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GLI EFFETTI ECONOMICI DELLA TASSAZIONE: OCCASIONI MANCATE E NUOVE SFIDE(Estratto da Paradoxa 1/2019)


Silvia Giannini

Introduzione

La tassazione è una funzione fondamentale dello Stato. Oltre ad essere la principale fonte di finanziamento della spesa pubblica, le imposte possono essere un utile e versatile strumento di politica economica, in grado di influire significativamente sullo sviluppo economico e sociale di un paese.

Come si cercherà di illustrare in questo lavoro, osservando alcune tendenze internazionali e nazionali, con particolare riferimento alla tassazione diretta, i sistemi tributari vigenti non paiono adeguatamente strutturati per affrontare i problemi del presente e le sfide del futuro. Nel nostro paese, in particolare, si sono perse molte opportunità e al momento non sembra neppure esservi un chiaro e fondato disegno di politica tributaria. Le entrate (al pari delle spese) non svolgono adeguatamente le funzioni distributive, allocative e di stabilità economica ad esse tradizionalmente assegnate. Il significato e il peso relativo da dare a queste funzioni, soprattutto quando sono fra loro conflittuali, sono squisitamente scelte politiche, ma la letteratura economica fornisce valide indicazioni, di cui sarebbe utile tenere conto.

1. Le funzioni dei tributi

La funzione allocativa. Per quanto riguarda la funzione allocativa, ossia l'efficienza delle imposte nel determinare l'allocazione delle risorse, il principio generale è che i sistemi tributari debbano rispettare criteri di neutralità: è preferibile che il sistema impositivo interferisca il meno possibile con il funzionamento del sistema economico, a meno che non vi siano espliciti e ben individuati ‘fallimenti di mercato’. L'esempio più comune e noto di imposte che hanno la funzione positiva di correggere questi fallimenti sono le imposte ambientali, il cui scopo è correggere le esternalità negative connesse all'inquinamento. Il sistema fiscale può essere utilizzato anche in caso di esternalità positive, ad esempio incentivando fiscalmente, come fa la maggior parte dei paesi, attività come quelle di ricerca e sviluppo, che producono vantaggi sociali maggiori di quelli privati.

La funzione distributiva. La funzione distributiva è un compito molto importante assegnato alle imposte. La nostra Costituzione, all'art. 53, recita: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività». Due aspetti vanno sottolineati:

a) il riferimento alla capacità contributiva. Le imposte non sono un corrispettivo che si paga in funzione dei benefici che si ricevono dai beni e servizi pubblici, ma un prelievo coercitivo che dipende dalla capacità di contribuire al loro finanziamento;

b) il sistema deve essere progressivo, ossia le imposte pagate devono aumentare più che proporzionalmente con l'aumentare della capacità contributiva.

La funzione di stabilizzazione. Si può dire sinteticamente che la funzione di stabilizzazione riguarda gli effetti delle imposte sull'economia nel suo complesso. I sistemi tributari, tanto più se progressivi, incorporano una importante funzione di stabilizzazione automatica, che smorza l'ampiezza delle fluttuazioni economiche: in fase di recessione, quando i redditi e i consumi tendono a calare, anche le imposte si riducono (più che proporzionalmente, se il sistema è progressivo) attenuando gli effetti negativi del ciclo, mentre l'opposto accade in fase di espansione. Oltre a questo ruolo di stabilizzazione automatico, le imposte influenzano i prezzi (si pensi alle imposte sul consumo, tipo IVA e accise, che possono essere traslate sui prezzi), la crescita economica, l'occupazione, con effetti diversi a seconda del tipo di imposizione.

2. L'evoluzione e la struttura dei sistemi tributari

Il peso e la struttura del prelievo fiscale e il loro andamento nel tempo sono diversi fra paesi, in funzione delle specificità istituzionali e storico-culturali, oltre che delle scelte autonome di policy effettuate nei vari paesi, ma vi sono alcune tendenze comuni, che riflettono l'evoluzione dei sistemi economico-sociali, in particolare la crescita del ruolo dello stato e, successivamente, l'integrazione internazionale e la crescente mobilità di merci e capitali.

