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IL FUTURO DEL LAVORO, UNA FORMIDABILE SFIDA (Estratto da Paradoxa 2/2019)


Marco Bentivogli

Siamo prossimi alla confluenza di due grandi rivoluzioni, da un lato quella che sta avvenendo attraverso ciò che ci dicono le biotecnologie e le neuroscienze, dall’altro quella legata alle tecnologie ICT. Una convergenza che produrrà cambiamenti epocali per l’umanità. Non siamo dunque in un momento qualsiasi della storia, ma di fronte alla sfida più grande che la nostra specie affronta dopo la rivoluzione neolitica e quella industriale, che in poco più di duecento anni ci ha portato dal vapore all’energia atomica. 
Se nella prima rivoluzione industriale i motori a vapore e le strade ferrate prima, e l’elettricità poi, fecero compiere un grande balzo in avanti all’umanità liberandola in parte dal giogo del lavoro fisico, oggi grazie all’insieme delle tecnologie ICT e delle biotecnologie l’homo sapiens è sulla soglia di far compiere all’umanità un ulteriore balzo in avanti. Per la prima volta dalla sua comparsa sulla Terra, infatti, è alla portata dell’uomo un’evoluzione cognitiva rivoluzionaria, in cui la tecnologia rappresenta il catalizzatore del cambiamento.
La conoscenza e la capacità e velocità di calcolo raggiunte stanno offrendo alla nostra specie la possibilità di ‘chiudere’ il cerchio della rivoluzione tecnologica, aprendo spazi inediti nei quali sperimentare un affrancamento dalla fatica e dai lavori ripetitivi e disumanizzanti, permettendo di liberare le migliori capacità umane. Tuttavia il cambiamento genera anche sentimenti di paura e inquietudine per quello che non conosciamo: è sempre stato così, ma questi sentimenti vanno riportati dentro una dimensione razionale che ci permetta di cogliere le opportunità del cambiamento. 
Dobbiamo quindi gestire la situazione presente meglio di quanto abbiamo fatto con la rivoluzione industriale, perché non possiamo permetterci errori né di lasciare indietro qualcuno. Occorre anticipare il cambiamento seguendo il motto attribuito dallo storico latino Gaio Svetonio all’imperatore Augusto: festina lente, un celebre ossimoro nel quale sono uniti due concetti opposti, velocità e lentezza, per indicare un modo di agire risoluto, ma al tempo stesso cauto. Sia l’isteria post-luddista, che nel mio ultimo libro Contrordine Compagni chiamo tecnofobia, sia l’esaltazione iperottimistica, che vede davanti a sé solo un futuro meraviglioso e senza problemi, nel loro simmetrico estremismo ideologico non aiutano a mantenere la necessaria lucidità per capire e affrontare quello che sta accadendo. Insidie e minacce sono possibili, ma il futuro è pur sempre quel formidabile terreno di sfida in cui nulla è predeterminato. È dunque importante cogliere alcune tendenze già in atto, e soprattutto decidere cosa e come fare perché la persona resti il fine di ogni progetto umano, che sia economico, industriale, tecnologico o sociale.
Tutto cambierà, e già sta avvenendo. Persino la nostra percezione delle variabili di spazio e tempo muta per effetto dei cambiamenti che la tecnologia porta nelle nostre vite. L’utilizzo che ne facciamo è condizionato dalla velocità e dalle possibilità, non infinite ma certo aumentate, che l’innovazione offre. Sono possibili due approcci: il primo, quello passivo, individualista e pessimista, comporta l’essere travolti, guidati, sostituiti; il secondo, invece, tende a governare i processi, a riempirli di contenuti e obiettivi che superino lo spazio angusto dei nostri affanni e traccino un futuro nel quale le persone vivano la dimensione del ‘noi’, l’esperienza di un progresso umano e solidale.
«Il tempo è superiore allo spazio. Questo principio permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati» scrive Papa Francesco in Evangelii Gaudium. «Uno dei peccati che a volte si riscontrano nell’attività socio-politica consiste nel privilegiare gli spazi di potere al posto dei tempi dei processi. Dare priorità allo spazio porta a diventar matti per risolvere tutto nel momento presente, per tentare di prendere possesso di tutti gli spazi di potere e di autoaffermazione, privilegiando le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici». È una lezione straordinaria che il Santo Padre riprenderà nel 2015 con la Laudato si’: nell’avvio e nella gestione del processo, con lo sguardo oltre se stesso, l’essere umano pone le basi per la costruzione di una società migliore. Ed è un invito all’azione, a muoversi per interpretare in anticipo, con operosa serenità, i poderosi cambiamenti che la quarta rivoluzione industriale porta con sé.


