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 UNA CASTA A TUTTI GLI EFFETTI: L'ORDINE DEI GIORNALISTI (Estratto da Paradoxa 2/2017)


 Gianpietro Mazzoleni

Un’anomalia italiana

L’Ordine dei giornalisti. Una realtà tutta italiana. Quando si cerca di spiegare agli studiosi stranieri di media e giornalismo che cosa sia, cosa faccia e soprattutto perché da noi esista una simile ‘istituzione,’ ci si trova sempre in grande difficoltà. Anche evitando di dire che l’idea risale all’epoca fascista, si prova un certo imbarazzo nello spiegare che la professione giornalistica è regolata da una legge, risalente al 1963 (la n. 69), che ha istituito un Ordine al quale ha affidato il ruolo di decidere chi può entrarvi e chi no. Se poi chiedono spiegazioni sui criteri che regolano l’entrata, l’imbarazzo cresce perché bisogna dire cose indecifrabili per un uditorio non italiano: aver frequentato corsi approvati dall’Ordine, aver fatto diciotto mesi di praticantato, superato un esame… di Stato, nelle cui commissioni siedono anche magistrati… e poi frequentare corsi d’aggiornamento ogni anno a pagamento! A questo punto l’interlocutore internazionale mostra segni evidenti di sconcerto e si meraviglia che tutto ciò sia stato possibile per così tanto tempo e che sia oggi ancora possibile.

Infatti, se si guarda con occhi stranieri all’esistenza dell’Ordine e a che cosa ha significato per il giornalismo italiano dobbiamo parlare più che di una ‘realtà’ italiana, di un’anomalia tutta italiana in un contesto europeo dove si diventa giornalisti seguendo percorsi che non contemplano forche caudine di corporazioni dotate di poteri di interdizione conferiti dallo Stato. Non è di oggi la critica di molti esponenti del mondo del giornalismo e dei media alla anomalia italiana. Già negli anni ’70 Paolo Murialdi, fondatore della rivista «Problemi dell’informazione» e per anni Presidente della FNSI, sosteneva che l’Ordine andasse abolito. E sono stati anche molteplici i tentativi di riforma della legge e di tutto il comparto della formazione al giornalismo. Tentativi non andati a buon fine, tant’è vero che la Legge n. 69 è ancora in vigore, e ancora condiziona pesantemente la vita di molti iscritti all’Ordine e di migliaia (soprattutto giovani) che vedono intralciata da norme ‘medievali’ la loro ambizione di lavorare nel mondo dell’informazione. Un mondo, come vediamo, che negli ultimi 10 anni si è trasformato profondamente grazie alle nuove tecnologie digitali, alla globalizzazione della notizia, ai social che hanno messo a dura prova anche il giornalismo mainstream in paesi con meno ‘lacci e lacciuoli’.

A scuola dell’Ordine

Alcuni cambiamenti nel campo della formazione giornalistica ci sono stati, soprattutto negli ultimi vent’anni, ma sono cambiamenti che hanno suscitato parecchie perplessità e che dimostrano che invece di cambiare per aprirsi ai tempi mutati la corporazione giornalistica nazionale ha preferito confermare e rafforzare il monopolio che già deteneva. Dietro le solenni dichiarazioni di apertura alla formazione di livello universitario (come si sa, una volta, per diventare giornalisti, la formazione uno la faceva nella ‘bottega’) l’Ordine, facendosi forte delle prerogative assegnategli dalla legge, si è impossessato dei curricula formativi che la riforma universitaria aveva prefigurato anche per il campo giornalistico. Le università nell’applicazione delle leggi di riforma (D.M. 509/1999; L. n. 270/2004; L.n. 240/2010) non hanno potuto varare lauree triennali o magistrali di giornalismo (come invece avviene in tutto il mondo libero), e quando lo hanno fatto hanno dovuto presto chiuderle, essendosi trovate davanti l’ostacolo dell’autorità riconosciuta all’Ordine di decidere se e quali lauree o master fossero idonee a preparare i futuri giornalisti. Con l’aggravante di vedersi imporre, nell’organizzazione delle Scuole (ovviamente ‘convenzionate’) e dei master, quali tipi di insegnamenti inserire nei programmi e quali no, condizionando non solo l’autonomia dell’insegnamento universitario, ma l’impianto stesso del curriculum formativo. Le Università purtroppo hanno chinato la testa, hanno rinunciato alla propria missione di ideazione e gestione della formazione, pur di avere o di ospitare una Scuola di Giornalismo, che ovunque è una vera e propria repubblica indipendente nell’ordinamento universitario. Altra anomalia tutta italiana.