La pressione fiscale. In tutti i paesi, la pressione fiscale (imposte dirette, indirette e contributi sociali rispetto al PIL) è aumentata nel tempo, mano a mano che si è sviluppato il ruolo degli stati democratici e si sono ampliate le loro funzioni. Comunque, vi sono significative differenze fra paesi, radicate in diverse preferenze per il peso e il ruolo del settore pubblico nell'economia. I paesi dell'Unione europea, soprattutto quelli che hanno un consolidato welfare state, continuano ad avere una pressione fiscale più elevata rispetto a paesi come Stati Uniti, Giappone, Nuova Zelanda, Canada, Australia, dove il ruolo dello stato è più limitato. Ma anche tra i paesi Europei vi sono molte differenze: i più recenti dati Eurostat (2016) evidenziano tra i paesi a maggior pressione fiscale la Danimarca (46,4% del PIL), la Francia (45,6%) e il Belgio (44,4%) e tra quelli a minor pressione fiscale l'Irlanda (23,3%) la Romania (25,9%) e la Bulgaria (29%). In questo contesto, l'Italia è tra i paesi a elevata tassazione, con una pressione fiscale sopra la media: 42,6% del PIL, rispetto al 38,9% dei 28 paesi UE e al 40,1% dei 19 paesi dell'area euro.

La struttura dei sistemi tributari. Una prima tendenza comune riguarda la riduzione delle imposte societarie. L'integrazione internazionale e la crescente mobilità delle imprese hanno alimentato una concorrenza al ribasso della tassazione per attrarre investimenti, o anche solo basi imponibili (profitti e rendite). L'Italia non si è sottratta a questa tendenza. L'aliquota dell'imposta societaria, che ha raggiunto il suo massimo verso la metà degli anni 1990 (53,2% sui profitti, a cui si aggiungeva anche una patrimoniale) è scesa progressivamente all'attuale 27,9% (includendo oltre all'Imposta sul reddito delle società, IRES, anche l'imposta sul reddito delle attività produttive, IRAP), un livello tuttavia ancora relativamente elevato rispetto ad altri paesi e alla media UE (21,9% nel 2018 per tutti i paesi UE e 24,1% per i paesi dell'area euro).

Per quanto riguarda i redditi di capitale (interessi, dividendi, plusvalenze) la tendenza, dominata anch'essa dalla crescente mobilità internazionale dei capitali, è stata quella di sottrarli all'imposizione progressiva per assoggettarli a prelievi cedolari di importo solitamente più basso. Il fenomeno si è esteso soprattutto a partire dagli anni 1990, ma in Italia una scelta analoga era stata fatta già con l'introduzione dell'IRPEF (Imposta sul reddito delle persone fisiche), che ha escluso fin dall'inizio molti redditi di capitale dalla base imponibile.

Le imposte sui patrimoni, che all'origine dei sistemi tributari costituivano la fonte principale di prelievo, hanno subito analoghe pressioni verso il basso, ad eccezione della tassazione immobiliare, che fornisce comunque un gettito limitato (2,6% del PIL e 6,8% del gettito totale, nella media UE).

Un altro tratto comune, a partire dagli anni 1980, è la progressiva riduzione dell'aliquota marginale più elevata dell'imposta sui redditi personali. Il fenomeno è stato marcato anche in Italia: l'aliquota più elevata dell'Irpef, quando l'imposta fu introdotta nel 1974, era il 72%, oggi è il 43% (più addizionali regionali e comunali). Questa riduzione si è accompagnata a una drastica riduzione del numero di scaglioni, dai 32 originari agli attuali 5.

Le tendenze a cui si è brevemente accennato stanno mettendo sotto pressione ovunque la capacità dei sistemi tributari di svolgere adeguatamente le proprie funzioni, soprattutto in un mondo in rapido cambiamento.