Il futuro dipende da noi

La tecnologia non è mai deterministica in sé, e se una cosa può essere fatta, non necessariamente significa che debba essere fatta. La scelta quindi della direzione da imprimere alla tecnologia dipende solo ed esclusivamente da noi. Gli algoritmi non possiedono né emozioni né istinto, ma tutti sono progettati da un cervello e da un cuore umano: per questo contengono i valori e l’etica di chi li progetta, ma il loro uso può essere distorto rispetto alle intenzioni di chi li ha progettati. Per questo serve un approccio alla progettazione che punti al «bene vicendevole», come lo definisce Ugo Morelli. Qui sta la vera sfida: il futuro è e sarà conseguenza delle scelte che faremo oggi. Se l’intelligenza rappresenta la capacità umana di risolvere i problemi, l’uomo, rispetto alle macchine, possiede anche una coscienza che lo rende capace di provare emozioni e sentimenti come paura, rabbia, gioia, amore, empatia... Sono emozioni e sentimenti che entrano in gioco nelle scelte etiche e morali e fanno la differenza tra uomo e macchina. 
La creatività umana fornisce la possibile via d’uscita dai vincoli e dagli squilibri del presente. Come specie siamo capaci di generare l’inedito, rompendo il conformismo, in ogni campo della nostra esperienza, e lo facciamo sia in condizioni di necessità che per scelta e desiderio. Crisi ambientale, limiti delle risorse, i conflitti del presente, i pregiudizi e la distruttività umana possono trovare possibili vie emancipative nella nostra creatività dentro quello che possiamo chiamare ecosistema 4.0. 
Il pluralismo culturale, l’ironia, l’umorismo, la curiosità, l’inquietudine e soprattutto la bellezza sono tutti ‘dispositivi umani’ idonei a estendere le nostre capacità, a potenziare il nostro cervello facendoci accedere a una vivibilità immaginifica del domani che metta al centro l’uomo nella sua interezza dentro la sostenibilità sociale e ambientale della tecnologia.
Oggi, infatti, corriamo il rischio di investire troppo nel potenziamento dell’intelligenza artificiale e delle macchine, e troppo poco nella valorizzazione dell’intelligenza umana, con il rischio di amplificare alcune debolezze del nostro genere, a partire dagli istinti primari che ci rendono più vicini alle scimmie che all’‘uomo rinascimentale’. 
L’uomo è bisogno ma anche desiderio. Costruire il domani significa soprattutto investire su educazione e formazione: noi stessi siamo un progetto e un’invenzione, non un destino. Siamo chiamati a rispondere della creazione della nostra vita nelle scelte che compiamo giorno dopo giorno. Non esiste un ‘io’ senza un ‘noi’, siamo tutti parte in causa riguardo ai modi in cui stiamo nel ‘noi’. In questo senso la tecnologia, se da una parte può essere uno strumento esclusivo di controllo e potere, dall’altra deve fungere come bene vicendevole, che pone al centro del cambiamento l’uomo nella sua duplice, inscindibile dimensione dell’’io’ e del ‘noi’. Abbiamo quindi la possibilità di operare una svolta grazie agli sviluppi della conoscenza scientifica e della tecnologia. Educazione e formazione, oltre alla tecnologia, sono i principali strumenti su cui investire nella progettazione dell’ecosistema 4.0.
Questo da una parte ci permetterà di anticipare il cambiamento, limitandone gli effetti negativi, dall’altra produrrà nell’umanità un potenziamento tale da consentire alla specie homo sapiens un balzo evolutivo mai visto da quando ha fatto la sua comparsa sulla Terra circa trecentomila anni fa.


