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GIUSTIZIA RIPARATIVA E RELAZIONALE (Estratto da Paradoxa 4/2017)


 Antonio Da Re

1.     Un tentativo di definizione

La teoria della Restorative Justice (d’ora in poi RJ), resa in italiano con l’espressione giustizia riparativa, costituisce una radicale messa in questione di un topos particolarmente consolidato all’interno del diritto penale e non solo. Sulla base di tale topos, la pena andrebbe concepita come la giusta retribuzione per il male commesso; inoltre essa, per poter corrispondere a un simile obiettivo di compensazione rispetto al reato, dovrebbe assumere una valenza afflittiva, in primis attraverso la detenzione.

La forza del paradigma retributivo è tale che esso viene solitamente accreditato come l’unico ragionevole e plausibile, nonostante i numerosi interrogativi che esso solleva in merito al significato stesso della pena, alla sua effettiva efficacia, alla considerazione della figura della vittima e del colpevole, allo stesso ruolo della collettività, che risulta essere di sostanziale estraneità rispetto alle vicende processuali e poi alla concreta esecuzione della pena in un luogo altro, separato anche visibilmente rispetto alla ‘normalità’ del vivere quotidiano. L’unicità rivendicata del paradigma retributivo può inoltre caricarsi di ulteriore valenze, da quella preventiva a quella rieducativa: nel primo caso la retribuzione svolge anche la funzione di prevenire la reiterazione del reato da parte del soggetto reo medesimo o da parte di altri soggetti e costituisce quindi una forma di deterrenza; nel secondo caso essa persegue una finalità rieducativa (vd. Cost., art. 27), di umanizzazione della pena, volta ad attutirne la carica afflittiva, in vista della riabilitazione del reo e auspicabilmente di un suo reinserimento nel contesto sociale, una volta che la pena stessa sia stata scontata.

Il paradigma della giustizia riparativa contesta la legittimità di questa pretesa ovvero che si dia un’unica e univoca accezione di giustizia in ambito penale, identificata con quella di tipo retributivo. Il punto di partenza della diversità rivendicata dalla RJ potrebbe essere individuato nella differente comprensione del significato del reato; secondo tale prospettiva il reato non è solamente (o non è primariamente) una lesione che ferisce il corpo sociale, minacciando l’ordine costituito, lesione alla quale si deve rispondere con una pena da espiare; il reato, piuttosto, è in sé e per sé un’offesa che colpisce le vittime, causando sofferenze, dolore, perdite anche gravi, a volte persino la morte. La vittima nella prospettiva retributiva è la grande dimenticata: basti pensare alla stessa dinamica processuale, la quale ruota attorno al rapporto tra l’accusato, fisicamente presente, e l’intero corpo sociale, simbolicamente rappresentato nel dibattimento. Nella RJ invece l’attenzione si sposta sul danno patito dalla vittima e soprattutto sull’attivazione di modalità di riparazione del danno: più che domandarsi chi sia colui che meriti di essere punito o quali siano le sanzioni proporzionate al reato compiuto, ora ci si chiede che cosa si possa fare per riparare al danno prodotto. Quest’ultimo interrogativo non esclude ovviamente che siano pienamente legittimi anche gli interrogativi sulla colpevolezza del soggetto e sulla sua adeguata punibilità; ma si tratta di domande successive, che si chiariscono alla luce della domanda fondamentale, quella che indirizza il focus sulla vittima e su come si possa riparare al danno da lei patito.