I responsabili dell’Ordine godono tuttavia dell’alibi che gli concede la legge n. 69. Non è stata una policy elaborata autonomamente dalla dirigenza. Gli artt. 32 e 34 dicono chiaramente che per essere ammessi all’esame di Stato (di «idoneità professionale») è obbligatorio un periodo di diciotto mesi di praticantato per coloro che non hanno frequentato una Scuola riconosciuta. Quindi, finché la norma non viene abolita, il ricatto della ‘formazione autenticata’ dall’Ordine rimarrà in vigore.

Giornalisti ma con la patente

L’Ordine dei Giornalisti italiano ha l’obbligo stabilito per legge di regolare l’accesso alla professione, di gestire l’eventuale radiazione in caso di violazioni dei codici etici e di difendere l’operato dei suoi associati a fronte di tentativi di terzi di limitare l’esercizio della professione. Il tutto è regolato da una complessa normativa che rimanda alla Costituzione e alle leggi sulla stampa, al codice civile, al codice penale e alla giurisprudenza interna, e viene interpretato e applicato nei contratti nazionali con gli editori. In altre parole, l’Ordine è l’apparato burocratico, creato ad hoc dallo Stato, per legittimare pubblicamente il lavoro giornalistico, riconoscendogli automaticamente l’autogestione su tutta una serie di materie che nell’intenzione del legislatore garantiscono l’autonomia dell’attività di informazione da altri poteri che potrebbero altrimenti condizionarla. Questa è la posizione di coloro che difendono a spada tratta l’esistenza dell’Ordine. Ma, come si diceva, l’istituzione dell’Ordine risale a più di mezzo secolo fa (1963) e se in quel lontano periodo della Repubblica aveva un senso regolamentare sia pure con nobili fini – alla stregua di tante altre professioni come quella di medico e di avvocato – l’attività del giornalista, le riforme fallite o molto parziali dell’Ordine ci presentano un organismo intatto nella forma e nella sostanza che opera in un ecosistema sociale, tecnologico e culturale profondamente mutato. La forma è appunto sempre quella della Legge n. 69 che, in concreto, rende la professione giornalistica un territorio parastatale e la sottrae a ogni concorrenza esterna, un ‘closed shop’ a tutti gli effetti. Infatti, è lo Stato che concede l’abilitazione, e punisce (art. 348 del Codice Penale) chi esercita la professione ‘abusivamente’, proteggendo così la corporazione dei giornalisti da eventuali concorrenti (che sono automaticamente ‘abusivi’).

E come è spesso avvenuto con tutti gli Ordini, l’essere oggetto di normazione da parte del legislatore li rende anche oggetto di ‘attenzione’ che si è spesso trasformata in accondiscendenza alle richieste delle corporazioni di privilegi e prebende, dallo sconto su treni e aerei, per intenderci, alle pensioni speciali (INPGI), al mantenimento dello status quo per decenni, al monopolio della formazione, in una logica di do ut des tanto inconfessata quanto largamente manifesta.

