CONFLITTO E IMMAGINE

  • La comunicazione tra guerra e pace
    Roma, 12 maggio 2005 Monte dei Paschi di Siena - Via M. Minghetti, 30a

    CON IL PATROCINIO DEL SENATO DELLA REPUBBLICA E DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO
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    Le relazioni introduttive di Enrico MANCA e Laura PAOLETTI hanno aperto i lavori illustrando e circoscrivendo l’ambito tematico dell’incontro. Il rapporto tra i termini indicati dal titolo – la comunicazione, la guerra e la pace – è stato esaminato con approcci diversi, ma complementari: su un primo versante, Manca ha messo in evidenza i problemi connessi alla comunicazione dei conflitti da parte di un sistema mediale profondamente trasformato dalle nuove tecnologie e dal modo in cui queste sono state utilizzate in occasione dei conflitti più recenti; su un versante marcatamente filosofico, invece, Paoletti ha affrontato la questione del nesso strutturale tra linguaggio, interlocuzione e tempo. In particolare, Paoletti ha inteso mostrare come un’analisi del rapporto tra comunicazione e conflitto debba necessariamente prendere le mosse da una considerazione della funzione performativa di ogni atto linguistico: la comunicazione non è una modalità alternativa all’azione, ma produce essa stessa effetti sulla realtà che sarebbe rischioso sottovalutare: effetti di guerra oppure di pace. Nonostante questi siano due esiti di fatto ugualmente possibili della comunicazione, quest’ultima intrattiene un rapporto privilegiato con la pace. Attraverso l’analisi di alcuni esempi tratti da tradizioni letterarie appartenenti a generi e culture profondamente diversi tra loro, Paoletti ha messo in evidenza come la comunicazione si sostanzi di un differimento della violenza: il rivolgere la parola a qualcuno significa implicitamente concedergli tempo per la risposta. È per questo che si può intendere l’interlocuzione nel senso profondamente ambiguo di questo termine, per cui la dimensione interlocutiva e insieme interlocutoria di ogni discorso comportano quella dialogicità che sempre riserva alla pace ancora un’altra possibilità. L’individuazione di questo nesso strutturale tra comunicazione e pace non deve nascondere le insidie che il linguaggio riserva ai parlanti: in particolare Paoletti ha messo in luce il doppio vincolo tra la necessità e l’impossibilità della traduzione, che rischia di farsi veicolo di impliciti messaggi polemogeni soprattutto quando sono in questione termini profondamente connotati sotto il profilo emotivo. Tradurre è un’operazione di estrema complessità, votata, quasi per definizione, all’insuccesso, perché non si riduce all’individuazione meccanica di relazioni tra termini di lingue diverse: ciò che dovrebbe essere trasposto, perché una reale comprensione abbia luogo, è l’intero orizzonte di significati, di vissuti, di storia, di cultura che si deposita in una lingua. Il fallimento dell’interazione comunicativa è un rischio sempre presente, che minaccia la comprensione a vari livelli. Ad illustrazione di ciò Paoletti ha riportato i risultati di alcuni studi condotti sui testi delle dichiarazioni ufficiali statunitensi e irachene pronunciate in occasione della prima guerra del Golfo, che mostrano in modo inequivocabile come gli interlocutori si muovano su piani diversi e con intenti diversi. Ciò dimostra che la comprensione dei meccanismi che inavvertitamente governano e condizionano la comunicazione nel momento critico del conflitto è uno strumento fondamentale per far sì che il discorso evolva verso la pace piuttosto che verso la guerra.
    La prima sessione del convegno, Comunicazioni simboliche della guerra, è stata aperta dall’intervento di Alberto ABRUZZESE, il quale ha preso le mosse dall’individuazione di un plesso che connette e intreccia i termini «tradizione», «traduzione» e «tradimento», e il cui esame rappresenta il presupposto per ogni indagine relativa ad un’interpretazione simbolica della guerra e delle narrazioni ad essa relative. Il titolo del convegno, secondo Abruzzese, è suscettibile di due interpretazioni: una più ovvia, che allude al problema del modo di operare dei mezzi di comunicazione in riferimento alla guerra e degli stereotipi ideologici che strutturano la costruzione mediatica del racconto bellico (in particolare Abruzzese ha fatto riferimento a quella «retorica della pace», ideologica e censoria, per cui si parla, per esempio, di «guerre di pace» o di «guerre contro il terrorismo»). Secondo un’interpretazione meno ovvia del titolo, invece, si tratta di interrogarsi sul modo in cui guerra e pace comunicano tra loro, su ciò che, sotto il profilo antropologico-culturale, le accomuna: basti pensare a come l’informazione occidentale ordinaria non abbia alcuna esitazione nell’accostamento acritico di contenuti di guerra – spesso estremamente violenti – e contenuti di pace, di rappresentazioni della morte e ostentazione del benessere.
    Sarebbe ingenuo leggere in ciò un errore imputabile ai mezzi d’informazione, da criticare magari dal punto di vista utopico di una prospettiva no-global: la mescolanza tra i regimi della guerra e della pace è infatti l’epifenomeno di una profonda crisi geopolitica che è una caratteristica essenziale dell’epoca che stiamo vivendo. È la crisi per cui non è più possibile gestire i confini, inter- o intranazionali, affidandosi agli strumenti consueti della politica internazionale (o, al limite, della guerra) e dello stato di polizia. La coincidenza e la conflagrazione tra territorialità diverse che ha avuto luogo nel crollo delle Twin Towers è l’emblema di una situazione complessiva in cui vi è una fluidificazione delle sovranità nazionali e dei confini territoriali: in cui vi sono «eserciti dentro regimi di pace, terrorismo dentro regimi di guerra». L’interdipendenza originaria tra guerra e pace, vissuta come assuefazione ad uno stato di guerra contro il terrorismo che si presenta come permanente, rilancia paradossalmente l’esperienza del sacro contro le religioni costituite: un sacro che, in quanto indistinzione tra pace e guerra, risale al di qua del monotesismo sul quale sostanzialmente si fonda la civiltà occidentale. È in effetti il sacro, e non il monoteismo, la cifra più indicata per esprimere l’edonismo intrinsecamente politeista dei costumi.
    Ai mutamenti radicali che caratterizzano lo scenario post- o, meglio, antimoderno non fa eco un corrispettivo mutamento nelle classi dirigenti, che, su scala nazionale e globale, non hanno ancora raggiunto la capacità di esprimere un «farsi carico» del mondo all’altezza dei mutati paradigmi: si ragiona ancora in termini di tempo-spazio lineare, piuttosto che – come sarebbe ormai indispensabile – di reti, le quali restituiscono la multiversalità caratteristica dello scenario in cui ci troviamo a vivere.
