite, e come è emerso da quanto si è detto, il conflitto ha aspetti estremamente diversi, che vanno trattati ciascuno nella sua specificità e poi raccolti insieme. Fin d’ora , perciò, abbiamo alcuni flash, diciamo così, su quella che sarà una serie di temi, ristretti su temi specifici a volta a volta. Oggi il tema è il conflitto nella vita, in natura; ma successivamente avremo il tema del conflitto in economia, il tema del conflitto in politica e, finalmente,affronteremo il rapporto del conflitto con la propria immagine. Il tema di conflitto e mercato è affidato al prof. Ignazio Musu titolare di Economia politica a Cà Foscari, al quale ho il piacere di dare la parola.

    Ignazio Musu
    Quando si deve presentare un flash su qualche cosa che si deve fare si rischia di confondere le aspirazioni con quello che si riuscirà effettivamente a fare. Scusate, dunque, se qualcosa che dirò apparirà utopico. Certamente il tema “conflitto ed economia”; o “conflitto e mercato” è un tema complesso, riguardo al quale si possono assumere due impostazioni estreme e contrapposte quasi ideologiche. Una prima impostazione, di tipo ottimistico, è quasi apologetica sul ruolo del mercato, è che il mercato sia il luogo dove il conflitto (per usare il termine prima usato da Laura Paoletti), è fisiologico Se c’è, e comunque c’è, il mercato è un luogo fatto a posta per depotenziare e superare il conflitto quindi per produrre cooperazione attraverso la buona concorrenza. Un’altra visione completamente opposta, pessimistico-distruttiva, è che il mercato sia invece luogo dell’esasperazione del conflitto: luogo dove le divaricazioni del potere si manifestano in modo più drastico e più forte; dove il più forte distrugge il più debole e, quindi, il mercato è fonte di instabilità, fonte di crisi. E’ chiaro che, se noi rimaniamo bloccati in queste due visioni estreme e contrapposte, poi le applicazioni saranno quasi automatiche. Pensiamo, per esempio, all’applicazione della ematica della globalizzazione. Se io prendo la prima strada, sarò un filo-globalizzazione incondizionato, perché il mercato risolverà tutti i problemi. Se prendo la seconda, sarò un oppositore della gobalizzazione, perché mi farò prendere da tutte le paure sui mali che dal mercato possono derivare, e dalla globalizzazione al mercato.
    Per quello che posso dire facendo l’economista, credo che la teoria economica - l’analisi economica, quella buona, quella veramente seria - ha fatto giustizia di queste impostazioni radicali ed estreme. Ci ha invitati, al contrario a riflettere in modo più pragmatico, ma anche più costruttivo. Il mercato non è il luogo dove il conflitto si risolve automaticamente, né il luogo dove il conflitto automaticamente si esagera. Il mercato è un luogo complicato, è una istituzione complicata, dove è presente certamente una dimensione conflittuale che si presenta come interdipendenza strategica. Quindi è chiaro che chi opera nel mercato ha un comportamento strategico nei confronti dell’altro e quindi è sempre in tensione nel cercare di raggiungere il proprio obiettivo, magari a scapito dell’altro; e non è detto che i meccanismi automatici del mercato risolvano questa tensione. Poi il mercato è un luogo dove l’informazione non è mai simmetrica e distribuita: è molto asimmetrica. Quindi chi ce l’ha automaticamente acquista un potere, nel mercato, nei confronti di chi non ce l’ha. Poi il mercato è un luogo dove l’informazione è incompleta, dove c’è incertezza. L’incertezza può essere maggiore o minore. La nostra è una fase dove è altissima, ci sono dei casi in cui è minore. E l’incompletezza dell’informazione, evidentemente, rende più difficile l’operazione del meccanismo.