Ora sono in molti tra la categoria a chiedere la riforma dell’Ordine, ma l’impressione è che lo si voglia semplicemente ‘modernizzato’ nella burocrazia, ma con il mantenimento delle posizioni di rendita acquisite negli anni. Nella pubblicistica sull’argomento si trovano dotte disquisizioni giuridiche e procedurali sui diritti e sui doveri del giornalista, ma non si trova mai la parola ‘liberalizzazione’ che evidentemente è aliena dalla mentalità della corporazione. In un mercato dove si sono viste imprese editoriali raggiungere traguardi favolosi – le cui ragioni sono nel mono/duo/oligopolio che ha caratterizzato l’industria dei media di casa nostra – e poi soffrire di lì a poco crisi rovinose provocate dall’incapacità di affrontare le sfide dell’innovazione e della globalizzazione, per i giornalisti parlare di liberalizzare l’accesso alla professione suona come un affronto alla tradizione di prestigio elitario del giornalismo italiano.

Eppure lo sviluppo tecnologico ha cambiato le carte in tavola: fare informazione non vuol più dire solamente scrivere un articolo da stampare di notte su carta oppure leggere le notizie la sera al TG o al GR. Nuove generazioni di giovani mossi dall’antica passione per il giornalismo si ritrovano frustrati dalla pochezza degli accessi e poco disposti a rivestire i ristretti panni del giornalista patentato che una legge vecchia di 54 anni ancora impone a chi ha la pretesa di «fare la notizia».

Tuttavia, è doveroso chiarire che un accesso indiscriminato a una professione che negli ultimi tempi ha dimostrato di essere in crisi di identità, soprattutto di fronte alle sfide della Rete ben rappresentate nella ‘post-verità’ – sempre esistita ma che la marcia di Trump verso la presidenza ha tematizzato – non è l’esito a cui aspira una liberalizzazione. Premesso che liberalizzare non vuol dire ‘liberare’ da qualsiasi vincolo, è giusto che anche chi vuol fare o è giornalista sottostia a determinate regole, che però hanno più a che fare con il comportamento (e dunque con la deontologia) che con l’obbligo di rivestire una divisa.

A parte le regole generali imposte dai codici civile e penale, una liberalizzazione come esiste in molti altri paesi prevede che le regole specifiche di una professione vengano autonomamente elaborate e accettate dagli stessi iscritti di quell’associazione o di quell’albo. Per la verità, è successo varie volte anche nel caso del nostro Ordine dei Giornalisti, quando è stata approvata ad esempio la Carta di Treviso (1990), il T.U. dei doveri del giornalista (2016), o nel caso di varie redazioni di testate che si sono date codici deontologici interni. Quindi, per preservare la dignità e la libertà di chi vuol fare informazione e per garantire la qualità dell’informazione (dall’obiettività al pluralismo) esistono rodati strumenti giuridici altri rispetto ad ingabbiamenti burocratici voluti da un regolatore troppo preoccupato di mantenere un qualche controllo sulla professione e dai suoi esecutori materiali molto zelanti nell’esercitare questo potere delegato.

Dove osserviamo l’esercizio di questo potere? Essenzialmente nel sostenere la sopravvivenza di un Ordine con le prerogative esistenti. Come notato, sono diversi oggi i giornalisti a favore della sua abolizione, ma al di là dell’auspicio non si vedono azioni concrete efficaci, singole o organizzate, indirizzate allo smantellamento dell’apparato e per la sua sostituzione con un organismo meno ‘esclusivo’.