3. Alcuni problemi del sistema tributario italiano

Il primo e ben noto problema del sistema tributario italiano è l'elevata evasione, che ne inficia a priori l'equità e l'efficienza. L'evasione crea un divario fiscale (cd. tax gap) fra il gettito effettivo versato e quello ‘teorico’ che si sarebbe incassato nel caso di perfetto adempimento dei contribuenti ai propri obblighi tributari e contributivi. Ciò comporta una pressione fiscale effettiva maggiore di quella che emerge dalle statistiche, posto che le imposte, al numeratore del rapporto, gravano su un numero ridotto di contribuenti (quelli onesti), mentre il prodotto interno lordo, al denominatore, include una stima di ciò che viene prodotto in nero (economia sommersa) o illegalmente (economia illegale). In presenza di evasione, la funzione redistributiva del prelievo viene fortemente alterata, tanto più se a evadere sono i più ricchi. Inoltre, l'evasione fiscale può consentire vantaggi significativi in tutti i casi in cui trasferimenti monetari (esempio: gli assegni familiari) o servizi pubblici (esempio: i servizi per l'infanzia) dipendono da una prova dei mezzi, come il reddito o l'Indicatore della situazione economica equivalente (ISEE). Oltre a generare direttamente e indirettamente queste iniquità, l'evasione mina anche il funzionamento dell'economia e l'efficienza dei mercati, perché non vi può essere sana concorrenza se alcuni attori del mercato pagano tutte le imposte dovute, mentre altri evadono, potendo offrire i loro prodotti o servizi a prezzi inferiori. In base all'ultima Relazione sull'economia sommersa e sull'evasione fiscale e contributiva, presentata al termine del 2018 dall'apposita Commissione ministeriale incaricata, il tax gap complessivo medio, nel triennio 2013-2015, è pari a 108,9 miliardi di euro, di cui 97,8 miliardi di mancate entrate tributarie e 11,1 di mancate entrate contributive. Nonostante alcuni segni di miglioramento negli ultimi anni (2014-2016), reso possibile da una serie di efficaci misure di contrasto all'evasione e di incentivo all'adempimento spontaneo da parte dei contribuenti, il tax gap resta elevato e le azioni per ridurlo dovrebbero costituire la priorità di tutte le forze politiche, e invece i ripetuti condoni non aiutano.

Anche prescindendo dall'evasione, il sistema tributario italiano tende a essere poco equo e poco efficiente.

3.1 L'IRPEF e la flat tax

L'IRPEF è l'imposta più importante del nostro ordinamento: interessa più di 40 milioni di contribuenti (dichiarazioni 2016) e genera 182 miliardi di euro di entrate, il 37% del gettito tributario. Introdotta con la grande riforma fiscale del 1973-74, ha subito nel tempo numerose modifiche che l'hanno progressivamente allontanata dal disegno originario, svuotando il suo contenuto di equità e di efficienza.

In primo luogo, l'imposta ha una base imponibile molto ridotta, erosa da svariati regimi sostituivi, esenzioni e agevolazioni, che fanno sì che l'imposta si concentri sui redditi di lavoro dipendente e di pensione (più dell'80% del reddito dichiarato). Oltre ai redditi di capitale, sono tassati al di fuori dell’Irpef anche quelli di molte locazioni immobiliari, i ‘premi di produttività’ dei lavoratori dipendenti, i redditi dei ‘contribuenti minimi’, platea significativamente ampliata con legge di bilancio 2019. A queste agevolazioni se ne aggiungono decine e decine di altre che, nella forma di deduzioni, detrazioni, riduzioni di aliquote o crediti di imposta, concorrono ad aumentare ulteriormente l'erosione dell'Irpef. Il numero delle agevolazioni relative all'Irpef è 142 (il 27,7% delle cd. ‘spese fiscali’ censite da un'apposita Commissione ministeriale incaricata), con un costo, in termini di mancato gettito di circa 40 miliardi (il 64,3% del totale). Molte di queste agevolazioni, oltre a ridurre il gettito dell'Irpef, ne alterano le caratteristiche redistributive, talvolta in modo avverso, in quanto avvantaggiano maggiormente i contribuenti delle classi di reddito più elevate. D'altro canto, la loro efficacia rispetto ad altri obiettivi, di tipo allocativo, di incentivazione di determinate attività o di riduzione dell'evasione, non è sempre facile da dimostrare.

In secondo luogo, vi è il problema degli ‘incapienti’: proprio chi è a più basso reddito non può usufruire, per insufficienza di reddito o di imposta lorda, delle deduzioni e detrazioni previste, incluse quelle che dovrebbero servire a sostenere le responsabilità familiari (detrazioni per figli a carico, ad eccezione di quella a partire dal quarto figlio). L'IRPEF non è dunque un'imposta adeguata ad affrontare il problema della povertà, né quello del sostegno ai redditi di famiglie numerose.

