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CAPITALE CULTURALE E PROGRESSO CIVILE.  LA SFIDA DEL VALORE AGGIUNTO CULTURALE (Estratto da Paradoxa 4/2014)


Stefano Zamagni 

1. La ricerca che il lettore ha per mano è un importante contributo che va a colmare una vistosa lacuna politico-culturale nel nostro paese – una lacuna riguardante la definizione di un paradigma credibile relativo alla valutazione della produzione culturale italiana. La ricerca trae origine da un duplice insieme di circostanze.

In primo luogo, dall'insoddisfazione nei confronti della pur abbondante letteratura sull'argomento, la quale ha dedicato la più parte delle attenzioni al problema della misurazione dei risultati economici e sociali dei beni culturali e all'universo ad essi connesso: musei, parchi archeologici, arti visive, arti performative, archivi. Ha però pressoché totalmente trascurato l'attività degli istituti culturali (fondazioni, accademie, centri culturali, associazioni varie di cultura) che operano nei campi della ricerca, della documentazione, dell'archiviazione, del dibattito pubblico e la cui mira è prioritariamente quella di fluidificare i circuiti culturali tra tutti coloro che amano coltivarsi. Non mancano di certo in Italia agorà dove letterati, scienziati sociali, politici, tecnologi e simili dissertano tra loro con linguaggio da iniziati. Quel che fa difetto è un'adeguata attenzione nei confronti di quegli enti a sfondo culturale che operano per assicurare l'inclusione culturale, virtualmente, di tutti i cittadini. (Si rammenti che l'inclusione culturale non è meno importante di quella sociale e di quella economica). Non si tratta di una “svista” di poco conto solo che si consideri che non è vero che la cultura è la nostra seconda natura. E' vero piuttosto che la cultura è il modo stesso in cui la natura umana si realizza, proprio perché siamo animali culturali. Forse a questo pensava Carlo Cattaneo quando scrisse:”Ogni uomo ha interesse alla cultura di tutto il genere umano”. (“Del pensiero come principio di economia pubblica”, Il Politecnico, X, 1861, p.402).
Il secondo insieme di circostanze è legato alla credenza, ancora ben radicata in non pochi strati dell'intellettualità, secondo cui sarebbe impossibile esprimere un giudizio, argomentato razionalmente, intorno alla cultura, essendo questa una realtà essenzialmente qualitativa. Si tratta di quell'equivoco, retaggio della epistemologia neo-positivista, che ritiene che solo attributi di natura quantitativa possano essere assoggettati ad un processo di misurazione, dal momento che la dimensione del quantitativo e la dimensione del matematico si sovrapporrebbero senza scarto. Il che non è. Non è vero, infatti, che la matematica è capace di parlare solo di quantità, poiché le sue categorie servono, prima ancora che per calcolare, per rappresentare il mondo dei fenomeni. Resta il fatto che la conseguenza di quell'equivoco è stata devastante perché ha rafforzato in tanti decisori il convincimento in base al quale, assente una metrica quantitativa, non sarebbe possibile misurare il valore dell'attività culturale. E' così accaduto che sotto l'idea che la cultura non si misura si è annidato ogni sorta di spreco, per un verso, e si sono negate risorse (pubbliche e private) a quegli enti che operano, invece, con elevati livelli di efficienza e di efficacia, per altro verso.
Nel solco della trentennale tradizione di lavoro culturale della Fondazione Nova Spes e con il determinante sostegno finanziario della Fondazione Roma, la presente ricerca ha inteso raccogliere una duplice sfida. Da un lato, quella di mostrare che è possibile arrivare, seppure in modo approssimato e per gradi, a definire il valore aggiunto culturale (VAC) di un istituto di cultura. L'accurata indagine empirica condotta su cinque enti rappresenta una confortante conferma al riguardo. Dall'altro lato, i ricercatori che si sono dedicati a questa impresa hanno voluto fugare le preoccupazioni di chi, in forza di un paradigma scientifico diventato ormai obsoleto, ritiene che non sia possibile rendere oggettivamente misurabile ciò che è qualitativo.
Già il grande matematico francese Emile Borél, nel suo trattato Space and Time del 1926, aveva provveduto a gettare le basi per una soluzione del problema, quando annotava che tutta la conoscenza e tutta la matematica sono prodotti della coscienza umana e, in quanto tali, devono essere viste come strutture intellettuali relative alla posizione dell'uomo entro un determinato contesto. “Il valore della scienza – si legge in Space and Time – non è in alcun modo diminuito dall'osservazione che essa è relativa all'uomo. Quale interesse potremmo avere in una conoscenza non connessa a noi stessi, sempre che il concetto stesso di una conoscenza del genere possa risultare non contraddittorio?” (p.42). A Borél si deve la fondazione filosofica della nozione di oggettività posizionale, una nozione efficacemente messa a frutto in seguito da Amartya Sen quando l’economista indiano osserva che non ci sono – soprattutto in economia – proposizioni solamente o soggettive o oggettive; vi sono anche proposizioni posizionalmente oggettive il cui status di verità “dipende dalla nostra posizione rispetto all'oggetto di osservazione”. Aggiungendo poi: ”La visione posizionale dell'oggettività considera la dipendenza parametrica delle osservazioni, delle credenze, delle decisioni riguardanti le decisioni posizionali degli individui. Essa conduce ad una visione dell'oggettività che contraddice la formulazione classica dell'invarianza necessaria nell'oggettività. L'approccio suggerito riguarda l'invarianza personale senza, al tempo stesso, formulare una domanda generalizzata di invarianza posizionale” (2005, p. 322). Questo a significare che il nostro sguardo non è mai uno sguardo da nessun luogo e nemmeno uno sguardo da ogni luogo o da più luoghi insieme è sempre uno sguardo da un punto di vista preciso, che ovviamente deve essere accuratamente precisato.
