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IL MAESTRO PERBONI E L'ALGORITMO (Estratto da Paradoxa 4/2018)


 Gianni Cuperlo

Memoria 1.

Sarà stato l’82 , forse l’83 e venivo mandato, come si usava, a due giorni di seminario nella grande villa al ventiduesimo chilometro dell’Appia, quella nota come ‘le Frattocchie’. Pretesto era l’inaugurazione delle attività annuali della scuola e l’evento cadeva a settembre non a caso, in assonanza con la ripresa politica dopo la pausa estiva, ma pure dell’apertura delle scuole vere. L’aula magna aveva un tavolo lungo sopra una pedana e dietro, a dominare, la tela di Guttuso sulla battaglia di Ponte dell’Ammiraglio. Sotto, un centinaio di sedute, quelle in legno tipiche dei cinema parrocchiali. Non ricordo chi tenne la lezione, forse Luciano Gruppi, il direttore. Ricordo invece Berlinguer, il segretario, seduto alla presidenza, silente come tutto il gotha comunista. Era la prassi, credo, per dar valore a quella mattina, a quell’edificio, al modo di concepire la formazione politica dei giovani. E non solo.

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Uno potrebbe cavarsela spiegando che la formazione, per come partiti e culture storiche a lungo l’hanno intesa, semplicemente non esiste più. E non sarebbe in torto. Se si sale lungo quel tratto veloce dell’Appia dove per decenni ragazzi, operai, giovani donne e funzionari scendevano da vecchi bus e, traversata l’arteria (con non pochi rischi), entravano nel parco, uno oggi neanche si accorge della lieve rientranza a sinistra e della cancellata in ferro vigilata allora ogni giorno dell’anno, festività incluse. Comunque è giusto partire da qui, perché al fondo i luoghi della formazione esprimevano una loro epica. I corsi potevano durare giorni, settimane, a volte mesi. Erano una palestra. Addestramento culturale per ‘rivoluzionari di professione’ anche se la rivoluzione da tempo si era acquartierata lontano. Resta che in quelle aule si mescolavano sentimenti e biografie destinati a radicare quel partito-comunità e la formazione, molto al di là del sapere trasmesso, rendeva più solido l’edificio organizzato. Insomma non saprei dire quanto davvero il metodo e l’istituto prescelto ‘formassero’, con certezza so che tempravano predisponendo a una qualche fedeltà che solo grandi eventi, o traumi, avrebbero potuto scalfire. Cosa per altro accaduta con puntualità solo un pugno di anni più tardi. Il tema, detta rudemente, è che in quella fedeltà finivano col convivere grandezza e sciagura di un destino irrisolto. La convinzione di trovarsi in ogni caso dalla parte sana del mondo assieme alla rimozione del senso critico utile a superare ostacoli e fratture che il tempo storico andava seminando. In questo l’esistenza di culture politiche o ‘identità’ riconoscibili garantiva l’impianto ideale oltre che l’azione, purtroppo però rallentando la comprensione del contemporaneo per come evolveva. Voglio dire, col rispetto, e persino l’affetto, nutrito verso quel mondo, che la vera elaborazione teorica raramente trovava spazio nell’universo di scuole e corsi destinati a una funzione diversa, quella appunto di rinforzo delle fondamenta. Mentre fin da allora era altrove, nei laboratori accademici come negli spigoli del conflitto sociale, che quei partiti-fortezza sperimentavano un loro lento, lentissimo, aggiornamento di pratiche, linguaggi, proposta. Se penso al decennio degli ’80 quella lentezza ha reso più difficile cogliere la metamorfosi di una destra capace di scalfire il progressismo keynesiano per la prima volta dopo i ‘Trenta gloriosi’. Volendo assumere la tempistica raccomandata da Mauro Magatti (Cambio di paradigma. Uscire dalla crisi pensando il futuro, Feltrinelli, 2017), l’idea che una volta collassato lo scambio lavoro-consumi, con la politica attrezzata a mediare tra interessi del capitale e tutele del dipendente, il nuovo scambio diveniva quello tra consumi e debito. Debito pubblico e privato in una spirale di benessere finto-reale che tra vicende alterne si è allungata fin qui trovando solo al settembre 2008 la propria epifania. Ma siamo andati oltre. Perché prima di arrivare lì – e comunque lì bisogna arrivare – viene il disarmo delle culture che avevano sorretto l’impalcatura in precedenza, compresi scuole e diplomi di militanza.

