Presentazione del fascicolo 1/2008 di ParadoXa

  • "La paura come attore politico"
  • » TEMA » ATTI » PARTECIPANTI » AGENDA

    Libreria Croce, Corso Vittorio Emanuele II, 158, Roma

    Il giorno 18 Giugno 2008, alle ore 18.00 presso la Libreria Croce si è svolta la presentazione del n.1/2008 di ParadoXa, La paura come attore politico. Il fascicolo è stato presentato da Vittorio Emanuele Parsi, che ne è stato il curatore, e da Stefano Dambruoso.

    In qualità di moderatore dell’incontro, Pierluigi Valenza ha aperto i lavori, presentando anzitutto il numero della rivista ed i relatori dell’incontro: Vittorio Emanuele Parsi, Professore di Relazioni internazionali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano ed editorialista di Avvenire,  e Stefano D’Ambruoso, Magistrato della Procura di Milano con esperienze nel campo dell’antimafia e dell’antiterrorismo, settore per il quale ha avuto incarichi anche presso l’ONU e l’UE. Valenza ha introdotto gli interventi con una riflessione sulla diversità delle paure vissute nelle epoche recenti: dalla paura della guerra atomica, ad esempio, si è passati alla paura del terrorismo: di cosa si ha più paura oggi?
    Ricollegandosi immediatamente a questo interrogativo, Stefano Dambruoso ha posto subito l’attenzione sulla circostanza per cui l’Italia è a rischio di rimozione del pericolo di attentati terroristici. Si tratta infatti di un pericolo che non è affatto, come qualcuno crede, un’invenzione strumentale a fini politici, ma una realtà attualissima: è quindi quanto mai opportuno che l’opinione pubblica ne sia avvertita. Se è vero che la classe politica deve avere rispetto per l’orientamento dei cittadini, non si capisce perché l’«antiamericanismo» debba godere di considerazione maggiore rispetto alla «paura». Gli attentati dell’undici settembre hanno segnato un evento storico, che vale da spartiacque tra due epoche: sette anni sono dunque davvero troppo pochi per giudicare il fenomeno come superato, anche se non ci sono stati attentati sul nostro territorio o se nel passato recentissimo non si sono riscontrati eventi eclatanti. D’altronde, e questa è l’esperienza diretta del relatore, sino all’undici settembre il terrorismo internazionale era un fascicolo molto secondario nelle Procure, di cui Dambruoso ha iniziato ad occuparsi nel 1996 proprio come giovane magistrato ed “ultimo arrivato” nell’ufficio di Milano. Nel 1996 in Italia c’era Al Qaeda, ma era un fenomeno ancora largamente sconosciuto e, soprattutto, mancavano le stesse categorie giuridiche per riconoscerlo e gestirlo: mancava, per esempio, il reato stesso di «terrorismo internazionale». L’Italia, inoltre, ha proseguito Dambruoso, sembra essere strutturalmente inadeguata ad affrontare il fenomeno: su di un piano politico, ma ancor prima a livello di società civile. Una riprova ne è il dibattito parlamentare che è seguito agli attentati di Londra del 2005. In Gran Bretagna il fermo cautelativo di sospetti, in assenza di prove, è stato alzato a 42 giorni, a fronte di una prima proposta che prevedeva 90 giorni; e l’Europa “democratica” ed “antiamericana” ha lodato questa scelta, apprezzandone la moderazione. Nel nostro paese il decreto Pisanu, da una iniziale proposta di innalzamento ad 8 giorni è dovuto scendere, per il timore dell’opinione pubblica, a 24 ore, contro le 12 previste dall’ordinamento precedente. Questo semplice dato – ha ribadito Dambruoso – dà la misura della percezione del fenomeno, e dunque conferma la necessità di non “abbassare la guardia”, anzitutto a livello di coscienza civile.
    Vittorio Emanale Parsi ha preso le mosse proprio da queste ultime considerazioni di Dambruoso, evidenziando come il dibattito attorno al Decreto Pisanu e il suo esito siano tipici di una tendenza tipicamente italiana: discutere lungamente attorno ad una questione e preoccuparsi di tutte le possibili conseguenze e i rischi di una decisione, ma senza mai portarla a termine effettivamente. Si hanno, per così dire, gli effetti collaterali di un farmaco prima ancora di averlo assunto. È la tendenza al melodramma, a girare a vuoto, retoricamente, attorno ad un fatto, senza però affrontarlo, scalfirlo o entrarvi in qualche modo in relazione reale. Più in generale, ha proseguito Parsi, la nostra epoca ha perso la capacità di pensare che la paura è parte della vita stessa; anzi, la paura tiene vivi. Non bisogna perciò farsi bloccare ed irretire dalle paure, ma utilizzarle come slancio all’azione e al miglioramento. La morte è l’unica cosa contro cui non si può fare nulla; ma anche nei confronti della morte, lo stimolo è quello a sopravvivere a se stessi mediante i propri figli, dunque anche in questo caso una paura, la paura più grande, può essere straordinariamente produttiva, condurre alla gioia più grande. La storia politica, oltre che l’esperienza individuale di ciascuno di noi, testimonia come sia proficuo convivere con le paure. Il terrore nucleare, ad esempio, ci ha protetto dalla catastrofe; anzi, proprio la paura dell’altro, piuttosto che la consapevolezza dei propri mezzi, in quel caso, è stata l’ancora di salvezza principale. Ci si deve perciò affrancare dall’utopia di voler essere liberi dalle paure. Ma oggi il problema è un altro: sembra che non siamo più capaci di avere paura. Questo deriva probabilmente dal fatto che quel che ci minaccia sembra essere al di là di ogni nostra possibilità di gestirlo: che cosa dovremmo fare nei confronti di emergenze come il surriscaldamento climatico, la penuria alimentare, o appunto il terrorismo? È vero che forse oggi si ha la sensazione di un’insicurezza maggiore rispetto al recente passato, indipendentemente dai dati oggettivi (non è detto infatti. che negli anni ’70 o ’80 ci fossero meno pericoli rispetto ad oggi). Ma questo è sintomo di stanchezza: forse è connesso con l’invecchiamento complessivo della società occidentale, che tende ad occuparsi di minacce che, nel loro presentarsi come inevitabili e sempre al di là della nostra capacità progettuale, sono sempre più simili alla minaccia ultima rappresentata dalla morte.
    In questo senso credo sia necessario reinventare una grammatica politica, che renda conto anche del problema della sicurezza. Credo sia necessario tornare ad occuparsi di «diritto», che non è una scienza delle questioni insolubili, ma una ars mechanica, estremamente concreta. Altrimenti non saremo mai in grado di rispondere all’insicurezza diffusa che sembra crescere a detrimento di una sana paura: l’impressione che si ricava, infatti, è che non vengano mai centrati veramente i problemi, ma si discuta sempre attorno ad altro: altre esigenze, altri interessi, altre categorie.