Ebbene, la misurazione qui suggerita del VAC di un istituto culturale fa propria l'indicazione di metodo proposta da Sen. Una volta fissate le dimensioni di giudizio che il decisore (pubblico o privato) ritiene di dover privilegiare, si procede a valutare, in modo oggettivo, la performance dell'ente in questione. Si costruisce così un ordinamento di meritorietà che è oggettivo rispetto alla posizione scelta dal valutatore, mutando la quale cambierà anche l'ordinamento stesso. Proprio come accade con la procedura del calcolo del PIL (Prodotto Interno Lordo) di un paese, che pure è una grandezza posizionalmente oggettiva e non oggettiva, come invece ancora troppi si ostinano a credere. Prova ne è che oggi non si contano ormai più gli studi e le ricerche che si inquadrano nel dibattito internazionale sul cosiddetto “superamento del PIL” perché ritenuto, a buona ragione, troppo inadeguato a rappresentare la situazione di benessere di una popolazione.
In quel che segue mi occuperò, dapprima, di spiegare in quale senso il capitale culturale, in quanto una delle tre principali componenti del capitale civile di un paese o di una comunità, è fattore decisivo di progresso civile oltre che di sviluppo economico e sociale (sez. 3). Passerò poi ad illustrare le ragioni che danno conto del fin de non recevoir nei confronti dell'attività degli enti di cultura nel nostro paese (sez. 4). Infine, cercherò di dare ragione della robustezza teorica e della valenza esplicativa delle dimensioni di valore che sono state qui selezionate per misurare il VAC degli istituti di cultura – delle dimensioni cioè che valgono a circoscrivere e caratterizzare la “posizione” nel senso anzi detto (sez. 5). Una breve conclusione chiuderà il saggio.
2. Un chiarimento è necessario prima di procedere. Esso riguarda la nozione di cultura accolta nella presente ricerca. Come scrive D. Throsby (Economia e Cultura, Il Mulino, 2005), due sono le accezioni di cultura presenti in letteratura e nel dibattito pubblico: la prima concettualizza la cultura come insieme di credenze, tradizioni, costumi, valori condivisi di una comunità che governano le interazioni tra individui e tra gruppi sociali. In quanto deputata a fissare l'identità di un popolo (o di una comunità) e a conservarne le caratteristiche di differenziazione da altri, la cultura è una variabile endogena determinata da fattori quali la storia, la geografia, la tecnologia.  Per ragioni di chiarezza espositiva, designo questa accezione di cultura con l'espressione di matrice culturale. Essa si distingue dalla conoscenza perché non viene scoperta empiricamente né è dimostrabile analiticamente. Si noti che anche le istituzioni (politiche ed economiche), al pari della matrice culturale, sono una variabile endogena. Il problema fondamentale, ancora lungi dall'essere risolto, che tale nozione di cultura pone è quello di stabilire se è il cambiamento istituzionale a nutrire la matrice culturale di un paese, oppure se è vero il contrario. Il fatto è che non disponiamo (ancora) di una teoria in grado di dirci quale delle due entità si muove più lentamente nel tempo e quale sia più resiliente. Ma non è di questo, peraltro affascinante problema, che ci si occupa  in questo studio.
La seconda accezione di cultura è quella che la interpreta come “capitale culturale” (D. Throsby, “Cultural Capital”, Journal of Cultural Economics, 1999, 23), cioè come quell'insieme di attività e dei prodotti che ne conseguono che hanno a che fare con gli aspetti morali e intellettuali della condotta umana. (Si osservi che la condotta umana è basicamente il comportamento umano più le sue motivazioni). In quanto tale, essa mira all'educazione della mente, piuttosto che all'acquisizione di abilità professionali e tecniche – a queste ultime provvede infatti l'istruzione e la formazione. Quando si parla, come oggi si fa in misura crescente, di istituti culturali, di industrie creative e culturali, di settore culturale dell'economia, il riferimento è sempre a questa seconda accezione. Invece, quando si parla di cultura giovanile, cultura femminista, cultura aziendale (Corporate Culture), cultura occidentale, ecc. ci si riferisce alla prima accezione.
La presente ricerca è incentrata sulla cultura come capitale culturale. Come tutti i tipi di capitale, anche quello culturale, è una grandezza stock, dalla quale derivano flussi di beni e servizi dotati di valore, flussi che definiscono il valore culturale, appunto. Trattandosi di uno stock, il capitale culturale si accumula per mezzo di investimenti specifici e si decumula in assenza di investimenti in grado di conservarne, almeno, il valore preesistente. Quali sono i tratti che contraddistinguono un'attività culturale e la differenziano da altre attività pure degne di attenzione come, ad esempio, l'innovazione scientifica o la pratica sportiva? Sono dell'avviso che i tre criteri proposti da Throsby costituiscano una solida base di partenza, una sorta di condicio qua non per definire culturale una determinata attività.
