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CAVEAT (Editoriale di Paradoxa 4/2015)


Laura Paoletti 

Ed or con venti  ferite al capo, e ciascuna mortale, torna in vita l’ucciso,
e ne riversa 
dai nostri seggi. È strano, assai più strano d’ogni orribile fatto
(Macbeth, Atto III, scena V

Questo, più di altri, è un numero non facile da leggere. Non certo perché ostico nei contenuti o nella forma, ché anzi l’insieme dei diversi contributi compone una sinossi delle culture politiche portanti nella storia d’Italia che potrebbe risultare efficace persino sotto il profilo didattico. Il problema è un altro, e risiede piuttosto nelle questioni, difficili appunto, che emergono dal quadro complessivo e che, senza troppi complimenti, vengono consegnate direttamente in mano al lettore: il quale, poi, deve vedersela da solo a provare a rispondere. È bene che ne sia avvertito.
Il nucleo problematico di fondo può forse essere individuato nella tensione che si crea tra la denuncia di scomparsa presentata dal Curatore, che dichiara l’irreperibilità di fatto nel nostro paese di culture politiche degne di questo nome, e il modo con cui gli autori interpellati, ognuno rispetto ad una cultura politica particolare, reagiscono a questo allarme. È vero che ciascun autore – e questo è uno degli elementi di maggior interesse dell’intera operazione – è profondamente coinvolto, dal punto di vista intellettuale e biografico, con la specifica cultura di cui è chiamato a trattare (sia pure, almeno in un caso, e contrario): è altrettanto vero, però, che questo non basta a spiegare la resistenza che praticamente tutti, pur nell’unanime riconoscimento di una profonda crisi, oppongono nel controfirmare la scomparsa effettiva e definitiva del patrimonio culturale di cui sono rispettivamente chiamati a farsi interpreti.
Da sponde e con sentimenti opposti, per esempio, viene rimarcata la persistenza dei principi diffusi dalla cultura ‘azionista’, la cui resilienza storica sembra ben maggiore di quella del partito che vi si ispirava (Merlini e Cofrancesco). Veneziani si rifiuta esplicitamente e con decisione di bollare certe istanze proprie della cultura di destra come appartenenti «inesorabilmente al passato» (p. 84); ma anche parlare di «tramonto» o «eclissi» della cultura cattolico-democratica, come fa Giovagnoli (che riserva scrupolosamente il termine «scomparsa» alla sola DC), non significa affatto sancire il carattere definitivo e irreversibile di un’assenza che potrebbe essere solo temporanea. E se Amato parafrasa la fulminante battuta di Mark Twain sul proprio necrologio per evitare di pronunciare una dichiarazione prematura di morte della cultura socialista (p. 40), Occhetto ricorre a Derrida per mettere in chiaro che la caduta del muro non esime affatto dal fare i conti con lo «spettro» di Marx (p. 66).
Il risultato di questa tensione – esito, forse, non premeditato – è una situazione di sapore vagamente shakespeariano (e nient’affatto tranquillizzante), che apre al lettore uno scenario quanto meno ambiguo. Se, come nel Macbeth, «torna in vita l’ucciso», se lo scomparso si ostina a non lasciare la scena, si tratta di decidere come leggere questa situazione: è un passato che non passa, brandello esangue di una ex-vita da cui prendere congedo il prima possibile, oppure è brace che cova sotto la cenere, linfa vitale cui trovare il modo di attingere ancora? L’alternativa, che queste pagine pongono senza sciogliere, prefigura, evidentemente, strategie di reazione diametralmente opposte (e di entrambe si trova traccia, trasversalmente, nei diversi contributi): un conto è denunciare l’inadeguatezza di un certa ‘cultura politica’, ossia di una certa visione d’insieme della società e dello Stato, nel rispondere alle esigenze del presente, con l’intento di prepararne o costruirne un’altra, su basi nuove; altro conto è provare a distinguere e a separare la bambina dall’acqua sporca, la cultura politica, in sé valida, dal partito in cui si è incarnata, il principio dal fatto della sua concreta (ed eventualmente imperfetta o erronea) realizzazione. Ma può anche darsi che quest’alternativa non esaurisca affatto le possibilità in gioco: può darsi che dietro lo spettro, dietro quello che appare come semplice riflesso di un’assenza, si nascondano in realtà embrioni di culture di un tipo nuovo, che non si è ancora imparato a decodificare come tali. In tal caso, potrebbe esser necessario affinare gli strumenti interpretativi. Potrebbe darsi, per esempio, che l’eventuale suddetta discrepanza di valutazioni dipenda da una distinzione non sufficientemente netta tra la cultura politica in generale, come atteggiamento più o meno consapevole e più o meno informato del singolo nei confronti del bene comune e/o pubblico e delle istituzioni che lo garantiscono (secondo la definizione del Curatore)  e le culture politiche che di volta in volta sono chiamate ad interpretare, alimentare o addirittura suscitare la prima. L’eventuale fraintendimento richiederebbe, forse, che si distingua nettamente tra 'culture politiche' storicamente date e la 'cultura politica' del singolo. E potrebbe darsi, in tal caso, che le ragioni a monte dell’incultura politica diffusa non siano affatto dipendenti da quelle che sono all’origine del tramonto di questa o quella cultura politica specifica.
Più si procede, più il dedalo di questioni si infittisce; ed è difficile fermarsi prima di aver spinto il problema fino alla sua ampiezza estrema: per esempio, come opportunamente fa Valbruzzi, quello della storia e della (im)possibilità di un racconto complessivo della medesima. Quello che non ci possiamo permettere – «Paradoxa», il lettore e, in generale, nessuno – è fermarsi alla diagnosi.
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Sezione Paradoxa