CONFLITTO E MERCATO

  • Verso un'economia del conflitto?
    Forme e gestione dei conflitti nelle società complesse

    Roma, 26 maggio 2004 LUMSA - Aula Magna - Borgo Sant'Angelo, 13
  • » PROGRAMMA » ATTI » Interv. Laura Paoletti

    La questione sulla quale vogliamo riflettere oggi va letta sullo sfondo di un progetto che, dall’inizio dello scorso anno, impegna la Fondazione nel tentativo di Pensare il conflitto per Costruire la pace. Si tratta di una ricerca che, pur avendo ormai acquisito un quadro teorico di fondo chiaramente profilato, è tuttora in progress e perciò al momento mancante di alcuni suoi sviluppi essenziali–come quello che speriamo di guadagnare con questo incontro–i quali, soltanto, consentiranno una sistematizzazione compiuta dei contenuti già elaborati.
    Sin dalle primissime formulazioni degli obiettivi e delle domande guida della ricerca, abbiamo inteso sottolineare il proposito (peraltro caratteristico della Fondazione) di affrontare un tema come il conflitto - di immediata e drammatica attualità - con una prospettiva teorica rigorosa, che, avvalendosi di competenze disciplinari diverse, prendesse le mosse da una messa in questione di certi presupposti apparentemente ovvi. Ovvi solo in apparenza, in realtà non sufficientemente giustificati, tanto da rischiare di sviare gran parte delle riflessioni e dei dibattiti sull’argomento.   
    È per questo che, da subito, Nova Spes ha metodologicamente preso le distanze da due tesi di senso comune, che risultano all’apparenza a tal punto ragionevoli, da sembrare poco più che esplicitazioni della nozione stessa di «conflitto». Quest’ultimo a) sarebbe il concetto contrario a quello di pace; b) indicherebbe una condizione negativa e necessariamente distruttiva, che come tale deve essere evitata.
    Una terza tesi che Nova Spes ha voluto mettere in questione, tesi che stavolta non è (solo) di senso comune, ma che si trova esplicitamente formulata sul piano della considerazione scientifica, è quella per cui – cito da un documentato e recente studio su Conflitto e cooperazione – «le radici e le ragioni di conflitto non sono cambiate nel corso della storia: in linea di principio ogni conflitto riguarda le risorse e l’accesso ad esse: incluso il potere, la conoscenza e i beni intellettuali» .
    Ne consegue che l’obiettivo di Nova Spes è stato innanzitutto quello di verificare e sostanziare l’ipotesi che il conflitto non sia una semplice alternativa alla pace, che non sia necessariamente una condizione da evitare o peggio rimuovere, e che non abbia a che vedere - innanzitutto e primariamente - con «risorse», ma, come vedremo subito, con «identità».
    Tale obiettivo rappresenta un filo conduttore che attraversa e tiene uniti i diversi momenti della ricerca, la cui articolazione in plessi tematici distinti (che abbiamo per comodità demarcato in conflitto e vita, conflitto e immagine, conflitto e identità, conflitto e regole, conflitto e mercato) non ha inteso suggerire una qualche partizione interna a quella che, in realtà, è l’unica questione in gioco–il conflitto, appunto, in quanto tale–ma ha inteso esplorare, in via del tutto preliminare e senza alcuna pretesa sistematica, diverse vie d’accesso al problema.
    Quando si tenti una elaborazione scientifica del tema la difficoltà di individuare chiavi teoriche adeguate emerge subito. Ricondurre il risultato dell’osservazione alle leggi sottostanti, ridurre i fenomeni complessi a quelli più semplici in maniera tale che questi consentano di individuare i meccanismi che governano quelli-secondo l’atteggiamento tradizionalmente scientifico-suggerisce, nel caso specifico, di tentare per esempio di risalire dal conflitto in natura al conflitto umano, come caso più evoluto di quello tra animali. E spingendosi ancora oltre, di cercare di comprendere come conflittuali relazioni ancora più elementari, come quelle che regolano il rapporto tra un organismo e il suo ambiente o come la malattia, che spesso viene descritta in termini di «attacco» di un organismo da parte di un agente patogeno.
    Questo modo di accostarsi alla questione, tuttavia, si rivela, si è rivelato, assai più difficoltoso di quanto si potesse a prima vista ritenere: e la difficoltà, come è subito emerso, riguarda il presupposto di partenza, per cui si ritiene legittimo poter sviluppare un discorso su una presunta «conflittualità» interna alla cosiddetta «natura».
