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GIUSTIZIA COME NON PARLARNE (Editoriale di Paradoxa 2/2015)


Laura Paoletti

In Italia, è superfluo sottolinearlo, il problema di uno ‘sbilanciamento’ nel rapporto tra giustizia e politica è decisivo, irrisolto, scottante. Uno degli aspetti più interessanti di questo fascicolo, agli occhi di chi scrive, è la scelta di non parlarne. O, per lo meno, di non farlo nel modo consueto, affrontando cioè la questione come se fosse monolitica, e come se fosse inevitabile riprodurre le solite faglie ideologiche, quelle che dividono i fronti secondo il verso in cui tale sbilanciamento giustizia/politica viene letto e interpretato: verso sinistra, come sbilanciamento della politica in direzione della giustizia (con il conseguente allarme per lo strapotere della politica che tende a soffocare la giustizia) o verso destra, dalla giustizia alla politica (con l’allarme uguale e contrario per lo strapotere dei giudici che tende a sostituirsi alla sovranità politica).

La scelta di schivare questa contrapposizione primigenia e istitutiva della cosiddetta Seconda Repubblica è dettata dal proposito di non trattare la questione dall’esterno, a livello di principio e in vista di uno scontro di principi, ma di assumere un punto di vista tutto interno alla storia effettiva, al concreto funzionamento e all’organizzazione, anche spicciola, del sistema giudiziario italiano. Il cambio di prospettiva fa balzare immediatamente agli occhi che gli sbilanciamenti che minano la simmetria essenziale all’idea e alla pratica della giustizia sono ben più d’uno. Anche sotto il semplice profilo quantitativo i diversi contributi ne consegnano un elenco impietoso: troppe leggi, troppe riforme della giustizia, troppo divario nella durata media dei processi civili, che sono comunque mediamente troppo lunghi e che hanno attirato sull’Italia troppe condanne da parte della Corte europea per i diritti dell’uomo.
Ma ci sono squilibri più sottili e più insidiosi: primo fra tutti quello tra una società, che è profondamente mutata rispetto a quella che plasmò a propria misura l’ordinamento e gli organi e giudiziari nella loro configurazione attuale, e il sistema giustizia che con questa nuova e diversa società deve interagire, scontando un inevitabile ritardo. Se, per esempio, si diffonde in modo sempre più pervasivo una cultura tesa al rafforzamento e alla moltiplicazione dei diritti dei cittadini, è giocoforza che il sistema giudiziario ne risulti sollecitato fino al rischio di ipertrofia: e sarebbe ingenuo vedere nella ‘giudiziarizzazione’ che ne consegue una decisione intenzionale della magistratura interessata ad ampliare il proprio dominio di competenza. Qualcosa di simile accade nelle intricate, e talvolta tragiche, vicende dell’ordinamento giudiziario antimafia che ha visto una progressiva estensione della propria azione ad altre forme di criminalità. D’altra parte, accade anche che questa situazione di sbilanciamento strutturale, e in certo modo inevitabile, sia talvolta aggravata da un’azione disequilibrata, e molto probabilmente evitabile, dell’organo giudiziario chiamato in causa: è il caso dei due recenti pronunciamenti della Corte Costituzionale (legge elettorale e Salva Italia), che hanno avuto un impatto molto pesante sulla vita politica ed economica del Paese e della cui natura propriamente giuridica, secondo il Curatore, è lecito dubitare.
Di fronte a questa pletora di squilibri è facile convincersi che la soluzione consista nel rinforzare i confini, nel separare i domini, nel moltiplicare e nell’irrigidire le norme: ma sarebbe una soluzione miope. Come molto opportunamente sottolinea Guarnieri, anche queste soluzioni sono in fondo frutto di un ritardo culturale: continuiamo ad immaginare il giudice secondo schemi ottocenteschi, come un tecnico chiamato alla mera applicazione della norma, senza tener conto del fatto che «spesso è il giudice apolitico, separato, poco esperto ad essere meno attrezzato a trattare professionalmente casi difficili e quindi più facilmente influenzabile da interessi esterni» (p. 27).
Nell’ultimo, bellissimo libro di Ian McEwan (La ballata di Adam Henry), un giudice dell’Alta Corte britannica si trova alle prese con il caso di un minore che rifiuta una trasfusione in forza del suo credo di Testimone di Geova: è la storia di un giudice che fa il suo dovere di giudice, ma che, evitando di sporgersi oltre i confini del suo ruolo, fallisce quello di essere umano. Fuor di narrazione, in fondo il giudice oggi non può non sbilanciarsi: il problema è creare le condizioni perché possa farlo nel modo giusto.
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Sezione Paradoxa