INCONTRO-DIBATTITO 2003

  • "Conflitto e vita: Natura e contro"
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    L’applicazione della tecnica al vivente appare essere un terreno di conflitti profondi relativi alla demarcazione tra ciò che è lecito e ciò che non lo è. Sarebbe sin troppo facile menzionare i numerosissimi casi ambigui (e di immediata attualità) di fronte ai quali un certo senso “comune” della morale, e le distinzioni consolidate su cui esso si regola, sembrano messi definitivamente in questione dall’enorme sviluppo della capacità umana di intervento sulle strutture ultime del vivente. Piuttosto che prendere le mosse da un livello di analisi, per dir così, al dettaglio, in cui il conflitto delle posizioni appare bensì insanabile, ma in realtà non si esplica affatto, perché non coinvolge le opzioni teoriche di cui le posizioni in contrasto sono il portato ultimo, sembra più proficuo impostare una riflessione che non sfugga ad alcuni interrogativi radicali relativi al concetto stesso di “natura”, solo apparentemente ovvio; interrogativi sulla cui vistosa assenza dall’ambito della riflessione contemporanea, e da quella propriamente filosofica in primis, è stata non a caso richiamata recentemente l’attenzione (1).
    Posto che la natura appare sempre più manipolabile, umanizzata, artefatta, e sempre meno assumibile come livello ultimo capace di discriminare tra il possibile e l’impossibile, prende senso la domanda sull’efficacia esplicativa, e soprattutto normativa, di un concetto come quello di “contronatura”. Ad un primo, e più superficiale, livello di analisi è senza dubbio necessario chiedersi se tale concetto sia un presupposto sostenibile e/o necessario di qualsivoglia etica della vita: se, cioè, abbia ancora un senso appellarsi al carattere “contronaturale” di determinati atti e operazioni umani al fine di determinarne l’illiceità; o se il termine “contronatura” non sia ormai semplicemente l’espressione del disorientamento psicologico di fronte a cambiamenti, ai quali sarebbe forse più semplice e più ragionevole attrezzarsi con una maggiore flessibilità nell’ambito delle scelte valoriali.
    Ma ci si può chiedere anche, più sottilmente, se l’elemento “contronaturale” non sia una delle possibilità interne alla natura stessa: la possibilità, vogliamo dire, che sia la natura (e non solo le nostre interpretazioni di essa) a rivoltarsi contro sé medesima, ad entrare in conflitto con sé. Non vi è un certo grado di “contronaturalità” già nella possibilità della malattia, nell’attacco di un agente patogeno al sistema immunitario di un organismo? O nel conflitto tra due esseri viventi per il possesso di cibo o di un territorio? In che senso una natura compresa in questo modo dovrebbe poter fornire un orizzonte di legittimità all’operare umano, al punto da poter definire il diritto come “ ‘naturale’ portato della coesistenzialità”?(2) Oppure tra il contra che oppone la natura a sé medesima - in quelli che solo analogicamente possiamo comprendere come conflitti - e il contra di cui è capace l’umano, e che eccede davvero e per la prima volta l’ambito del naturale, vi è una differenza radicale e qualitativa? E questo non significa forse che è l’ambito stesso dell’umano ad essere tout court “contronatura”, con la conseguenza che l’espressione “natura umana” risulta ossimorica?(3)
    Interessante, a questo proposito, la tesi radicale sostenuta da Latour, secondo il quale finché la natura ha continuato a rappresentare un orizzonte ultimo di pacificazione dei conflitti, in quanto mondo comune (almeno virtualmente) dato come identico per tutti, i conflitti non si sono mai compresi seriamente come tali (4); ma proprio per questo, il riconoscimento della necessità di pensare il contra anche al livello, solo apparentemente ultimo, del naturale pone alla ragione problemi del tutto nuovi e certamente di non facile soluzione: “Negoziare la sovranità di Gerusalemme può sembrare come il più difficile dei rompicapi diplomatici, ma negoziare lo statuto e la sovranità della natura?”(5)

    1. M. CACCIARI, Filosofia della natura, oggi, “Micromega. Almanacco di Filosofia”, 5, 2002, pp. 151-161.
    2. F. D’AGOSTINO, Bioetica, Giappichelli, Torino 1998.
    3. Ma, allora, contronaturale sarebbe anche l’emergenza dell’individualità umana, che, in tal caso, sarebbe in un rapporto di pura omonimia con tutti i livelli “naturali” precedenti. Cfr. E. BONCINELLI, Io sono. Tu sei. L’identità e la differenza negli uomini e in natura, Mondadori, Milano 2002.
    4. “L’Occidente era fondamentalmente pacifico perché i disaccordi non potevano mai andare troppo lontano. Essi toccavano le qualità secondarie, le rappresentazioni, ma mai la sostanza, il tessuto del mondo, le qualità primarie. Per un Galileo, per un Newton, per un Pateur, per un Curie, per un Oppneheimer, la politica come le religioni apparivano semrpe come dei focolai violenti che un po’ di scienza oggettiva poteva sempre soffocare. Per quanto terrificanti fossero i conflitti, tutti loro pensavano, la pace si troverà sempre a portata di mano, proprio dietro il muro stretto delle nostre passioni e delle nostre rappresentazioni”; B. LATOUR, Guerre di mondi, offerte di pace. Ci si può intendere davvero sulla base della natura?, “Ágalma”, 2002, pp. 11-19; qui p. 15.
    5. Ivi, p. 19.


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