    Se una «scienza» dei conflitti – di cui da più parti si lamenta la mancanza – è possibile, essa richiede l’acquisizione di una prospettiva teorica che radicalizzi il problema, non presupponendo che si possa pensare un quadro concettuale indipendente e indifferente rispetto all’oggetto studiato. Mettendo, quindi, in questione la legittimità dell’applicazione per analogia all’ambito della natura, di concetti che hanno il loro senso proprio sul piano esclusivo dell’umano.
    Per inquadrare il problema in tutta la sua ampiezza sembra, dunque, necessario abbandonare la concezione secondo cui il conflitto è un evento tra i tanti che possono accadere nell’ambito della cosiddetta «realtà». Viceversa, occorre - a nostro avviso - prendere atto del fatto che la stessa realtà è strutturata in modo intrinsecamente conflittuale.
    Seguendo una linea di riflessione che va dalla Grecia antica alla modernità (da Eraclito a Hegel), si può vedere - e Vittorio Mathieu lo mostra efficacemente- che la nozione ordinaria di conflitto, quale relazione necessariamente distruttiva tra (almeno) due «soggetti», o «cose», ciascuno dei quali è definibile in modo indipendente rispetto all’altro, è semplicistica nel suo assunto di base: quello per cui l’identità di «qualcosa» (e, a maggior ragione, di «qualcuno») consisterebbe nel suo statico coincidere con se stesso.
    L’identità non è data, ma è il risultato di un atto e di un processo di identificazione. E il conflitto - che si annida nel cuore stesso dell’identità - la rivela come compito, non come dato, come posta in gioco, non come possesso stabile. La non coincidenza di sé con sé, lo strutturale scarto circa la propria identità, è la prima fonte di conflitto. Ed è il motore che apre costitutivamente ogni identità ad un’altra identità.
    Il conflitto non è dunque una relazione che si aggiunge in modo contingente (e che dunque può essere rimossa) alle identità, ma un nodo che le allaccia inesorabilmente tra loro, ciascuna bisognosa delle altre per giungere a sé, ciascuna alla ricerca di sé nel conflitto con le altre.
    Così il conflitto è tanto più radicale, tanto più potenzialmente distruttivo, quanto più si esprime come occasione per mettere in questione l’assetto -pur dinamico-grazie a cui ciascuno si individua. Ciò implica un orizzonte, sia di senso, sia etico, sia di regole come l’elemento terzo rispetto a cui i contendenti si collocano e che, se riconosciuto, ha la funzione di garantirne le rispettive identità.
    Sono considerazioni eminentemente teoriche, certo, ma tutt’altro che prive di conseguenze sul piano pratico dove i conflitti vanno gestiti oltre che pensati.
    Alcuni dei conflitti oggi in atto sono paradigmatici della fisionomia in sé del conflitto, perché rivelano una asimmetria che, a ben guardare, non è tanto o soltanto quella eventuale delle forze messe in campo, quanto, piuttosto, quella derivante dall’assenza di una linea che consenta appunto di separare, con il trovarsi al di qua o al di là, l’identità stessa dei contendenti.
    La presenza di un denominatore comune, ancorché minimo, consente che lo scontro avvenga senza il dispiegamento di tutto il suo potenziale distruttivo. Finché si tratta di due Stati che si dichiarano guerra, non tutte le regole sono ancora venute meno. Finché si tratta di scontrarsi in merito ad un oggetto, il contrasto può consentire una mediazione.
    Il conflitto è radicale e distruttivo, invece, quando il nemico non è fuori, quando non ha volto, quando si annida come una malattia nel corpo dell’identità propria, fa corpo con essa al punto che non si può distruggerlo se non distruggendo anche se stessi. Fin troppo ovvio pensare - a proposito delle forme odierne di conflittualità - al terrorista kamikaze, ma anche, nell’ambito delle relazioni interpersonali, alla imperscrutabile realtà di certi rapporti all’insegna del “nec tecum nec sine te vivere possum”.
    Anche la soluzione di rimuovere il conflitto - negandolo, impedendo che si dispieghi - significa dar luogo ad una rimozione della stessa identità dei confliggenti, i quali rischiano di essere di fatto annientati, se, come dicevamo, ciascuno dipende, nel suo farsi, dall’altro, pur confliggendo.
    Emerge, così, la linea di demarcazione tra i conflitti in genere e i conflitti distruttivi, tali, cioè, che tendano a risolversi mediante annichilimento dell’avversario. L’introduzione del concetto di «antagonismo» quale qui è inteso identifica quella degenerazione, implicitamente presente in ogni conflitto, che però non è il conflitto (nonostante quanto si afferma di solito in forza di abitudini mentali consolidate), né è un esito necessario di quello.