Infine, vi sono aliquote effettive medie (rapporto fra imposta dovuta e reddito lordo) e marginali (quanto si paga in più di imposta per ogni data variazione di reddito) troppo elevate, in particolare per redditi bassi e medio-bassi, ed erratiche, soprattutto per l'interazione con varie detrazioni e deduzioni che si riducono all'aumentare del reddito e producono salti poco giustificabili sotto il profilo dell'equità e dell'efficienza. Oltre ai possibili effetti negativi sull'offerta di lavoro, soprattutto per chi ha redditi più bassi (tipicamente i più giovani) e per il secondo lavoratore in famiglia (in genere la donna), si possono creare anche vere e proprie ‘trappole della povertà’, in cui non conviene lavorare di più perché tra maggiori imposte e minori benefici si perderebbe più di quanto si guadagna.

Non vi è dubbio che l'IRPEF necessiti rapidamente di una profonda riforma, troppo spesso rinviata. Le proposte non mancano, e tra queste un interesse crescente ha avuto negli ultimi tempi la proposta di flat tax, ben nota nella letteratura e a cui peraltro si ispirava già la riforma annunciata dal governo Berlusconi nel 2001. In estrema sintesi, questa forma di tassazione dei redditi prevede una aliquota unica indipendentemente dal livello di reddito, solitamente applicata a una base imponibile più ampia possibile per contenere le perdite di gettito ed evitare di dover fissare l'aliquota unica a un livello troppo elevato. La progressività sarebbe garantita da una o più deduzioni dall'imponibile, che renderebbero l'aliquota media effettiva crescente al crescere del reddito lordo. Il vantaggio della semplicità di questa imposta si scontra però con non poche difficoltà: una riforma in questa direzione genera, per aliquote ritenute accettabili, perdite di gettito significative; eliminare le varie forme di erosione dell'imponibile comporta costi economici, sociali e soprattutto politici non facili da affrontare, per le resistenze dei contribuenti che perderebbero i trattamenti di favore; ultimo, ma non meno importante, i guadagni della riduzione del prelievo sarebbero concentrati tra le classi di reddito più elevate. Come è noto, la flat tax è una delle riforme centrali del Contratto di governo Lega-M5S, ma non è un caso che, proprio per i problemi indicati, sia per ora stata rinviata. L'estensione del regime dei minimi, presentato dal governo come avvio della flat tax, più che un coerente e razionale percorso verso una imposta ad aliquota unica costituisce un'ulteriore erosione della base imponibile Irpef, molto discutibile sul piano sia dell'equità, sia dell'efficienza.

Date le difficoltà di bilancio e gli effetti distributivi negativi della flat tax, sarebbe meglio rivolgere l'azione di policy verso riforme dell'Irpef più eque e sostenibili: revisione delle aliquote per gli scaglioni medio bassi, riduzione di molte spese fiscali, revisione del sistema di deduzioni e detrazioni. Più in generale, andrebbe rivisto l'intero sistema di tax-benefit, posto che la funzione redistributiva dello stato si esercita non solo attraverso il prelievo, ma anche attraverso la spesa pubblica (trasferimenti e accesso ai servizi). Anche dal lato della spesa vi sono molte criticità: i sistemi di welfare sono frammentati, poco coerenti fra loro e poco coordinati con il sistema fiscale. Si pensi, solo per fare un esempio di cui si discute da tempo, alle detrazioni per carichi familiari e agli assegni familiari, che potrebbero utilmente essere integrati fra loro, semplificando l'Irpef e migliorando l'equità e l'efficienza complessiva del sistema tax-benefit di sostegno alle famiglie. Inoltre, una quota elevata di spesa socio-assistenziale, in particolare quella destinata a contrastare la povertà tra la popolazione anziana, va a vantaggio di famiglie che non rientrano nella fascia più bisognosa della popolazione.

3.2 La tassazione del lavoro e del capitale

Per valutare l'efficienza del sistema tributario è utile guardare alla tassazione dei fattori produttivi: lavoro e capitale.