Ma l’Ordine, alla pari di altri analoghi organismi, sia pure in forza dei poteri conferitigli dalla legge, ha sviluppato nei decenni un livello di autoreferenzialità che lo fa collocare tra le «società incivili» di cui trattiamo in questo studio della rivista. Come scrive Pasquino nell’introduzione al presente fascicolo monografico, «siamo di fronte a associazioni che godono abitualmente di un monopolio della rappresentanza e che, pertanto, non ricevono nessuno stimolo al cambiamento e al dinamismo da una inesistente competizione. Sono associazioni robuste, ma sicuramente non vibranti proprio perché non vengono sfidate da altre associazioni operative nello stesso ambito. In generale, la loro azione non è propositiva, ma difensiva». Da monopolista, l’Ordine evita di introdurre anche le più lievi forme di concorrenza, tanto meno di riconoscere quelle elaborate da altri, tendendo invece a reprimerle quando appaiono all’orizzonte, facendosi forte della legge sull’esercizio abusivo della professione. Tra i molti casi ne ricordiamo due, emblematici dell’atteggiamento della corporazione. Il primo è raccontato dal giornalista Alessandro Giglioli nel libro Meglio se taci (Milano: Baldini Castoldi, 2015) e riguarda il giornalista siciliano Pino Maniaci. Nella zona di Corleone Maniaci si distingue per la sua coraggiosa opera di denuncia attraverso la sua televisione TeleJato dei misfatti mafiosi e per questo oggetto di intimidazioni e minacce da parte dei boss locali. Ebbene, alle molte difficoltà deve fare fronte anche alla denuncia di esercizio abusivo della professione per la quale rischia di trovarsi l’Ordine dei giornalisti siciliano come parte civile, perché, secondo il PM di Palermo Maniaci ha commesso il reato «con più condotte, poste in essere in tempi diversi ed in esecuzione del medesimo disegno criminoso». «Un disegno criminoso – commenta amaramente Giglioli – consistente nell’informare sulla mafia». Poi assolto «perché il fatto non sussiste», Maniaci si convince che gli conviene iscriversi all’Ordine, ma è costretto ad affrontare molteplici ostacoli burocratici e nuove resistenze all’interno dello stesso Ordine a cui si rivolge per avere «la patente» (Giglioli, passim).

L’altro caso riguarda una non giornalista, Barbara d’Urso, denunciata dal presidente dell’Ordine Iacopino per «esercizio abusivo della professione giornalistica». Infatti, la d’Urso nel suo show domenicale intervista(va) vari personaggi e questo venne ravvisato dal custode della professione come un usurpare una funzione che la legge affida esclusivamente agli iscritti all’Ordine. Il Tribunale di Monza si è dimostrato più liberale nell’interpretazione della legge del suo custode ufficiale. Infatti, ha assolto la conduttrice con una motivazione che segnala come certi tribunali abbiano già registrato il cambiamento profondo che sta avvenendo nel mondo dell’informazione: «la tipologia del programma di Barbara d' Urso è inquadrabile nell'infotainment» («Il Messaggero», 1 Marzo 2016). Molti altri casi di assoluzione di questo tipo si registrano anche per blogger e per pubblicazioni di notizie sulle nuove piattaforme dei social. È appunto questa trasformazione dei processi di raccolta, produzione e diffusione della notizia che rende paradossale l’ordinamento vigente, per quanto riguarda i dettami della legge e la funzione dell’Ordine.

Quale ‘mercato’ del lavoro giornalistico

Di esempi come quelli appena citati ne sono sicuramente pieni i verbali dei vari consigli regionali e nazionale dell’Ordine, perché si tratta di una attività obbligatoria ma che al di là della buona fede di chi la svolge è nella sostanza profondamente censoria e discriminatoria. Infatti, da una parte, impedisce a chi non ha la «patente”» (la famosa tessera) di godere pienamente del diritto costituzionale di «manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» (art. 21), e, dall’altra, impone di piegarsi a regole che oggi più di ieri fanno a pugni con un mercato del lavoro giornalistico che certamente non è più quello degli anni ’60, ma nemmeno dei primi anni 2000. Il pubblico generale non viene facilmente a conoscenza di fatti del genere, se non sono coinvolti personaggi dello spettacolo. Eppure si tratta di una prassi deleteria perché sistematicamente soffoca l’evolversi di una professione-chiave, la cui salute è anche indicatore della salute della democrazia e dell’intero sistema-paese.

