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FRANZ KÖNIG – L'EREDITÀ, LE URGENZE (Editoriale di Paradoxa 1/2016)


Laura Paoletti 

In un’epoca in cui le immagini della violenza contro religioni altre – da Auschwitz alle decapitazioni dell’IS, passando per l’11 settembre – sono entrate a pieno titolo in quello che gli studiosi di comunicazione chiamano inconscio digitale (versione virtuale di quello collettivo), il problema non è tanto giustificare l’urgenza di un dialogo tra le religioni, quanto l’assenza di una qualunque strategia a largo raggio volta a sostenere sul piano politico, economico, diplomatico tutte quelle iniziative che si sforzano di promuoverlo.
Non c’è dubbio: il termine ‘dialogo’ è logoro e richiama atteggiamenti buonisti e velleitari. Per altro verso, però, l’istanza che esso esprime è sufficientemente chiara perché sia evidente che si tratta di un imperativo ineludibile. È necessario, dunque, cominciare a ripensare dalle radici tale istanza, le sue condizioni di possibilità, ma anche quelle di impossibilità. Quando la posta in gioco non è una qualche verità, come accade nel caso di un qualsiasi confronto di opinioni, ma la Verità come tale, come è proprio del dialogo interreligioso, tali limiti sembrano invalicabili e il conflitto sembra inevitabile.
Questo fascicolo vuole offrire qualche elemento di riflessione in proposito, muovendo da un duplice presupposto: qualsiasi discorso che non sia culturalmente fondato sul piano teorico è cieco, ma qualsiasi tentativo di fondazione teorica che non si preoccupi delle sue ricadute pratiche è sterile. All’esigenza di coniugare nel modo più stretto possibile questi due versanti risponde la scelta di affrontare la questione del rapporto tra le religioni a partire da un filo conduttore: l’opera – in tutti i sensi del termine – di Franz König, nominato Cardinale della Chiesa Cattolica nel 1958 da Giovanni XXIII. Un’opera poliedrica ed estremamente ampia, della quale è parte a pieno titolo la stessa Nova Spes, stante il fatto che il Cardinale König è stato Presidente fondatore della Fondazione e ne ha fortemente voluto, sostenuto e ispirato l’operato lungo tutto il corso degli anni ’80.
Confrontarsi con l’eredità di König non risponde evidentemente ad un intento agiografico, ma alla convinzione che essa configuri un percorso interessante in ordine al problema del dialogo interreligioso; un percorso che, nonostante le iniziative già in atto in questa direzione – soprattutto in ambito, come è ovvio, austriaco – è ancora lontano dall’essere valorizzato nel modo opportuno: soprattutto nei compiti, nelle sfide e nelle strategie che consegna e che continuano ad interpellarci.
Tra i molti nuclei di interesse che emergono dai contributi, si impongono alcuni nuclei problematici particolarmente urgenti, che invitano ad ulteriori riflessioni.
Un primo nodo consiste nell’individuazione delle strategie possibili per pensare, dall’interno di una religione determinata, la molteplicità delle religioni e più esattamente la legittimità di una costitutiva pluralità del fatto religioso. A questa questione König ha offerto un contributo decisivo, sin dalla monumentale raccolta in tre volumi, da lui curata e apparsa nel 1951, intitolata Cristo e le religioni del mondo. Storia comparata delle religioni. In particolare risulta fondamentale il primo, corposo contributo a firma dello stesso König (L’uomo e la religione), nel quale si tenta di tracciare il concetto cardine che è a fondamento dell’impresa stessa del dialogo ossia, appunto, quello di ‘religione’. La possibilità di mettere a confronto, di far ‘dialogare’, religioni diverse presuppone la preliminare individuazione di un terreno comune che consenta di trattarle tutte come variazioni di un unico elemento chiamato ‘religione’ (il che, storicamente, è tutt’altro che scontato).
La precisazione del concetto di religione consente di impostare nel modo corretto la questione relativa alle risorse specifiche del cristianesimo per definire la possibilità del rapporto con altre religioni, tenuto conto del rischio inevitabile di ammorbidire la pretesa di assolutezza che l’idea stessa di incarnazione comporta. Anche sotto questo profilo il contributo teorico di König si rivela decisivo, nella misura in cui la sua impostazione si deposita in uno dei più importanti documenti prodotti dal Concilio Vaticano II, la Nostra Aetate. La ricostruzione dell’apporto effettivo di König a questo testo, oltre che interessante in sé sotto il profilo filologico, è significativa in ordine al problema più ampio del ruolo svolto dal cardinale nell’ambito del Concilio: un evento che ha profondamente segnato la storia della chiesa, sebbene il significato dell’eredità che esso ha consegnato al presente è tuttora controverso e oggetto di interpretazioni profondamente divergenti.
Che l’apertura del cristianesimo a religioni altre debba concretizzarsi nella forma del dialogo non è ovvio; e parlare di dialogo non significa molto se non è chiaro innanzitutto quali siano i limiti all’interno dei quali tale dialogo può e deve avvenire. A tal proposito, König, con una presa di posizione che non concede nulla ad interpretazioni facili o ireniche del ‘dialogo’ e che anzi apre ad una rigorizzazione filosofica della nozione dichiara: «Dialogo non significa dimostrare quale religione ha ragione. Dialogo significa rispettare gli altri come uomini – soprattutto se alla fine gli interlocutori arrivano alla conclusione che sono e restano di opinioni diverse». Una posizione simile assume tanto più valore se messa in relazione all’azione concreta di König: per fare solo un esempio, che però è particolarmente significativo nella drammatica situazione attuale, nel 1995, König viene invitato all’università Al Azhar del Cairo e pronuncia un discorso sul Monoteismo nel mondo di oggi, dal quale traspare l’intento di sfruttare il potenziale rappresentato dalla fede monoteistica per costruire una sorta di ponte con l’Islam.
Nella famiglia di questioni legate al problema del dialogo interreligioso rientra senz’altro anche il rapporto tra il cristianesimo e quella peculiare presa di posizione nei confronti della religione che è rappresentata dall’ateismo. L’attenzione di König per il tema è certamente legata al ruolo istituzionale di Presidente del Segretariato per il dialogo con i non credenti (esercitato dal 1965 al 1980), e al conseguente lavoro sul fronte delle chiese immerse nella realtà dei totalitarismi comunisti, ma non si esaurisce in questo: l’esigenza di non considerare l’ateismo come un elemento semplicemente esterno alla fede, e dunque da rigettare e tenere a distanza, ma come un’istanza potenzialmente feconda e, in fondo, interna all’esperienza stessa del credente rappresenta un elemento produttivo per ripensare a fondo l’idea stessa di laicità.

In tutte le direzioni in cui si è dispiegata, l’opera di König appare mossa dalla profonda consapevolezza che non c’è davvero dialogo se non vi è capacità di distinguere tra quel che è davvero urgente e quel che appare tale; tra quel che è transitorio – persino un intero sistema di credenze, persino una religione che si pretende vera – e quel che non lo è. Come efficacemente rileva Filoramo, in conclusione del suo contributo: «le religioni possono anche scomparire nel loro divenire storico: ma la religione in quanto tale è indistruttibile perché connaturata all’uomo» (p. 75). 

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