Per quanto riguarda il lavoro, oltre agli effetti negativi dell'Irpef di cui si è detto, in Italia hanno un peso rilevante i contributi sociali, principalmente a carico del datore di lavoro e per lo più rivolti al finanziamento del sistema pensionistico. Il ‘cuneo di imposta sul lavoro’, ossia il divario fra il costo del lavoro per l'imprenditore e il salario netto per il lavoratore, è molto elevato in Italia, nonostante svariati interventi, non solo temporanei, ma anche strutturali (soprattutto nel 2007 e nel 2014), effettuati per ridurne l'entità. Ed è ancora relativamente più alto rispetto ad altri paesi: con un cuneo pari al 47,7% del costo del lavoro, secondo gli ultimi dati OCSE, l'Italia è il terzo paese dopo Belgio e Germania. Un cuneo di imposta elevato, soprattutto per le classi di reddito medio-basse, oltre a influenzare negativamente l'occupazione, proprio sui segmenti più critici del mercato del lavoro, riduce la competitività delle imprese e/o i redditi netti in busta paga del lavoratore. La sua riduzione dovrebbe essere una priorità di policy e gli interventi dovrebbero andare ben oltre la riduzione dei contributi INAIL approvata di recente.

Per quanto riguarda la tassazione delle imprese, si sono perse molte occasioni. Nel tempo si sono susseguite troppe riforme, spesso fra loro contraddittorie, creando incertezza e un clima poco favorevole alle imprese, con effetti negativi sugli investimenti interni e sulla capacità di attrarre quelli dall'estero. Si sono di tanto in tanto smantellati, senza adeguata valutazione, sistemi impositivi che mostravano apprezzabili caratteristiche di neutralità ed efficienza. È stato il caso della abolizione di una imposta chiamata Dual income tax, introdotta con la riforma Visco della metà degli anni 1990 e abolita nel 2001 dal governo Berlusconi e, ancora più di recente, della abolizione, con legge di bilancio 2019, di altri due sistemi impostivi con buone caratteristiche di neutralità rispetto alle scelte organizzative, finanziarie e di investimento delle imprese: l'ACE (Aiuto per la crescita economica) e l'IRI (Imposta sul reddito dell'imprenditore).

3.3 La tassazione del patrimonio

Le imposte patrimoniali, opportunamente coordinate con le imposte sui redditi che questi patrimoni generano, pur essendo molto discusse e controverse nella dottrina economica, possono costituire un ingrediente importante di un sistema tributario, tanto più in un contesto di crescente concentrazione della ricchezza. Tra le imposte patrimoniali, sono particolarmente eque ed efficienti quelle sulle successioni e donazioni, in quanto riducono le disparità di partenza nella ricchezza, che non dipendono né da meriti, né da bisogni, e garantiscono maggiore mobilità sociale. Queste imposte, come si ricorderà, sono state abolite dal governo Berlusconi nel 2001, e successivamente reintrodotte dal successivo governo Prodi (2006), ma con soglie di esenzione e profili di aliquote molto generosi, tali da rendere trascurabile il loro impatto. Andrebbero invece ripensate e potenziate, eventualmente vincolando il gettito che ne deriva a politiche che aumentino le opportunità per i giovani (esempio, un ‘fondo giovani, come vi è in altri paesi).

Oltre alle imposte sulle successioni e donazioni, vi sono altre tipologie di imposte patrimoniali. In Italia vi sono imposte sui patrimoni mobiliari (imposta di bollo), su quelli immobiliari (IMU e TASI) e sui trasferimenti di patrimonio (imposte di registro, ipotecarie e catastali, per gli immobili, e la cd. Tobin tax, per azioni e altri strumenti finanziari). Tra le varie imposte qui elencate, quelle ordinarie sul patrimonio sono preferibili, sotto il profilo dell'efficienza, a quelle sui trasferimenti di patrimonio, che alterano le transazioni sui mercati. Le migliori proprietà distributive e allocative attengono all'imposta ordinaria sui patrimoni immobiliari. La ricchezza, anche relativamente al patrimonio immobiliare, è più concentrata del reddito; inoltre, a differenza della tassazione sui patrimoni mobiliari, che possono spostarsi a livello internazionale, quella sui patrimoni immobiliari è più semplice da accertare e può essere meno facilmente elusa o evasa. Vi sono buoni motivi economici per includere nella tassazione anche la prima abitazione di proprietà, semmai prevedendo apposite deduzioni per esentare gli immobili di valore più basso. Oltre ad avere effetti redistributivi positivi, la tassazione della prima casa ha anche altre apprezzabili proprietà: grava sui residenti che sono i maggiori fruitori dei servizi locali, ed è una delle migliori fonti di finanziamento degli enti locali.