La centralità della dimensione riparativa, da non intendersi riduttivamente nei termini di una mera compensazione economica, segnala più in generale quanto siano rilevanti i legami e le relazioni all’interno del corpo sociale. Un delitto, un reato, una violenza contribuiscono a insidiare i buoni legami e a minacciare o addirittura a stroncare le relazioni, grazie alle quali la vita dei soggetti cresce e prospera. Non tutti i legami e non tutte le relazioni aiutano i soggetti a realizzarsi; ve ne sono alcuni che s’impongono con la violenza, il sopruso, il disprezzo a vario titolo dell’altro; ed è questo genere di legami, espressione di una logica fortemente asimmetrica di esercizio indebito di potere e di sudditanza, che minaccia la sussistenza dei buoni legami e delle buone relazioni che arricchiscono il vivere sociale. L’evento criminale per un verso è espressione di legami di disprezzo e di sudditanza, per un altro verso contribuisce a spezzare quei legami buoni, di riconoscimento reciproco, e ciò avviene in primo luogo con riferimento alla vittima, misconosciuta di fatto nella sua personalità giuridica e ancor prima morale. La giustizia riparativa intende ricostruire le relazioni compromesse e lesionate, e di nuovo a partire dalla centralità della figura della vittima sino a interessare potenzialmente l’intero corpo sociale; una tale forma di giustizia, proprio per la cura che riserva alla dimensione dei legami e delle relazioni, può quindi a buon diritto essere qualificata come relazionale.

Ma che cos’è propriamente la RJ? Per rispondere al quesito, possiamo riferirci alla Direttiva 2012/29 dell’Unione Europea, dove viene proposta una definizione completa e circostanziata, coerente anche con i Basic Principles della Risoluzione n. 12/2002 del Consiglio Economico e Sociale dell’ONU e con i risultati ai quali è pervenuta negli ultimi decenni la letteratura specialistica sul tema. Secondo tale definizione, per RJ s’intende «qualsiasi procedimento che permette alla vittima e all’autore del reato di partecipare attivamente, se vi acconsentono liberamente, alla risoluzione delle questioni risultanti dal reato con l’aiuto di un terzo imparziale». Emergono qui alcuni elementi qualificanti e irrinunciabili che possono essere così riassunti: la RJ, per esplicarsi, presuppone la partecipazione attiva da parte sia della vittima che dell’autore del reato; tale partecipazione – si badi bene – dev’essere volontaria; inoltre ha lo scopo di ristabilire la relazione tra il colpevole e la vittima, che ha subìto una lesione a causa del reato perpetrato; più in generale la RJ si prende cura dei conflitti relazionali prodotti dall’evento criminoso; infine, tale dinamica si sviluppa grazie alla mediazione di un terzo imparziale (M. Umbreit, The Handbook of Victim – Offender Mediation, San Francisco 2001).

L’attenzione verso la dimensione relazionale tra i soggetti implicati e tra questi e la comunità è – come si diceva – fondamentale: la ricerca di una soluzione che promuova la riparazione e la riconciliazione non interessa solo la vittima e il colpevole, ma indirettamente permette di rafforzare il senso di sicurezza collettivo. Non va poi sottovalutata la rilevanza del requisito della volontarietà, senza il quale semplicemente non si possono promuovere interventi e processi ispirati alla RJ. Da questo punto di vista è opportuno anche mettere in guardia rispetto a possibili fraintendimenti, quali quelli che riconducono alla logica della RJ misure, oramai ricorrenti anche nel nostro ordinamento, quali le pene alternative, i lavori socialmente utili, le interdizioni, le pene simboliche. Tali misure indubbiamente segnalano un superamento della logica retributiva; in esse però manca l’elemento della volontarietà, senza il quale non si può parlare di RJ.

2.    Rivisitazione di alcune figure

È opportuno a questo punto soffermarsi brevemente su alcune figure teoriche, che nell’orizzonte della RJ vengono sottoposte a un processo di revisione, spesso di critica, per acquisire infine un significato rinnovato.