    Se noi prendiamo atto di queste cose, che ormai sono studiate nella nostra disciplina, dobbiamo dedurre quello che, peraltro, è stato accennato prima anche da Vittorio Mathieu sulla necessità del conflitto. Le implicazioni di questo sono due: primo, il ruolo cruciale delle regole. Non si può parlare di possibilità, per il mercato, di risolvere in modo positivo il conflitto senza regole. Ma anche qui il discorso è aperto, perché le regole possono essere viste in negativo e in positivo; e quello che viene fuori oggi della riflessione economica è che la regola dovrebbe essere vista in positivo, piuttosto che in negativo cioè più come stimolo che come vincolo. Poi c’è il problema di chi le deve fare, queste regole. Allora qui, evidentemente, quando la dimensione amministrativo-politica ed istituzionale è definita, chi fa le regole è l’autorità, il governo nazionale, chi le rispetta ed è un monitor, un’autorità magari indipendente ma, per esempio, nazionale, quando siamo a livello internazionale. Chi fa le regole? Chi le fa rispettare? Guardate soltanto alla diversa concezione che c’è, della tutela della concorrenza, in America e in Europa: abbiamo avuto anche alcuni casi recenti di polemica. La seconda implicazione è sul non automatismo delle regole. Le regole sono necessarie, ma non è che automaticamente comportino il risultato voluto. Quindi non-automatismo, ad esempio, dell’intervento pubblico nella regolamentazione del mercato. E quindi (terza implicazione) il recupero di una dimensione più profonda, che possiamo chiamare dimensione etica. C’è la dimensione di alcuni valori che devono essere condivisi, in modo che poi, quando la regola è scritta, ci si riconosca. Basta che pensiamo a come il mercato è un meccanismo fondato sul rispetto del contratto Il rispetto del contratto senza la fiducia, senza il riconoscimento della fiducia, non può funzionare. Quello che abbiamo visto succedere in questa crisi, anche recentemente, negli Stati Uniti è proprio il venir meno di questi fondamenti etici alle regole del contratto che devono presiedere ai meccanismi.
    Allora, se queste sono le intuizioni (devo correre molto veloce, perché devo dare solo dei flash) che ci devono guidare, quali possono essere le implicazioni all’interno di un progetto di ricerca così ambizioso, come quello che si vuole intraprendere in sede di Nova Spes? Possono essere essenzialmente due. E queste sono le direzioni, secondo me, lungo le quali dovremmo cercare di muoverci. Una è quella dell’analisi della evoluzione della realtà nel rapporto conflitto-mercato. Analisi descrittivo-critica che non può non avere come riferimento la dimensione internazionale: perché è lì che, come dicevo, essendo più difficile il momento di identificazione di chi forma le regole e di chi monitora il comportamento, non c’è un riferimento istituzionale. Lì il problema è più complesso, si manifesta attraverso attori che, evidentemente, rivelano subito l’interdipendenza strategica. Il ruolo delle grandi compagnie multinazionali, il rapporto tra queste e i singoli stati che devono governare il loro comportamento nei mercati locali, il ruolo delle piccole e medie imprese in rapporto alle grandi società multinazionali: questa è la dimensione in cui si manifesta il rapporto conflitto-mercato. L’altro aspetto è la competizione tra i modelli di mercato e tra i diversi modelli in cui si cerca di risolvere il rapporto conflitto-mercato.
    Oggi si parla molto, ad esempio, del modello Usa contro il modello Europa. E’, tipicamente, una competizione tra due modelli in cui il rapporto conflitto-mercato si manifesta in due modi diversi. Qui c’è un problema di analisi, a cui dovrà essere dedicata una certa attenzione. L’altro problema è recuperare, secondo una tradizione che nel passato è tipica di Nova Spes, la dimensione del ruolo di questi “valori”: dimensione dell’etica rispetto al momento delle regole e del rapporto tra regole. Io vedo, in questo, una certa connessione tra il campo “conflitto e mercato” e “conflitto regole”. Vedo la necessità che si faccia un lavoro che, non cerchi solo di analizzare l’interazione tra soggetti tipici. E uso la tipizzazione dell’economista tra imprese e consumatori, da un lato, tra imprese e imprese dall’altro: tra impresa e finanziatori; tra impresa e lavoratori. E, sotto questo profilo, tra impresa e governo. Il problema quindi va inteso in senso globale, nelle sue articolazioni, e implica la quasi automatica necessità che, per esempio, gli economisti parlino con i giuristi su questo. Perché è inutile che rimaniamo isolati: abbiamo molti problemi da superare, di linguaggio, di rapporto, di modo di affrontare gli obiettivi. L’economista è sempre attento all’efficienza, forse è tropo attento all’efficienza giustamente è attento all’efficienza: noi dobbiamo occuparci di questo. E il giurista ha particolare attenzione alle regole, per natura, l’economista è attento all’incentivo, al modo con cui la regola agisce. Il giurista è più attento al modo in cui la regola si forma e con cui la regola si applica. Di qui la necessità che, in questo lavoro, si cominci una interazione interdisciplinare. Questi sono, ripeto, dei flash, e mi fermo qui perché il discorso, potrebbe ampliarsi
    .