    Allacciandosi a queste considerazioni, Valenza ha quindi stimolato ulteriormente i relatori, chiedendo loro una riflessione sul nesso tra paura e cultura: negli anni intercorsi tra il 2001 ed oggi si è stati in grado di elaborare una cultura capace di rispondere all’emergenza terroristica e alla paure che ne deriva?
    La risposta di Dambruoso ha posto l’attenzione sullo snodo che intercorre tra l’informazione e la paura. Nella sua esperienza, anche all’estero, infatti, ha potuto riscontrare come la prassi comune di celare informazioni all’opinione pubblica per evitare di ingenerare paure venga talvolta accettata, talvolta invece aspramente contestata: ciò dipende dai contesti geografici, dalle tradizioni, dalle contingenze del momento. In generale, comunque, si può dire che in determinati ambiti, come quello del terrorismo, è inevitabile che tanto più si è informati, tanto più si ha paura; e questo evidentemente deve far riflettere, visto che la libertà e la trasparenza dell’informazione è uno dei capisaldi delle democrazie occidentali. D’altronde si può considerare come un chiaro successo di Bin Laden e della strategia terroristica il raggiungimento di un innalzamento della paura. Tale successo ha ricadute immediate soprattutto in Afghanistan e Pakistan, i paesi in cui l’azione terroristica ha un riscontro politico effettivo e ben tangibile.
    Parsi invece ha sottolineato come il ruolo della cultura sia quello di guidare ed orientare le paure: si deve, cioè, aver paura delle cose giuste. La proposta di Reagan di difesa missilistica, ad esempio, cioè il cosiddetto “scudo stellare”, è stata la mossa che ha fatto saltare l’equilibrio del terrore: la novità fu di rendersi conto che non si poteva proseguire all’infinito in una situazione che era permanentemente sull’orlo del precipizio, e che quindi era opportuno “rovesciare il tavolo”. D’altronde, “buoni” e “cattivi”, “noi” e “loro”, reggevano, come detto in precedenza, un equilibrio. Oggi invece siamo di fronte a forze indubbiamente molto minacciose, ma assolutamente non in grado di costituire un nuovo ordine. Ciò trasmette una sensazione diffusa per cui il mondo riuscirà a far fronte all’emergenza del terrorismo e di certo non ne verrà soverchiato. Tuttavia, secondo l’ordine di considerazioni cui già aveva accennato in precedenza, Parsi ha ribadito altresì che mancano categorie concettuali per affrontare le paure. Si deve perciò lavorare, a livello di cultura, ad una riorganizzazione di un quadro con cui descrivere il mondo – ruolo svolto in precedenza dalle ideologie – che permetta anche di differenziare ciò di cui è opportuno aver veramente paura, e ciò che invece è secondario.