Il primo è che l'attività in questione riveli un certo grado di creatività. Si tratta cioè di “inventare” qualcosa di nuovo nel senso etimologico del termine. Non basta l'innovazione che sempre segue logicamente l'invenzione. (Sul punto rinvio a P. Sacco e G. Segre, “Creativity, Cultural Investment and Local Developmente”, in V. Fratesi e L. Senn (a cura di), Growth and Innovation of Competitive Regions, Springer ed., Berlin, 2009). Il secondo criterio è che l'attività rivesta un qualche significato simbolico, comunicabile virtualmente a tutti e non solo alla cerchia di coloro che l'hanno posta in essere. Infine, è necessario che i prodotti cui l'attività culturale dà vita, implichino una qualche forma di proprietà intellettuale a prescindere da un eventuale sfruttamento economico. Si badi che questi tre criteri devono stare tra loro in una relazione moltiplicativa, non additiva; il che significa che tutte e tre le condizioni devono essere simultaneamente soddisfatte. Si comprende così perché l'innovazione scientifica non possa essere considerata attività culturale: ad essa fa difetto il secondo tratto; lo stesso dicasi per l'attività sportiva che non soddisfa il primo tratto e così via.
Un'altra annotazione. La cultura nell'accezione di capitale culturale, possiede bensì una dimensione economico-commerciale che non va certo sottovalutata ma che neppure deve essere considerata come la sola rilevante. (Giunge opportuno, a tale riguardo, il richiamo di F. Benhamou, quando scrive: “Sarebbe spiacevole che nel momento in cui la scienza economica comincia a prendere in considerazione la dimensione qualitativa di ciò che misura [quindi il qualitativo si può misurare!], l'economista si ostinasse a considerare solo i ritorni commerciali degli investimenti culturali”. (L'Economia della Cultura, Il Mulino, 2000). Al pari di ogni altra attività umana, anche quella culturale, non può sottrarsi al giudizio etico, il quale non può essere “barattato” con quello di efficienza, quale che sia il livello del trade-off. La Commissione Mondiale Cultura e Sviluppo (WCCD) dell'Unesco aveva stilato nel 1995 un codice di etica globale (Our Creative Diversity) da applicare ai prodotti culturali ma i risultati sono stati al di sotto delle più modeste aspettative. Non è difficile darsene conto. Il fatto è che non una ma almeno quattro sono le teorie etiche da cui estrarre gli standard richiesti per la valutazione. Occorre dunque specificare quale delle quattro teorie si va a scegliere. Ma a quel tempo, la WCCD non seppe (o non volle) darsene per inteso. L'esito è stato che, a tutt'oggi, la teoria etica che di fatto svolge il ruolo egemone è quella utilitaristica. E’ certamente per questa ragione se il criterio di efficienza viene adottato quale (unico) metro di valutazione delle attività culturali. Non ci si deve allora meravigliare se i beni e servizi culturali vengono poi visualizzati al pari di merci qualsiasi.
Si osservi che è sul fondamento utilitarista che è nata “l'economia della cultura”, i cui capisaldi risalgono al pionieristico contributo di J. K. Galbraith del 1960 e soprattutto al volume di W. Baumol e W. Bowen (Performing Arts, 1966): le categorie, oltre che gli strumenti di analisi, della teoria economica mainstream vengono semplicemente adattate alle caratteristiche dell'attività culturale. Mi piace qui ricordare che l'espressione “Industria Culturale”, venne coniata nel 1947 da M. Horkheimer e T. Adorno della Scuola di Francoforte come pesante censura nei confronti della mercificazione della cultura di massa. Una nozione, quest’ultima, che verrà successivamente ripresa da Jean Baudrillard nella sua feroce critica all'interpretazione economica dei processi culturali.
3. Perché il capitale culturale, come sopra definito, è fattore strategico di sviluppo umano e di incivilimento del mercato? Per rispondere, conviene partire dalla constatazione che lo sviluppo moderno, più che conseguenza dell'abbondanza di risorse naturali e fisiche e dell'adozione di ben congeniati schemi di incentivo, dipende soprattutto dal capitale civile accumulato nel corso del tempo da un paese o da una comunità. Invero, non sono gli incentivi di per sé a determinare gli esiti desiderati, ma il modo in cui gli agenti percepiscono e reagiscono agli incentivi stessi. E i modi di percezione e di reazione dipendono proprio dalle peculiarità dello stock di capitale civile a disposizione. Il caso più notevole che conferma quanto ora detto è quello della Rivoluzione Industriale. Questa ebbe a prendere corpo in Inghilterra in un periodo (il XVIII° Sec.) in cui le istituzioni politico-giuridiche erano basicamente le stesse dei secoli precedenti. Un solo esempio: le opportunità di profitto assicurate dalla conversione dei terreni a proprietà comune in terreni a proprietà privata (le celebri enclosures) cominciarono ad essere sfruttate solamente quando lo spirito imprenditoriale di tipo capitalistico prese a diffondersi in seguito ad un marcato rivolgimento culturale propiziato dalla linea di pensiero Hobbes-Locke-Mandeville-Hume-Bentham. Rinvio a G. Clark (Farewell to Alms, Princeton University Press, 2007) per un puntuale resoconto di tale vicenda. È ormai acquisito che valori e disposizioni d'animo quali la propensione al rischio, l’imprenditorialità, la concezione del lavoro, la fiducia, la reciprocità – ingredienti questi tutti indispensabili al buon funzionamento di una economia di mercato – sono strettamente connessi alla cultura prevalente in un determinato contesto spazio-temporale.