    Vittorio Mathieu
    Il professor Olivetti, Preside della Facoltà di Lettere dell’Università La Sapienza è stato coinvolto in un Senato accademico, ma lo sostituisce degnamente un suo allievo, a cui dò la parola. Lo prego di essere conciso come il professor Musu, perché qui si tratta solo appunto di flash. Prego, il professor Valenza, Università La Sapienza di Roma

    Pierluigi Valenza
    Grazie al professor Mathieu per avermi dato la parola. Sarò senz’altro breve, anche perché il Professor Musu ha anticipato alcuni ambiti tematici. Certamente, come lui osservava, il plesso tematico di conflitto e mercato si lega strettamente a quello di conflitto e regole; e, verosimilmente, le due linee di ricerca procederanno in stretta sinergia: si può dire parallelamente. Nello stesso tempo, nella nostra programmazione abbiamo anche pensato di mettere le iniziative su conflitto e regole verso la fine dell’intera prima fase del progetto, proprio perché esse raccolgono verosimilmente una quantità di spunti, di sviluppi di ricerca, che verrano dagli altri gruppi. Il tema dell’identità è un tema che si lega strettamente al momento della condivisione delle regole del formarsi di una sensibilità come cittadini, come appartenenti ad una realtà, come appartenenti ad uno stesso gioco. Per un verso, il trattare del conflitto è occuparsi, come ovvio, delle regole, cioè dell’ambito che organizza i nostri rapporti; per altro verso il tema è estremamente delicato, soprattutto perché viviamo in una situazione di continuo mutamento. Basterebbe pensare a quello che è successo nelle ultime settimane, cioè alla situazione di guerra possibile in Irak, nella quale stiamo vivendo; e, nello stesso tempo alle prospettive di validità o non validità delle Nazioni Unite. Secondo le decisioni che verranno prese, probabilmente considereremo diversamente l’organismo internazionale che raccoglie le Nazioni del mondo. E, ancora, pensiamo alla crisi all’interno della Nato e a quale organizzazione atlantica possa venir fuori da questi nuovi rapporti, che si disegnano tra gli Stati Uniti e le Nazioni Europee. E ancora, alla divisione nel fare politica estera secondo i modelli di stati nazionali, che porta a riflettere sulla loro permanenza anche nel quadro europeo, in una situazione in cui si sta scrivendo la carta fondamentale dell’Europa. Basterebbe evocare questi fatti, nei quali stiamo vivendo, per dire che la ricerca su “conflitto e regole” è una ricerca che deve senz’altro andare oltre questa attualità, e, nello stesso tempo, ne sconta tutti i cambiamenti radicali possibili, di qui a quando cominceremo a raccogliere i nostri contributi.
    La nostra intenzione, nel legarci al problema del conflitto nel mercato, è quella di sviluppare di più l’ambito istituzionale politico del problema delle regole, e cercare di farlo tenendo presente una quantità di piani e di livelli in cui la tematica si può porre. Ne individuerei innanzitutto uno, relativo ai rapporti tra i tradizionali poteri fissati dalla teoria politica classica - cioè il legislativo, l’esecutivo il giudiziario - nel senso che, rispetto a questa canonizzazione, certamente ci troviamo a fare i conti con una quantità di poteri di fatto. Basterebbe pensare al rapporto e al conflitto tra potere politico e economia; basterebbe pensare al problema grosso dei mezzi di comunicazione nella democrazia moderna. Allora oramai si riflette sulla possibile crisi o mutamento del sistema politico, nel quale siamo abituati a vivere, della democrazia rappresentativa di come essa evolva al di là di quelle che sono le regole scritte.
    Dunque, un ambito riflessione è sicuramente quello dei rapporti tra poteri, tra la costituzione scritta e le costituzioni materiali, che cambiano dentro la costituzione scritta. Un secondo piano, direi, è quello dell’interferenza tra livelli diversi. Si è parlato di crisi dello stato nazionale, di un’erosione dal basso: c’è un bisogno di cessione di poteri ad un livello più vicino a chi organizza la propria vita. Per esempio, nel caso dell’Italia, di un processo verso il federalismo, cioè verso un maggior potere locale. Per un altro verso, si parla di erosione verso l’alto, della necessità di organismi sovranazionali. Sicuramente, per questa redistribuzione dei poteri, un ambito privilegiato di riflessione è proprio l’Unione europea noi siamo dentro un laboratorio politico, in realtà. Un laboratorio che è partito con varie storie, si è coagulato recentemente con l’adozione della moneta unica.