    Il trade-off di libertà e paura, su cui molto in questi anni si è discusso, è stato quindi l’ultimo tema che Valenza ha proposto all’attenzione dei relatori. Quanto ci ha fatto perdere, in termini di acquisizioni giuridiche, la paura montante degli scorsi anni?
    Dambruoso ha rimarcato come si tratti in effetti di uno dei temi “più caldi” di tutto il dibattito attorno al terrorismo e ha sottolineato che l’opinione pubblica è stata molto sollecitata a tal riguardo. Prova ne sia il lungo dibattito che ha fatto seguito alla richiesta delle autorità statunitensi di poter accedere ai dati delle carte di credito di coloro che acquistano biglietti aerei per recarsi sul loro territorio. Ciò che è decisivo evidenziare, ha tuttavia evidenziato Dambruoso, è che la sicurezza è precondizione indispensabile per godere di molti altri diritti. Alcuni dibattiti sulla limitazione di diritti che sono evidentemente meno fondamentali appaiono da questo punto di vista alquanto astratti e sterili.
    Il rapporto tra paura e libertà – ha invece notato Parsi – si considera solo in termini di proporzionalità inversa. Ma è importante notare che non solo gli altri minacciano la libertà individuale, per cui se ne devono cedere quote allo Stato; anche il governo, infatti, in qualche modo limita la libertà. Dunque non è vero solo che tanto meno sono libero, tanto più sono sicuro; ma anche che tanto più sono libero, tanto più sono sicuro. Il rapporto tra libertà e sicurezza è quindi anche di proporzionalità diretta. D’altronde, se tutti probabilmente tortureremmo un terrorista per salvare delle vita, questa prassi non si può ammettere di principio. È opportuno recuperare il buon senso, ossia una condotta di azione che preceda le norme scritte, nella consapevolezza che non si può legiferare su tutto. Proprio questo, al di là del diritto, è il piano specifico della politica. Il politico deve rispondere secondo una risultante che tenga conto dell’efficacia, delle condizioni, dei principi etici e giuridici etc…

    Nel dibattito che è seguito, Luigi Cappugi e Massimo Benocci hanno soffermato l’attenzione sul ruolo dei media, che rendono in effetti molto ardua la verificabilità dell’operato politico; e a questa sollecitazione, Parsi ha risposto tendendo a sminuire tale ruolo: nessuno, nemmeno la persona istruita, crede in modo completamente acritico ai mezzi di comunicazione. Per altro verso è fuori di dubbio, ha ammesso Parsi, che gli stessi mezzi di comunicazione offrono un servizio di qualità molto scadente: ma in ciò non riflettono altro che il livello culturale del paese.
    Stefano Semplici ha ripreso tale questione, notando come in periodi diversi i media tendono a creare emergenze: ieri le “stragi del sabato sera”, oggi le morti sul lavoro: ma le statistiche riscontrano dati molto simili, negli ultimi anni, per questi fenomeni. Ha rilevato inoltre come la paura abbia un costo materiale rilevantissimo, su cui raramente ci si sofferma. E a ciò ancora Parsi ha risposto sostenendo che il problema è di tipo appunto politico, e non mediatico, e che i mezzi di comunicazione del nostro paese sono eccessivamente proni alle esigenze del potere, al contrario di ciò che avviene nelle altre democrazie occidentali.

    Marcello Ricci, infine, ha voluto evidenziare che in un caso come quello famigerato del Giudice Forleo, che ha permesso la scarcerazione di alcuni terroristi, esiste un problema di indipendenza della magistratura. Dambruoso ha quindi spostato il piano del discorso, riflettendo su come un altro problema italiano sia l’impossibilità, per i servizi segreti, di agire in situazioni cosiddette “border-line”, senza dover rischiare processi e soprattutto una delegittimazione fin nei vertici, con conseguente perdita di credibilità a livello internazionale.

« Back