Tre sono gli elementi costitutivi del capitale civile. Il primo è il capitale sociale – espressione coniata per primo da L. J. Hanifan nel 1920 (The Community Center, Boston, 1920) – inteso come insieme dei nessi di fiducia che si instaurano tra persone che vivono in un certo territorio. E’ all'intuizione geniale di Robert Putnam (1993) che si deve la distinzione tra capitale sociale di tipo bonding (reti fiduciarie a corto raggio) e capitale sociale di tipo bridging (reti fiduciarie a largo raggio) e la proposizione che, quando in un territorio il primo tipo finisce col dominare sul secondo, il collasso, nel senso di J. Diamond, diventa inevitabile. (Si noti che, pur disponendo di una ingente mole di studi sul capitale sociale, non conosciamo ancora i meccanismi e i canali attraverso i quali questa componente del capitale civile favorisce lo sviluppo economico). Il secondo elemento costitutivo del capitale civile è il capitale istituzionale, cioè l'insieme delle regole del gioco, sia politico sia economico, prevalenti in un paese. E' oggi ampiamente riconosciuto che è la diversa qualità del capitale istituzionale a determinare, in gran parte, le differenze di performance economica e sociale di paesi pur connotati da dotazioni sostanzialmente eguali di capitale fisico e di capitale umano. Infine, la terza componente del capitale civile è la cultura nell'accezione di capitale culturale qui accolta.
Si noti ora l'incongruenza. Mentre ai primi due pilastri del capitale civile sono state e continuano ad essere dedicate attenzioni e risorse crescenti da parte sia degli studiosi sia delle autorità pubbliche di governo, alla terza componente – il capitale culturale – vengono riservate solo vaghe e sporadiche attenzioni. Valgano pochi esempi, peraltro assai significativi. Nel marzo 2013 è stato reso pubblico il primo “Rapporto del Benessere Equo e Sostenibile” (BES) dell'Italia, a cura dell'ISTAT. Sulla falsariga del celebre “Rapporto Stiglitz, Sen, Fitoussi” di qualche anno prima, l'indice del BES aggrega dodici dimensioni del benessere, per ciascuna delle quali vengono impiegati un insieme di indicatori in grado di rappresentare il livello e lo stato della singola dimensione. Ebbene solamente una di queste è dedicata alla cultura - “paesaggio e patrimonio culturale” – e, per giunta, al solo comparto dei beni culturali. Il lavoro svolto dagli istituti di cultura è del tutto ignorato. È bensì vero che l'Italia, tra tutti i paesi, possiede il maggior numero di siti designati dall'Unesco come “Patrimonio culturale dell'Umanità” (45 contro i 40 della Spagna, i 35 della Francia e così via). Ma, come può  un indice come il BES, chiamato a rappresentare il benessere di una popolazione, trascurare l'altra componente del capitale culturale?
Altro esempio. Il programma dell'Unione Europea, Europa Creativa, è finalizzato a sostenere le imprese di quel promettente settore economico noto come “Industrie Culturali e Creative” (ICC), destinando ad esse, sul ciclo di programmazione 2014-2020, un ammontare di risorse comunitarie pari a 1,8 miliardi di euro. I soggetti che hanno titolo di accedere a tali fondi sono individuati sulla base di una tassonomia proposta dall'“European Statistical System Network on Culture” (EESSN-Culture). Nel suo rapporto del 2012, l'ESSN-Culture prende in considerazione 10 domini – “Heritage; Archives; Libraries; Books & Press; Visual Arts; Performing Arts; Audiovisual & Multimedia; Architecture; Advertising; Art & Craft” - nessuno dei quali ha attinenza con le attività degli enti di cultura. Ancora, il D.Lgs. 460/1997 che istituì per la prima volta in Italia la figura giuridica della ONLUS (Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale), mentre riconosce benefici di natura fiscale a quegli enti che, sotto precise condizioni, si dedicano alla formazione di soggetti svantaggiati e alla salvaguardia dei beni culturali, non include nella platea dei potenziali beneficiari gli istituti di cultura. Quanto a dire che le loro attività non vengono giudicate capaci di generare utilità sociale!
Un ultimo esempio. Il rapporto “Io sono cultura”, curato da Unioncamere e dalla Fondazione Symbola e presentato nell'agosto 2014 dal Ministro Dario Franceschini, ci informa che il settore culturale italiano “vale” 214 miliardi di euro (pari a circa il 15,3% del valore aggiunto nazionale). Le imprese del sistema produttivo culturale nel nostro paese sono 443.458 e ad esse si deve il 5,4% del reddito prodotto. Il settore culturale ha un moltiplicatore di 1,67: il che significa che ogni euro prodotto dalla cultura ne attiva 1,67 negli altri settori, a monte e a valle, dello stesso. Ebbene, il cosiddetto “Decreto Cultura” meritoriamente voluto dal ministro e, al momento in cui scrivo, ancora in fase di conversione al Parlamento, introduce il tanto atteso Art Bonus, ed estende il concetto di cultura a comparti quali l'eno-gastronomia, la creatività nella moda, le produzioni artistico-artigianali ma di nuovo, gli istituti di cultura vengono ignorati. (Per un commento puntuale e rigoroso del Decreto Franceschini, che riprende la Legge 112 del 2013, “Valore Cultura” dell’ex Ministro Massimo Bray, rinvio a E. Emanuele su Il Sole 24 Ore del 22 giugno 2014. Del medesimo autore segnalo l'importante saggio Arte e Finanza, ESI, 2012).
