CONFLITTO E IMMAGINE

  • Il conflitto tra narrazione e media: Dissoluzione dell'autore conflitti?

    Roma, 26-27 novembre 2003 Palazzo de Carolis, Sala Minerva - Via del Corso, 307  
  • » PROGRAMMA » ATTI » Introd. Laura Paoletti » Introd. Enrico Manca

    Prima ancora di entrare nel merito, ringrazio il Presidente Manca che – con la sua impeccabile cortesia – ha consentito ad invertire l’ordine alfabetico, doveroso, in una partnership di scopo come la nostra. Che sia io a prendere per prima la parola corrisponde anche all’opportunità di chiarire come questo fortunato momento di collaborazione con ISIMM si innesta nella storia di Nova Spes, ed in particolare nell’agenda di ricerca che ha segnato il nostro 2003 e si proietta sul 2004: pensare il conflitto – costruire la pace.
    La Fondazione, i cui tratti essenziali abbiamo preferito affidare ad un breve documento in cartella, svolge da tempo ricognizioni a largo raggio su temi di convergenza fra cultura, economia e vita civile. Così è stato per il processo di costruzione democratica in Est Europa inserito nel piu’ ampio tema della globalizzazione, così è stato per le questioni legate alla possibilita’ di uno sviluppo mondiale raccordato, così per il dibattito sul determinismo e la complessità: alcuni fra i temi che più direttamente hanno preluso all’attuale impegno sul Conflitto.
    Impegno che, è bene dirlo subito, corre sull’onda dell’11 settembre, ma non si propone portati diretti al tema politico-strategico o militare, né tantomeno intende limitarsi ad esso.
    Quello che ci ha mossi è stato il senso di asfittica censura con il quale, dopo il giorno delle torri, gran parte delle leadership e delle opinioni pubbliche hanno reagito sul piano verbale. Abbiamo colto, in quelle reazioni, una riduzione arbitraria del perimetro concettuale che inerisce al termine “conflitto”. Abbiamo assistito al prevalere di un irenismo verbale – o di un machismo muscolare - che si ponevano di traverso ad ogni sforzo di analisi matura dei fenomeni. E che, peggio ancora, imbrigliavano qualsiasi tentativo di condivisione culturalmente costruttiva del nuovo scenario e delle nuove domande che esso pone.
    Domande, certo, ben più evidenti ora; quando la dimensione violenta di uno scontro globale impone il suo pedaggio anche alla nostra gente. Anche se, in cambio di quel terribile prezzo, ci consegna una comunità italiana ben più avanti delle attese, ben più salda delle troppe fluttuazioni strumentali esibite dalle tante “opinioni organizzate”.
    Già con il senno di allora tuttavia, a fine 2002 ci parve chiaro che il dibattito trascurava la considerazione del potenziale evolutivo del conflitto quando esso sia un confronto tra “diversi”che, mantenuto sui contenuti, puo’ preludere ad una visione piu’ ampia in cui ciascuno si senta rappresentato. Ne restava in primo piano solo l’effigie sinistra dello scontro, della conflagrazione violenta. E neppure di quella, come abbiamo dovuto imparare nel frattempo, si riuscivano a cogliere tutte le rinnovate dimensioni che ci sorprendono oggi.
    Innanzi tutto, ci dicemmo, serve rielaborare e distinguere i conflitti almeno secondo lo status riconosciuto delle controparti: secondo, cioè, che si tratti di avversari in relazioni che si vogliono continue e fruttifere; oppure di nemici, che si propongano un definitivo prevalere dell’uno sull’altro. O addirittura, gradino ulteriore di questa scala, di quella controparte che non condivide – a differenza del nemico – neppure regole e logiche dello scontro.
    Ma non solo: si tratta, a nostro avviso, di radicalizzare la riflessione sul conflitto, vedendolo nello spazio della costruzione e dell’affermazione dell’identità personale. O meglio: di ciascuna identita’. E si tratta di vedere se una elaborazione attenta quanto spregiudicata di tutte le fattispecie in cui può aver luogo il conflitto possa favorire la costruzione della pace. Che, è appena il caso di dirlo, non si propone qui come semplice negazione del conflitto: al contrario, come il tentativo di assicurare ai conflitti, intesi come confronti, una cornice che ne permetta il dispiegamento fisiologico, di pari passo con quello delle identità e dei legittimi interessi sottesi ad esse.