Quando accade? Più o meno nell’ultimo trentennio, facendo perno sull’89 berlinese e, in casa nostra, sull’epilogo dell’orrenda formula battezzata ‘prima Repubblica’. Lì, in quell’arco di tempo, il campo politico del dopoguerra si scompone trovando la sinistra incapace di riordinare i pezzi, almeno nel breve, mentre la civiltà democristiana è costretta a smembrare l’eredità tra destra e ciò che destra non era mai stato. Finisce il Pci, almeno nella denominazione. Termina la parabola della Dc. I socialisti pagano il prezzo più alto. Laici e forze intermedie tentano un galleggiamento senza scialuppa e la destra, imboccata la via verso Fiuggi, di lì a poco troverà ad Arcore la dogana definitiva. A quel punto a finire in archivio non sono solo sigle, riti, inni, e con essi pratiche diverse tra le quali l’idea stessa di formazione. È proprio che si destruttura un sistema. Se si vuole, una prova ne offre la grafica. Non credo che un solo simbolo stampato sulla scheda elettorale dell’87 si trovi tale e quale su quella del ’94 (quota proporzionale per la Camera). Di solito qualcosa di simile succede dopo una guerra o una rivoluzione. Noi per fortuna abbiamo vissuto una vicenda meno cruda e cruenta, eppure l’esito ci ha restituito un mondo capovolto, in meglio o peggio non conta qui dire. Il nodo è che in quella capriola sono venuti a mancare ancoraggi solidi a culture costruite come tali e la cura per la sopravvivenza ha finito col sopraffare l’inevitabile bisogno di adeguare i nuovi soggetti a un tempo, e urgenze, e letture di economia e società, mutati alla radice. Giunti lì la formazione politica si è adeguata allo schema che veniva imponendosi e nel segno della fine delle ideologie ci si è aggrappati al programmismo, stendendo decine di buoni, persino ottimi, decaloghi sulle ‘cose da fare’, in un omaggio alla concretezza portato a giudicare eventi tipo la mia apertura solenne della scuola-quadri nulla più che folklore sepolto una volta e per sempre. Le ricadute, anche sulla formazione politica dei giovani? Molte. Ma una direi spicca e forse merita il dettaglio.

Memoria 2.

L’episodio anni fa me lo aveva raccontato Alfredo Reichlin.

«Sai qual è stato l’unico ammonimento che mi diede Togliatti quando a trent’anni mi mandò a dirigere l’Unità? “L’analisi Alfredo. L’analisi è tutto!”»

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L’analisi è tutto. Effettivamente a dirlo funziona. Il peccato compiuto in anni recenti è stato limitarsi a dirlo, anzi spesso neppure quello. Direi che è questa la ricaduta principe del disarmo culturale posto in essere dopo il grande balzo di fine secolo. Aver compreso, e non poteva essere diversamente, la necessità di andare oltre le appartenenze di prima, ma senza scortare quel bisogno del corredo essenziale a sopravvivere nel nuovo tempo. Per onestà va detto come la tendenza a ridurre il peso delle ragioni culturali di una scelta di campo aveva motivazioni serie e molteplici. In Italia è stato tra i primi Mauro Calise (Il partito personale, Laterza, 2000) a dar conto di quel processo che Katz e Mair avevano nominato «statalizzazione dei partiti politici». L’idea di uno spostamento progressivo di natura e funzione dei soggetti della rappresentanza dalla porosa dimensione sociale a una più rigida sfera istituzionale, con le forze dello stesso campo progressista votate a una selezione delle classi dirigenti in chiave di competenze, dapprima amministrative e subito dopo, per i prescelti, parlamentari e di governo. Al prezzo di una semplificazione la cosa si può anche declinare così: la vecchia palestra frattocchiana (combinata sempre alla militanza sul terreno) veniva sostituita da una nuova pratica ginnica nei consigli comunali, circoscrizionali, di zona. Sindaci e buone pratiche del potere locale salivano di grado in una ipotetica, ma neppure troppo, gerarchia interna ai partiti della nuova sinistra. E il tutto rispondeva, tra alti e bassi, a quel transito dalle categorie pregresse – mix di ideologia e competenze tematiche – al già citato primato dei programmi. Può apparire un dettaglio, ma non lo è. Con grande rapidità cambiavano gli stessi criteri di selezione dei gruppi dirigenti e soprattutto si rompevano le procedure che in passato avevano garantito una sorta di progressione di status e carriera dentro partiti-chiesa dotati di regole rigide nell’accesso e nel percorso. La formazione a quel punto si accostava molto più al concetto di stagista che a quello di funzionario. Non solo l’ingresso precoce in una assemblea elettiva, di qualsiasi ordine e grado, ma l’aggancio indiretto a quel genere di mansione (dagli assistenti ai collaboratori, dagli staff ai portaborse) diveniva il sentiero preferito e preferibile per accostare l’impegno politico, oramai sempre più identificato con quello pubblico o istituzionale. Senza questa conversione, per altro consumata in un tempo relativamente rapido, sarebbe più complicato spiegare la nascita e il proliferare di corsi e master (preziosamente pagati) e finalizzati a diplomare (sic) i nuovi profili professionali della politica: portavoce, capi uffici stampa, responsabili del marketing, ma anche, a un livello diverso, esperti legislativi, consiglieri politici, supporti organizzativi per qualunque tipologia di presenza nei collegi di elezione. In certa misura si assiste al ridursi del perimetro di professionalità dentro i partiti, almeno nella logica e coi percorsi della tradizione, mentre va dilatandosi l’area della para-politica, una inedita tipologia di servizio, idealmente neutrale perché via via plasmata da procedure slegate da appartenenze definite. Se mi si passa la sintesi: meno lettere e più numeri, in un dominio incalzante di sociologie economiche e scienze dell’amministrazione. Il tutto con un grado crescente di tecnicalità destinato però anche a rendere un tantino più arido il terreno dell’analisi (L’analisi Alfredo…) e la trama stessa del conflitto. Cambia quasi tutto, questo è inevitabile. Il modo di pianificare, gestire, finanziare le campagne elettorali. Le strutture dei partiti classici, compreso il percorso non più ‘ortodosso’ della militanza. Le leggi elettorali ci mettono del loro nel senso che la spinta maggioritaria – dalla prima elezione diretta dei sindaci nel ’93 all’imporsi dei collegi uninominali nel primo Mattarellum – finiscono col restituire linfa a un modello notabilare (e si dovrebbe aggiungere ahinoi, patrimoniale) nell’accesso alle cariche elettive. Delle vecchie scuole di partito sembra scomparire non tanto e solo la struttura, ma la natura stessa. Diciamo che non se ne sente più il bisogno perché a uscire trasformata dalla ‘cura’ è la forma-partito e la sua cultura nei fondamenti che le avevano rese tali e accessibili. Si entra in un’epoca diversa dove entrambe quelle antiche pratiche appaiono sempre di più arcaiche e inservibili. Fu vera gloria? Macché. Però fu un vero trauma e ci si è risvegliati così, ubriachi di slides e orfani del perché.