La velocità del cambiamento 

L’elettricità e il motore elettrico impiegarono più di quarant’anni a diffondersi. Per molte ragioni, tra cui la scarsa affidabilità delle prime applicazioni. Oggi, grazie ad algoritmi, accumulo di dati e potenza di calcolo, l’innovazione galoppa diffondendosi in tempi rapidissimi, con esiti trasformativi in larga parte – almeno a oggi – imprevedibili.
Industry 4.0, combinata alla tecnologia blockchain e all’intelligenza artificiale, si configura in questo senso come il secondo balzo in avanti dell’umanità.
I dati demografici mondiali fino all’Ottocento sono più o meno regolari. Il primo balzo in avanti è avvenuto con la diffusione della macchina a vapore: questa invenzione e i suoi successivi miglioramenti consentirono il superamento dei limiti della potenza muscolare umana e animale. Oggi le tecnologie della quarta rivoluzione industriale ampliano e aumentano le capacità cognitive della nostra specie. Questo, rispetto alla produzione, darà vita a un mondo che non siamo in grado di immaginare compiutamente e che implica discontinuità rispetto al passato. Un cambio di paradigma: produzioni, lavoro, nuovi ecosistemi cambieranno la vita di ciascuno; perciò la prima operazione da compiere è comprendere ciò che ci aspetta e capire che si tratta di una trasformazione più impegnativa di una semplice robotizzazione. Anche la Fiat Ritmo del 1978, che pochi ricordano, era completamente automatizzata e veniva prodotta tramite robot nello stabilimento di Cassino, in provincia di Frosinone; ma la fabbrica 4.0 è qualcosa di completamente diverso: è interconnessa con un elevato livello di interdipendenza all’interno di un ecosistema intelligente, in un dialogo tra macchina e macchina e tra macchine e uomo. La vera svolta è la connessione costante con l’ecosistema esterno materiale e immateriale attraverso nuvole di dati (cloud). 
In Italia, di fatto, non esiste ancora nulla del genere. Le prime piccole esperienze nel nostro Paese sono nicchie, cantieri che non somigliano nemmeno a una fabbrica 4.0. Quest’ultima è invece completamente integrata al suo interno in undici tecnologie abilitanti. Tra queste: sistemi di produzione avanzati, manifattura additiva, realtà aumentata, simulazioni, integrazione orizzontale e verticale dei sistemi informativi, internet delle cose, cloud manufacturing, cybersicurezza, utilizzo e analisi dei big data.
Le fabbriche di Siemens e Bosch sono state le prime a cimentarsi davvero sul 4.0. Questa mutazione implica la necessità di ripensare la produzione e le persone in essa impegnate, ma anche di rigenerare il territorio intorno a una fabbrica smart. Una fabbrica funziona se ci sono addetti con la professionalità adeguata, ma soprattutto se intorno vi è, appunto, un ecosistema intelligente che implica una pubblica amministrazione efficiente e digitalizzata, reti e sistemi di approvvigionamento energetico smart, un sistema bancario efficiente e vicino al territorio e alle imprese, ma anche un sistema giudiziario affidabile e funzionante, un territorio rigenerato e sostenibile sul piano ambientale e sociale. 
È questo il contesto che consente di riportare la manifattura al centro, e l’Industry 4.0 è l’occasione – l’ultima – per raggiungere l’obiettivo. 


