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L'EREDITA' MITICA DEL '68: COSA RESTA E COSA FARE DI QUEL CHE RESTA? (Editoriale di Paradoxa 2/2018)


 Laura Paoletti

Alla difficoltà di delineare un profilo univoco del Sessantotto queste pagine non sfuggono. Basti dire che troviamo qui buone ragioni per sostenere che fu un movimento radicalmente rivolto al passato, che solo per caso e per equivoco si incrocia con il processo di modernizzazione che il nostro paese visse in quegli anni; ma anche per sostenere, all’opposto, che fu un movimento ipermodernizzatore che ha consegnato l’Italia al trionfo del capitalismo globale, spazzando via gli argini rappresentati dai valori tradizionali. Forse tale difficoltà non deriva tanto, o solo, dal ben noto riflesso condizionato per cui non c’è frammento della nostra storia che non finisca con l’essere drammaticamente divisivo – e, secondo il Curatore, il ’68 ha voluto essere esattamente questo: una lotta della luce contro le tenebre – , quanto dal fatto che per molti aspetti ci siamo ancora dentro: disorientati come Fabrizio a Waterloo che, trovandosi nel bel mezzo della battaglia, non riesce nemmeno a capire chi abbia vinto e chi perso.

Come spiega Maurizio Griffo, la connotazione giovanile e generazionale, che altrove rappresenta il tratto decisivo del movimento di contestazione, in Italia si salda presto ad elementi eterogenei che inducono nel fenomeno una sorta di mutazione genetica e così facendo gli garantiscono una sopravvivenza che va ben oltre la durata dell’anno eponimo: una sopravvivenza sotto spoglie più o meno mentite, più o meno riconoscibili, che rendono difficile quella presa di distanza che è indispensabile all’osservazione storica. Si può allora individuare uno degli aspetti più interessanti di questo fascicolo proprio nel tentativo di rintracciare e decifrare le persistenze sotto traccia, risalendo dall’oggi al Sessantotto, e non viceversa, con un procedimento più genealogico che semplicemente ricostruttivo.

                Al di là della facile battuta, per cui i più celebri slogan dell’epoca – da «l’immaginazione al potere» al «soyez réalistes, demandez l’impossible» – sembrano le linee guida dell’ultima, pirotecnica campagna elettorale italiana, vi sono diversi elementi che opportunamente gli autori mettono all’attenzione come possibili tracce di un’eredità della quale è tempo di prendere compiutamente, e responsabilmente, atto, per accoglierla o per rifiutarla. Tre, su tutti, si impongono come particolarmente marcati, presentandosi come cristallizzazioni che hanno via via assunto la consistenza di veri e propri nuclei ‘mitici’, racconti valoriali talmente condivisi, talmente penetrati nel tessuto connettivo della società, da non esser più nemmeno riconosciuti come tali.

Il primo è il «politicamente corretto», che, nella sua versione nostrana, viene ricondotto a quella stessa miscela di moralismo, azionismo e ideale rivoluzionario, nella quale il Sessantotto italiano trova uno dei suoi motori ideali. Per quanto possa risultare straniante vedere nell’ipercorrettismo perbenista un esito degli atteggiamenti volutamente scabrosi e dirompenti dei contestatori, queste pagine ci sollecitano a leggere nella battaglia contro vere o presunte discriminazioni un modo ipocrita di continuare ad affermare se stessi come la parte migliore della società di contro al ‘sistema’.

Il secondo elemento è la critica radicale al principio di autorità, che sembra trovare piena attuazione nell’orizzontalità della rete, nella comunicazione peer to peer, e nella pretesa di tradurre immediatamente quest’ultima non soltanto in un metodo, ma persino in un contenuto e al limite in un vero e proprio programma politico.

                È però il terzo ‘mito’ quello su cui con più forza insistono i diversi contributi, individuando in qualche modo in questo la scaturigine degli altri: il mito dell’antifascismo. Aspirando a rappresentare il compimento di una Resistenza fondamentalmente incompiuta, il Sessantotto ha bisogno di assumere da quest’ultima non soltanto gli ideali, ma anche il nemico; un nemico che, per forza di cose, deve perdere ogni connotato di specificità e di concretezza storiche: nasce così il «Fascismo» (con la maiuscola e tra virgolette), come categoria sovratemporale, buona ad ogni evenienza e tanto generica da non identificare nessun fenomeno storico particolare in carne ed ossa. In questo modo esso può diventare il necessario contraltare di un Antifascismo che, nel ’68 come oggi, ne ha bisogno per costituirsi, identificarsi, autorappresentarsi come il bene di contro al male.

                A parte i numerosi e interessanti interrogativi nel merito che queste tesi storiografiche aprono, proviamo a rilanciare ad Autori e Curatore due domande che sembrano imporsi sulle altre, perché più generali e insieme più direttamente legate all’urgenza dell’attualità: innanzitutto si tratta di capire se davvero sia possibile una ‘storia’ del tutto scevra dal ‘mito’ o se questa stessa divisione, se assunta in modo troppo netto, non finisca per riapplicare lo stesso schema che denuncia, e per collocare i critici del mito dalla parte giusta della storia e dell’analisi storica (magari sostituendo il Liberalismo all’Antifascismo). In secondo luogo, stanti i giustissimi rilievi contro l’uso indiscriminato delle idee platoniche nell’analisi dei fenomeni storici, quali parole, concetti, categorie dobbiamo usare per trattare quei fenomeni nostrani o esteri, che somigliano al passato o persino consapevolmente lo imitano? Come, e con quali strumenti teorici, resistere alla tentazione di fare di ogni erba un fascio?

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