Nonostante i molti convegni e una ricca pubblicistica, soprattutto internazionale, su quali sfide hanno davanti i giornali nel mutato ecosistema mediatico, su quali sono i profili del giornalismo ai tempi della Rete, su quale futuro è riservato all’informazione tout court nell’epoca di Facebook e Twitter, nel nostro Paese sinceramente non si vedono adeguate politiche che accompagnino il cambiamento nel campo giornalistico. I casi su accennati dimostrano che l’Ordine continua a fare da cane da guardia, o se si preferisce da poliziotto che punisce chi abusa della… libertà di espressione. Il paradosso, come si è appena detto, non è solo nelle parole, ma nella permanenza di un ordinamento a dir poco anacronistico, che impedisce la libertà dei cittadini. Perché, se è valido sostenere che non tutti possono liberamente fare i medici, le cui competenze si acquisiscono solo dopo lunghi anni di studio e di pratica, e che per la peculiarità della professione necessitino rigide regole di abilitazione onde garantire l’incolumità dei pazienti, il ragionamento non vale necessariamente per il lavoro dell’informazione. La natura di quest’ultimo è prioritariamente quella definita dalla Costituzione, e cioè la manifestazione del pensiero (una notizia è sempre confezionata da una persona che ha opinioni, visioni, atteggiamenti non ‘ingabbiabili’) attraverso i mezzi di comunicazione. Che una volta erano, e lo sono ancora, la carta stampata (dal giornalino di classe alla testata blasonata), la radio (dalle ‘radio pirata’ alla BBC), la televisione (dalla pioniera TeleBiella alla CNN) – non a caso spesso coinvolti in controversie sulla libertà di diffusione – ma che oggi sono i giornali online (che producono contenuti crossmediali), YouTube (che diffonde videoregistrazioni di eventi i più diversi e anche ‘giornalismo di strada’, tipo YouReporter), Facebook (che oltre a fare networking tra centinaia di persone [«amici»] è un canale di intensa informazione e di mobilitazione in tempo reale), Twitter (forse il social che per antonomasia è il canale di espressione delle opinioni personali, oltre che di rilancio di notizie). Questi e altri nuovi media si trasformano ogni giorno, arricchendosi di funzioni specializzate che moltiplicano le piattaforme sulle quali l’attività di informazione si viene a dispiegare. Di fronte a questo scenario, inedito fino alla nascita di Internet, le vecchie definizioni di ‘giornalismo’ necessitano quanto meno di essere riviste. Anche prima di Internet la chiacchierata al bar non era sovrapponibile alla chiacchiera su una rivista di gossip: l’una rimaneva chiacchiera da bar, circoscritta ai pochi avventori di quel momento, l’altra era consacrata dai mass media e quindi diventava un prodotto giornalistico fruibile da molti. Il confine era chiaro. Ma oggi come tracciare il confine tra bar e giornalismo quando quella medesima chiacchiera avviene al ‘bar’ della Rete, la seguono a migliaia in tutto il mondo e a sua volta deflagra in innumerevoli altre chiacchiere, tali da creare nuove conoscenze, nuove idee, nuove vulgate? Come si vede, l’ecosistema della comunicazione è così cambiato che chiama in causa una delle funzioni classiche del giornalismo professionale consacrato nell’era della comunicazione di massa, quella di filtro e autenticazione che una notizia è vera, al di là di come e da chi viene raccontata. Una chiacchiera originata al bar oggi circola immediatamente, si amplifica e assume determinate caratteristiche che non sono plasmate dalle classiche routine del news-making, ma che non si possono escludere a priori come forme di informazione di natura giornalistica. Ma è difficile non riconoscere che esse sono legittima attività di ‘manifestazione del pensiero’, con tutti i rischi e gli infortuni che sono insiti in una simile attività, ma che non sono socialmente accettabili per esempio in un esercizio di libera medicina. Senza voler entrare in una discussione ad ampio spettro, qui preme sottolineare soltanto che il giornalismo classico si è visto sottrarre molte funzioni, dal narrare una storia alla interpretazione della stessa, ma ha anche perso molto prestigio e forse la stessa identità che si pensava consolidata. Nel bene e nel male. Ma non per questo è finito il ‘lavoro di informazione’; è solamente cambiato il modo di lavorare l’informazione e anche di lavorare nell’informazione. E qui si ripropone la questione di che senso abbia la continuazione di un complicato e assurdo processo di legittimazione e riconoscimento per legge di una professione che non è più quella classica e di funzioni che stanno svanendo.