Memoria 3.

«Il modello Facebook è interamente basato sull’io, sulla mia vera identità, non sulla storia collettiva, sul bene comune o sulle idee condivise».

Letto da poco in L’identità non è di sinistra. Oltre l’antipolitica di Mark Lilla (Marsilio 2018).

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Questa effettivamente più che una memoria è una citazione, ma aiuta. Perché una volta costruita, pure se a sommi capi, la parabola degli ultimi due, tre decenni resta da andare a scavare un po’ nei canali che la formazione politica ha finito coll’adottare in un tempo prossimo. E allora per mille ovvie ragioni non si può che muovere dall’impatto digitale e dalle sue evidenze. Possibilmente cercando di fare un passo in più rispetto alla sola puntuale denuncia, più o meno indignata, del sacrificio imposto alla complessità o dell’involgarirsi del discorso pubblico (per inciso, concetti largamente esatti, ma che da soli contribuiscono il giusto, vale a dire poco). Dunque, con ordine. Mentre state scorrendo queste righe la gran parte delle tecnologie che dominerà le vite da qui a trent’anni non è stata ancora inventata. Saperlo è la via per sfuggire errori come quelli compiuti nei vent’anni passati. Sul punto, in mezzo a una selva di buoni esempi contenuta in un saggio di Kevin Kelly (L’inevitabile. Le tendenze tecnologiche che rivoluzioneranno il nostro futuro. Il Saggiatore, 2017), ve ne sono un paio a modo loro illuminanti. Prendete questo: agli albori di Internet, il settimanale «Time» titolò Non è stato progettato per il commercio! La copertina del settimanale concorrente «Newsweek» fu più esplicita: The Internet? Bah!. Un intero regime – giornali, intellettuali, imprese – non aveva visto quello che si andava plasmando e che si poteva (e doveva) riassumere così: un mondo intero di consumatori si attrezzava alla rivoluzione: farsi creatori. Creatori di contenuti. Saperi. Di un altro modo di generare consumo, scambi, profitto. Insomma, la propria stessa esistenza.

Professioni e modi dell’apprendere; competenze e mercati del lavoro; tutele e accesso al welfare: nulla sarebbe rimasto estraneo a quel processo. Eppure, ancora vent’anni fa, un pezzo delle élite non lo vedeva. Non lo capiva, e al fondo non ci credeva. Come se alla nascita della macchina a vapore o dell’industria elettrica, il movimento operaio e i socialisti si fossero occupati d’altro. Ma quando la politica divorzia dal suo tempo non possono che nascerne recinti e una perdita di prestigio. La realtà, in sé pazzesca, è che sta cambiando il modo di pensare. E avviene con una velocità che non corrisponde ad alcuna delle stagioni della storia. La politica – l’azione politica, la vecchia militanza e le nuove forme della partecipazione democratica – con ogni evidenza a questo tsunami non possono restare estranee. Ma proseguiamo.