L’impresa 4.0 

Molti non ricordano la crisi profonda che investì la Germania all’inizio degli anni Duemila. Per farvi fronte, nel 2006 fu adottato e avviato dal governo un piano pluriennale denominato High-Tech Strategy, rinnovato ed esteso nel 2010. Industrie 4.0 è uno dei dieci progetti individuati in quest’ambito per perseguire gli obiettivi di innovazione nei 10-15 anni successivi.
L’espressione Industria 4.0 ha origine in Germania nel 2011, quando Henning Kagermann (fisico), Wolf-Dieter Lukas (esperto di intelligenza artificiale) e Wolfgang Wahlster (fisico e funzionario del Ministero per l’Istruzione e la Ricerca) la utilizzano per la prima volta in una relazione presentata alla Fiera di Hannover. Con quel testo annunciavano che era stato sottoposto alle autorità lo Zukunftsprojekt Industrie 4.0, un «progetto per il futuro» nato dalla necessità di risollevare la competitività dell’industria tedesca dopo la crisi del 2008, rispondendo in modo proattivo alla trasformazione digitale. I sistemi cyberfisici e l’internet delle cose stavano inaugurando nelle fabbriche la ‘quarta rivoluzione industriale’.
Da allora i governi europei hanno intrapreso iniziative di sostegno all’adozione di tecnologie digitali e intensificato le strategie nazionali per la digitalizzazione del sistema imprenditoriale. L’Italia ha varato nel 2016 il proprio Piano nazionale Industria 4.0 – poi ribattezzato Impresa 4.0, denominato anche Piano Calenda – presentato come un «insieme di misure organiche e complementari in grado di favorire gli investimenti per l’innovazione e per la competitività». Industry 4.0 integra le undici tecnologie fondamentali, quasi tutte già implementate singolarmente nei processi di produzione, in un unico sistema.
L’Italia è molto forte in ognuna di esse, ma purtroppo molto debole nel creare un modello valido di integrazione industriale. Quando operano unitariamente nell’ambito di un sistema coeso, infatti, queste tecnologie hanno il potere di trasformare la produzione e modificare la natura dei rapporti tra fornitori, produttori e clienti. Al tempo stesso incidono sensibilmente anche sui rapporti tra uomo e macchina, sempre più integrati attraverso la bioingegneria. Per questo motivo si parla di cyber physical system: grazie all’Internet delle cose industriali, per esempio, le macchine sono in grado di comunicare tra loro e, al contempo, di ‘apprendere’ lavorando insieme agli esseri umani – il che, ovviamente, le rende molto più efficienti rispetto al passato.