    Si tratta in definitiva di pensare i momenti del processo con lo sguardo a quello che resta il nostro fine: promuovere lo sviluppo globale dell’uomo e della società.
    Lo spazio di indagine più conforme alle nostre competenze escludeva analisi in senso tecnico di temi come conflitto e risorse, conflitto e demografia, conflitto e sistemi politico-ideologici, mentre recuperava questi temi all’interno di contesti più ampi, che avvicinavano il mercato alla psicologia, l’immagine all’identità collettiva, affrontando così in modo più complesso la questione delle regole entro cui i conflitti si danno e si compongono. In altre parole: ci saremmo occupati con particolare attenzione degli aspetti immateriali – degli intangibles – che si propongono come oggetti, fattori e contesti umani di conflitto.
    Accanto al ruolo, parallelo e inscindibile, della narrazione nel costruirsi delle identità, altrettanto evidente, già in fase di impostazione della ricerca, è risultato il ruolo dell’industria culturale e dei media nella circolazione di quei fattori, nella individuazione di quei contesti: nella definizione stessa di quegli oggetti.
    La riflessione ci consegnava - quanto alla multimedialita’ ed ai suoi sistemi - l’obbligo di un esame collocato, al tempo stesso, fuori dalle nostre competenze e al centro del terreno di ricerca. Raccolta una prima ampia rosa di questioni, abbiamo cercato una alleanza autorevole che permettesse di trasformarle in domande e di raccogliere sul campo elementi di risposta. L’incontro con ISIMM è risultato non soltanto naturale, ma subito segnato da forti complementarità e sintonie.
    Proprio per questo non avverto il bisogno di addentrarmi negli aspetti complessivi del lavoro che ci attendiamo da questi due giorni, dei quali nessuno meglio del Presidente Manca potrà tracciare il terreno.
    Vi sono tuttavia specifici elementi che, a costo di abusare della vostra attenzione, debbo sottolineare secondo lo specifico orizzonte culturale della Fondazione.
    Perché è da quell’orizzonte che discendono le ambiguità riscontrabili nel titolo del nostro incontro, che ci attendiamo di poter sciogliere insieme.
    “Il conflitto tra narrazione e media”: già la prima parte del titolo enuncia due possibili dimensioni di lettura. Da un lato propone di esplorare come si colloca e di quali processi si fa oggetto il conflitto – quello effettivamente conflagrato ed in corso, ma anche i molti altri di altro genere che si affacciano all’attenzione – quando gli eventi attraversano la filiera industriale dei mezzi d’informazione. E quindi gli effetti di selezione cui l’informazione pura – nel senso convenzionale dell’espressione – va incontro nell’assemblaggio redazionale, nella competizione per gli spazi in pagina o in palinsesto, nella rielaborazione “autorale” che la rende fruibile alle specifiche audiences di ciascun media.
    Dall’altro, tuttavia, impone anche di censire il conflitto interno fra narratività tradizionalmente intesa e vincoli, format, esigenze temporali di una industria dell’informazione costantemente stretta fra le esigenze dell’attualità, della compattezza e del valore intrinseco dell’informazione e quella dimensione drammaturgico-narrativa che assicura il pathos grazie al quale le audiences più vaste “restano sintonizzate”. E garantiscono i risultati attesi sul piano industriale.
    La domanda –“dissoluzione dell’autore?”- che conclude il titolo verte sull’area “auctor-auctoritas-autorevolezza”. L’ipotesi, che crediamo evidente già in questa sommaria formulazione, è che la complessità e la frammentazione dei canali e dei processi offuschino la percettibilità, e quindi la funzione, della figura autorale.