Due decenni dopo quel titolo di «Newsweek», il numero complessivo di pagine Web supera i 60mila miliardi. Circa 10mila pagine per ogni tizio sulla terra. Non sono serviti vent’anni, ne sono bastati otto. Soltanto Google smuove 90 miliardi di ricerche ogni mese e le trasforma in un sistema di informazioni al servizio di una diversa economia. Quell’economia domani potrebbe non piacerci in tutte le sue forme, ma per la politica, nella chiave specifica della formazione dei più giovani, conoscerla dovrebbe rappresentare la premessa. Parole, cultura, immagini, sono divenuti patrimonio accessibile a molti e questa novità – impensabile ancora alla fine del vecchio secolo – cambia il potere con cui si governano sapere, creatività, consenso. L’errore è credere che siamo alla fine del processo. Perché è vero l’opposto. Siamo all’inizio. Il solito Kelly lo declina con una sola immagine. In questo istante, mentre leggete, potete estrarre il vostro smartphone e collegarvi a una webcam su Piazza Tahir in Egitto. Sarà come stare lì. Ma non potete vedere com’era quella piazza un anno fa. La Rete è ancora un eterno adesso, o quasi. Presto però avremo dei «cursori temporali» – si chiamano così – che consentiranno di risalire il tempo e, come è stato scritto «cambierà la percezione di massa del legame tra passato e presente». Qualcosa che non era mai stata possibile. Conosceremo una intelligenza artificiale che impatterà mestieri e produzioni. Sarà una intelligenza diversa dalla nostra e sarebbe sbagliato paragonarle, così come non si paragona il volo meccanico di un aereo a quello naturale degli uccelli che sbattono le ali. Se oggi l’uomo cerca ancora l’imperfezione scorgendo in quella la creatività (nella tessitura di una stoffa, per dire), non sarà così quando la robotica raggiungerà la perfezione nel gestire un’operazione medica. E ancora, per anni ci hanno detto che si leggeva e scriveva poco. In buona misura è vero ma ogni giorno persone comuni compilano 80 milioni di post sui loro blog. E i ragazzi di mezzo mondo digitano 500 milioni di battute sui loro telefoni. Per alcuni versi non si è mai letto e scritto di più. Bene, ma perché occuparsi di questo? Perché tutto questo sulla politica – anche il modo di percepirla, viverla, frequentarla, comprenderla – ha un impatto enorme. Per dire, noi ci occupiamo dei diritti di chi lavora e di chi un lavoro lo cerca. Di chi studia e vorrebbe realizzare ciò che ha occupato anni della vita. Per molto tempo è stato così. In un rapporto lineare tra prodotti e consumi. Mansioni e qualifiche. Profitti e proprietà. Oggi però più di qualcosa cambia e lo fa sotto i nostri occhi. Perfora le nostre esistenze. Uber è la più grande compagnia al mondo di vetture a noleggio, ma non possiede un taxi. Facebook è il media più popolare sulla terra, ma di suo non crea un contenuto. Alibaba è un venditore senza rivali di manufatti, eppure non ha mai compiuto un inventario. E Airbnb batte tutti come fornitore di alloggi anche se non ha neppure una locanda a due stelle. Cosa vuol dire un mondo dove il profitto si sgancia dalla proprietà? E dove si useranno molte cose senza l’obbligo a possederle? In questo la Rete e il commercio globale sono la cosa che più somiglia alla borsa di Mary Poppins. È una realtà diversa. Dove i servizi tendono a dominare sui prodotti. Ma i secondi incoraggiano la proprietà. I primi la deprimono. Tutto ciò in un sistema che alimenta la condivisione. Di immagini, per dire. Ogni giorno un miliardo e ottocento milioni di fotografie invadono la Rete. C’è chi la chiama la forma più blanda di un nuovo «socialismo digitale» (sempre a proposito di come si formano le conoscenze e come possono o potranno impattare la politica). Se fosse uno Stato, Facebook sarebbe la nazione più grande del pianeta. Non a caso si diceva, prima di qualche inciampo, che il suo fondatore puntasse alla Casa Bianca. Eppure l’economia di questo gigante politico si fonda sul lavoro non retribuito di un miliardo di persone che per ore crea contenuti e li fa viaggiare. Documenta eventi, carica pensieri, concetti, che a loro volta alimentano conoscenze e scambi. Mai nella storia umana si sono prodotti più libri, canzoni, film, opere dell’ingegno. Chi filtrerà questa mole di contenuti – siano famiglie, insegnanti, marchi, punti vendita, governi autoritari, i nostri amici o voi stessi o una holding denominata Rousseau – avrà un potere enorme e il modo di esercitarlo condizionerà il resto. L’impatto sarà gigantesco. Nella vita di tanti. Nella qualità delle democrazie. Lo sarà sui sistemi giuridici che continuano a essere calibrati sulle regole della proprietà ma che dovranno misurarsi con la sfera dell’accesso e sulla centralità delle Reti rispetto alle copie. Ecco, osservi tutto questo e poi ripensi alla copertina di «Newsweek»: The Internet? Bah!. Basterebbe Wikipedia a cancellarla quella copertina. Una cosa che in teoria semplicemente non avrebbe potuto esistere. E invece è nata perché figlia di categorie nuove, e ha spinto parecchi individualisti a ricredersi dinanzi a una forma sconosciuta di potere e collaborazione sociale. Non sappiamo quale impatto tutto questo avrà sulle gerarchie di prima. Una cosa però sappiamo. Stiamo camminando su una frontiera che è il cambio d’epoca più profondo mai affrontato dall’umanità nel suo compiersi. E allora per la politica, quando se non ora il coraggio di misurarsi con le ricadute sociali, etiche, culturali di un altro mondo? Col dovere di rigenerare principi scolpiti nel marmo: giustizia, uguaglianza, valore delle differenze, potere della democrazia. Ma la svolta radicale – la discontinuità necessaria – anche nella politica non dipenderà solo da questo. Verrà dal basso. Dai bisogni di vite segnate da questi mutamenti. Perché c’è un legame tra le cose accennate e l’esigenza di ciascuna e ciascuno a vedersi riconosciuti uno spazio, una funzione, nella società dove si cresce. Legare la realtà per ciò che è destinata a divenire o già è, ai diritti dei singoli: alla cittadinanza, a un lavoro e un reddito, è la nuova frontiera per noi. Quella che collega pensiero e azione. Rappresentanza e individuo. Togli questo e la politica diventa mestiere. Lo ha notato mesi fa Adriano Sofri raccontando un aneddoto: fine anno passato e due titoli quasi appaiati, mi pare fosse «Repubblica». Il primo suonava: Concorso per preside. Verso 35mila domande per 2.245 posti. Solo 1 su 3 potrà coronare il sogno. Due pagine dopo, l’altro titolo: 10mila iscritti 5Stelle per un posto in Parlamento. 1 su 13 tenta la corsa. Le istituzioni come un concorso. Se ti va bene, bingo. Cosa vuol dire? Che forse della formula di Max Weber sulla politica come vocazione e professione per alcuni a sopravvivere è il secondo termine. Per cui non serve una identità. L’agire comune dentro i conflitti del mondo. Basta un bravo selezionatore o – che so? – un algoritmo. O un blog bene organizzato. Ecco, se tutto questo ha un fondamento, allora stare da sinistra dentro questo solco vuol dire indicare i segnali della svolta. E il modo di ripensare la formazione politica dei giovani non dovrebbe finire in fondo alla lista delle priorità da aggredire.