a) La pena e il superamento della vendetta. Prendiamo le mosse da un concetto cardine, quello di pena, che nell’ottica sanzionatoria della concezione retributiva viene a qualificarsi come ciò che necessariamente consegue all’atto illecito; nel contempo la pena permette di ripristinare l’equilibrio infranto dalla violazione della norma giuridica. L’apice della giustificazione (razionalistica) della pena come retribuzione si ha in Kant, precisamente nella Metafisica dei costumi (Dottrina del Diritto, parte II, sez. I, Nota, E). Il delitto (per esempio il furto) è la lesione non tanto di un bene giuridico della vittima, quanto piuttosto della legge penale stessa; e il diritto pubblico di punire, compensando il male compiuto con la somministrazione di misure di espiazione e di afflizione per il colpevole, si configura come un vero e proprio imperativo categorico. Non si trova in tale concezione una particolare finalità rieducativa e neppure una valenza securizzante o di deterrenza. La pena semmai si giustifica in base alla libertà del soggetto e alla sua responsabilità; detto altrimenti, essa rappresenta l’implicito riconoscimento della libertà del soggetto: se, in quanto colpevole, non venisse punito, non verrebbe neppure considerato e valorizzato in ciò che gli è più proprio, la sua dignità, attestazione del suo essere morale e della sua libertà, anche nel compiere il male.

Una simile concezione della pena è stata però oggetto di varie critiche. Paul Ricoeur (Il diritto di punire, Brescia 2012), al riguardo, ha parlato di «aporia della razionalità della pena», dal momento che, attraverso il sistema sanzionatorio, si risponde all’atto violento del reo con un’altra violenza, seppure ammessa da un punto di vista legale. Con la pena si persegue infatti l’obiettivo di ‘cancellare’ il male derivante dal crimine, ma così facendo si cagiona all’autore del reato un altro male, che in genere consiste nella privazione della sua libertà. È vero che la codificazione della pena e la sua gestione da parte del potere pubblico permettono di sottrarla a un esercizio privato, facilmente esposto ad abusi, a ricatti, a risentimenti; la pena da questo punto di vista si giustifica come superamento della logica della vendetta. È altrettanto vero però che nella pena, concepita in termini puramente retributivi, sembra affacciarsi sotto traccia il meccanismo della vendetta. In termini più precisi, si può dire che il sistema giudiziario, come è stato acutamente osservato da René Girard ne La violenza e il sacro, si presenti come una sorta di razionalizzazione e di contenimento della vendetta; il dispositivo della vendetta viene quindi superato, ma al tempo stesso in qualche misura ricompreso e trasfigurato. Anche la dimensione sacrale della pena sembra riproporsi nonostante l’innegabile tendenza alla secolarizzazione che si impone nella modernità (è ancora Ricoeur ad annotarlo). La secolarizzazione ha via via agito nello sgravare la pena dei suoi significati originariamente mitici e poi religiosi; a questo lungo processo di autonomizzazione e di laicizzazione del diritto penale ha fatto seguito però un contromovimento, nel moderno apparato statuale, di risacralizzazione della pena: le testimonianze di questa sacralizzazione sia pure… laica non mancano, basti pensare alle ritualità che accompagnano la ‘celebrazione’ del processo.

L’obiettivo primario della teoria della RJ è superare lo schema ‘male chiama male’. Concretamente tale obiettivo viene perseguito ricercando strumenti di riparazione che, attraverso la partecipazione attiva delle varie parti coinvolte, siano capaci di far fronte ai conflitti originati dal reato. Qui si nota come la realtà della violenza, nella sua gravità e per il dolore che ha provocato, non possa certo essere misconosciuta; una eventuale concezione della RJ che sottovalutasse il peso della violenza si proporrebbe in modo semplicistico e ingenuo, oltre che inefficace. In verità la teoria della RJ avanza persino la pretesa di prendere maggiormente sul serio la cesura prodotta dal delitto e dall’offesa, e proprio per questo si attiva per individuare le modalità più proprie per favorire, ove ne sussistano le condizioni, la ricomposizione delle fratture.