Ragionare sui megatrend 

Per riuscirci, non bastano solo investimenti tecnologici, servono un cambiamento culturale e un livello di progettazione politica e sociale che tenga conto dei megatrend tecno-industriali e umani, da svilupparsi sul lunghissimo periodo e non inibiti dal ricatto dell’immediato. 
Bisogna guardare a un orizzonte di almeno 20 o 30 anni, considerando, per esempio, che con gli attuali tassi di crescita nel 2100 l’Africa avrà 4 miliardi di abitanti, 3 in più rispetto al miliardo attuale; e occorre considerare anche che in Italia gli ultraottantenni raddoppieranno e nel giro di qualche decennio avremo molti più over 65 che giovani. 
Entrambi i fenomeni dovrebbero far riflettere sulle dinamiche demografiche e migratorie mondiali, e spingerci a ripensarne totalmente l’interpretazione, i modelli, le priorità e le politiche di gestione. Serve dunque capacità di progetto, di scrivere insieme su un foglio bianco, muovendosi in mare aperto, su mappe completamente nuove. E serve fare sul serio. Fondamentale sarà la partecipazione. La rivoluzione digitale sta consegnando agli archivi l’idea fordista che in fabbrica il lavoro vada organizzato seguendo una rigida catena di comando. 
Il combinato disposto di Industry 4.0 e delle infrastrutture di blockchain e intelligenza artificiale modificherà in maniera profonda l’organizzazione del lavoro.
Il sociologo Federico Butera spiega che la gara contro le macchine è un nonsense logico. Le macchine possono essere progettate in modo da produrre risultati positivi per tutti, a patto che la progettazione sia un lavoro di squadra, che liberi i lavoratori dalle gabbie delle mansioni consentendo loro di svolgere un ruolo creativo. 
La partecipazione va estesa anche ai percorsi formativi, alla scuola e alle università. È la via della ‘democrazia industriale’ che è stata seguita con successo dalla Germania e dai paesi scandinavi. Il protagonismo delle persone, ovviamente, dev’essere promosso anche fuori dalle fabbriche. Un’autentica partecipazione si realizza pure sul versante del consumo, spingendo le aziende a fare della sostenibilità la bussola che orienta le loro decisioni. Il «voto col portafoglio», ovvero scelte di consumo che premino aziende e imprese che producono seguendo protocolli di sostenibilità, promosso dall’economista Leonardo Becchetti, può aiutare concretamente le persone a divenire soggetti e non oggetti del mercato, e, come vedremo, si configura anche come strumento di lotta sindacale.
Se la fabbrica del XX secolo attribuiva al lavoro una dimensione collettiva, oggi questa dinamica si è affievolita. Dunque la chiave di volta per ritrovare una dimensione alta del lavoro è quella della conoscenza e della partecipazione a ogni livello. Bisogna valorizzare esperienze nuove e un autentico buon senso contro chi predica la disintermediazione e profetizza un mondo in cui il 90 per cento delle persone starà in panchina vivendo di sussidi, mentre il 10 per cento lavorerà.
A questa visione tecnofobica, a chi sostiene che l’innovazione semplicemente cancellerà occupazione, opponiamo un modello in cui l’uomo si libera nel lavoro, riducendo la fatica e limitando le mansioni ripetitive e alienanti, allargando gli spazi in cui mettere in campo la propria intelligenza e fantasia. 