Si potrebbe continuare ancora a lungo, ma ritengo che il punto sollevato sia stato colto. Per la verità va detto che è solo con la Legge di Stabilità 2014 che in Italia ci si è posti il problema di individuare nuovi criteri per la corresponsione di contributi statali agli istituti di cultura di cui alla L.530/96. La presente ricerca giunge perciò tempestiva e quanto mai opportuna.
4. Come darsi conto del generalizzato disinteresse sopra documentato, nei confronti di quella componente del capitale culturale rappresentata da quel che fanno gli istituti culturali? E' certamente vero che è ancora diffusissima nella mentalità corrente l'idea secondo cui il capitale culturale sarebbe una sorta di dato di natura che, tutt'al più, deve essere ben conservato – donde l'anchilosante approccio conservazionista tutt'ora dominante in Italia. Il principio che il capitale culturale, al pari di ogni altra forma di capitale, vada valorizzato e non solo conservato e di conseguenza che sono necessari investimenti specifici per la bisogna, stenta ancora oggi a farsi strada. Non è certo di aiuto, al fine di fare accettare tale principio, la constatazione che i nostri sistemi di contabilità nazionale continuano ad essere focalizzati sul solo PIL, il reddito prodotto sull'arco temporale dell'anno. Come noto, il reddito è una grandezza di flusso, mentre la ricchezza è una grandezza di stock.  Ora, solamente in uno stato stazionario (quello in cui il tasso di crescita netto del reddito è nullo) la misurazione in termini di flusso e quella in termini di stock condurrebbe al medesimo risultato per quanto attiene la valutazione dell'attività culturale. Ma fuori dallo stato stazionario si ha che, mentre il capitale culturale accresce la ricchezza, non altrettanto accade, necessariamente, al reddito. Ne consegue che fino a quando non si arriverà ad affiancare alla contabilità nazionale di flusso quella di stock, mai si riuscirà a dare adeguato risalto alle attività culturali come qui definite. (Si badi che nelle aziende questo avviene da sempre: il bilancio di esercizio consta, infatti, del conto economico e dello stato patrimoniale).
Quanto sopra è chiaramente vero, ma rappresenta una ragione ancora troppo debole per spiegare il, già più volte citato, fin de non recevoir. Sono dell'idea che una ragione più forte vada rinvenuta nella circostanza che non disponiamo ancora di una metrica accettata per misurare il VAC. Vedo di precisare. Nel momento stesso in cui si parla di capitale culturale si viene inevitabilmente rinviati alla categoria del valore. Come ha scritto Steven Connor, il valore culturale è “qualcosa cui non si può sfuggire... Siamo sempre e comunque obbligati ad attribuire un valore”. (Theory and Cultural Value, Blackwell, Oxford, 1992, p.8). Si può, anzi si deve, discutere circa i metodi e le procedure più adeguati per misurare il valore di realtà come quelle culturali. Quel che non si può fare è eludere il problema. I sistemi culturali se non accettano la sfida della valutazione andranno incontro ad una lenta eutanasia. Già l'aveva compreso l'economista inglese William Petty (1623-87) quando nel suo celebre Aritmetica Politica scrisse che “l'arte [non la tecnica] del ragionare per mezzo di cifre sulle cose aventi attinenza col governo è indispensabile per ben governare”. In altro modo, chi non accetta l'idea che è necessario dare conto che i benefici diretti e indiretti che un istituto di cultura produce, di fatto, pur non desiderandolo, ne decreta la scomparsa. Bel paradosso davvero!
Si pone la domanda: non sarebbe possibile (e opportuno) rivolgersi alla scienza economica per mutuarne una delle tante teorie del valore da essa sviluppate nel corso degli ultimi due secoli? La risposta è decisamente negativa: nessuna delle teorie del valore disponibili – da quella del valore-lavoro degli economisti classici, a quella del valore-utilità della scuola neoclassica, a quella del valore-preferenze di più recente fattura – è adeguata per misurare il valore culturale. Mi manca lo spazio per dimostrarlo, ma la ragione di fondo è che le teorie del valore elaborate dalla scienza economica sono tutte funzionali alla teoria dei prezzi di mercato e dunque sono di ben scarso aiuto per assegnare un valore ad attività che non transitano per il mercato. (Rinvio, sul punto, al mio, Mercato, Rosenberg, Torino, 2014).