Memoria 4.

Ragazzetto del ginnasio mi iscrissi ai giovani comunisti a casa mia, a Trieste. Mesi dopo imbastivo una oziosa querelle sulle regole dei congressi con un operaio della sezione, compagno rigoroso, nei secoli fedele. Lui risolse la cosa per le spicce. Così. «Scolta, gavemo un statuto no? E te sa perché el se ciama statuto? Perché dentro sta-tuto. Basta Zercar».

Ma dove la trovi una lezione più alta di questa?

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Cerchiamo di tirare qualche filo. Se leggiamo la formazione politica dei giovani dentro l’involucro della forma partito novecentesca possiamo al più venir presi (parlo per me, si capisce) da una botta di nostalgia. Ma l’utilità pratica del tutto si riduce a zero. Altro è concentrare la cura su come la rivoluzione digitale assieme al venir meno di riferimenti culturali solidi esponga la generazione entrante a filtri di conoscenza-competenza politica molto più fluidi, sensibili a narrazioni contingenti e per forza d’urto esposti a crociate mediatiche o manomissioni di senso via social (le famigerate fake news). In questo senso pensare a un partito, e a una formazione politica, del mondo digitale secondo parametri e categorie del tempo di prima è come entrare al museo. Esiste una vasta letteratura su come la rete ha già travolto le forme dell’adesione e del deliberare. Forse non a caso Lega e 5Stelle la mattina della vittoria hanno ringraziato per primi i militanti digitali. Ora, mentre noi eravamo presi dalle beghe di casa nostra a Washington proseguiva l’inchiesta sul condizionamento delle presidenziali 2016 per mano di hacker riconducibili a una regia russa. Nessuno, neppure il procuratore capo del Russiagate, pensa siano state interferenze determinanti sull’esito. Ma è possibile, a questo punto probabile, abbiano indebolito alcuni candidati a partire da Hillary, e favorito i due outsider, Trump e Sanders. D’altra parte basterebbe questo a far suonare l’allarme. Cosa accade quando la competizione per il consenso subisce alterazioni indotte non dal posizionamento di singoli media «interni», ma da centrali straniere attrezzate a influire sull’opinione pubblica a migliaia di chilometri da sé? Soprattutto di quali anticorpi la democrazia dispone fuori dalla logica autoritaria, finché durerà, tipica di regimi come la Russia stessa, Turchia o Cina?