    Come ciascuna delle parole che si utilizzano normalmente, così anche il termine «autore» suona del tutto chiaro, finché non si tenti di definirne con una qualche precisione il significato.
    Per lo più tutti presumiamo di sapere cos’è – o meglio: chi è – propriamente un «autore». E, in base a ciò che per lo più crediamo di sapere, interrogarsi sull’«autore», nonché sulla sua possibile «dissoluzione», sembra fuori dal registro di una riflessione sul rapporto tra «conflitto» e «media», ossia sul modo in cui i mezzi di comunicazione, informando sui conflitti, concorrono a determinarne sedimenti ed esiti.
    Un «autore» – sembra ovvio – è colui che, nel plasmare la propria opera, porta a sintesi tutti gli elementi che vi afferiscono: indipendentemente dalla natura di essi.
    Non per questo non sapremo distinguere l’autore di teorema, da quello di un brevetto industriale, da quello di un libro o di un film. Ma nelle opere di ambito tecnico, e perfino scientifico, il prodotto vale di per sè: permette di soprassedere all’esame della figura autorale senza effettiva perdita di valore conoscitivo e pragmatico. Nella narrazione, invece, è proprio la figura identificabile,il tratto personale dell’autore a fornire chiavi autosufficienti – anche se mai definitive – per il compiersi del ciclo ermeneutico. Almeno nel senso che, nel caso di un autore identificato, la contestualizzazione biografica e storico-culturale di costui favorisce lo scattare della circolarita’ interpretativa fra le due enciclopedie implicite: quella che nell’autore soggiace all’opera e quella propria al fruitore.
    E’ quando la dimensione autorale viene colta, infatti, che l’opera diviene compiutamente veicolo di senso. Talvolta, anche a prescindere dalla natura dei materiali che si assemblano in essa: il senso di Guerra e Pace, probabilmente, ci sarebbe accessibile anche se Bonaparte non fosse mai giunto fino a Mosca. Perchè ci basta intendere Tolstoi. Al contrario, La Certosa di Parma è ben difficile da immaginare fuori da quello specifico percorso storico in cui si rappresenta. Il viaggio dalla fronda illuminista, alle piane di Waterloo, alla cattedra episcopale trova rispecchiamenti anche nell’oggi: che le domande e le censure interiori di Del Dongo abbiamo ancora corso, poco importa. Restano attuali come questioni in sé .
    E proprio Stendhal ci offre uno spunto di riflessione più interno al tema di oggi: che relazione fra il caleidoscopio di inquadrature soggettive scandite da Fabrizio nelle pieghe e nelle retrovie della grande battaglia e “il punto di vista di Dio” necessario a cogliere l’intreccio di errori, eroismi, tradimenti e disguidi che ne determinarono l’esito e il senso?
    Per il ruolo che i mass media assumono nella formazione delle aspettative diffuse, per come incidono nei processi decisionali delle società democratiche, per come istituiscono leggende ed eroi, la questione non è di poco conto.
    L’accostamento proposto dal titolo di questo incontro potrebbe perciò rappresentare il punto di partenza per reiterare l’atto d’accusa - ormai di rito - contro i mezzi di informazione, colpevoli di non essere sufficientemente «oggettivi», di “deformare” la realtà in funzione di interessi di parte, di muoversi, al modo degli «autori», sul confine incerto tra vero e falso. Invettive banali, che si traducono generalmente in accorati - quanto del tutto inutili - appelli al senso di responsabilità degli operatori, degli esperti e dei manager, perché si attengano alla realtà con uno scrupolo tanto maggiore quanto più la realtà è quella tragica – e purtroppo attuale – di un conflitto.
    Nulla di più lontano dalle nostre intenzioni. Al contrario: la domanda sull’«autore» proposta a teorici e operatori dell’informazione vorrebbe suggerire la possibilità che il problema stesso dell’oggettività sia, a ben guardare, un falso problema. Ciò richiede, naturalmente, che si mettano in questione almeno alcune delle certezze consolidate relative tanto alla cosiddetta «oggettività», quanto alla figura dell’«autore».