    Si scrive, adesso, la sua Carta fondamentale. Non sappiamo ancora bene che modello istituzionalmente ne uscirà, di Europa: se sarà un soggetto completamente nuovo, se sarà un soggetto che si modellerà su alcuni dei federalismi già esistenti. Quindi questo è un altro campo possibile di analisi di confronto tra politologi, giuristi, storici senz’altro. Il terzo piano è sicuramente quello internazionale. Ricordavo, all’inizio, il problema della crisi o dell’operatività della trasformazione delle Nazioni Unite; ma si potrebbe ricordare anche gli organismi economici internazionali, anch’essi soggetti a una crisi di rigetto e di ripensamento della loro funzione, con grande potere nel dettare linee e indirizzi economici ma, nello stesso tempo, con scarsa rappresentatività. E, bisogna dire: per l’opinione pubblica e internazionale anche crisi di autorevolezza. Anche la neonata Corte internazionale ha lo stesso problema: il problema di un’istanza di giudizio che, pure, è attualmente messa in questione e porta a rivedere, per esempio, un principio che è stato cardine nelle relazioni internazionali, quello della sovranità internazionale della non ingerenza. Sia per quello che riguarda il potere decisionale dell’ ONU, sia per quello che riguarda una Corte internazionale il principio viene messo in gioco e richiede una nuova riflessione. Ecco: questo, sempre per dare dei flash, mi pare che siano le linee fondamentali.
    Nel nostro programma, nell’agenda che ha lanciato questo nostro progetto, per questo plesso tematico abbiamo scelto una massima di Aba Eban, una personalità politica israeliana che si potrebbe dire uno specialista, che suona in questo modo: la storia ci insegna che gli uomini e le nazioni si comportano più saggiamente una volta che hanno esaurito tutte le alternative. Guardando al passato, se pensiamo al mondo che usciva dalla seconda guerra mondiale, agli errori di Auschwitz o di Hiroshima, questa poteva sembrare la frase a suggello di un nuovo percorso: di una nuova storia. La fase che stiamo vivendo direi che suona anche molto inquietante per noi: di quell’inquietudine che ci porta a pensare, a riflettere su come sta cambiando da questo punto di vista il mondo nel quale siamo collocati . Vi ringrazio per l’attenzione.

    Vittorio Mathieu
    Grazie per questa relazione, che entra perfettamente nella concretezza del problema. E ora entriamo nel tema di oggi. Prenderà la parola il professor Federspiel dell’Università di Padova, per parlare della conflittualità “organica”, diciamo, che nasce nella natura per il fatto stesso che la natura si concreta in organismi viventi Prego il Professor Federspiel

    Giovanni Federspiel
    Grazie Professor Mathieu. Cari colleghi, anche io porterò pochi flash, poche riflessioni su quello che dovrà essere il nostro percorso. La prima considerazione, ovvia, è che da sempre, la vita – parlo come medico e, quindi, mi riferisco alla vita organica alla vita biologica - è da sempre considerata sede di conflitti. Se da sempre facciamo riferimento alla più nota definizione di vita, troviamo già l’idea del conflitto. Bichat ha definito la vita come l’insieme delle funzioni e dei fenomeni che resistono e che entrano in conflitto con la morte. Mi pare evidente che in questa definizione già ci sia l’idea del conflitto. Il problema è che, come punto di partenza, mi sembra si debba porre un’idea fondamentale, che a qualcuno potrà apparire banale e scontata, ma che in realtà è stata oggetto di discussione per buona parte del diciannovesimo - ventesimo secolo sulla natura della vita. La vita si differenzia nettamente dalla non vita e, se questo è vero, se c’è una differenza radicale incolmabile fra vita e non vita, allora si può vedere in funzione di questa differenza ciò che è naturale e ciò che contronaturale. E’ mia opinione che l’idea di contronatura in senso stretto possa essere applicata e impiegata soltanto là dove c’è natura vivente. Non ha senso parlare (a mio modo di vedere) di contronatura per gli oggetti inorganici, mentre l’idea di contronatura ha ragione di essere sostenuta solo laddove ci sono fenomeni organici; là dove esiste qualcosa