    Il conflitto, in altri termini, è una situazione strutturale di equilibrio dinamico tra i due estremi opposti della pace e della guerra, ma di per sé non è né l’una, né l’altra. Disconoscere questo implica, non soltanto la rinuncia alla valorizzazione del potenziale evolutivo insito in ogni conflitto, ma anche l’approdo a tentativi di pacificazione che, per le ragioni dette, risultano inevitabilmente violenti. Ne consegue che la possibilità di una gestione produttiva del conflitto ha come suo presupposto un’operazione di legittimazione del conflitto, innanzitutto sul piano simbolico, linguistico e culturale (che è, poi, uno degli obiettivi ultimi dell’intero percorso di ricerca intrapreso da Nova Spes).
    Proprio in questa direzione hanno inteso muoversi le ricerche svolte dalla Fondazione sul nesso tra conflitto e narrazione: nesso che può essere letto a diversi livelli. Per un verso, infatti, il conflitto è la matrice originaria di ogni narrazione, tanto che sotto il profilo narratologico si può a buon diritto affermare che propriamente non si dà racconto che non sia il racconto di un conflitto. Il conflitto è la trama originaria di ogni racconto, il nodo che intreccia protagonista e antagonista nell’unità di una storia che si dipana come progressivo dispiegamento e risoluzione del conflitto medesimo. Per altro verso, raccontare un conflitto è già un modo di gestirlo e di attribuirgli un senso: è un modo, dunque, di intervenire, di prendere parte e posizione rispetto a ciò che si racconta, strutturando gli eventi secondo una successione significativa, utilizzando un certo apparato lessicale e metaforico, distribuendo ruoli e responsabilità tra i confliggenti. Per questo un racconto del conflitto non è mai estraneo al conflitto stesso, come dimostra l’uso ormai compiutamente bellico dei mass media. Per questo è necessario che chi racconta, quand’anche si proponga di riportare il più fedelmente possibile gli eventi, prenda atto del ruolo «autoriale» di cui, volente o nolente, viene investito dal fatto stesso di raccontare, e della responsabilità che necessariamente, ciò facendo, si assume.
    Sul piano epistemologico l’affermazione della strutturalità del conflitto si traduce nel deciso rifiuto – a tutti i livelli d’indagine – di un individualismo metodologico costretto a presupporre identità pre-costituite alla relazione conflittuale. Si tratta di un presupposto erroneo da più punti di vista. In primo luogo perché ignora che il versante manifesto e «diurno» dell’identità - di quell’identità che si costituisce e si rinsalda ad ogni istante nella memoria - si accompagna ad un suo aspetto «notturno», che il pensiero l’occidentale ha sempre tentato di rimuovere e che emerge prepotentemente in fenomeni solo apparentemente marginali, come l’oblio, il sogno, l’empatia. In secondo luogo perché tale presupposto si fonda su un nesso tra identità e individualità, che non rende giustizia al pensiero di un’alterità irriducibilmente altra: un’alterità che forse precede l’identità propria, la interpella, la mette in questione e la provoca – fin quasi a costringerla – all’ospitalità.
    E, se è vero che questa ospitalità forzata, coatta, non ha i tratti rassicuranti della coesistenza pacifica, ma è la presa d’atto dell’annidarsi dell’altro nell’intimo del sé (di un conflitto che, quando il sé si riconosce come sé, è sempre già cominciato), è anche vero che tutto ciò è agli antipodi dello hobbesiano homo homini lupus.
    Lo dimostra il fatto che una simile concezione del conflitto rende manifesta l’inadeguatezza del modello di razionalità classica, basato sul presupposto di un soggetto «auto-interessato» (self-interested), che entra in conflitto solo nel caso in cui gli sia impedito il raggiungimento dei propri fini egoistici. La teoria della scelta razionale, e la sua formalizzazione nell’ambito della teoria dei giochi, si rivela insufficiente proprio nel momento in cui deve render ragione di comportamenti – e di conflitti – che appaiono del tutto irrazionali, se si identifica la razionalità con la cosiddetta «razionalità strategica», ossia con il perseguimento dell’interesse individuale.
    Per questo l’abbandono di un modello riduzionistico apre la strada ad una considerazione completamente diversa del luogo che è tradizionalmente visto come ambito dello scontro tra egoismi - il mercato - che appare invece nella sua funzione storica di mediazione (oltre che, o piuttosto che, di inasprimento) dei conflitti. Considerazione che richiede una distinzione rigorosa tra il conflitto propriamente detto e la «competizione» relativa a risorse scarsamente disponibili. Come spiegare, altrimenti, l’apparente paradosso per cui proprio in quello che si presenta come contesto competitivo per eccellenza, la fiducia ha un ruolo a tal punto rilevante, da risultare elemento indispensabile dell’interazione?
    Ma con ciò siamo già nel vivo dei problemi su cui vogliamo soffermarci oggi.



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