    Nel suo intervento, Stefano CRISTANTE ha concentrato l’attenzione sulla frammentarietà dell’immagine della guerra che è restituita dai mezzi di comunicazione a coloro che non sono direttamente coinvolti in essa: più che di immagini si dovrebbe parlare di fotogrammi isolati dal flusso audiovisivo che ha mostrato i teatri delle guerre più recenti, dal Vietnam alla Bosnia, dall’Iraq a New York; teatri reali cui si aggiungono gli scenari immaginari delle guerre viste al cinema. Ad una generazione come quella attuale, che non ha avuto esperienza diretta della guerra, non resta che rielaborare in una sintesi personale questi frammenti, in modo da guadagnarsi la propria «quota» di guerra. Questa operazione non può però prescindere da una riflessione critica che si interroghi su quanta realtà sia contenuta in tali immagine frammentarie che danno un contenuto al termine astratto di «guerra». Cristante ha sollevato una serie di interrogativi volti a far emergere la frattura tra l’evento e la narrazione del medesimo: i rumori inconsueti che si sentono come sottofondo di un servizio giornalistico trasmesso da una zona di combattimenti, per esempio le sirene, restituiscono davvero il suono della guerra? E dov’è realmente il giornalista mentre registra il suo pezzo? Sull’effettiva scena degli scontri o al sicuro nel suo albergo dove gli vengono comunicate le informazioni pre-formate che le autorità ritengono lecito far trapelare? Che credito dare alla guerra che ci viene raccontata dai media se è vero che l’operatore embedded è più simile ad un soldato che ad un giornalista, e quello non embedded ha un raggio d’azione talmente limitato che lo rende più simile ad uno spettatore che ad un operatore?
    Secondo Cristante è ora di prendere atto del fatto che, esaminate sotto il profilo delle novità rappresentate dalle nuove tecnologie dei mass media, le definizioni tradizionali del concetto di guerra risultano del tutto insufficienti (Cristante ha citato, a titolo di esempio, le definizioni riportate nel lemma «guerra» scritto da Panebianco per l’«Enciclopedia delle scienze sociali»). Il problema è che il fenomeno con cui abbiamo a che fare è in realtà nuovo. Se, infatti, continua a contare moltissimo la possibilità di giustificare la guerra su base argomentativa, la guerra stessa è stata ormai completamente deprivata del suo aspetto «materiale»: le immagini belliche non hanno più odore, suono, colore, e, tutto sommato, non sono sufficientemente potenti da mettere seriamente in questione la nostra fondamentale estraneità ai conflitti. Il rischio è che finiamo con il credere alla coincidenza tra l’immagine e la realtà che la rappresenta.
    Ma studiosi e intellettuali non possono, ha proseguito Cristante, arrestarsi a questa dimensione tipica dello spettatore. Lo studioso non può essere staccato dall’oggetto d’indagine, credendo o fingendo di non esserlo; non può accostarsi all’oggetto «guerra» senza tener conto dell’aspetto materiale di questa, senza un coinvolgimento integrale del proprio apparato percettivo. Si tratta di operare un vero e proprio salto di civilizzazione e di interrogarsi su quali pratiche e strategie antiguerra possono essere messe in opera dalla classe intellettuale. Si potrebbe cominciare, per esempio, interrogandosi seriamente su cosa si potrebbe davvero fare con il budget attualmente destinato alle guerre o su quali comportamenti potrebbero emergere in luogo della guerra.
    Un tempo, e su queste considerazioni Cristante ha concluso il suo intervento, si riteneva che la guerra compattasse il corpo sociale: oggi è evidente che questo non è più vero, visto che, per esempio, la gran parte dell’opinione pubblica occidentale si è dichiarata contraria all’intervento militare in Iraq. Ciò che sembra essersi davvero compattato è l’insieme dei media, che nonostante le diversità interne, obbediscono ad una logica comune.
    L’intervento di Fabrizio BATTISTELLI ha preso le mosse dalla constatazione di un processo di rilegittimazione della guerra, che caratterizza il momento attuale e che marca un chiaro stacco rispetto alla delegittimazione intervenuta tra il 1945 e il 1989: le tensioni riemerse dopo la caduta del muro hanno reso infatti necessaria una rinnovata considerazione dell’opportunità di ricorrere in taluni casi all’opzione armata. In questo contesto è evidente a chiunque il ruolo fondamentale giocato dai media relativamente alla costruzione di un consenso da parte dell’opinione pubblica: non tanto perché i mezzi di comunicazione impongano questa o quella singola opinione, quanto piuttosto perché essi definiscono i contenuti di cui vale la pena discutere o meno (agenda setting), dando la possibilità di orientarsi anche all’uomo della strada che ignora le technicalities relative ad un certo argomento. Questa funzione è particolarmente efficace nel caso dei temi della guerra, rispetto ai quali l’opinione pubblica è sempre stata particolarmente interessata. La ragione di ciò deve essere rintracciata, secondo Battistelli, nel nesso intimo tra la guerra e la morte, resa oggetto di un processo di occultamento e rimozione da parte della società moderna. In società ormai compiutamente secolarizzate la morte è rimasta l’ultimo tabù e, come ogni tabù, la sua esibizione esalta l’attenzione. Siccome tale attenzione cresce nella misura in cui la morte è legata ad eventi che coinvolgono il destino collettivo, e non quello di singoli individui, è chiaro che la guerra rappresenta una fonte inesauribile di notizie particolarmente appetibili sotto il profilo dell’audience. Questo non significa che si possa parlare di una convergenza di interessi tra governi e mezzi di comunicazione (i quali si avvantaggerebbero di scelte politiche orientate al bellicismo): gli obiettivi restano profondamente discordanti, visto che l’audience (obiettivo dei media) diverge in modo sostanziale dal consenso (che è l’obiettivo dei governi). I governi tendono a mostrare la normalità della guerra, i media ad esaltarne l’eccezionalità.