che appare dotato di senso. Ma qualche cosa che è dotata di senso mi sembra si trovi solamente là dove noi troviamo una finalità. Un determinismo assoluto di tipo ottocentesco abolisce a mio modo di vedere, l’idea di contronatura legata ai fenomeni biologici. Un’idea di contronatura invece resiste, e può essere coltivata, solo dove i fenomeni assumono un fine e un significato. Se le cose stanno così, appare evidente che noi dobbiamo concentrare la nostra attenzione sui problemi relativi agli esseri viventi. Il tema di oggi è appunto il tema che parla del conflitto in relazione alla vita e agli esseri viventi; e la vita è un fenomeno sostanzialmente individuale. Voglio dire: rispetto al mondo inorganico, che può essere diviso suddiviso in parti sempre inferiori, l’essenza della vita, il carattere dei viventi, è di essere individui. E, per ciascun individuo, di essere un tutto. Ebbene, noi possiamo vedere l’individuo come un tutto, e poi possiamo vedere questo tutto come scomposto in altri piccoli piccolissimi insiemi, che sono le cellule che lo costituiscono. Orbene, il conflitto si verifica sia fra individui, sia, all’interno del medesimo individuo, fra tutte le piccolissime parti che costituiscono l’individuo stesso. Quindi abbiamo due tipi di conflitti diversi: quel conflitto che Darwin ha teorizzato, e che va sotto il nome di lotta per la sopravvivenza, o del conflitto fra individui, e quel conflitto, invece, che non si risolve sempre nella morte di una parte dei viventi, o delle particelle che costituiscono un organismo, bensì quel conflitto che consiste nel vedere una parte dell’organismo contrapposta a un’altra parte dell’organismo, per realizzare quel fenomeno complesso e fondamentale che Cannon ha denominato “omeostasi”. L’omeostasi è una caratteristica fondamentale dei viventi, e consiste sostanzialmente nel mantenere stabile, o nel mantenere l’ambiente interno degli organismi in condizioni che non oltrepassino determinati limiti. Di per sé l’omeostasi è un conflitto fra parti diverse dell’organismo: senza omeostasi, senza questo conflitto, non ci sarebbe vita.
    Buona parte delle malattie rientrano, o possono rientrare, in tale situazione. Nella introduzione del nostro convegno si faceva cenno proprio a questo al conflitto fra organismi viventi. Al primo tipo dei due conflitti che ho citato - vale a dire al conflitto fra specie viventi - evidentemente la malattia che è provocata da un germe che penetra nell’organismo non è altro che un fenomeno che rientra nell’ambito della lotta per la vita. Questo è un aspetto della conflittualità. Vi è però un altro aspetto che è importante, e che è quello caratterizzato dal fatto che parti dell’organismo perdono la loro capacità di entrare in conflitto con altre parti dell’organismo. Vale a dire, se il mantenersi della vita è ottenuto attraverso il confrontarsi di parti diverse, la perdita di questa capacità di opposizione si concreta nel determinarsi di una malattia. L’equilibrio del glucosio nel sangue è determinato dall’opporsi di ormoni diversi se viene a perdersi una parte che si contrappone all’altra, allora andiamo incontro ad una malattia. Un altro tipo di conflitto che viene a verificarsi negli organismi viventi è determinato da quei particolari fenomeni patologici nei quali un certo tipo di finalità (penso ad esempio alla produzione di anticorpi che nella filogenesi era stato costruito a difesa dell’organismo) si rivolge contro l’organismo stesso. Ci sono malattie nelle quali l’organismo, invece di produrre anticorpi contro qualche cosa che gli è potenzialmente nemico (un’altra specie biologica che lo invade) perde una certa capacità di informazione e produce anticorpi contro se stesso: vale a dire, contro parti particolari, che dovrebbero entrare in quel gioco omeostatico di cui abbiamo parlato. Una fenomenologia, quindi, quella del conflitto nella vita, molto varia e variegata, che è assolutamente indispensabile ripercorrere ed approfondire nei suoi aspetti, non soltanto biologici. Ma anche nei suoi aspetti più teoretici. Vi ringrazio

    Vittorio Mathieu