Il lavoro non scompare, si trasforma

Le macchine, insomma, non distruggeranno soltanto, ma miglioreranno il lavoro creandone di nuovo. La difesa a oltranza dell’esistente non ha quindi nessun senso: il futuro si decide e si pianifica grazie alla capacità di trovare e sperimentare soluzioni inedite, pensando non ai propri incarichi temporanei come orizzonte e rifuggendo il ‘ricatto di breve termine’ in cui la politica è imprigionata.
Al contempo non dobbiamo nemmeno farci illusioni: il lavoro come lo conosciamo subirà cambiamenti profondissimi e una parte di esso semplicemente scomparirà. Ogni atto creativo prima di tutto implica un atto di distruzione, ma dopo un intervallo di tempo si creeranno nuove opportunità di lavoro.
Scompariranno le mansioni ripetitive, che scontano un basso tasso di professionalizzazione e competenza. Parlo di mansioni non necessariamente legate all’industria, ma anche di molte impiegatizie, ripetitive e routinarie, che saranno sostituite dall’intelligenza artificiale e da algoritmi. 
La loro scomparsa andrà gestita con lungimiranza sul piano sociale, nessuno deve rimanere indietro. Il tema è la capacità di avere un ecosistema 4.0 capace di ridurre la durata dell’intervallo tra il nuovo che nasce e il vecchio che muore. Chi anticipa il cambiamento early adopter ha maggiori possibilità di centrare entrambi gli obiettivi.
Ad esempio, se pensiamo che all’inizio del XXI secolo la figura del social media manager, lo specialista nella gestione delle pagine Facebook o Instagram, o l’influencer erano ‘lavori’ che semplicemente non esistevano, comprendiamo meglio la dimensione del cambiamento. Chi dieci anni fa ha investito in un corso di formazione e ha sperimentato il linguaggio dei social network oggi può dirsi un professionista in questo settore. 
Era pensabile tutto questo nel 2000? La risposta è no. Se le cose stanno in questi termini e il mercato del lavoro nel 2050 seguirà i trend che gli studi ci restituiscono, il lavoro del futuro sarà sempre più caratterizzato da una cooperazione tra uomo e macchine, che già oggi avviene in molte aziende con i co-robot e con sistemi di intelligenza artificiale. 
Le competenze, in questo scenario, faranno la differenza tra avere un lavoro di qualità e non averlo. Di fronte a ciò creare nuovi posti di lavoro potrebbe rivelarsi più semplice che formare il personale per occupare quelle posizioni.
Già oggi abbiamo uno skill mismatch, cioè un disallineamento tra competenze dei lavoratori e competenze domandate dai datori di lavoro, intorno al 40%. Quindi non è la tecnologia che fa male al lavoro: è la sua assenza. 
In pochi hanno il coraggio di dire che nel nostro Paese abbiamo perso, specie nei settori ‘tradizionali’, migliaia di posti di lavoro a causa della scarsità degli investimenti in tecnologia. In tutte le vertenze di cui mi sono occupato negli anni della crisi (e sono state tante: il settore metalmeccanico spazia dalla siderurgia all’elettrodomestico, dall'automotive all’elettronica con incursioni nelle Tlc) la perdita di posti di lavoro – oltre 600 mila – è stata determinata dalla mancanza di investimenti in tecnologia da parte delle imprese. Solo grazie ad accordi innovativi che prevedevano tecnologie abilitanti, formazione e una nuova organizzazione del lavoro siamo riusciti ad innescare il reshoring di produzioni che erano sparite dal nostro Paese.
Questa resistenza all’innovazione si ritrova, purtroppo, anche in molte delle politiche messe in campo negli ultimi 20 anni dai vari governi, che nulla o quasi hanno fatto per gestire il cambiamento. Un’eccezione sono stati il piano Industria 4.0 dell’ex ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda e i provvedimenti sull’alternanza scuola-lavoro, resa obbligatoria con la riforma degli ultimi governi. Pur con tutte le lacune e le difficoltà di implementazione che il tempo ha evidenziato, restano tra i pochi interventi che stanno portando risultati concreti alla crescita e all’occupazione. 
Le recenti classifiche del ‘Fsi Confidence Index’ di At Kearney dicono che negli ultimi due anni l’Italia ha scalato 6 posizioni (passando dalla 16esima alla 10ma posizione) per la sua attrattività verso gli investitori stranieri. Il risultato è stato ottenuto proprio grazie ad iniziative come Industria 4.0. 
Purtroppo solo una parte minoritaria delle imprese ha accettato la sfida del digitale. Il 52% dell’export italiano nel 2017 è metalmeccanico ed è in gran parte composto da quelle aziende che hanno usato l'innovazione per uscire dalla crisi. Al contrario, il sistema industriale che fatica, quello che non investe e licenzia, è proprio quello più lontano dall’innovazione. Infocamere ci dice che su 5 milioni di imprese italiane 3 su 4 non sono su web e 4 imprenditori su 10 considerano internet inutile.



