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L’EUROPA DEL NOSTRO SCONTENTO (Editoriale di Paradoxa 3/2015)


Laura Paoletti

C’è stato un momento, nei mesi scorsi, in cui si è assistito ad un sorprendente traboccare di cultura classica dalle pagine dei giornali: il dibattito pubblico si è improvvisamente riempito di riferimenti a Omero, al mito, ai tragici, e persino all’importanza della filosofia, per una volta sottratta alla sua fascinosa inutilità. Non è durato molto: scongiurato, almeno provvisoriamente, il rischio ‘Grexit’, è rientrata anche ogni curiosità per il gioco del confronto tra il debito (economico) della Grecia nei confronti dell’Europa e il debito (culturale) dell’Europa nei confronti della Grecia.

Si dirà che, per una volta che la cultura va in prima pagina, sia pur per poco, non c’è da esserne scontenti e che, sarà pure inutile, ma male non fa: forse. E forse no. La pretesa di ragionare sulla permanenza della Grecia nell’UE ricordando ad ogni piè sospinto che ‘democrazia’ è una parola greca o scomodando Aristotele e Platone, veicola, più o meno consciamente, due ingenuità che, a ben guardare, innocue non sono affatto.
La prima è l’idea che mettere la cultura al servizio di un progetto politico significhi semplicemente trasferire di peso l’una nell’altro, rispondere ad un problema complesso rispolverando qualche reminiscenza liceale. Ora, che la costruzione dell’identità europea abbia un disperato bisogno di nutrimento culturale è un dato di fatto innegabile: dal (triste e povero) dibattito sulle radici cristiane in avanti, è ogni giorno più evidente l’urgenza di mettersi al lavoro per ripensare e irrobustire radicalmente il collante culturale di un’unione che rischia di restare soltanto monetaria. Ma la serietà di un lavoro culturale sull’Europa implica la comprensione del giusto livello di analisi per ciascuno dei problemi che di volta in volta si presentano, e il proposito di trovare risposte culturalmente fondate, ma concrete: altrimenti non si fa cultura, ma proclami.
La seconda, rischiosa ingenuità insita nel discutere di Grexit dipingendo ogni singolo greco come un Socrate redivivo è la convinzione che un’eredità culturale si trasmetta per via genetica, piuttosto che per libera e consapevole assunzione da parte dell’erede. In tal modo filosofeggiando, si viene a sfigurare quello che proprio la filosofia ha proposto come una delle definizioni forse più feconde dell’essenza dell’Europa, e di un’Europa nata in Grecia: quella di essere, come scriveva Husserl nella sua celebre riflessione sulla Crisi delle scienze europee, un «compito infinito». L’Europa non è un luogo geografico, non è un insieme di popoli e nemmeno un patrimonio (materiale e spirituale) acquisito, ma – questo il senso dell’espressione – una differenza e una sproporzione: la differenza tra quel che è (di fatto) e quel che deve essere (per principio); e la sproporzione tra la limitatezza dell’essere uomini e l’infinità a cui la ragione chiama ciascun uomo. Europeo, in questo senso, non è chi abita entro certi confini, ma chi accetta questo compito e sopporta questa sproporzione. Per paradossale che possa sembrare, allora, l’insoddisfazione è uno dei tratti più tipici e migliori dell’identità europea: un’Europa che davvero, e in tutti i sensi, è quella «del nostro scontento» (con allusione alla formulazione shakespeariana di Palano in «Paradoxa» 4/2012), ma perché nello scontento preme il desiderio di «estate gloriosa».
Proprio a questo scontento tutto europeo danno voce i diversi contributi che, non a caso, si intrecciano attorno al filo conduttore dell’incompiutezza: delle istituzioni, dell’unità, della politica, del progetto europei. Un’incompiutezza che viene esaminata nelle varie forme e sui vari livelli in cui si presenta, analizzata nelle sue ragioni profonde, più e meno remote storicamente; un’incompiutezza che non diventa mai pretesto per una critica distruttiva, ma che viene sistematicamente assunta come occasione di un rilancio, come indicazione di un compito, appunto. Un compito che, come dice il Curatore alla fine, guardando retrospettivamente al percorso compiuto, non si presenta all’Europa come un’opzione accanto ad altre, ma, molto semplicemente, come una questione di «vita o di morte» (p. 95).
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Sezione Paradoxa