Le scuse tardive di Zuckerberg sull’uso di 50 milioni di profili da parte di Cambridge Analytica, anche in quel caso a fini di influenza sul voto per la Casa Bianca, raccontano l’impatto di processi capaci di ridurre la sovranità di singole nazioni, fosse pure la più ricca e potente della terra. Arginare il rischio sarà compito di leggi e procedure, nonché accordi sovranazionali tutti da scrivere. Ma come spiega Michele Mezza (Algoritmi di libertà. La potenza del calcolo tra dominio e conflitto, Donzelli, Roma 2018) serviranno soprattutto «saperi, pratiche e relazioni oggi indispensabili per dare forza e forma a una macchina politica». Insomma non combatti la criminalità in rete aggiungendo inchiostro al ciclostile. Il tema comunque esiste e non è materia da delegare agli specialisti. Abbiamo bisogno di una miscela tra nuova epistemologia, il discorso razionale su scienza o tecnica, e l’incrinarsi di ogni legame intessuto tra politica e società. Senza questa coscienza non capiremmo il disprezzo, o comunque la distanza, verso l’anima dei partiti. Letta così la sfera della formazione potrebbe tornare a essere il volano, lo strumento, non già per fidelizzare, ma almeno per ristabilire un ordine logico del discorso. E sul punto vale la chiosa di Remo Bodei (Limite, il Mulino, Bologna 2016) attorno al significato di limite: «Grazie alla diffusa e interessata infantilizzazione del pubblico, specie in campo politico, il tratto fondamentale della menzogna non è quello di nascondere la verità, ma di sostituirla, di distorcere le idee e di uccidere i fatti, che però hanno la testa dura». Insomma la politica (anche per una rinuncia colpevole alle ‘armi’ della conoscenza e della formazione) sarebbe messa come sappiamo mentre i circuiti del sapere navigano su rotte parallele, sovrastanti, sottostanti. In ogni caso senza lasciare all’innovazione, di linguaggi e modalità dell’aggregare consenso, lo spazio per incrociare la politica. Mondi via via scissi, sino a rompere l’unità dei singoli tra il rigore del comportamento e la pressione della rete.