Formazione come diritto al futuro 

Il progresso tecnologico e l’evoluzione culturale, secondo quanto appena detto, sono due processi che devono essere inscindibilmente connessi. Secondo il citatissimo studio del World Economic Forum, il 65% dei ragazzi che oggi frequenta le scuole elementari farà lavori che oggi nemmeno esistono; è per questo che gli investimenti nella scuola e nella formazione dovrebbero essere tra i primi e sostanziosi capitoli di spesa di governi e imprese. L’Ocse sostiene che da qui al 2020, cioè domani, più di un terzo delle competenze richieste saranno social skills e process skills, in cui scompare il confine tra discipline tecniche e umanistiche. Una dimensione educativa e formativa che si va riconfigurando in maniera quindi inedita rispetto all’epoca ‘fordista’. Non si tratta quindi di sostituire i percorsi didattici, quanto piuttosto di arricchirli, come ci ricorda Massagli, sfruttando il giacimento culturale ed educativo del lavoro, e l’alternanza scuola-lavoro – se messa a regime coinvolgendo a matrice i servizi per l’impiego, le organizzazioni sindacali, le scuole, le imprese e le famiglie – può rappresentare un modello molto redditizio.
Non siamo più alla vigilia della next big thing, la grande rivoluzione digitale, ci siamo già dentro con tutti e due i piedi. 
Bisogna uscire dal ricatto del breve termine, avere una visione olistica del cambiamento e ragionare dentro un progetto comune su come affrontare le sfide che abbiamo davanti.
Ma la vulgata butta la palla nella tribuna della tecnofobia, quale spettro di una futura e più devastante ondata di disoccupazione, che invece può essere arginata solo attraverso interventi che prevedano investimenti in tecnologia e in formazione.
Nella quarta rivoluzione, infatti, formazione e competenze rappresentano il ‘diritto al futuro’. Come metalmeccanici abbiamo dato un importante contributo in questo senso, inserendo il diritto soggettivo alla formazione nel nostro contratto: otto ore sono ancora poche, ma abbiamo aperto un varco culturale e di metodo, perché è proprio su questo fronte che si giocherà la partita del lavoro futuro. 
Purtroppo siamo ancora lontani rispetto agli standard europei: l’Italia spende in formazione l’1% in meno (e male) della media Ue e la metà della Germania. La verità è che andrebbero fatti investimenti massicci che intervengano anche sul sistema scolastico, che deve essere di tipo duale.
Il governo tedesco ha lanciato a marzo di quest’anno un nuovo patto digitale, un piano da 5 miliardi di euro che dovrebbe trasformare le 40 mila scuole del Paese in una fucina capace di dotare le nuove generazioni delle competenze necessarie per affrontare il futuro mercato del lavoro digitale. Un piano ambizioso, che ha richiesto l’accordo fra le due camere del Parlamento, il Bundestag e il Bundesrat, per appianare le divergenze che riguardavano competenze (quelle scolastiche sono in Germania appannaggio dei Länder) e suddivisione degli investimenti. Un intervento che ha richiesto la modifica della Costituzione. 
L’Italia ne avrebbe un gran bisogno, visto che abbiamo appena 58mila apprendisti e 8000 studenti negli istituti tecnici superiori, mentre la Germania ne ha 800mila. 
Servirà un approccio nuovo alla conoscenza. Chi ai miei tempi, negli anni ’90 del secolo scorso, frequentava l'università, sapeva che la metà delle cose apprese attraverso la formazione accademica sarebbe stata modificata nell’arco dei successivi 15 anni. Già oggi questo lasso di tempo si è ridotto a 3-4 anni ed è sempre più disallineato rispetto ai lavori emergenti. Dobbiamo riflettere se non sia migliore allora un approccio alla conoscenza ‘just in time’, cambiando anche il metodo di insegnamento. La tecnologia ha la potenzialità di insegnare in modo personalizzato e adattabile alla formazione dei singoli, anche se resto convinto sostenitore del fatto che serva comunque una conoscenza umanistica diffusa che formi le persone a una visione integrata e aperta, cui poi affiancare piani formativi personalizzati e continui just in time. 
Su questo fronte si apre anche una prospettiva nuova legata alle modalità di certificazione della formazione nell’era digitale, un tema importante in una dimensione lifelong learning: come scrive Franco Amicucci, grazie a strumenti come l’open badge e le tecnologie blockchain, le competenze e la formazione diventano moneta intellettuale. 