I cambiamenti riguardano anche i mondi dell’editoria e della pubblicità. Stiamo assistendo a: a) ridimensionamenti e fusioni delle vecchie grande industrie editoriali (giornalistiche e librarie), b) nascita di nuovi ‘editori’ che fondano la loro attività e le loro fortune sui social e sulle piattaforme digitali, c) rivoluzionamento delle vecchie pratiche lavorative sulla spinta dell’introduzione delle nuove tecnologie, d) cambiamento radicale dei modelli di consumo dell’informazione da parte degli utenti, e) spostamento delle risorse pubblicitarie dalla editoria classica alla Rete, con pesanti ripercussioni sulla sostenibilità dei vecchi modelli di business. La ripercussione di tutti questi mutamenti epocali la si registra purtroppo sugli esiti occupazionali dei giornalisti ‘patentati’ che escono dalle scuole dell’Ordine. Sempre meno giovani trovano lavoro, il lavoro quando c’è è di tipo precario, intermittente, i pre-pensionamenti nella coorte di giornalisti più anziani (e quindi ‘protetti’) sono ormai prassi quotidiana. In una parola siamo di fronte a un mercato del lavoro giornalistico ‘liquido’, che non garantisce più quella sicurezza accompagnata dai privilegi dei tempi andati e che richiede un profondo cambiamento di mentalità in chi si accinge a diventare giornalista e in chi è ancora seduto sugli allori dei tempi che furono.

Ci si attenderebbe che, di fronte a un cataclisma del genere, l’Ordine dei giornalisti si candidasse a guidare il cambiamento, chiedendo coraggiosamente al legislatore di abolirlo o almeno di scioglierlo dai vincoli che ne fanno un agente della conservazione. Finché rimane quello che è oggi, sarà sempre un ostacolo alla liberalizzazione del mercato del lavoro. E in questo suo essere strutturalmente anti-concorrenza trova manforte anche nel sindacato, come illustra bene un recente caso in cui un’apertura del mercato è stata vista come un attacco ai livelli occupazionali: «Tutti contro la decisione di Palazzo Chigi di fare unbando europeoper selezionare leagenzie di stampache forniranno i loro notiziari al governo. Le agenzie di stampa italiane hanno annunciato lo stop dei loro lanci per qualche ora […]: i giornalisti si riuniranno in assemblea per discutere del nuovo sistema». («Il Fatto Quotidiano», 21 Marzo 2017).

Una corporazione che protegge se stessa

L’Ordine dei Giornalisti non solo è geloso gestore della formazione, non solo tiene stretto a sé il potere di dare o non dare la patente di giornalista, non solo vuole essere quello che decide se uno può lavorare (come ‘giornalista’) oppure no, difende anche con tenacia la sua autorità di giudice del comportamento dei giornalisti.