Esempi? Non mancano proprio. Schernire battaglie ritenute sbagliate pure se attivano milioni di persone. Utilizzare tweet e retweet come arma contundente, magari contro lo stesso compagno di partito. Attivare dichiarazioni in batteria, talvolta persino all’insaputa dei dichiaranti. Ma allora? Come si aggredisce il dramma fotografato ancora da Mezza, l’incredibile rovesciarsi della relazione tipica dell’altro secolo, l’idea di una presenza organizzata della politica in corrispondenza a ogni gradino nello sviluppo della tecnologia? Come rifondi il soggetto se quanto di più contemporaneo confligge con la tua cultura, forma, identità? Sarà scontato, ma la via rimane quella: rivedere cultura, forma, identità. Senza questo saremo obbligati a inseguire. E magari riconoscere il dominio di guru dei big data predisposti a denunciare la fine della politica e l’inutilità della democrazia. È un capitolo enorme. Incrocia il fenomeno 5Stelle per come si è configurato. Non serve demonizzarlo, bisogna scavare, comprenderlo. Certo, quel simulacro di democrazia interna pare più fragile del ramo dove stanno seduti. La scelta di un capo come nessun’altra forza è in grado di produrre. La riduzione del pluralismo a colore, sfumatura di tono in una chiazza uniforme. La pratica dell’espulsione come minaccia al dissenso. Ma soprattutto la capacità di travestire l’automatismo dei riflessi sulla rete, opportunamente filtrati, in pratica della decisione. «Delibera la rete», formula caustica, in sé definitiva. Ma come decide la rete? E da chi è composta la platea dei decisori? Da chi viene selezionata o depurata, depennata? Sono questioni legittime, non offensive. Anche perché – lo posso testimoniare – quel movimento non si è limitato a questo e sarebbe sciocco crederlo. Hanno elaborato scenari, disturbato saperi, organizzato confronti su scelte di merito. Potrei trovare – lo dico supponendo e senza supponenza – nella biblioteca di un grillino ortodosso parecchi doppioni di testi fruiti da noi. E ovviamente l’inverso. Dunque il punto non è legittimare o meno un impianto comunque distante anni luce da quello praticato a sinistra. Il punto è accelerare un modello della sinistra all’altezza del cambio di scena e di mondo. Allora, un partito a rete, per non finire divorati dalla rete? Traduciamo: dobbiamo ricostruire la ragione operativa di una militanza estranea ai luoghi dove classicamente si formava: la fabbrica, il filtro associativo o sindacale, scuole o università. Storicamente un’élite consapevole del proprio progetto andava alla ricerca della base sociale capace di proiettare quel disegno nella rappresentanza, e dunque nella sfida del potere. Oggi non va dismesso l’obiettivo, ma devi adeguare il processo, gli strumenti, il linguaggio. Almeno devi sapere quale peso assumono algoritmi capaci di proiettare il sapere sparso e la volontà della massa dentro filtri in grado di condizionare le decisioni, comprese le deliberazioni di un partito e di un elettorato. Cambia la gerarchia del potere, forse non ancora del comando, nel senso di chi ha la potestà, per dire, di comporre le liste elettorali. Ma del potere sì, se intendi per quello l’autorevolezza della conoscenza. Su qualunque tema la rete in pochi istanti moltiplica i canali di scorrimento dell’informazione – quella da me richiesta o da me offerta – e mette migliaia di persone in condizione di interagire dimostrando – e non è difficile – di saperne più di me. Ma non è poca cosa se la dimensione del comando divorzia da quella del potere. Perché l’una senza l’altra riduce ancora di più il primo a ceto, casta, senz’altra legittimazione se non il controllo di un territorio o un’assemblea dove far pesare la forza dei numeri. In questo senso la via è ricostruire la fiducia tra vertici e base, e per farlo la sola strada sta nel dare più autorità alla seconda consentendo per quella logica – diversa da cooptazione e fedeltà – un eventuale e rapido rinnovamento dei primi. Consultare, deliberare, in una collegialità reale, farsi permeabili all’ascolto recependo proposte, moltiplicare le sedi – fisiche o della rete – dove riconoscere la personalità dei singoli, organizzare il consenso usando quelle piattaforme. E ancora, recuperare l’approccio di Obama: attivare patti e contratti di collaborazione e condividere obiettivi mirati, limitati, con singoli e soggetti organizzati del territorio, nelle città-Stato, tra elettori delusi, orfani o dispersi. Decentrarla davvero la struttura-partito fino a renderla accessibile anche nei luoghi dove il termine – partito – detto ora ha smarrito ogni valenza, positiva o negativa essa sia. Le persone le recuperi, le conquisti, se si sentono viste, riconosciute. Prima di tutto nella loro dignità di donne e uomini pensanti. Non da indottrinare, casomai da condurre a una forma di sostegno mutuo, reciproco. Insomma prima smettiamo di osservare il cantiere da fuori ed entriamo a capire come si ‘lavora’ la politica del nostro tempo meglio sarà. E allora forse anche il termine ‘formazione politica’ riscoprirà una sua funzione, diversa dal passato ma in grado di interagire col presente. Meno di questo e ci si limiterà a regolare la pressione delle gomme lasciando motore e carrozzeria andare a ramengo. Evitarlo può non essere la soluzione di ogni problema, ma una cosa e certa: non ci farà del male. Soprattutto adesso, dopo la sberla peggiore di sempre, con una destra poco liberista e molto reazionaria sugli scudi e la difficoltà a contrapporgli un disegno opposto nel merito e più credibile nelle passioni. Perché questo, spero, prima o dopo si dovrebbe comprendere. Che la grande, imprevista, onda nera che da Est si espande sul continente è sì parto della crisi. Ha pescato sì a piene mani nel crollo del ceto medio e in un impoverimento di massa, non solo percepito, ma paurosamente reale. Però dietro o davanti a tutto ciò vi è la risposta culturale di quella destra nazionalista che ha rispolverato, adattandole al tempo, radici e matrici sepolte nel secolo andato. Sangue e suolo, se parliamo di migranti (e sul connubio dei due termini continua a sembrarmi definitiva la sintesi di Karl Kraus: produce il tetano). E assieme la scelta, parlo ancora della destra reazionaria, di rovesciare lo schema dell’ultimo quarto di secolo, quello che ha retto l’andamento del compromesso politico in tutto l’Occidente: primato dei valori progressisti sul versante della democrazia e dell’accesso alla cittadinanza con politiche liberiste in economia. E la sinistra nelle sue versioni migliori, da Clinton in giù, Ulivo compreso, a difendere l’equilibrio dei conti, allargare il perimetro della democrazia e smussare gli spigoli del liberismo spinto. Questi che scalano il potere adesso ribaltano la logica. Non vincono sull’onda del vecchio lessico reaganiano: liberalizzare, privatizzare, delocalizzare, globalizzare. Questi si rivolgono alle fasce sociali più fragili e depresse – quelli che la crisi l’hanno tatuata sulla pelle – e promettono nuove garanzie e tutele e pensioni e redditi integrati verso l’alto, ma combinano questi annunci coi valori più reazionari sul fronte della qualità della democrazia e del diritto alla cittadinanza.