Con l'introduzione dell'IMU (Imposta municipale sugli immobili) da parte del governo Monti, il gettito dell'imposta patrimoniale sugli immobili, in Italia, si è allineato alla media europea, pur restando ancora lievemente inferiore. Due principali problemi restano da tempo aperti in questo comparto della tassazione, ma sono purtroppo assenti nell'attuale agenda politica:

a) le rendite catastali utilizzate per il calcolo dell'imponibile non riflettono adeguatamente il vero valore degli immobili, alterando così, in modo spesso accidentale, la funzione redistributiva del prelievo. Nonostante una riforma di revisione del catasto fosse già in dirittura di arrivo dopo la delega di riforma fiscale del 2014, anche questa strada per migliorare l'equità e l'efficienza del nostro sistema sembra essere finita in un vicolo cieco;

b) l'IMU esclude la tassazione della casa di proprietà in cui si abita, ad eccezione di un ristretto numero di case di lusso. Il tema, come si ricorderà è stato al centro di accese campagne elettorali, e di ripetuti e schizofrenici interventi normativi: l'Imposta comunale sugli immobili (ICI) è stata abolita, sulla prima casa, nel 2001, reintrodotta (con molte agevolazioni) nel 2006 e nuovamente abolita, nel 2008. La tassazione della prima casa ricompare con l'introduzione dell'IMU (2011) e viene di nuovo abolita nel 2013. Accanto all'IMU compare però (nel 2014) una nuova imposta, la TASI (tassazione sui servizi indivisibili), che si applica anche ai proprietari di prima casa, ma anche questo tentativo ha vita breve (due anni).

4. Riformare i sistemi tributari nel XXI secolo: alcune considerazioni conclusive

Il sistema tributario italiano necessita sicuramente di essere ripensato, per svolgere più efficacemente le funzioni che gli sono proprie. Nel valutare diverse opzioni di riforma non si può prescindere dagli effetti degli importanti cambiamenti tecnologici, economici e sociali che stanno caratterizzando il XXI secolo e da come si muoveranno gli altri paesi. In un mondo sempre più interconnesso e globalizzato non si può agire isolatamente, ed è indispensabile una maggiore cooperazione internazionale, se si vuole preservare la sovranità sul prelievo fiscale.

Le rapide trasformazioni in atto stanno cambiando radicalmente l'organizzazione delle attività economiche e il mercato del lavoro. Lo sviluppo dell'economia digitale e dell'intelligenza artificiale, le nuove catene di valore delle imprese ormai dislocate a livello planetario, la crescita della sharing economy e di piattaforme on line per la vendita di beni e servizi tra imprese (B2B) e ai consumatori (B2C) stanno rendendo sempre più difficile individuare soggetti passivi e basi imponibili nazionali e certe sui cui fondare il presupposto delle imposte. Quando società, anche di piccole dimensioni, producono beni e servizi coinvolgendo lavoratori dislocati in vari paesi, connessi su piattaforme digitali, è difficile definire a quale paese appartenga il valore aggiunto prodotto. Ed è tanto più difficile tassarlo se anche la sede dell'impresa può essere facilmente spostata, semmai solo in modo virtuale, in modo da avvantaggiarsi dei regimi fiscali nazionali più favorevoli. In breve, sarà sempre più difficile individuare cosa tassare, dove tassarlo e come tassarlo.

Da tempo, sia in ambito comunitario che a livello internazionale (OCSE), si sono intraprese iniziative per contenere i comportamenti elusivi, sempre più aggressivi, messi in atto dalle imprese, soprattutto le grandi multinazionali, per ridurre il proprio debito fiscale sfruttando le differenze di tassazione nei vari paesi. Anche le amministrazioni di singoli paesi, tra cui l'Italia, hanno contestato, spesso con risultati positivi, alcuni grandi gruppi, come Google e Apple. Queste iniziative hanno consentito qualche progresso, ma sono limitate e ancora insufficienti. Servirebbe una profonda rivisitazione dei principi di tassazione internazionale su cui si sono fino ad ora fondati i nostri sistemi tributari e una maggior cooperazione internazionale.