Ciò solleva la domanda di quale ruolo assuma la pena nella RJ, domanda alla quale se ne collega immediatamente un’altra ovvero quale rapporto sussista tra la concezione retributiva e quella riparativa, se di radicale opposizione o di possibile complementarietà. È un interrogativo che espressamente si sono posti i teorici della RJ, i quali da un’iniziale teorizzazione della contrapposizione tra i due approcci, giustificabile con ogni probabilità con l’intento di far emergere le novità costituite dalla modalità riparativa, sono pervenuti a una posizione maggiormente articolata, nella quale affiorano anche le possibili analogie, oltre alle differenze dei due approcci (vd. H. Zehr - A. Gohar, The Little Book of Restorative Justice). In effetti è difficile immaginare che la RJ possa accreditarsi come totalmente sostitutiva del paradigma retributivo e quindi possa eventualmente fungere da paradigma unico della giustizia penale. Ciò sembra essere escluso, per esempio, dal requisito della volontarietà delle persone coinvolte, un requisito che non è sempre, né facilmente ottenibile, e senza il quale tuttavia non può esservi RJ. Quando non sia possibile garantire la sussistenza di tale requisito, è gioco forza concludere che la RJ non possa fungere da paradigma univoco del diritto penale.

Così come è opportuno chiedersi se nella RJ sia rinvenibile una qualche traccia della dimensione espiativa della pena. Marco Bouchard e Giovanni Mierolo in Offesa e riparazione (Milano 2005, p. 61) non lo escludono: «Se proprio vogliamo ammettere dei tratti espiativi nella riparazione, questi possono giustificare il dolore solo nella dimensione relazionale della reciprocità dello scambio tra chi ha perduto un’integrità e chi può concorrere nel ricostruirla». Di nuovo emerge la centralità della relazione tra i soggetti coinvolti: si ammette che la valenza espiativa possa esercitare una qualche funzione, purché essa non sia considerata fine a se stessa, confinata in una mera volontà di afflizione, secondo l’assunto inammissibile del ‘male chiama male’. La sofferenza dell’espiazione, se ha un senso, ce l’ha in quanto è finalizzata a rendere possibile la riparazione e in definitiva la ricostituzione del legame sociale, infranto dall’offesa.

b) La vittima, il colpevole, la comunità. Uno degli elementi che maggiormente contraddistingue la prospettiva della RJ risiede nell’intento di valorizzare la figura della vittima, in contrapposizione al sistema retributivo, che invece concentra l’attenzione sul reo e sulla pena che egli deve scontare. Le diversità di prospettive adottate possono essere interpretate attraverso due differenti modalità, di tipo impersonale l’una e personale l’altra. La logica retributiva e sanzionatoria più che porre il reo di fronte alla vittima, lo pone dinnanzi allo Stato. L’impersonalità di questa modalità fa sì che non si possa avvertire pienamente la gravità dell’offesa e le risonanze emotive ed esistenziali che questa lascia nel vissuto di chi è stato concretamente colpito. Vi è una bella differenza tra la rappresentanza della vittima, attraverso modalità inevitabilmente impersonali, e la vittima considerata nella sua realtà concreta. Per questo la RJ cerca di ridare voce alla vittima, nella sua singolarità, corrispondendo alla sua richiesta di veder riconosciuto il proprio dolore, frutto dell’offesa ricevuta.

Questa dinamica di personalizzazione è destinata a coinvolgere in primo luogo il colpevole, al quale si richiede un’assunzione di responsabilità, innanzitutto prendendo coscienza del danno causato, poi rendendosi disponibile a individuare i motivi che lo hanno portato a una condotta illecita e infine accettando di riparare all’offesa arrecata. È un percorso lungo e impegnativo di autoresponsabilizzazione, che dovrebbe arrecare beneficio non solo al reo e alla vittima, ma anche alla società intera, con un’auspicabile e possibile diminuzione del tasso di recidiva (tasso che purtroppo in Italia ammonta a ben il 67%, uno tra i più alti in Europa).