    Battistelli ha rilevato come, da questo punto di vista, la guerra del Vietnam rappresenti un punto di non ritorno. Mentre prima la morte dei soldati era pubblicizzata ed esaltata, oggi i governi vorrebbero poter condurre conflitti che non comportino nessuna perdita e tendono ad occultare i caduti: basti pensare al fatto che il rientro delle salme dei militari americani dall’Iraq è stato coperto da segreto militare. Le esperienze vissute dal Vietnam in poi hanno profondamente mutato le aspettative dell’opinione pubblica nei confronti della guerra: a differenza di quanto accadeva nel passato, in cui ci si concentrava fondamentalmente sul conseguimento della vittoria, oggi la guerra ideale è quella gode del requisito di essere: a) legittima; b) incruenta; c) di breve durata. Proprio in rapporto alla seconda di queste condizioni il ruolo dei media è fondamentale, perché essi sono gli unici soggetti in grado di attestare di fronte all’opinione pubblica il carattere più o meno cruento di una guerra. Battistelli ha quindi concluso esaminando alcune tappe fondamentali nell’evoluzione dei rapporti tra media e apparati militari, che attestano fino a che punto questi ultimi considerino ormai la strategia comunicativa come un elemento fondamentale nella gestione dei conflitti.
    Duilio GIANMARIA ha affrontato il tema in oggetto dalla prospettiva dell’inviato speciale in zone di guerra. Nel caso particolare del conflitto iracheno si assiste attualmente, secondo Gianmaria, ad un vero e proprio blocco del flusso di informazioni, per cui lo stesso accesso all’Iraq risulta particolarmente difficoltoso. Da questo punto di vista l’Iraq rappresenta un vero e proprio punto di svolta nella storia del rapporto tra i media e il racconto della guerra: la «sostanza» della guerra, infatti, è ormai diventata invisibile. Il fatto che alcuni importanti mezzi di informazione siano stati costretti a operare un’autocritica, seppur parziale, nei confronti del proprio operato, è un evento epocale, che attesta quanto sia stato scarso, in questa occasione, il contatto con la realtà da parte dei professionisti della comunicazione. Gianmaria ha quindi rilevato un problema di leadership culturale che appare oggi non all’altezza del proprio compito: la costruzione dell’agenda è tutta orientata sulle aspettative del pubblico piuttosto che sul dovere dell’informazione. È invece necessario e urgente chiedersi perché la televisione non sia più in grado di attivare un dialogo serio con il mondo della cultura.
    Carlo JEAN ha esordito con una considerazione sulla funzione puramente strumentale della guerra, che non ha alcun significato in sé, ma solo in funzione della pace che per mezzo di essa si spera di ottenere. A differenza di quanto pensava uno dei fondatori della polemologia, Gaston Bouthoul, nella guerra non vi è alcun aspetto ludico: essa è fondamentalmente una strategia comunicativa. Ogni bomba lanciata contro il nemico è prima di tutto un messaggio, ossia un invito ad accettare le condizioni di pace che gli si vogliono imporre, così da evitare altre bombe. Per questo in guerra è fondamentale la tenuta dell’opinione pubblica e il morale dell’esercito: questi sono infatti i destinatari dei messaggi veicolati dalle armi. Lo aveva ben compreso Hitler, il quale negli anni ’30 si preoccupò di sostenere finanziariamente i movimenti pacifisti francesi.
    Di particolare importanza, secondo Jean, sono i progressi delle neuroscienze, che consentono di accrescere enormemente l’efficacia comunicativa del messaggio bellico, in quanto rendono possibile il passaggio dalla semplice azione di propaganda ad un intervento in profondità sull’immaginario collettivo; dal gioco di informazione e controinformazione alla ristrutturazione dell’intero insieme in cui le singole informazioni si inseriscono. L’impiego della comunicazione come strumento di guerra, le tecniche per dosare abilmente messaggi terrorizzanti e tranquillizzanti, per ingannare l’avversario e accentuarne le debolezze sono note dall’antichità, come attestano l’Iliade, la Bibbia o anche Tucidide. Oggi, grazie appunto ai progressi delle neuroscienze, sono possibili strategie indirette che consentono di individuare i meccanismi con cui i messaggi vengono filtrati e recepiti; meccanismi che nel caso di un evento di per sé eccezionale come la guerra acquisiscono un rilievo tutto particolare. A questo proposito Jean ha osservato come, nonostante il numero delle vittime di incidenti stradali sia incomparabilmente superiore a quello dei caduti in guerra, questo ultimo tipo di perdite provochi un impatto emotivo nell’opinione pubblica enormemente superiore. Questo deriva, secondo Jean, dal fascino esercitato dalla guerra e dalle polarizzazioni che essa istituisce: l’interesse dell’opinione pubblica per lo scontro tra Patriot e Scud nel primo conflitto iracheno ha le stesse radici di quello per le contrapposizioni tra «buoni» e «cattivi» tipiche dei film western. La famosa affermazione di Churchill «quando tuonano i cannoni la verità fugge» esprime bene la dissonanza cognitiva che la guerra provoca, condizionando la lettura del rapporto tra un evento e il quadro generale all’interno del quale questo si inserisce: solo una simile dissonanza rende ragione del fatto che le guerre scoppiano anche quando il rapporto costi-benefici è del tutto sfavorevole. L’elaborazione di un’idea oggettiva di guerra dovrebbe tener conto di questo.
    Jean ha concluso il proprio intervento sottolineando come le nuove tecnologie abbiano prodotto un mutamento radicale nel modo di fare informazione sulla guerra: i famosi inviati di guerra del passato (Churchill, Trotzky, ma anche Montanelli) raccontavano gli eventi bellici inquadrando il singolo avvenimento nell’orizzonte generale del conflitto. La televisione non riesce a farlo: l’informazione di guerra oggi non può coprire neanche in minima parte il teatro delle operazioni, con la conseguenza che: a) il significato di ciascun frammento resta alla fine oscuro; b) la dissociazione globale-locale si acuisce; c) chi gestisce l’informazione ha un amplissimo spazio di manovra non soggetto a controllo. Lo si è visto nella guerra del Kossovo, in cui la strategia comunicativa della Nato è risultata efficacissima: per ogni errore significativo da parte della coalizione veniva costruito un messaggio ad hoc volto a ricompattare l’audience.
