Novaspes

DALLA FICTION ALLA STORIA(Estratto da Paradoxa 1/2015)


Laura Paoletti 

Dev’esserci da qualche parte un esperto di narrazione televisiva che ha calcolato la formula alchemicamente perfetta per comprimere in prima serata vita e opere di Chiunque. Che si tratti di De Gasperi o di Walter Chiari, di Adriano Olivetti o di Modugno, di Papa Luciani o di Pantani, format e ingredienti sono inesorabilmente gli stessi: due puntate, tecnica del flashback, ripasso scolastico delle gesta salienti, molta, moltissima aneddotica privata e dissolvenza finale su un’immagine suggestiva e tranquillizzante. L’effetto ultimo è una curiosa inversione del celebre motto hegeliano: Chiunque può diventare un eroe, a patto che tutti si diventi camerieri. Il fatto è che Hegel si occupava di storia, mentre la riduzione della storia a fiction si compie, per l’appunto, nel momento in cui viene imposto sull’eroe di turno uno sguardo privato, intimo, familiare, che familisticamente assolva il personaggio dalle contraddizioni (sue e di chi lo circonda), che smussi i lati problematici, che appiattisca sul primo piano qualsiasi spessore di sfondo. Non si tratta solo di una tecnica narrativa: se la formula alchemica funziona (ed evidentemente funziona) è perché la tentazione della semplificazione intesse in profondità il nostro rapporto con la dimensione pubblica e si traduce, volenti o nolenti, in un atteggiamento che ha risvolti prepotentemente politici: populismo e personalizzazione della politica sono solo i più macroscopici.

È per questo che il titolo di questo fascicolo chiede di esser preso sul serio. Quel che si vuole raccontare, o cominciare a raccontare, è una storia – e non una fictionpresidenziale, che eserciti e inviti ad esercitare uno sguardo critico, interrogativo più che celebrativo, teso a far luce, attraverso il prisma di una figura significativa e protagonista, su un momento ingarbugliato della storia e della vita istituzionale italiana. Il proposito è quello di ripercorrere i nove anni del mandato presidenziale di Giorgio Napolitano per capire quel che sta accadendo ora, e, magari, per offrire qualche strumento utile ad orientarsi su ciò che potrebbe e dovrebbe esser fatto per gestire l’eterna fase di transizione in cui versano le istituzioni e la politica italiane (molto forti, per esempio, le parole conclusive del contributo del Curatore, secondo cui «sta scoccando l’ora di una riforma, non unicamente di alcune regole e istituzioni, ma del regime», p. 124).
In questo senso, al di là delle diverse valutazioni storico-politiche sulla Presidenza di Napolitano che emergono dai singoli contributi, e che non necessariamente risultano convergenti, è interessante rimarcare due tendenze di fondo che testimoniano di un’ispirazione metodologica condivisa.
Innanzitutto, un’attenzione a non lasciar correre le tante parole da tanto tempo in circolazione per commentare l’operato di Napolitano senza averle, prima, sottoposte ad una chiarificazione concettuale rigorosa, che le ancori a fatti e dati molto precisi: quasi che si potesse parlare di «presidenzialismo», senza il riferimento concreto del passaggio dalla Quarta alla Quinta Repubblica francese; o di «europeismo», senza declinarlo sui diversi livelli in cui Napolitano lo ha effettivamente praticato; o di «interventismo», senza precisare che «Napolitano si è servito dei suoi poteri in cinque occasioni in nove anni» (Grimaldi, p. 100). E si potrebbe ovviamente continuare.
In secondo luogo, va sottolineato il fatto che la Presidenza di Napolitano viene tratteggiata non già come l’insieme degli atti di un personaggio che occupa, solo, il centro della scena, ma, assai più sobriamente, come la risultante di un equilibrio complicato e delicato tra «senso e circostanze» o, per dirla con Machiavelli, tra «virtù» e «fortuna». Uno degli aspetti che con più insistenza viene sottolineato dai diversi autori come determinante nel configurare la trama di questa storia presidenziale, è quello per cui Napolitano ha dovuto spesso agire malgré lui, in circostanze che avrebbe voluto diverse, facendo fronte ad alternative che con tutta probabilità avrebbe volentieri evitato, subordinando le proprie opzioni valoriali di fondo ad una lettura realistica del dato di fatto. Ma proprio da questo, paradossalmente, si ricava uno spunto di speranza: perché è indubbio che la Presidenza di Napolitano, comunque la si giudichi, è stata caratterizzata da un tratto netto, da un modo inconfondibile di interpretare il ruolo istituzionale. Questo significa che, nonostante tutto, nonostante l’incalzare delle urgenze e il peso delle necessità, nonostante la riduzione progressiva e sempre più soffocante dei margini di scelta, è ancora possibile che affiori tra gli eventi l’impronta di uno stile. È ancora possibile che, dietro i tanti personaggi che la personalizzazione della politica ci impone, emerga il profilo di un uomo politico.
*
*  *
P.S. Questo fascicolo inaugura il nono anno di vita di «Paradoxa». Nell’avvicendarsi dei fascicoli, la generosità degli autori e dei curatori che hanno contribuito con la loro storia, le loro idee, la loro disponibilità ad incontrarsi e talvolta scontrarsi in questo spazio comune, ha reso possibile la scoperta, più che la costruzione, di un’identità e una fisionomia meglio definite. Il nuovo Comitato scientifico della rivista è la traccia della strada percorsa e l’indicazione di quella ancora da percorrere.
« back

Sezione Paradoxa