La dinamica di personalizzazione rende possibile anche un recupero della dimensione relazionale della giustizia (J. Burnside, N. Baker (eds), Relational Justice: Repairing the Breach, Waterside Press, Winchester 1994): la RJ non considera solo il deterioramento derivante dalla lesione di un bene giuridico fondamentale, ma anche il danno relazionale e l’allentamento del legame sociale causati dall’evento criminoso. Nello specifico, gli strumenti riparativi vogliono prima di tutto evitare che i conflitti provocati dal reato rimangano irrisolti o si radicalizzino, per poi provare a recuperare i rapporti tra reo, vittima e società. Ci si muove quindi tra passato e futuro, con l’intento di far scemare i sentimenti di sfiducia, rancore e vendetta a livello sia personale che sociale e di ricostruire relazioni rinnovate, improntate al rispetto e al riconoscimento reciproco. Fondamentale è il coinvolgimento della comunità perché quest’ultima, oltre ad essere inclusa nei percorsi di RJ, diviene destinataria della riparazione stessa (Restorative Community Justice: Repairing Harm and Transforming Communities, ed. by G. Bazemore - M. Schiff, Cincinnati - OH 2001): partecipando alle attività riparative, la comunità, e più ampiamente l’intero corpo sociale, può infatti ricavarne un beneficio nei termini di un aumento del senso di sicurezza collettiva.

c) Il tempo e la memoria. Nella vita e nella storia degli uomini, specie quando queste siano segnate dalla violenza, dall’offesa e dal dolore, l’esperienza del tempo, attraverso la rielaborazione personale e collettiva degli eventi trascorsi, svolge un ruolo decisivo e non privo però di ambiguità. Si parla spesso del tempo come farmaco per il soggetto, capace a lungo andare di allentare il peso del dolore per l’offesa subita; d’altra parte c’è il rischio in questo modo che la rielaborazione di un evento traumatico e doloroso sia confinata nella sfera privata, e non abbia un riconoscimento pubblico. Lo stesso sistema giuridico a ben vedere mira a depotenziare la negatività che accompagna il compimento di eventi delittuosi, negatività che può rinnovarsi e accrescersi nel corso del tempo, grazie al ricordo. La sentenza emanata dalla corte a conclusione del processo non è altro, da questo punto di vista, che il tentativo di scrivere la parola fine su quel ‘fatto’, su quel delitto; lo stesso strumento della prescrizione può essere letto nei termini di un necessario punto di arrivo, oltre il quale non si va, anche per porre un argine al possibile rinfocolarsi dei rancori e dei risentimenti. L’obiettivo può risultare ragionevole e condivisibile, ma è facile osservare come esso si esponga facilmente al rischio di incoraggiare meccanismi di rimozione. L’ambiguità dell’esercizio della memoria rispetto alla distanza temporale di fatti ed eventi si palesa qui in tutta chiarezza: la memoria può diventare uno strumento potente e incontrollabile, che alimenta il risentimento; per evitare ciò può d’altro canto autolimitarsi e imporsi di non andare oltre, adottando però una scorciatoia, quella della rimozione (si pensi in tal senso allo strumento dell’amnistia e alla valenza che gli viene attribuita di ‘chiudere con il passato’).

Tra espressione incontrollata, faziosa e risentita della memoria e rinuncia al suo esercizio, che però genera rimozione, vi è forse lo spazio per coltivare in modo attivo il tempo, il che però può paradossalmente aver bisogno anche di un oblio attivo e selettivo, per riprendere alcune suggestioni di Ricoeur (La memoria, la storia, l’oblio, Milano 2003). Certo è che non può darsi riparazione (e riconciliazione) senza rielaborare in modo attivo e consapevole il tempo; è una rielaborazione che non può rimanere chiusa nell’intimo della persona, ma che si costruisce attraverso lo scambio e il confronto tra le persone coinvolte a vario titolo. Rinnovare la memoria significa allora ricostruire i fatti del passato in modo il più possibile condiviso, evitando unilateralità e faziosità, attivando un controllo critico sul significato di comportamenti, parole, simbologie; ciò potrà richiedere anche di favorire quella capacità di andare oltre, attraverso quel paradossale oblio attivo, che altro non è che il risultato di una memoria critica, che dopo essersi rivolta al passato si proietta verso il futuro.