    Maria Luisa MANISCALCO ha richiamato l’attenzione su quelle manipolazioni dell’immaginario collettivo ad opera dei mass media, che preparano il terreno per l’innesco dei conflitti. Il potere dei mezzi di comunicazione è particolarmente rilevante nelle società molto vulnerabili, come quelle nelle quali si sono verificate le guerre poi definite «dimenticate»: Rwanda, Sierra Leone, Sri Lanka, etc. Nel descrivere il modo di operare dei media in questi contesti, Maniscalco ha individuato innanzitutto la costruzione di un sentire comune catastrofico fondato sulla paura di essere attaccati. Un esempio particolarmente interessante di ciò è offerto dalla propaganda svolta in Rwanda dal mensile Kangura poco prima del massacro: in alcune vignette disegnate dagli Hutu si trova espresso graficamente il loro terrore di essere massacrati dalla popolazione nemica dei Tutsi. L’aspetto interessante è che l’evento temuto è rappresentato nel modo esatto in cui poi gli stessi Hutu lo hanno messo in opera a danno dei Tutsi. In secondo luogo, Maniscalco ha menzionato la manipolazione della memoria. L’enfatizzazione di sconfitte e di conflitti passati rafforza la convinzione che quanto di negativo è successo una volta può ripetersi: il che mina alla radice la possibilità stessa della pace. Non a caso tra gli indicatori internazionali della probabilità che in una certa zona si verifichi un genocidio vi è il fatto che un genocidio abbia già avuto luogo in precedenza. Si può ovviamente sottolineare come questo stesso procedimento manipolativo invertito di segno, messo in opera cioè come elaborazione e superamento di un trauma collettivo, sia la condizione fondamentale per la promozione di una cultura di pace. Altro potente fattore di innesco di conflitti è l’enfatizzazione di situazioni di diseguaglianze e di ingiustizie, che rappresenta queste ultime come insuperabili a meno di una palingenesi totale o di un bagno di sangue. In conclusione Maniscalco ha ricordato la manipolazione che consiste nella creazione di un nemico pubblico, con conseguente la disumanizzazione del medesimo, e che rappresenta una condizione imprescindibile per facilitare il convogliarsi della violenza su di esso.
    Secondo Vittorio MATHIEU, tra violenza e conflitti vi è un rapporto duplice. Per un verso, i conflitti costituiscono un materiale di cui i mezzi di comunicazione di massa usano servirsi; il che, al di là di ogni facile stigmatizzazione, ha in sé almeno un elemento consolante: ciò che suscita l’interesse, infatti, è ciò che è raro e non ciò che è più frequente (questo non significa sottovalutare il rischio che l’esposizione continua del pubblico alla violenza possa indurre assuefazione piuttosto che aspirazione al contenimento della medesima). Per altro verso, però, può accadere che sia il conflitto, o l’«eroe», che si presenta come tale in funzione del mezzo di comunicazione, ossia per acquistare fama. Il mezzo diviene quindi indispensabile al raggiungimento degli obiettivi di guerra: per quanto raro, questo fenomeno è esistito e non è da escludere che esisterà ancora (del resto è più facile passare alla storia come guerriero piuttosto che come oculato amministratore). Vi è inoltre un’alleanza costante tra chi conduce la guerra e i mezzi di comunicazione, perché questi ultimi possono in certi casi diventare strumenti di persuasione o vere e proprie armi: Mathieu ha ricordato il volo di D’Annunzio su Vienna con finalità di propaganda. Talvolta il mezzo di comunicazione può risultare d’impaccio allo svolgimento delle operazioni belliche, per esempio quando divulghi azioni di guerra non canoniche, disumane e particolarmente feroci. Questo accade soprattutto quando la guerra abbia il carattere di un’ordalia, di un giudizio divino sottoposto a certe regole che non debbono essere violate: Francesco Domenico Guerrazzi scredita la vittoria di Carlo d’Angiò nella battaglia di Benevento, raccontando come questi abbia avuto la meglio solo perché ha ordinato di violare il divieto di attaccare i cavalli.
    Il problema della regolamentazione delle guerre è stato particolarmente sentito dopo le efferatezze delle guerre di religione. Si è tentato di fondare in modo universale le norme attraverso il diritto naturale, inteso come ius belli ac pacis; diritto non imposto dalla volontà di Dio, perché esso vale etsi Deus non esset. Ma se ne avvertono echi precisi anche nei tentativi più recenti, come la Convenzione di Ginevra, etc. In ogni caso tutto ciò conferma il doppio rapporto di strumentalizzazione tra guerra e mass media, che, secondo Mathieu, merita di essere approfondito e studiato per fare in modo che la funzione di controllo dei mezzi di comunicazione sull’esercizio della violenza sia sempre più efficace.
    Antonio PERRI ha aperto il proprio intervento dichiarando la difficoltà di un approccio semiotico al problema della comunicazione come arma da guerra. Poiché la semiotica si occupa del modo in cui costruiamo simbolicamente la realtà, essa rischia di dimenticare che la guerra è di row facts, di fatti bruti. Il timore è che parlare di guerra comunicata, e quindi dimenticarne i portati tragici, riproponga una visione dereferenzializzante, idealistica, per cui la realtà si riduce ad essere un effetto di senso. Il punto è che la guerra non è soltanto quella narrata, ma è anche quella vissuta. E in quanto vissuta, e non narrata, essa è insensata, cioè fuori dal senso. Se la guerra entra nel dominio del senso vuol dire che è già in un contesto di narrazione: che si è già fatta testo. Il paradosso è che le pratiche di guerra non sono scindibili dal loro essere raccontate, ma, come fatto bruto, come «senso ottuso» (Barthes), sono comprensibili a partire dalla negazione della reciprocità di prospettiva. La guerra e la comunicazione sulla guerra si basa sulla incapacità di far funzionare la reciprocità che secondo la fenomenologia classica caratterizza ogni forma di comunicazione come messa in comune. Perri ha quindi ricordato il radicale rifiuto wittgensteiniano del linguaggio privato: il che significa che il discorso sulla guerra non può essere evitato. La guerra è senza dubbio vissuta: tuttavia, anche chi ha vissuto la guerra, l’ha vissuta in quanto se l’è rappresentata, a sé e agli altri.
    L’esplorazione delle modalità e delle dimensioni di questa rappresentazione può essere indagata innanzitutto sotto il profilo lessicologico, che è tanto più interessante, quanto meno la definizione di un termine è ovvia. Perri ha citato e si è intrattenuto sulla significativa definizione del lemma «guerra» del Devoto-Oli che si conclude con la formula estremamente impegnativa (e tutt’altro che descrittiva): «Non ammessa dalla coscienza giuridica moderna». Dal punto di vista etimologico si può invece osservare che il termine è un intruso, perché deriva del longobardo warra. Il neolatino bellum è curiosamente assonante con l’aggettivo euforico «bello». Forse questa parentela – che potrebbe essere rilevata da un grottesco esercizio di etimologia popolare – potrebbe dire qualcosa sulla sottile dialettica tra euforia e disforia che da sempre la guerra innesca nella coscienza dei parlanti. Una simile riflessione spiega – non risolve – il paradosso di Aristotele per cui una guerra rappresentata, e non vissuta, può essere bella: ciò si spiega quando si capisce che il rappresentare rende qualcosa che nella sua essenza è crudo e intrattabile, oggetto di una riflessione semiotica e quindi momento di costruzione ideologica che può anche essere euforica.