Giova osservare che il problema che ci vede qui impegnati è fortemente avvertito anche da quelle organizzazioni non profit che operano nella sfera del sociale. Eppure, tali soggetti sono riusciti, in tempi recenti, a trovare una soluzione, prima facie soddisfacente: il VAS, il valore aggiunto sociale. La base metodologica del VAS si trova nello studio di AA.VV., The price of virtue: the economic value of the charitable sector, Elgar, Cheltenham, 2001. Avvalendosi di algoritmi come la “disponibilità a pagare” pur di mantenere in vita l'attività svolta dall'ente non profit o come la “compensazione richiesta per l'eventuale assenza del servizio”, si arriva ad esprimere il VAS – che non include, si badi, le attività culturali – in termini della differenza tra benefici (diretti e indiretti) generati e costi sostenuti per la loro produzione. Dividendo poi il VAS così calcolato per il totale dei costi si ottiene un indicatore del rendimento potenziale delle risorse investite.  In tempi recenti, un ulteriore passo in avanti è stato compiuto con l'invenzione del “Social Return on Investment” (SROI), un indicatore per primo proposto dalla New Economic Foundation ed il cui obiettivo è quello di arrivare a misurare l'impatto sociale di un dato investimento, così da permettere il calcolo dello SROI. Ebbene, ciò a cui si deve mirare è di arrivare a definire, in tempi brevi, il “Cultural Return on Investment”, cioè il CROI.
Su un fronte problematico simile a quello qui considerato, non si può non fare parola dell'originale iniziativa della Fondazione Symbola che, in collaborazione con Unioncamere, ha dato vita al progetto PIQ (Prodotto Interno di Qualità). Si tratta di un indice che misura la performance del nostro paese rispetto all'attributo della qualità. Tecnicamente, il PIQ è la sommatoria delle quote percentuali di qualità presenti in ciascun settore di attività economica, moltiplicate per il rispettivo valore aggiunto. Lo scopo è quella di valutare il peso della dimensione qualitativa nel PIL: per l'anno 2013, il PIQ ha rappresentato il 48% circa del valore aggiunto emerso. Come si vede, la qualità può essere misurata, sia pure con metriche ad hoc.
In ogni caso, l'impulso più forte che spinge per giungere ad una misura del VAC è quello che oggi viene dagli sviluppi recenti dalla teoria della finanza di impatto. Il Global Impact Investing Network (GIIN) definisce l'investimento di impatto nei termini di un investimento indirizzato a imprese, organizzazioni o fondi con l'intento di generare risultati misurabili di tipo sociale o ambientale – ma ancora non culturale! - unitamente ad un qualche ritorno di tipo finanziario. Il primo studio organico sugli investimenti d'impatto si deve alla banca d'affari JP Morgan pubblicato alla fine del 2010. Lo studio prende in considerazione sette ambiti: agricoltura, acqua, abitazioni, istruzione, sanità, energia, servizi finanziari di base – di nuovo la cultura è assente. Il Rapporto GIIN del maggio 2014 stima in 46 miliardi di dollari gli asset globalmente impiegati a fine 2013 nella finanza di impatto e prevede una crescita del 20% all'anno nei prossimi anni.
Tra le proposte contenute nella prima riforma organica del Terzo Settore nel nostro paese – la legge delega è stata approvata nel luglio 2014-  il Governo Renzi ha inserito quella del Progetto SIB (Social Impact Bonds) per finanziare iniziative di utilità sociale in cui il rimborso del capitale e la corresponsione di un rendimento sono subordinati ai risultati conseguiti dall'iniziativa stessa. (Per fare memoria, il progetto pilota del SIB venne realizzato nel 2011, con notevole successo, per il carcere inglese di Peterborough, vicino a Londra, e subito dopo per il carcere americano di Richers Island). Si tratta allora di cogliere tale preziosa occasione per arrivare ai “Cultural Impact Bonds”(CIB). Ma per giungere a ciò, occorre conoscere il VAC, perché come per dare vita ai SIB è stato necessario conoscere il VAS, per collocare i CIB non si può fare a meno di conoscere il VAC. (E’ d'interesse ricordare che l'idea di misurare l'impatto di un investimento culturale occorse, per primo, a J. Garfield, quando nel 1955 propose il ben noto “impact factor” per stimare il valore di un prodotto scientifico).
5. Mi occupo ora di fornire una giustificazione teorica della scelta delle dimensioni di valore accolte in questa ricerca. Si tratta di un compito necessario, una volta che si sia deciso di seguire l'approccio dell'oggettività posizionale. Occorre, infatti, che il valutatore dichiari all'inizio quale è la “posizione” dalla quale si colloca nel formulare il suo giudizio sull'attività dell'ente culturale che esamina.  A sua volta, quest'ultimo deve sapere su quali parametri di valore sarà giudicato, così da potere orientare e informare il proprio agire in modo acconcio.
Una prima dimensione ha a che vedere con la qualità sociale dell'attività svolta. Come suggerisce W. Santagata (Il governo della cultura, Il Mulino, 2014), la qualità sociale è l'insieme delle opportunità che mettono le persone nelle migliori condizioni di partecipare in modo attivo alla vita della comunità di riferimento e/o di appartenenza. La creatività che, come sopra si è scritto, è cifra di un'autentica attività culturale non è solamente quella finalizzata all'innovazione, ma anche quella che eleva la qualità sociale in una determinata sfera di attività. Si pensi ad attributi del vivere civile quali il grado di fiducia, il tipo di relazioni interpersonali, l'inclusività, la reciprocità.  La fruizione culturale oggi non segue più i canoni dell'ormai obsoleto modello del consumismo culturale, poiché il cittadino delle nostre società avanzate vuole essere co-produttore di cultura, potendo sfruttare le strutture di connettività oggi disponibili. Ne consegue che il VAC di un istituto di cultura sarà tanto più elevato quanto più esso dimostrerà di essere in grado di concorrere alla creazione di comunità di partecipazione culturale. Un indicatore significativo di tale capacità è rappresentato dallo specifico modello di governance che l’istituto di cultura sotto valutazione ha inteso darsi. (La Commissione sulla “Governance Globale” istituita nel 1995 dalle Nazioni Unite definisce la governance come “la modalità in cui individui e istituzioni, pubbliche e private, affrontano le questioni di interesse collettivo… dando vita ad azioni basate sulla cooperazione tra i soggetti coinvolti”).