Del resto è ancora la legge istitutiva che gli assegna il compito di disciplina, di sanzionare cioè condotte che violano i codici deontologici, fatte salve le competenze della giustizia ordinaria. La storia dei casi controversi trattati dai vari Consigli regionali (a cui è demandato il compito) nei 50 anni di esistenza dell’Ordine meriterebbe essere scritta un giorno, preferibilmente da un giallista, tante sono le vicende umane e professionali che si intrecciano con il variare delle stagioni politiche e culturali del nostro Paese. Ne uscirebbe uno spaccato avvincente di quelli che sono vizi e virtù, tic e idiosincrasie, retoriche e ipocrisie di una categoria che ha forgiato, proprio con questi elementi, la cifra identitaria della sfera pubblica nazionale per decenni. C’è di tutto, dal classico scandalo a sfondo sessuale all’esercizio abusivo della professione, dalle false notizie alla pubblicità occulta, dall’uso di linguaggio volgare alla corruzione, dalla diffamazione alla violazione della Carta di Treviso. Ma quello che qui interessa non è il livello di moralità del giornalista nostrano, che, a ben guardare le cronache d’oltralpe e d’oltreoceano, non è né più alto né più basso di quello dei colleghi che lavorano in quei paesi, quanto piuttosto il comportamento dell’Ordine (tramite le sue ramificazioni territoriali) nei confronti dei propri iscritti accusati di vari misfatti inerenti alla professione giornalistica. E anche questa prospettiva ‘metodologica’ genera storie che andrebbero raccontate se non altro al fine di svelare quanto ampia e variegata sia stata la giurisprudenza dei collegi di disciplina. Non è ovviamente questa la sede per entrare nella complessa casistica, ma sarebbe un gesto encomiabile da parte dell’Ordine pubblicare una raccolta ragionata di come sono stati trattati i molti casi e di quali sanzioni sono state irrogate e non irrogate. Aiuterebbe studiosi e cittadini a diradare la nebbia che circonda molti casi (in modo speciale quelli ‘clamorosi’ che hanno occupato le cronache) e soprattutto ad allontanare i sospetti che di volta in volta sono stati sollevati, anche da parte di molti giornalisti critici, di omertà o di ingiustizia o di lassismo. Fatti salvi i molteplici casi in cui l’Ordine ha prontamente e correttamente provveduto a sanzionare condotte riprovevoli sotto il profilo della deontologia professionale, sono stati anche molteplici i casi in cui giornalisti autori di scorrettezze particolarmente gravi non sono stati oggetto di intervento disciplinare. Per citarne uno recente, la titolazione di «Libero» «Bastardi Islamici», all’indomani della strage di Parigi nel novembre 2015, ha provocato l’intervento della magistratura, ma non dell’Ordine. Un altro caso clamoroso, pure recente, riguarda la restituzione della tessera di giornalista a Renato Farina (settembre 2014) dopo 7 anni di radiazione dall’Ordine. Secondo i critici, tra i quali i giornalisti di «Repubblica» Carlo Bonini e di Mediaset Pietro Suber, l’Ordine della Lombardia ha sbagliato a riammettere nel consesso giornalistico uno che aveva gravemente violato le regole e aveva tradito la fiducia di suoi stretti colleghi facendo la spia per i servizi segreti. L’ultimo caso che qui citiamo riguarda il presentatore Fabio Fazio, che, giornalista pubblicista, dovendo prestarsi per una pubblicità commerciale chiese di essere cancellato dall’Ordine per non incorrere in una eventuale radiazione. La critica nel suo caso fu rivolta alla supposta ipocrisia dell’Ordine che si atteggia da azzeccagarbugli sulle pagliuzze mentre ignora la trave gigantesca della dipendenza dei giornalisti da interessi economici ben più condizionanti di una singola pubblicità. Scriveva a proposito il giornalista Andrea Amato: «Il divieto [per Fazio, NdR] è chiaro e anche logico: se un giornalista fa la pubblicità per un prodotto o un’azienda, come potrebbe essere imparziale nel parlare di quel prodotto o di quell’azienda? La sua libertà sarebbe a rischio. Vero, perfetto. Ma nel 2015 i giornalisti italiani sono davvero liberi? Sono forse liberi di scrivere ciò che vogliono i colleghi del «Corriere della sera», la cui proprietà è in mano aFiat, Della Valle, Cairo, ecc…? Sono forse liberi i giornalisti de «La Repubblica», il cui editoreDe Benedettiha società praticamente in ogni campo imprenditoriale? Sono liberi i cronisti de «La Stampa», giornale di proprietà della Fiat? E i colleghi de «Il Giornale», quotidiano della famigliaBerlusconicome tutte le testateMondadori? Tutti liberi e senza condizionamenti? Quindi, purtroppo, noi giornalisti non dobbiamo ragionare se Fabio Fazio deve essere radiato dall’Ordine, perché è ovvio che sia così, ma dobbiamo piuttosto chiederci se ha ancora senso avere un Ordine, che non può più garantire diritti e doveri di una categoria alla mercé del migliore offerente».

Effettivamente il caso Fazio, anche se l’Ordine non intervenne a causa delle dimissioni, solleva la vera questione, che qui ci interessa, dell’utilità per la stessa professione di un Ordine che si erge a paladino della medesima, anche a volte fino a difendere l’indifendibile, un vero e proprio atteggiamento di conventio ad excludendum, tanto più in un contesto editoriale e mediatico stravolto rispetto a pochi anni fa.