Da questo punto di vista le nuove tecnologie, associate alla crescente disponibilità di dati e informazioni, possono essere di grande supporto, non solo per le attività di accertamento e riscossione delle Amministrazioni fiscali dei singoli paesi, ma anche per la cooperazione fra le Amministrazioni fiscali dei diversi paesi, agevolando quello scambio di informazioni senza il quale è pressoché impossibile tassare adeguatamente i redditi e le ricchezze prodotti e detenuti in altri paesi.

Le nuove tecnologie hanno anche un impatto importante sul mercato del lavoro, modificando la quantità e la qualità del lavoro necessaria al processo produttivo. Le preoccupazioni per gli effetti negativi che esse possono produrre sull'occupazione hanno anche indotto molti, tra cui lo stesso Bill Gates, a suggerire una qualche forma di ‘robot tax’, che possa riequilibrare la tassazione relativa fra lavoro e capitale, gettare qualche granello di sabbia in un processo di innovazione che potrebbe essere, in alcuni paesi, troppo rapido e contribuire al finanziamento della spesa pubblica. Quest'ultima, peraltro, proprio mentre rischiano di ridursi le fonti di gettito tradizionali come le imposte sul lavoro, tenderà a subire pressioni verso l'alto, per la necessità di sostenere sia con apposita formazione, sia con i necessari supporti economici quei lavoratori che le nuove tecnologie renderanno obsoleti e dovranno essere riqualificati, pena l'espulsione dal mercato del lavoro.

Le radicali trasformazioni tecnologiche in atto si accompagnano anche a un aumento epocale dell'invecchiamento della popolazione, che vede l'Italia in prima linea (seconda solo al Giappone). Questo fenomeno, oltre a esercitare ulteriori pressioni verso l'alto della spesa pubblica (per sanità, pensioni e assistenza) ha molti altri effetti, sui consumi, sui mercati finanziari, sulla distribuzione dei redditi e della ricchezza intra- e inter- generazionale e sulle stesse entrate pubbliche, che potrebbero calare, assieme all'aumento dell'indice di dipendenza (numero dei pensionati rispetto al numero dei lavoratori).

Tutti gli scenari futuri sottolineano poi il rischio di un forte aumento delle disuguaglianze e, al di là dei giudizi di valore su quale sia una società ‘giusta’, evidenziano il pericolo che eccessive disuguaglianze possano minare la tenuta democratica delle società e la stessa crescita economica. Le nuove opportunità connesse all'innovazione tecnologica creeranno redditi e ricchezze che tenderanno a essere concentrati in un numero relativamente ristretto di imprese e individui. Anche la forma della ricchezza tenderà a cambiare: un tempo era la terra, poi le fabbriche e i capitali, ora, sempre più, sarà il possesso di dati e informazioni e di conoscenza tecnologica. I sistemi tributari del XXI secolo dovranno essere capaci di intercettare queste nuove forme di ricchezza, e di garantire che contribuiscano al bene comune, anche immaginando nuove tipologie impositive.

Un altro problema che occorre rapidamente affrontare è il cambiamento climatico. Le imposte ambientali non godono spesso di buona fama presso i politici e i contribuenti, anche per le loro ripercussioni sull'equità e sulla competitività delle imprese, ma sono l'esempio tipico di imposte efficienti dal punto di vista dell'allocazione delle risorse, e l'urgenza di affrontare il tema dei cambiamenti climatici impone che anche il sistema tributario faccia la sua parte.

In breve, vi sono due difficili sfide, per il futuro, comuni a molti paesi e particolarmente complesse da affrontare in un paese come l'Italia. Da un lato, occorre garantire il gettito necessario al finanziamento della spesa pubblica, in un contesto in cui alcune tradizionali fonti di prelievo potrebbero calare mentre vi sono pressioni per aumentare le spese (e, da noi, anche per ridurre il debito pubblico). Dall'altro, questa primaria funzione dello stato di reperire entrate tramite la tassazione deve essere esercitata contestualmente all'obiettivo di garantire una crescita economica sostenibile dal punto di vista ambientale e inclusiva dal punto di vista sociale. Vi è un dibattito crescente su questi temi, a livello internazionale, e non si può che auspicare che la cognizione della loro rilevanza si traduca in una spinta alla cooperazione fiscale internazionale, nella UE e a livello globale, e in una maggiore lungimiranza e saggezza dei policy makers nazionali.

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