Una seconda dimensione di valore concerne il contributo dell'ente all'allargamento degli spazi del pluralismo e  quindi della varietà delle proposte culturali. Sappiamo, ormai da tempo, che uno dei principali ostacoli alla crescita del capitale culturale di un paese è il pensiero di gruppo (group-think), secondo la definizione che per primo ne diede il politologo inglese L. Janis (Victims of group think, Houghton, Boston, 1972). Il pensiero di gruppo – da non confondersi con il conformismo o con l'obbedienza di comodo – è il vizio che colpisce tutti coloro che, in nome dell'identità di gruppo o dell'adesione a certe matrici ideologiche, rinunciano, senza esserne costretti, ad esprimere il proprio punto di vista perché desiderano, sopra ogni cosa, l'unanimità dei consensi. E’ in ciò l’origine del pensiero unico. Chiudendosi all'ascolto di altre voci, costoro finiscono con il narcotizzare il conflitto interno e di conseguenza con il tarpare le ali alle possibilità di innovazione. E' in vista di ciò che A. Sen (“Culture, freedom and indipendence, in UNESCO, World Culture Report, Paris, 1998) considera compito irrinunciabile del lavoro culturale quello di alimentare il pensiero critico, allo scopo di garantire la “bio-diversità” delle opzioni culturali. Le culture, infatti, sono come le lingue: il mondo che descrivono è lo stesso, ma i modi in cui lo fanno sono diversi.
Passo ad una terza dimensione. Essa ha a che vedere con il contributo che un istituto di cultura è in grado di dare al superamento del dualismo civile tra centro-nord e sud che ancora affligge il nostro paese. E' un fatto che in aggiunta al dualismo economico (livelli di reddito pro-capite, ricchezza delle famiglie, stato delle infrastrutture) e al dualismo sociale (speranza di vita, livelli di istruzione, servizi sanitari, sicurezza, giustizia sociale), persiste nel nostro paese un grave dualismo civile (espresso in termini di partecipazione democratica, natura dei processi politici, tasso di imprenditorialità, vitalità delle organizzazioni della società civile). Due sono i principali paradigmi interpretativi del fenomeno in questione fino ad ora proposti in letteratura. Per un verso, quello secondo cui sarebbe lo sviluppo economico il presupposto dello sviluppo sociale e civile di un territorio; per l'altro verso il paradigma che suggerisce, invece, che è lo sviluppo civile a generare quelle aspettative e a determinare quei comportamenti che conducono poi allo sviluppo economico. Chi scrive si riconosce in questa seconda linea di pensiero: è la scarsa dotazione di capitale civile, soprattutto della componente di capitale culturale, a non consentire al Sud l'innesco del circolo virtuoso della crescita sostenibile. E' allora agevole comprendere come sia concretamente possibile misurare il grado di efficacia dell'attività di un istituto di cultura.
Di una quarta dimensione desidero qui dire. Mi riferisco alla democrazia culturale intesa – come scrive F. Viola (“Democrazia Culturale”, Studi Emigrazione, 2001, 2) – come una democrazia in cui i diritti culturali occupano un posto di rilievo e ciò nel senso che essi non solo vanno tutelati ma espansi. Infatti, le specificità dei diritti culturali – diversi dai diritti politici, sociali ed economici – riposa sulla circostanza che la cultura non è solo un bene da fruire, ma un elemento essenziale alla dimensione ontologica dell'uomo. E' per questo che i diritti culturali vanno considerati in tutta la loro ampiezza e non ristretti alla protezione delle identità culturali particolari. Una democrazia che fosse attenta ai diversi gruppi culturali che la abitano ma indifferente rispetto al diritto all'accesso libero alla vita culturale non sarebbe una democrazia culturale, dal momento che anziché “cittadini adeguati” - come li ha chiamati R.A. Dahl (Politica e Virtù, Laterza, 2001) – avrebbe a che fare con clienti della pubblica assistenza.
Una democrazia culturale ha allora bisogno di istituti di cultura, su cui investire per accelerare la transizione verso quel modello avanzato di democrazia che è la democrazia deliberativa – posto che il modello elitistico-competitivo di democrazia, associato ai nomi di Max Weber e Joseph Schumpeter, non è più in grado nelle presenti condizioni storiche di assicurare tassi elevati di partecipazione politica. Si pensi, per fare un esempio specifico, a come favorire il confronto tra argomenti opposti di una certa rilevanza nelle nostre democrazie; a come cioè promuovere il principio del contraddittorio al di fuori dei periodi elettorali. Attori della società civile come appunto gli istituti di cultura potrebbero organizzare dibattiti, sul modello dei forum deliberativi, su temi di grande interesse pubblico. I relatori invitati al contraddittorio rappresentano associazioni, movimenti militanti, esperti, persone autorevoli. Il pubblico presente interroga i relatori e ne critica le tesi. Le conclusioni dei dibattiti vengono poi poste on line dando luogo a forum di discussione nei siti degli organizzatori. Non v’è chi non veda come una funzione civile del genere potrebbe significativamente accrescere l’accountability del ceto politico, grazie alla riduzione del sostegno elettorale dei cittadini ai politici corrotti e/o incompetenti.