    Il senso comune investe tutto il proprio capitale di fiducia nei fatti, e per questo vorrebbe che ogni interpretazione poggiasse su fatti ben precisi: il che, entro certi limiti, è del tutto giustificato. Ma chi sancisce cosa è un fatto e cosa un’interpretazione? Chi è capace di distillare il nocciolo di oggettività dell’evento dalle sovrastrutture soggettive di colui che lo riporta? Domande che si fanno urgenti e drammatiche per culminare in una decisiva: è forse il conflitto un evento che per sua stessa natura rifiuta una descrizione neutrale e obbliga ad una presa di posizione? E, in tal caso, anche a prescindere dalla identificazione consapevole o emozionale con una delle parti in causa?
    Ci vuole una fede molto salda nell’esistenza stessa di una realtà che si nasconde dietro il paravento di quello che se ne racconta, per ritenere che imparzialità, neutralità e oggettività siano attributi plausibili dei mezzi di informazione. Una fede che può riuscire persino pericolosa, quando rassicurando sopisce ; meglio forse prendere consapevolezza della propria inevitabile parzialità, salubre complemento della complessità e delle ambiguità del reale.
    Si tratta piuttosto di rinunciare all’idea che per capire la condizione di autore sia necessario ricorrere all’alternativa tra vero e falso, tra realtà e finzione, tra soggettività e oggettività. Autore è colui che riesce a dare un senso in qualche modo universale alla propria opera; colui che, attraverso la propria opera, riesce a veicolare un significato che prescinde dalle particolarità di individui e circostanze determinate. Se l’opera interpella e convoca una comunità di persone che attorno ad essa si raccolgono e in essa si riconoscono, allora davvero l’autore è autore. E porta il carico di tale condizione.
    Soltanto uno sguardo ostinatamente appiattito sul presente potrebbe negare che il «raccontar storie» sia un’attività ben più seria di quanto il significato corrente dell’espressione lasci intendere. Le grandi narrazioni del passato erano capaci di proporsi come il nucleo attorno al quale coagulare una tradizione, in quanto offrivano – e offrono – letture della realtà dense di significato: né resoconto di fatti, né invenzione arbitraria, ma strutturazione del mondo, attribuzione di senso e offerta di un orientamento.
    È da questa radicale richiesta di senso che viene investito l’autore. E da questa medesima richiesta di senso, volenti o nolenti, giusto o sbagliato che sia, sono investiti gli operatori dell’informazione e – più in generale – dell’industria culturale: volenti o nolenti, dunque, essi sono chiamati a confrontarsi (magari per opporvi un deciso rifiuto) con la possibilità del loro essere «autori».
    Il cosiddetto «fatto», l’oggetto a proposito del quale il pubblico ha il diritto di essere correttamente informato, non è soltanto difficilmente isolabile da tutto ciò che oggettivo non è, ma, di per sé, non riveste alcun interesse per nessuno: a interessare è il senso. L’audience ha l’esigenza di capire, oltre che di sapere. Esigenza alla quale l’operatore, il giornalista, l’inviato, rispondono con linguaggi, metafore, vere e proprie strategie narrative che hanno in primo luogo la funzione di guidare il lettore o lo spettatore in contesti loro parzialmente estranei, secondo modalità non dissimili da quelle del racconto. Organizzare gli eventi in prospettive e contesti, secondo certe trame e certi ritmi, far leva sulla sfera emotiva oltre che su quella razionale, non significa manipolare, ma rendere accessibile – nell’unico modo in cui ciò è possibile – un significato.
    In un’epoca come la nostra, che pare caratterizzarsi proprio per il fatto che è venuta meno la capacità di aggregazione delle grandi narrazioni tradizionali, una simile richiesta di senso investe in modo pressante chiunque prenda pubblicamente la parola: che lo voglia o no, che si trinceri o meno dietro la propria presunta neutralità. Allora, il problema della responsabilità di chi opera nell’informazione deve essere impostato a partire da una prospettiva ben più ampia di quella del feticcio dell’oggettività.