    Un terzo aspetto è quello della manipolazione strategica sotto il profilo semiotico e non militare. Perri ha ricordato la definizione bellicistica goffmaniana della comunicazione come «lotta semiotica» volta ad evitare di «perdere la faccia» e come necessità di programmare strategicamente un agire comunicativo previsionale. La semiotica offre una serie di categorie per riflettere su ciò a cui la guerra può essere assimilata dal punto di vista narrativo: manipolazione (la guerra è un far fare), dissuasione, costrizione, seduzione; sono tutte figure che trovano puntuali rappresentazioni nella guerra testualizzata e che però sono efficaci in quanto sono molle pragmatiche che portano all’azione proprio come il performativo.
    Perri ha concluso ricordando il paradosso strutturale della logica della comunicazione mediale, per cui oggi l’evento guerra, sotto il profilo mediatico, viene trasmesso in quanto ci si basa sul far credere il vero, pur sapendo che in questo contesto la logica prevalente è quella del verosimile: si pensi soltanto all’uso insistito e inevitabile del condizionale («ci sarebbero state delle esplosioni…»). Ma la logica del verosimile presenta verità solo parziali, per cui manca la reciprocità fenomenologica di prospettive. Se da un punto di vista semiotico si vuole ripensare la comunicazione della guerra e la sua veridicità, bisogna escludere l’idea che la narrazione anestetizzi il conflitto. Il conflitto come confronto di verità parziale non può essere anestetizzato.
    Rossella REGA ha riproposto il problema del carattere operativo del linguaggio, che coesiste con quello descrittivo, e ha sostenuto la tesi per cui nel discorso di guerra la componente performativa è quella centrale. La comunicazione di guerra è una vera e propria arma, tattica e strategica. Uno dei campi di indagine sui modi di fare la guerra con le parole, secondo un’espressione che riecheggia ancora il titolo di Austin, è quello dei media come narratori. Il ruolo fondamentale dei mezzi di comunicazione nell’ambito dei conflitti dipende dalle loro competenze specifiche: essi sono in grado di scatenare processi di sensibilizzazione nel pubblico. Non si tratta solo della costruzione dei frames interpretativi, ma anche di quella dei frames passionali, che superano il livello esplicativo del discorso. La partecipazione emotiva è una componente essenziale per il successo della propaganda bellica, e dipende da tre elementi fondamentali: la costruzione di alcune metanarrazioni, o parabole stereotipate, l’utilizzo strategico del linguaggio e la realizzazione di un’informazione della vicinanza. Rega ha quindi esaminato il caso concreto della guerra del Kossovo, in cui sono state utilizzate le parabole del «dramma dei profughi», di «Milosevic il barbaro», la «minaccia di un nuovo Hitler». Si è costruito l’universo simbolico della difesa dei diritti umani che sottintende il bellum iustum. A questo si è direttamente connessa la parabola dei profughi, che hanno costituito l’icona della guerra umanitaria: guerra non legittima sul piano della legalità internazionale, che però ha trovato in questa icona la propria giustificazione. Questo ha creato quell’informazione della vicinanza volta ad eliminare la distanza tra giornalista e pubblico, che è poi un modo di meta-vivere la guerra: ciò di cui l’opinione pubblica fa esperienza non è l’evento guerra vero e proprio, ma il racconto di questo evento attraverso i media. Da questa premessa si deduce che ogni sistema linguistico diventa vera e propria configurazione di senso della realtà: parlare di «caduti» piuttosto che di «cadaveri» o di «danni collaterali» invece che di «strage di civili» risponde all’esigenza di conferire un’immagine della guerra che sistematicamente rimuova da essa la morte. In questo modo si dà luogo ad una vera e propria finzione retorica. Allo stesso modo, attraverso la parabola di «Hitlerosevic» si ottiene il risultato di collocare i serbi all’interno di un universo simbolico già definito storicamente, all’interno del quale prendere posizione contro di essi diventa certamente più facile.
    La combinazione di queste tre declinazioni è funzionale ad ogni comunicazione propagandistica della guerra, come Rega ha inteso mostrare a partire da un’analisi del secondo conflitto iracheno costruito sulla base della parabola della guerra di liberazione (Iraqi freedom). Il caso iracheno risulta tra l’altro, secondo Rega, particolarmente significativo per il massiccio uso strategico non soltanto del linguaggio, ma anche e soprattutto delle immagini, che ha inteso mostrare dal di dentro l’evento bellico, al punto che si potrebbe parafrasare Clausewitz definendo la seconda guerra del Golfo come la «prosecuzione dell’informazione con altri mezzi».
    La seconda sessione, Dalla notizia al dialogo, è stata aperta dall’intervento di Abdallah SCHLEIFER, che si è soffermato sul ruolo dei mezzi di comunicazione nell’ambito dei rapporti, attualmente molto delicati, tra occidente e mondo arabo. Prendendo le mosse dai dati elaborati da CARE, associazione che tutela i diritti civili dei musulmani negli Stati Uniti e che osserva analiticamente il modo in cui i media americani trattano la religione islamica, Schleifer ha sottolineato come l’attenzione al mondo arabo da parte dei mezzi di informazione occidentali denoti un atteggiamento per lo più privo di pregiudizi. Le eccezioni sono ascrivibili principalmente a gruppi dell’estrema destra religiosa, soprattutto di matrice protestante ed ebraica: con prese di posizioni speculari a quelle degli integralisti islamici, tali gruppi manipolano in senso ideologico la realtà, soffiando sul fuoco del cosiddetto «scontro di civiltà». Si tratta però di minoranze che si inscrivono in un panorama generale caratterizzato invece da rispetto ed obiettività. Sono allora altre, e più sottili, le fonti di pericolo per la correttezza dell’informazione nel quadro dei rapporti tra culture diverse e Schleifer ha voluto introdurre alcuni esempi, per mostrare come anche le buone intenzioni si debbano normalmente scontrare con difficoltà oggettive. Un ruolo grave viene, infatti, giocato dall’ignoranza o dalla superficialità: trattando di fatti che accadono a Gerusalemme, ad esempio, un giornalista può definire il luogo esatto degli avvenimenti utilizzando il nome arabo o quello ebraico, dando così già una chiara connotazione, seppur involontaria, al suo racconto.