    Con questo siamo entrati in pieno nell’argomento di oggi. E sarebbe tentante perfino per me cominciare un dibattito. Io sono un seguace di Plotino; o, se preferite, di Schopenhauer, o, se preferite, di Bergson, che vede il conflitto come inevitabile, per il fatto stesso che l’unità si conserva, ma si conserva diffondendosi. E il caso delle malattie autoimmuni – di questi anticorpi che dovrebbero eliminare degli intrusi e invece finiscono con l’eliminare in modo estremamente tragico l’organismo che dovrebbero difendere - è un esempio estremamente significativo di tale problematica del conflitto. Ma il mio compito attuale è un altro. A mia volta sono stato incaricato di parlare di “conflitto e immagine”. Può sembra strano, ma in Nova Spes ricordiamo che c’è una delle componenti o dimensioni fondamentali dell’uomo, chiamata “comunicazione”. La comunicazione in parte è anche artistica (al limite), ma in genere è comunicazione tra una persona e l’altra. Ora questo, nei conflitti d’oggi è estremamente importante; e nei conflitti di ieri lo è anche stato. Basti pensare, ad esempio, che alcuni hanno interpretato la guerra di Troia, di cui l’Iliade descrive un breve episodio, come un conflitto tra gli Achei e i Troiani per il possesso della chiave dei commerci con il Ponto Eusino. Può darsi anche che tra duemila anni anche l’attuale conflitto di cui ha parlato Valenza, in particolare nel medio oriente, sia “comunicato” in questo modo: avremo allora una donna bellissima al posto degli idrocarburi, a stimolare questo conflitto.
    Ma oggi come oggi questo non avviene. Il problema di “conflitto e immagine” (il problema immediato) è piuttosto un altro: ed è dibattuto continuamente dai mezzi di comunicazione. Si dice che la stampa, ma in particolare la televisione, avendo bisogno di cose che colpiscano, che “facciano notizia”, accentua i carattere conflittuali, gli aspetti conflittuali della nostra società, ed anche le loro conseguenze peggiori. In questo modo, certamente senza volerlo li incrementerebbero anche. Forse li incita. Incita ad conflitto cieco, in qualche modo, che non capisce le proprie ragioni le proprie regole e la loro finalità. Quindi questo è un problema effettivamente ben attuale. Anzitutto è ovvio che i mezzi di comunicazione, soprattutto se di massa, si interessino a ciò che non va a ciò che è inusuale e ne accentuino l’importanza. Danno risalto a questa anomalia, senza sufficientemente far capire che si tratta effettivamente di una anomalia rispetto a quello che dovrebbe essere l’ordine delle cose. E, se non c’è modo di porre rimedio a tale situazione, non si vede come i conflitti in particolare politici in senso lato, ideologici, potrebbero non degenerare e non dar luogo a forme di violenzza. In greco ci sono due parole per dire “forze”: la parola bìa vuol dire la forza necessaria per stabilire l’ordine. Ma c’è anche la prepotenza, hýbris, che è una trasgressione rispetto a quell’ordine.
    Si tratta di vedere in che modo la pubblicità data al conflitto possa essere bilanciata da qualche altra spinta; e francamente, questo, non vedo molto la possibilità. Ma, per fortuna, oggi non si tratta ancora di dibattere questo problema: si tratta di entrare nel merito di “conflitto e vita”, di “natura e contronatura”. Sono d’accordo anch’io: di contronatura si può parlare solo a proposito vivente (anche se Schopenhauer diceva che ci sono conflitti anche tra le forze materiali). Vero, d’altra parte, che Bergson a sua volta dice che il tutto dell’universo è più simile ad un organismo che non ad un meccanismo ad una parte di un meccanismo. Quindi si potrebbe anche spiegare che ci sia una conflittualità cosmica. La cosmologia attuale potrebbe essere quasi una scienza a cavallo tra le scienze dell’organismo e le scienze puramente fisiche: ma di questo non tocca a me parlare. Penso che, invece, non essendo ancora neppure le undici sia opportuno cominciare col tema d’oggi prima del coffee break (è annunziato ma non dice quando). Cominciare, dunque, con la conferenza del prof. D’Agostino, giurista, filosofo del diritto a Tor Vergata, e anche presidente del Comitato nazionale di Bioetica.


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