    Più facile a dirsi che a farsi, senza dubbio. Inutile nascondersi le difficoltà: anzi, impostare il problema della responsabilità a partire dal concetto dell’«autore» costringe a confrontarsi seriamente con la possibilità che, a prescindere dalle intenzioni e dalla volontà dei singoli, le condizioni materiali che presiedono alla produzione dell’informazione rendano impossibile il costituirsi stesso di una figura simile. Il processo che genera l’informazione è ramificato e segmentato al punto che risulta difficile individuare soggetti, interessi e meccanismi in gioco.
    Come e a quali livelli agiscono i filtri che regolano i flussi di informazione? Quale il diverso peso degli interessi dominanti? Che rilevanza hanno le strutture di comunicazione imposte dai format consueti? E, soprattutto, ci sono – e quali sono – gli interstizi che consentono che nel meccanismo di questa filiera si insinui l’intervento di «autore»? Oppure è necessario prendere atto della definitiva «dissoluzione» di questa figura e magari, a fronte delle trasformazioni tecnologiche dei modi di trasmissione dell’informazione, consegnare integralmente la funzione di ricostruzione di un senso al destinatario ultimo della comunicazione, unico «autore» sopravvissuto?
    Ipotesi che risulterebbe confortata dal particolare rapporto, specie nei palinsesti TV, fra presunta informazione e presunta fiction. Oggi, dopo la reazione degli Italiani a Nassyriah, viene spontaneo chiederselo: quanto Maresciallo Rocca c’è nella solidarietà che è stata espressa ai Carabinieri? E quanta “cultura civile” c’è, più in generale, nella restituzione drammaturgica dei back-offices e dell’umanità di Distretti di polizia e Scorte, Medici in Prima Linea ed in Famiglia, e quant’altri fino a ieri avremmo letto come intrattenimento o come autocelebrazione?
    E, infine, quanto ha influito la proposizione narrativa dell’Arma sulla stupefacente compattezza valoriale e linguistica che feriti, colleghi, orfani e vedove delle vittime hanno messo in luce nell’espressione del dolore e in quella della determinazione che ne è seguita?
    Si dovrebbe concludere per un generale rimescolamento di funzioni fra informazione e fiction: la prima, costretta ad inseguire un pathos perfino artificioso, per fidelizzare l’audience; la seconda, in un contesto fictionale e coinvolgente, resa veicolo di condivisione reale di codici e valori.
    Non avrebbe evidentemente senso tentare di elaborare in astratto questi interrogativi; da questo le domande ben concrete che scandiscono l’agenda dei lavori, e che vertono su problemi peculiari di specifiche tipologie di operatori dei media.

    Due nuove domande, in parte suggerite da eventi e prospettive non ancora in campo nella fase di progetto, mi sembrano invece di portata trasversale alle diverse specificità professionali e culturali:

    • su quale nuovo scambio e/o patto fiduciario fondare – alla luce del rimescolamento di funzioni individuato – credibilità e autorevolezza del sempre più sofisticato sistema dell’informazione nel suo rapporto con opinioni pubbliche sempre più plurali e globali?

    • come traslare l’imperativo astratto dell’obiettività nel vissuto critico e interpretativo dei destinatari, oggi forzati “autori” della lettura ultima dei fatti e, forse, estremi artefici del mito?

    Confido nel Presidente Manca, nei nostri moderatori e nella amabile attenzione della platea perché la qualità professionale e culturale dei partecipanti ai diversi panel in programma possa tradursi nel radicale aggiornamento di prospettiva del quale, purtroppo, il nuovo scenario mondiale rende sempre più urgente l’evidenza.

    Grazie, buon lavoro a tutti.


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