Una «casta» da abolire?

Gianfranco Pasquino nell’introduzione a questo numero monografico, riferendosi anche all’Ordine dei Giornalisti, scrive che le associazioni di questo tipo sono interessate «soprattutto alla tutela dei propri associati e alla difesa dei confini: bonding e non bridging», perché se non lo facessero, non vi si iscriverebbe nessuno e non conterebbero nulla. Per la verità, nel caso dell’Ordine la ‘punizione’ di essere relegato nell’insignificanza sociale non esiste, proprio perché è un istituto imposto dalla legge e l’iscrizione di chi vuol fare il giornalista è semplicemente obbligatoria. E non sembra che da un punto di vista semplicemente formale sia scarsamente popolato, anche se la realtà vera è tutt’altra. Come osservava solo tre anni fa Pino Rea, siamo in presenza di un «un Ordine ipertrofico, che raccoglie nei suoi albi più di 110.000 giornalisti, oltre metà dei quali sono, professionalmente parlando, dei “fantasmi” in quanto privi di qualsiasi posizione contributiva e quindi, di fatto, improduttivi». L’idea che si tratti in fondo di un carrozzone pesante e burocratico che perpetua se stesso è condivisa da molti all’interno del giornalismo italiano, almeno di quei gruppi che si battono per la sua abolizione, come abbiamo visto nel caso succitato.

Che istituzioni del genere manifestino un atteggiamento conservativo, di chiudersi a riccio di fronte ai tentativi di cambiamento è da mettere nel conto, soprattutto quando godono di privilegi che hanno acquisito abbondantemente quando sono state istituite, ma che oggi in un mondo completamente trasformato non hanno più senso e, anzi, risultano dannosi per lo sviluppo del corpo sociale.

Da una parte, quindi, abbiamo un Ordine la cui dirigenza non si è mai davvero battuta per l’abolizione di un residuato delle più retrive politiche corporative e, dall’altra, un ceto politico che si è dimostrato, nei fatti, incapace, ma forse è meglio dire riluttante a mettere mano al cambiamento.

L’incapacità o non volontà del legislatore di varare una riforma radicale dell’ordinamento non è però assolutamente un segno di semplice sottovalutazione da parte della politica di un problema certamente meno prioritario di altri. Osservando la storia recente della commistione tra media e politica in Italia, la riluttanza può essere letta come un’acquiescenza da parte della politica nei confronti di un ceto giornalistico che, come altri ceti, è sempre stato geloso dei suoi privilegi, e che la politica preferisce non urtare. Il do ut des, naturalmente inconfessato, rientra nel modello del «parallelismo» media-politica di cui parlano Hallin e Mancini (Modelli di giornalismo, Roma-Bari, Laterza, 2004), che è segno distintivo del caso italiano. Esso non è solo identificabile nel fiancheggiamento di molti organi di informazione con questo o quel partito, peraltro una costante nella storia politica nazionale, ma nell’essere entrambi i ceti, quello politico e quello giornalistico, sodali di una identica élite dove si possono vedere ancora funzionare perfettamente le caratteristiche dell’identità di classe, della intercambiabilità, e della cooptazione, già individuate dal sociologo Wright Mills nel suo classico The Power Elite (1956). La pubblicistica non accademica ha etichettato questo stato di cose con il fortunato termine di «casta», che ha poi assunto anche connotazioni populistiche nel dibattito pubblico: casta politica (Stella & Rizzo, 2008), ma anche casta dei giornalisti (Lopez, 2007; Bacialli 2008). Al di là delle etichette rimane l’evidenza di una sostanziale accettazione da parte delle due «caste» dello status quo. Con la conseguenza che, mentre il mondo corre, il giornalismo italiano rimane costituzionalmente imbragato in un ordinamento obsoleto, asfittico, inadatto a garantire un ricambio generazionale e di mentalità. A perderci sono tutti, i giornalisti giovani e vecchi e l’intera società italiana.

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