Persona e comunità 

La tecnologia non è né oggettiva né un mero strumento, ma un contesto. Ridefinisce legami, riconfigura rapporti. Scompone e ricompone ciò che chiamiamo ‘società’. Si tratta allora di recuperare energie e intelligenze per ricostruire una comunità nella quale si ritrovi senso e speranza per la condizione umana. Il degrado dell’essere in relazione nasce ben prima dell’avvento del digitale. Ora la speranza non può che rinascere dalla costruzione di una nuova dimensione, fatta di comunità plurali, rese unite e vitali da scelte individuali consapevoli. 
La povertà si batte, non la si abolisce per decreto; la speranza di una nuova condizione umana poggia tutta sulla ricostruzione di legami forti e consapevoli, in cui ognuno possa percepire la propria forza nella reciprocità. Bisogna disintossicarci da vecchie e nuove dipendenze, l’inflazione e la delegittimazione delle parole, lo scardinamento del confine tra vero e falso vanno combattuti. L’obiettivo dei populisti, ridotto all’osso, è creare individui che hanno come unico orizzonte il proprio naso. In queste condizioni o si rimane fermi o si va a sbattere. 
A tutto ciò occorre reagire: serve una scelta, un atto di volontà. Certo, il digitale favorisce grandi processi di eterodirezione, ma li rende visibili. È possibile, allora, anzi necessario ritrovare una tensione interiore verso l’altro, verso ciò che accade. È essenziale recuperare quegli spazi anche di solitudine nei quali ci stacchiamo dall’improvvisazione, dalla casualità e dalla superficialità. Ritornare più spesso al pensiero, alla riflessione, alla ragione, alla critica del luogo comune e dell’opinione corrente.
Per questo c’è bisogno di politica e di impegno civile, per essere in grado di mettere in campo persone, comunità e gruppi dirigenti capaci di costruire una traiettoria a ‘umanità aumentata’. E c’è bisogno di una nuova radicalità, in grado di battere i vecchi fanatismi retrogradi e di procedere verso un orizzonte di ricostruzione civile. 


Il senso e il futuro

Viviamo anni di paura. Paura del diverso, di chi non conosciamo, di chiunque o di qualsiasi cosa ed evento che possa minacciare la nostra serenità. La paura ci altera il senso della realtà, ci annebbia la capacità di discernere il falso dal vero. Ci immerge nell’insicurezza.
Eppure, costruire un contesto di serenità – costruire la pace – presuppone la conoscenza degli altri, il desiderio di contatto con il diverso da noi, che proprio perché è tale è in grado di renderci più ricchi, migliori.
È dunque essenziale, urgente infrangere la catena della paura e dell’odio, alimentata da tutti i movimenti populisti. Umanizzare l’economia, il lavoro, la società significa rigenerare i luoghi di incontro per trasformare gli odiatori in esseri umani inclini alla fraternità, intesa come relazione liberatrice dall’insicurezza e dalla paura. 
In tutto ciò il lavoro ha un ruolo centrale, come crocevia tra la realizzazione di ognuno, la sostenibilità (industriale, finanziaria, sociale e ambientale) delle imprese e la rigenerazione delle relazioni di reciprocità, attraverso la cura dei beni comuni. 
Riorganizzare la comunità. Potremmo prendere esempio dalla migliore storia del lavoro organizzato offerta dai metalmeccanici: creare un’organizzazione che metta insieme tutti, quelli che hanno esperienza e i nuovi arrivati; insegnare a rispettare la fatica del lavoro e quella dello studio, di chi ha frequentato la scuola solo fino alla quinta elementare e di chi ha raggiunto la laurea. È così che si rendono feconde, generative le differenze, a condizione anche di custodire e valorizzare la propria laicità, considerando la dialettica e il pluralismo valori fondamentali.
Il futuro? Il futuro è come scomparso dai monitor, se ne è persa ogni visione, se non quella catastrofista o – alla meno peggio – rassegnata. Per ritrovare un futuro ricco di senso, un futuro ‘a umanità aumentata’, la bussola è una sola: amare sempre le persone più delle idee.
Riempire le nostre azioni e le nostre vite di senso: questo ci differenzia dalle macchine. Trasformare la rabbia per le ingiustizie in una energia positiva, che non consenta mai alla disperazione di diventare rassegnazione. Proprio nel momento più difficile, è la visione generativa del domani che dà senso alla nostra esistenza e fondamento a una convivenza solidale.
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