    Un pregiudizio ancora più nascosto, e addirittura praticamente inevitabile, in quanto ha a che fare con i limiti dell’empatia umana, è legato poi alla selezione delle notizie: ed è su questo piano, come evidenziato da tutti gli esperti di mezzi di comunicazione, che si gioca veramente la partita. La scelta delle informazioni da dare e l’importanza che viene loro accordata segue necessariamente il criterio per cui vengono privilegiati anzitutto il proprio paese, quindi i paesi vicini e le grandi potenze. Il resto del mondo riceve copertura informativa solo in caso di eventi assolutamente eclatanti, così che le notizie riguardanti eventi bellici o comunque conflittuali sono praticamente le uniche a venir trasmesse. Grandi manifestazioni di pace non fanno notizia, al contrario di ciò che avviene nel caso di scontri di sparuti gruppi di fondamentalisti con la polizia.
    Il problema ovviamente trascende la questione islamica, ed è riconducibile al principio per cui la vera notizia è essenzialmente quella cattiva; è pur vero, però, ha proseguito Schleifer, che a partire dal rovesciamento del governo dello Scià in Iran, la tensione tra mondo arabo e Stati Uniti in particolare si è andata accentuando, così che nel contesto di questi rapporti la situazione è più delicata. Paradossalmente, tuttavia, ciò ha prodotto anche, secondo Schleifer, effetti estremamente interessanti in vista del miglioramento delle relazioni tra le due culture. Il sempre maggiore coinvolgimento americano in paesi islamici, infatti, ha avuto per conseguenza che l’informazione su questi temi è cresciuta enormemente da un punto di vista quantitativo ed è anche notevolmente migliorata da un punto di vista qualitativo. Si può quindi sperare che dal mondo dei media provenga un sempre maggiore contributo al dialogo.
    L’intervento di Umberto CURI ha inteso portare alla luce un radicale mutamento in corso nella comprensione e nella teorizzazione occidentali della guerra, che è di portata epocale e che, nonostante ciò, rischia di passare inosservato. La riflessione teorica collettiva elaborata soprattutto negli ultimi quindici anni dagli studiosi statunitensi della politica assurti a chiara fama con l’amministrazione Bush (ossia quelli che generalmente sono definiti, a seconda delle circostanze, i «neo-con» o «teo-con»), costituisce infatti un momento di netta rottura rispetto all’intera tradizione filosofica occidentale. Quale rappresentante paradigmatico di quest’ultima Curi ha scelto uno dei più grandi filosofi occidentali della politica, Thomas Hobbes, la cui concezione della guerra è a ben guardare in netta antitesi con quella veicolata in modo forse non del tutto esplicito, ma non per questo meno radicale da alcune dichiarazioni ufficiali statunitensi, apparentemente occasionali, ma in realtà guidate da una strategia precisa e molto coerente. Guerra, secondo Hobbes, è «il periodo di tempo in cui la volontà di confrontarsi con la violenza si manifesta nelle parole e nei fatti». Decisiva, in questa definizione, è la sottolineatura dell’elemento temporale: la definizione della guerra implica necessariamente la delimitazione di una durata, perché si tratta di un evento circoscritto nel tempo e non di uno stato permanente. È chiaro che, stante questo carattere intrinsecamente eventuale, la guerra non può essere guerra di tutti contro tutti. L’intera tradizione occidentale, ha ribadito più volte Curi, si è riconosciuta in questo quadro teorico di fondo in cui la guerra è vista come rottura, per quanto frequente, dell’ordine cronologico ordinario: non è per caso che si è soliti denominare periodi storici e annate sulla base degli eventi bellici (l’epoca delle guerre di religione), o viceversa, di definire le guerre sulla base dei loro limiti temporali (la guerra del ’15-’18, la guerra dei Trent’anni). Questa visione viene radicalmente messa in discussione da una serie di documenti ufficiali ed elaborazioni teoriche che sono stati prodotti negli ultimi anni in ambito statunitense. Il National Security Strategy del 20 Settembre 2002 dichiarava esplicitamente finita una fase della storia politica moderna, e faceva riferimento alla necessità di un mutamento concettuale e persino linguistico nel modo di pensare la guerra. Questo documento rappresenta il punto di approdo di una riflessione iniziata in realtà nel 1990 con il Defense Planning Guidance, che venne scritto da un gruppo di intellettuali diretto da Wolfowitz e che, giudicato eccessivamente estremista da Bush sr., viene invece ripreso nel Nuclear Posture Review, redatto dopo l’11 Settembre. Questo tipo di testi debbono essere considerati con la stessa attenzione che si presta ad una riflessione del livello di quella di Hobbes, perché mettono in opera niente di meno che un paradigma concettuale assolutamente nuovo, basato sulla enduring justice, o enduring freedom e sulla infinite war. In questa visione, la guerra diviene stato permanente e non più accadimento delimitato. Essa assurge a fattore sostantivo della politica estera americana. Questo riorientamento di fondo è spiegabile, nell’opinione di Curi, sulla base del principio per cui il tenore di vita del cittadino medio americano non è negoziabile e dunque va difeso e sostenuto ad ogni costo. E per questo motivo, in un panorama generale che non presenta alternative teoriche di valido livello, Curi ha sostenuto che la proposta che mostra di aver meglio compreso qual è il perno su cui ruota tutta la strategia teorica e bellica americana è l’iniziativa, indetta da Papa Giovanni Paolo II, di digiunare per la pace. Se la guerra si afferma sulla base del principio di non negoziabilità del tenore di vita, infatti, l’unica strada per scongiurare i conflitti è quella di rinunciare volontariamente a qualcosa del proprio benessere. Se l’occidente vuole la pace, si potrebbe dire con una efficace formula riassuntiva, deve digiunare.
    Pasquale TERRACCIANO ha esordito rimarcando il ruolo della comunicazione come detonatore del conflitto di civiltà. È fondamentale per il futuro di tutte le culture che i popoli siano capaci di entrare in dialogo, gettando così le basi di relazioni pacifiche, al di là delle diversità. E quale esempio di esperienza storica in cui a più riprese si è stati in grado di andare oltre le differenze culturali ed etniche, Terracciano ha citato il caso dello scenario geopolitico del Mediterraneo. Tale contesto è altresì particolarmente significativo per l’Italia, che dunque ha deciso di investire molto, a livello politico, su questa area, restando in ciò anche fedele ad una sua ininterrotta tradizione. Il Ministero degli Esteri ha costituito perciò un «Osservatorio permanente sul Mediterraneo», mirando a ridare vita allo spirito che aveva portato dieci anni fa al cosiddetto «Processo di Barcellona». Quest’ultima iniziativa, animata dall’intenzione di riavvicinare le due sponde del Mediterraneo, era però fallita a causa di diversi errori di fondo. L’Unione Europea produceva infatti aiuti per i paesi nordafricani, senza però riuscire ad incentivare la creazione di veri e propri investimenti, e dunque senza creare effetti benefici di tipo strutturale su quelle economie. Altro problema, ancora più basilare, era costituito dal fatto che mentre l’Unione Europea riusciva a porsi come una voce unica, dall’altro lato invece si presentavo interlocutori diversi con voci discordanti, così che il dialogo risultava decisamente difficoltoso. Ancora, si è avvertito gravemente, in questo caso anche sul versante europeo, il mancato coinvolgimento della società civile, elemento determinante per mettere in comunicazione ad un livello che sia veramente radicale le culture differenti. E proprio basandosi sulla convinzione che sia su questo piano, ossia appunto a livello di società civile, che si giochi la partita decisiva, Terracciano ha concluso esponendo il progetto di conferenze che il Ministero degli Esteri ha in programma per sostenere e rilanciare il proprio progetto. Con tali incontri, che coinvolgono e mettono a confronto ogni volta esponenti autorevoli delle istituzioni, della politica e del mondo accademico del nord e del sud del Mediterraneo, si intende incidere ad un livello più profondo sulle relazioni tra le nazioni coinvolte.