Che cos’è questa? Una politica? Certo. Una tattica elettorale per rastrellare voti nelle periferie? Anche. Ma al fondo è soprattutto una ideologia, calzata e vestita come da tempo non se ne scorgevano. E allora per l’altro campo, il nostro, diventa decisivo comprendere quale partita si stia giocando. Va preso atto che rispondere a questa offensiva col programmismo degli anni Novanta e Zero è come curare la tubercolosi coll’aspirina. Il punto è attrezzare una risposta degna, un corpo di soluzioni e categorie – un pensiero – finalmente e nuovamente in asse con lo spirito dominante dentro società modificate negli assetti sociali, nelle aspettative, nelle pulsioni emotive. Cosa c’entra tutto questo con la sfera della formazione? Moltissimo, fosse solo perché quel pensiero, per formarsi e imporsi, deve partire da lì. Ripartire da lì. Il che non significa riaprire il cancello di ferro lungo l’Appia e tornare a riempire le aule alle Frattocchie. Non perché la cosa in sé non sarebbe sana e persino saggia. Casomai perché esistono vie e strumenti ben più incalzanti, nel senso di rapidi ed efficaci di prima. No, direi che la questione ancora una volta sta nella ‘testa’. Nel legame che il vertice, la leadership, vorrà stabilire con i canali possibili di quest’opera di ricostruzione. Messa sul piano più personale, se io fossi il segretario del Pd (si fa per scherzare eh…) con ogni probabilità avrei di questi tempi vita breve. Se non altro perché il primo giorno di lavoro smonterei metà ufficio stampa e comunicazione (coi relativi costi) e darei vita e anima a un centro studi alle dirette dipendenze, nella logica del coordinamento, di quella segreteria. Un punto di raccordo e di raccolta dell’elaborazione in atto altrove, fuori e spesso lontano da noi. Nelle accademie come nei laboratori, nell’azione di governo di partiti e movimenti sparsi per il globo e impegnati – dal Brasile al Portogallo, da Londra a Barcellona – a sperimentare pratiche e politiche antagoniste alle destre. Vorrei tentare la via di una costante comparazione di tutto ciò che sta operando una resistenza civile e cercherei di trasmettere quel sapere in una circolazione corporea virtuosa rivolta a quelle strutture di parte e di partito che l’ultimo decennio hanno essiccato favorendone la conversione in filiere di sostegno a questo o quello. Sì, a dirla tutta, smonterei la forma organizzata prevalsa sinora. Aprirei, nella logica di riadattare la formazione politica dei più giovani, un confronto serio sul concetto di vocazione maggioritaria (in assenza di maggioritario) e di primarie (in temporanea latitanza di un Che Guevara). Proverei a riconnettere i fili tra la struttura partito e le voci del dissenso nella cultura, nella disobbedienza civile, nel paese. Dichiarerei aperto il nostro ‘concilio’, che non sarebbe un congresso, ma una stagione dove bussare a porte sbarrate. Porterei nuovamente parte della elaborazione politica fuori dalle istituzioni, creando dipartimenti destinati nel breve non a impattare questo o quel voto parlamentare (per dirla coi milanesi Ofelè fa il to mesté). Darei a quei settori compiti in fondo più ambiziosi: riordinare gli archivi e predisporre le idee per il dopo. Cercherei di coinvolgere giovani ricercatori, andrei a cercare chi coltiva qualche eresia e non trova neanche qualcuno disposto a dargli bada. Decentrerei questo esperimento, evitando di romanizzare un processo che può vivere solamente nel recupero di una formula federativa e capace di restituire ai famosi territori quella centralità che deriva dal riconoscere una quota di autonomia. Non si tratterebbe di retrocedere al vecchio collateralismo, ma neppure possiamo immaginare di uscire dall’inverno del nostro scontento inseguendo le carezze o le parole benevole di questo o quel commentatore o conduttore tivù. Poi, lo so, tutto questo andrebbe arricchito di nuove strumentazioni, e direi anche un vocabolario meno succube ai riflessi di ieri. L’impressione, se stiamo alle parole, è di esserci limitati in tempi recenti a mescolare l’arte retorica sui valori a un lessico infarcito di neologismi più o meno tecnologici. Come se per domare la bestia di un neo-capitalismo selvaggio bastasse la sintesi tra Ventotene e start-up. Purtroppo, o per fortuna, viviamo in un mondo più intricato, complesso, a modo suo formidabile quanto ingiusto. E allora non basta dare una rinfrescata alle pareti e cambiare la disposizione dei mobili. Andrebbe proprio ricomposta la frattura tra la sinistra e l’epoca data. Tutto, proprio tutto, dalle forme dell’adesione ai percorsi militanti, dalla struttura che dirige alla selezione delle rappresentanze, andrebbe ricalibrato con quel tanto di coraggio e volontà in grado di convincere un certo numero di orfani e delusi che siamo disposti a fare sul serio.

Memoria 5.

Da piccolo, merito delle radici triestine e del ‘Paròn’, tifavo Milan. Qualche anno fa in una libreria scorro le pagine di un bel saggio sulla storia del calcio e scopro per caso e più adulto che mai la vera grandezza di Rivera. Il libro la spiega così. Prima di lui il regista era quello dai piedi buoni e che lanciava la palla trenta o quaranta metri avanti mettendola sul piede della punta. Che se era rapida e svelta si girava e segnava. Poi arriva lui, e rovescia la logica. I piedi buoni li ha, ma la rivoluzione sta in altro. Lui non mette la palla sul piede dell’attaccante. Lui la fa arrivare in un punto del campo dove non c’è nessuno perché vede, e capisce, che quello sarà il punto dove l’attaccante arriverà e fare gol gli sarà più facile. Cambia la geometria del gioco, la logica della regia. Cambia il calcio.

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La formazione politica oggi non è giocare in porta, con tutta la stima per Allison e Buffon. E neanche metterla dentro una volta su due come CR7. Diciamo che ai fini della formazione politica, soprattutto quella di sinistra, servirebbe gente come Rivera. Quelli che vedono il campo com’è, ma nella testa sanno immaginare il campo come sarà. Bon, tutto qua. 

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