Una straordinaria esemplificazione di questa capacità di rielaborare le vicende dolorose del passato, senza rimanere invischiati nella logica dei risentimenti e delle ritorsioni, si può rintracciare nella ben nota esperienza della «Commissione per la verità e la riconciliazione», presieduta da Desmond Tutu e voluta da Nelson Mandela, Presidente del nuovo Sudafrica post-apartheid. Le funzioni e i poteri della Commissione erano stati stabiliti da una legge votata dal Parlamento; tra questi vi era anche la possibilità di accordare l’amnistia a coloro che, responsabili di crimini razziali, avessero reso pubblica e completa confessione dei propri misfatti. La commissione vagliava la fondatezza di tali confessioni, dopo aver acquisito anche le testimonianze delle vittime sopravvissute o dei loro parenti, e quindi decideva se accordare il beneficio richiesto dal colpevole oppure rifiutarlo, rinviando il giudizio del caso all’autorità giudiziaria ordinaria. Si noti come la volontà di chiudere con il passato, attraverso anche lo strumento dell’amnistia, in questa procedura richiedeva per essere soddisfatta alcune condizioni ovvero la narrazione condivisa da rei e vittime dei crimini trascorsi, la loro rielaborazione pubblica, l’autoconfessione dei responsabili. Il ricorso all’amnistia non passava attraverso un colpo di spugna sui crimini del passato; al contrario, la ricostruzione della memoria richiedeva un atto esigente ai colpevoli, che fra l’altro non erano certi dell’accettazione della propria richiesta, e coinvolgeva anche le vittime. Più che cancellare il passato, si trattava di andare oltre, con la condivisione di una memoria dolorosa, che disponesse a una volontà di riconciliazione e di ricostruzione futura.

4. RJ come giustizia relazionale: l’iconografia

Sono molteplici le immagini tradizionali che danno conto della giustizia (e della giustizia penale). Quelle più diffuse e consolidate sono fondamentalmente tre ovvero la bilancia, la spada e la benda. A mo’ di conclusione ci si può chiedere quale di queste simbologie si adatti maggiormente a dar conto della novità costituita dalla RJ o per contrasto quale se ne discosti in modo più netto. La mancanza di spazio consente di avanzare un’ipotesi solo in risposta a quest’ultimo quesito. Ebbene, se è costitutiva della RJ la valorizzazione della dimensione relazionale, allora il simbolo della benda risulta essere in tal senso quello più problematico. La benda vorrebbe alludere alla garanzia di imparzialità propria della giustizia; tale imparzialità rischia però di trasformarsi in ‘impersonalità’, in procedure fredde e asettiche, che intenzionalmente astraggono dalle persone della vittima e anche del reo e soprattutto astraggono dalla possibile ricostruzione della relazione vittima-colpevole e più in generale dalla ricomposizione del legame sociale, attraverso la riparazione della lesione.

Come hanno evidenziato gli importanti studi di Mario Sbriccoli e Adriano Prosperi, la prima rappresentazione della giustizia bendata risale al 1494 e ben presto verrà riproposta in innumerevoli disegni, incisioni, ristampe, testi teatrali, che troveranno rapida diffusione nei paesi del Nord Europa. Inizialmente il significato della benda era chiaramente polemico: si voleva colpire la follia, l’imprevedibilità, l’arbitrarietà della giustizia e di coloro che erano chiamati ad amministrarla. Nel giro di pochi decenni, tuttavia, questa visione critica e negativa si trasformerà in una piena legittimazione della giustizia bendata, che proprio in quanto cieca è in grado di assicurare l’imparzialità. È probabile che in questa mutata valutazione, da negativa a positiva, della benda affibbiata alla giustizia abbia influito – come ha sostenuto Prosperi (Giustizia bendata, Torino 2008) – la rappresentazione dell’uomo giusto per antonomasia, ovvero di Gesù bendato, offeso e deriso, condannato ingiustamente. La figura di Gesù bendato diviene così critica del sistema della giustizia, soggetto ad arbitri, abusi, corruzioni. Sta di fatto che la Costituzione criminale Carolina, promulgata da Carlo V nel 1532, capovolge il significato della benda: non una giustizia folle, illogica, imprevedibile, ma una giustizia che non fa differenze, che non guarda in faccia nessuno.