    La questione dei rapporti con il mondo islamico è stata ripresa anche da Donatella DELLA RATTA, esperta di mezzi di comunicazione arabi, che ha anzitutto posto l’accento su come, nelle rappresentazioni occidentali, i popoli del Medio Oriente siano sempre stati stilizzati in forme piuttosto ridicole e cariche di pregiudizi: si è passati, infatti, dall’immagine del beduino a quella del tagliagole, senza però evidentemente riuscire a discostarsi da stereotipi grossolani. Tali stereotipi risultano particolarmente evidenti nell’ambito del giudizio che viene dato sul rapporto di quelle nazioni con i media. Si è passati infatti dal considerare gli arabi come fermi ad uno stadio di sviluppo di tipo pre-moderno, al ritenerli, dopo l’undici settembre, dei raffinatissimi esperti delle tecnologie più all’avanguardia nel campo informatico e dunque anche della comunicazione. Si tratta allora, evidentemente, di evitare le banali generalizzazioni e tentare una analisi più realistica della situazione. Si avverte un’ignoranza di fondo che contribuisce ad accentuare i rischi del cosiddetto scontro di civiltà; e, da parte occidentale, l’ignoranza non riguarda solamente l’idea che si ha dell’oriente in generale, ma nello specifico, si ha un’immagine falsata anche del modo con cui i mezzi di comunicazione di quei paesi affrontano l’Europa e gli Stati Uniti. I talk-show di Al Jazeera, ad esempio, costituiscono un esempio interessante di equilibrio e moderazione, tanto che in uno di essi, nella puntata dedicata allo scandalo della prigione di Abu-Ghraib, è stato messo in chiara evidenza come le torture degli americani fossero poco gravi se confrontate col trattamento medio dei carcerati riscontrabile nei paesi medio-orientali. Oppure, trattando di materie occidentali, l’emittente ha capacità descrittive ed informative esemplari. Il tono più coinvolto ed enfatico che si registra nel trattare questioni interne arabe non è infatti troppo distante da quello con cui i media occidentali si rivolgono ai problemi dei propri paesi: le cosiddette breaking news hanno uno stile universale. Nel trattare, invece, ciò che è lontano e in cui si è meno coinvolti, automaticamente l’enfasi viene meno. Ma spesso è Al Jazeera in quanto tale che non viene compresa in occidente: ad esempio non si comprende come possa esistere un mezzo di comunicazione che non è analizzabile secondo la dicotomia di pubblico-privato. Il punto è che la televisione araba rappresenta più un progetto di sviluppo, che l’esito di processi della società civile: il suo tentativo, infatti, è quello di avviare un processo democratico. È necessario quindi, così ha concluso Della Ratta, un approfondimento serio della realtà e della cultura arabe anche per comprenderne i mezzi di comunicazione.
    Anche Monica MAGGIONI si è soffermata sul legame tra ignoranza, pregiudizio e conflitti. La propaganda, infatti, si nutre in maniera essenziale, di distanza dall’altro e di costruzione di immagini falsate. È opportuno allora stare letteralmente «dentro le cose», cercando di capirne i contesti e gli orientamenti generali di riferimento, e mettendosi così in grado di valutare sino in fondo le situazioni. La tendenza più semplice nella comunicazione, invece, soprattutto in Italia, è purtroppo quella di porsi nettamente dalla parte di uno schieramento. Così facendo ci si colloca immediatamente su posizioni ideologiche, su un crinale, dunque, da cui poi non è difficile precipitare verso la guerra. Nell’ideologia si perde infatti immediatamente di vista l’umanità di chi si ha di fronte, che diventa semplicemente un nemico; e significativamente un soldato americano sul fronte iracheno raccontava di come, per uccidere, fosse molto efficace la tecnica di non guardare in viso il proprio avversario. Maggioni ha poi voluto sottolineare alcuni temi emersi nel corso del convegno: anzitutto si è soffermata sulla questione delle guerre dimenticate, sottolineando come le guerre che trovano spazio in prima pagina, nonostante tutti i difetti dei mezzi di comunicazione, comunque ricevano una «copertura» discretamente buona; è strutturalmente deficitaria, per contro, l’informazione sul continente africano. Successivamente si è soffermata sul problema della mancanza di interesse, in termini giornalistici, per la normalità. L’Iraq della «maggioranza silenziosa» che, nonostante i rischi, vive la propria quotidianità, non trova spazio sui media: si tratta certo del principio già enunciato da Schleifer per cui la notizia è sempre e solo la cattiva notizia; ma si tratta anche, probabilmente, della necessità, per il pubblico, ma anche per i giornalisti stessi, di stereotipi e schemi con cui ragionare. E uno schema attualmente molto comodo è quello dello scontro di civiltà, concetto tanto vago e impreciso quanto rischioso.