Infine, una quinta dimensione di valore merita grande attenzione ai fini presenti. Si tratta di quello che P. Sacco chiama il welfare culturale. È oggi ampiamente documentato che il benessere psicologico di una persona è determinato assai più dalla cultura che non dal reddito o dall'occupazione. (Solamente la salute supera la cultura nel determinare il benessere psicologico, come dimostrano i tanti trials clinici oggi disponibili). Quali condizioni devono essere soddisfatte affiché la cultura possa diventare in realtà fattore di benessere psicologico? Per rispondere occorre considerare che la fruizione culturale da parte di un individuo postula che questi abbia già avuto sufficienti opportunità di sperimentazione.  Il che significa che la scelta di fare una determinata esperienza culturale è inquadrabile come investimento, sia pure sui generis, e non come consumo, contrariamente a quanto la gran parte della letteratura in tema continua a sostenere. Trattandosi di investimento, è allora ovvio che vi siano specifici costi da sostenere, costi che assai opportunamente Sacco chiama “di attivazione”, vale a dire “costi di ordine cognitivo e motivazionale che occorre sostenere al fine di acquisire la capacità di assegnare valore a beni dotati di elevato contenuto simbolico come, appunto, le esperienze di tipo culturale”. (P. Sacco, L. Zarri, “Cultura, promozione della libertà positiva, integrazione sociale”, Economia della Cultura, 2004, 4, p. 503).
Questa capacità di attribuzione di valore rappresenta una specifica capability nel senso di A. Sen che, una volta acquisita, consente al soggetto di cogliere l'effettivo potenziale gratificatorio delle opzioni via via accessibili. In sua assenza, il rischio che si corre è quello della manipolazione strategica del soggetto da parte di chi confeziona le opzioni – il che è quanto sta oggi accadendo in misura preoccupante. Ma, come si è detto, l'acquisizione di tale capacitazione comporta dei costi specifici. E dunque se l'individuo non dispone delle risorse necessarie finirà con l'accettare passivamente “surrogati a basso costo”(ivi, p.504). E' in ciò allora la ragion d'essere delle politiche culturali, sempre che il fine che si intende perseguire sia quello di accrescere il benessere dei cittadini: intervenire per abbassare i costi di attivazione. M. Rushton ha scritto che il sostegno pubblico agli istituti culturali si giustifica alla luce del fatto che lo Stato è al servizio del cittadino la cui identità viene plasmata in misura significativa dalla comunità in cui è inserito per la mediazione proprio degli istituti di cultura (“Methodological individualism and cultural economics”, Journal of Cultural Economics, 1999, p.23).
Alla luce di quanto precede è agevole pensare quale debba essere il criterio per valutare l'efficacia dell'azione di un ente culturale. L'aveva già ben compreso John Ruskin, uno dei primi studiosi dei fenomeni culturali, quando a metà Ottocento, in aperta polemica con la teoria del valore-lavoro di David Ricardo, scriveva che il valore di una iniziativa culturale dipende da quanto essa contribuisce al miglioramento della vita di coloro che l'hanno posta in essere e di coloro i quali la utilizzano o ne fruiscono in qualche forma. (The political economy of arts, Smith & Elder, London, 1857). Invero, l'efficienza dice della relazione tra risorse impiegate e risultato conseguito, l'efficacia dice della relazione fra le medesime risorse e il fine che l'attore si prefigge di conseguire. Ecco perché misurare il VAC di un istituto di cultura sulla base dei soli indicatori di efficienza è non solo improprio ma anche controproducente se l'obiettivo che si vuole perseguire è quello di far avanzare il benessere psicologico e spirituale della popolazione.
6. Vado a chiudere. Una volta raggiunto il necessario consenso sulle dimensioni di valore che si ritiene di adottare per esternare la propria “posizione”, il passo successivo è quello di selezionare, per ciascuna di esse, gli indicatori e i parametri che servono per rendere operazionalmente agevole la determinazione del valore aggiunto culturale. Si tratta di operazione bensì rilevante e complessa - ma non però complicata - che non pone difficoltà particolari sotto il profilo concettuale. La ricerca che ora viene presentata al giudizio del lettore ne è una chiara conferma.
Desidero terminare richiamando l'aforisma che era solito ripetere Luigi Sturzo: “Vexatio dat intellectum”: è il bisogno che aguzza l'ingegno. Voglio credere che gli istituti di cultura italiani, oggi in grave disagio, trovino il modo di “aguzzare” il loro ingegno per uscire dalle secche di una situazione divenuta ormai insostenibile. E per riuscirci devono solo recuperare tutta la loro “capacità di aspirare”. Agli enti di cultura è affidato oggi il compito di produrre una civiltà più umana e non solamente una civilizzazione funzionale al miglioramento delle performance dello Stato e del mercato. Abbiamo bisogno, infatti, di far decollare una realtà associativa propriamente culturale, il cui fine ultimo sia quello di sviluppare una cultura del civile come cultura delle relazioni prosociali di tipo né solo mercantile né solo politico.
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