Al di là di questa simbologia, assai diffusa nella modernità, ve ne sono altre che forse possono essere utilmente recuperate ai fini di una migliore comprensione del valore della RJ. Un’iconografia suggestiva e nel contempo complessa, nella quale s’intersecano una pluralità di significati, è quella rinvenibile nella rappresentazione della giustizia e dell’ingiustizia, all’interno del ciclo dedicato alle allegorie delle virtù e dei vizi e dipinto da Giotto tra il 1303 e il 1305 nella Cappella degli Scrovegni di Padova. Forse non è casuale che la giustizia sia raffigurata da una donna e l’ingiustizia da un uomo: sembra quasi di assistere a un’anticipazione del dibattito etico contemporaneo in merito alla care ethics e all’importanza di valorizzare la dimensione della relazione, della cura e della responsabilità personale rispetto alla logica, giudicata astratta, dei principi e delle norme; come è noto, Carol Gilligan, una delle prime fautrici della care ethics, ha avanzato la tesi che le donne esprimano al meglio un’attitudine etica di concreta attenzione e di cura verso gli altri rispetto invece a un’etica formale di principi, imperniata sulla giustizia, che sarebbe appannaggio degli uomini. A rigore nel ciclo giottesco non si ha immediatamente a che vedere con la contrapposizione tra cura e giustizia; in gioco sono semmai due diverse idee della giustizia, quella autentica delineata dalla figura femminile che tanto ricorda la figura di Maria come Mater misericordiae evocata dal mantello tipico della madonna gotica, e quella degenerata attribuita alla figura di un tiranno. La virtù della giustizia trasmette un senso di serenità e di sicurezza; non manca affatto la forza, ma questa è temperata. La giustizia nel farsi valere rinvia a un’ulteriorità, è infatti accompagnata dalla misericordia e perciò si fa giustizia concreta e attenta alle relazioni. Non vi è traccia della benda; la bilancia è invece ben presente e collocata al centro dell’allegoria, mentre la spada viene confinata lateralmente in uno dei due piatti della bilancia: è utilizzata dall’angelo che sta giustiziando il male, di contro all’altro angelo, che sta incoronando il bene.

Nella rappresentazione dell’ingiustizia la spada è collocata in primo piano, tenuta ben stretta nella mano sinistra del tiranno, che poi nella destra afferra una lancia uncinata. Egli si erge ai piedi della città, la cui porta però sta cadendo a pezzi. La forza viene qui esasperata sino a tramutarsi in una violenza generalizzata che colpisce il vivere civile, destabilizzandolo e rendendolo pericoloso e insicuro: ne sono una dimostrazione gli omicidi e i furti commessi dai predoni che vengono raccontati nella fascia inferiore dell’affresco. Persino nella natura si manifesta un senso di oppressione e di minaccia.

Forse non è neppure casuale che l’uomo dell’ingiustizia venga ritratto di profilo, a differenza della donna, quasi a voler suggerire che la giustizia, per essere concreta e attenta alle relazioni, necessita di uno sguardo ampio e non parziale, né unidirezionale. Con la giustizia prospera la vita della communitas: ci si può dedicare agli affari, agli scambi commerciali, alla caccia (si veda la parte inferiore dell’affresco); c’è tempo anche per la festa e per le danze. È una giustizia relazionale che rafforza e nobilita il legame sociale. Lo spiega bene l’iscrizione che descrive il buon vivere nella città in cui regna la giustizia. Al pari di tutte le altre iscrizioni che fungono da didascalia agli affreschi giotteschi e che sono state recentemente decodificate in modo pressoché integrale da Giulia Ammannati (Pinxit industria docte mentis, Pisa 2017), essa esprime con chiarezza i significati dell’allegoria: «… Tutto gode di libertà sotto il suo regno, ciascuno svolge con gioia l’attività che preferisce. Il buon soldato va a caccia; si canta e ci si diverte; al mercante viene data strada; per il predone è tempo di nascondersi».

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