    Da una prospettiva psichiatrica, Alberto GASTON si è chiesto se la guerra sia considerabile in termini di pazzia. Uno scritto di Levi Della Torre, intitolato Zone di turbolenza, si apre con l’immagine della Sistina del dito di Dio e del dito di Adamo che, pur molto vicini, non si toccano. Tra i due, però, c’è un intervallo che può essere definito appunto una «zona di turbolenza»; ed è efficace, secondo Gaston, raffigurarsi la pace in questo modo, ossia come un contatto che non assorbe del tutto, ma che lascia lo spazio per una feconda apertura. Lo stesso testo di Levi Della Torre procede narrando il salto del solco con cui Remo viola il témenos e mette in opera un’azione radicalmente dis-sacrante: e non è un caso che l’etimologia di delirio rimandi esattamente all’uscita da un solco. È allora molto interessante, a giudizio di Gaston, il fatto che, nel mito, la fondazione della città avvenga mediante un sacrificio umano e che a tale sacrifico faccia immediatamente seguito la resa di onori alla vittima. Il sacro, la violenza e la fondazione di un ordine costituiscono infatti un meccanismo di tipo decisamente unitario, soprattutto in quella che Gaston ha definito «l’epoca eroica» dell’umanità. È significativo, invece, che nel cuore della modernità Kant sottolinei come la pace non sia uno stato naturale, ma debba invece essere costruita e quasi «istituita»; la mera assenza di ostilità non garantisce sicurezza, che deve essere stabilita a livello statale. E proprio la nascita dello Stato segna in questo un passaggio decisivo. La post-modernità invece è caratterizzata, come descritto da Curi, dallo stato di guerra permanente: e ciò è evidenziato dalla sempre maggiore difficoltà che si riscontra nel parlare della pace. La guerra è strettamente connessa, infatti, alla costruzione di immagini irreali, e la civiltà attuale si sta strutturando su un livello di comunicazione che non è più di tipo narrativo. Nella narrazione, infatti, era ancora fondamentale la corrispondenza tra rappresentazione e realtà. L’immagine è ora, invece, spaventosamente prevalente, tanto da costituire un polo pressoché univoco. È quantomai rilevante l’osservazione di Abruzzese, quindi, per cui si avverte la necessità di recuperare la dimensione tragica dell’esistenza. Specialmente in ambito di conflitti, infatti, la rimozione della realtà avviene proprio in termini di edulcorazione delle sofferenze, le quali, com’è ovvio, a livello di rappresentazione non sono più tali.
    Il tema del linguaggio responsabile ha costituito la base delle considerazioni svolte da Zouhir LOUASSINI, che ha voluto evidenziare come in tema di comunicazione riguardante (o potenzialmente riguardante) il conflitto sia di fondamentale importanza un’attenzione scrupolosa alle parole. Il dibattito del Parlamento spagnolo sull’attentato dell’undici marzo a Madrid ha costituito da questo punto di vista un modello esemplare, perché tutti i deputati che vi hanno preso parte si sono espressi utilizzando, in riferimento al terrorismo o ai suoi fiancheggiatori, la locuzione «Islam radicale», dunque non il termine «Islam» tout court. Da questo punto di vista, sfortunatamente, in Italia spesso non si registra la medesima attenzione. Non a caso, l’immagine che del nostro paese si ha all’estero è, secondo Louassini, quella di uno Stato in cui le frange xenofobe costituiscono una parte rilevante della società: ciò avviene, molto probabilmente, perché i media danno grande, troppo, risalto alle voci estremistiche. La conseguenza di ciò è che i musulmani che vivono in Italia sono portati ad assumere atteggiamenti di chiusura, e la loro integrazione diviene più difficile con grave danno per lo sviluppo di un dialogo fecondo.
    Vincenzo SUSCA ha cercato di evidenziare come il ruolo dei media oggi possieda una funzione anfibolica nei confronti del potere. Rifacendosi alle precedenti citazioni di Hobbes, secondo il quale la borghesia ha avuto bisogno, per garantire l’ordine e i propri interessi, di legarsi ad una trascendenza, Susca ha voluto descrivere alcune strategie che i poteri costituiti oggi metterebbero in atto per garantire la propria esistenza e riprodursi. Le due vie fondamentali sono, da un lato, quella, appunto, hobbesiana per cui il potere si ancora ad una trascendenzaa, che nella fattispecie è la democrazia, sacralizzata e considerata quasi in termini di feticcio; dall’altro, vi è la via che consiste nel costruire e foraggiare un nemico, creando ed alimentando una logica dicotomica di tipo «noi-loro» anche laddove tale logica non ha motivo di esistere: così l’occidente tenta di portare avanti il proprio progetto biopolitico. È evidente, allora, come il ruolo dei media sia decisivo, in queste logiche, e come la vera sfida sul loro utilizzo, e quindi la vera sfida sul potere, nell’epoca contemporanea, si giochi nell’ambito della rete. La cosiddetta «cyber-cultura», infatti, consente l’emergere di una soggettività che non si lascia ridurre alle identità collettive e alle rappresentanze, ma procede in direzione di una ibridazione delle culture e del sincretismo. Il potere costituito, invece, intuendo il pericolo, cerca sempre di nuovo di ridurre tali novità ai processi dicotomici su cui si è costituito il moderno. Si tratta allora di passare da una prospettiva biopolitica che cerca di creare e riprodurre soggettività dicotomiche, alla liberazione dei corpi in rete: solo le reti, ha concluso Susca riprendendo un’espressione utilizzata altrove da Abruzzese, offrono infatti la possibilità di «risurrezione della carne».
    I lavori si sono conclusi con l’intervento del sottosegretario Giuseppe DRAGO, che, dopo aver portato il saluto del Ministro e del Governo, ha aperto le proprie considerazioni sottolineando come il discorso su guerra e pace riguardi in modo particolare la gioventù, cui è appartiene il futuro. E dunque la politica, ma anche i mezzi di comunicazione, hanno in questo senso una grave responsabilità, che è anzitutto strettamente connessa a questioni di linguaggio. E il linguaggio, nella società contemporanea, procede in larghissima misura per immagini. Il rischio di spettacolarizzazione della guerra è allora evidente; così come evidente è la conseguente perdita del senso della realtà generata da tale situazione. Si perde il senso della realtà, e dunque si perdono il senso della sofferenza, della morte – tragiche protagoniste dei conflitti – e il senso della vita. Il linguaggio, allora, ha proseguito Drago, deve subire una torsione anzitutto di tipo etico, che ne permetta un uso orientato anzitutto al dialogo e al rispetto dell’altro. L’Italia può vantare di aver giocato, in tal senso, un grande ruolo negli ultimi sessant’anni, e il Mediterraneo è una sfida che a livello geopolitico, ma anche su di un piano simbolico, riguarda il mondo intero. Si tratta di distinguere quindi, secondo Drago, la comunicazione strumentale da quella che è funzionale alla democrazia e che, in quanto tale, è funzionale all’uomo e alla sua dignità, per costruire, seppur faticosamente e lentamente, la pace. Linguaggio, tempo e uomo, come messo in luce d’altronde a più riprese dalla riflessione filosofica contemporanea, risultano strettamente interdipendenti: la fiducia nel narratore allora, oltre ad essere un’esigenza comunicativa, è anzitutto un’esigenza esistenziale.

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