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CULTURA CATTOLICA E CULTURA DI MASSA  Estratto da Paradoxa 3/2014)


Sergio Belardinelli 

Pur con alterne vicende e con momenti anche fortemente conflittuali, la chiesa cattolica ha sempre cercato di conciliare cultura alta e cultura popolare. Da un lato, infatti, c’è l’urgenza dell’evangelizzazione che, fin dall’inizio, esige un confronto serrato con le diverse culture, al fine di acquisirne ciò che è buono e facilitare in questo modo la trasmissione del messaggio di Gesù (si pensi alla vicenda della cosiddetta ellenizzazione); dall’altro, c’è la consapevolezza di avere a che fare con una parola rivelata in modo privilegiato agli umili, ai poveri e ai semplici, la quale costringe anche i teologi e i filosofi più sofisticati a fare i conti con la cura pastorale, quindi con il popolo, in un modo che non è semplicemente quello di colui che sa ciò che altri non sanno. Ovviamente la catena di trasmissione tra alto e basso funziona in modo più o meno omogeneo, a seconda dei tempi e delle circostanze, ma sta di fatto che nella chiesa cattolica questa ‘trasmissione’ è sempre stata percepita come un compito fondamentale, specialmente a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, allorché diventa sempre più problematico il confronto con un mondo che appare ormai secolarizzato, indifferente e addirittura ostile alla chiesa cattolica e al suo magistero. Sono gli anni dell’avvento della cosiddetta ‘cultura di massa’, delle grandi trasformazioni sociali, delle grandi speranze, specialmente tra i giovani. Ma sono anche gli anni del Concilio Vaticano II, gli anni in cui la chiesa sente di dover rifare i conti con se stessa e con il mondo contemporaneo, attenta certo ai suoi problemi, ma anche alle opportunità che si stanno liberando in esso, e quindi alla necessità di comprenderle e valorizzarle, a vantaggio soprattutto dell’uomo, della sua libertà e dignità. 

Questo modo particolare di rapportarsi al mondo, trova la sua esposizione sistematica nella Gaudium et Spes, la costituzione del Concilio Vaticano II sulla chiesa nel mondo contemporaneo, dove, non a caso, si parla non soltanto dell’aiuto che la chiesa può dare, ma anche dell’«aiuto che la chiesa riceve dal mondo contemporaneo» (n. 44). «Nella cura pastorale si conoscano sufficientemente e si faccia buon uso non soltanto dei principi della teologia, ma anche delle scoperte delle scienze profane, in primo luogo della psicologia e della sociologia, cosicché anche i fedeli siano condotti a una più pura e più matura vita di fede» (n. 62). In altre parole, per esprimere il messaggio di Gesù Cristo, si deve ricorrere ai concetti e alle lingue del tempo presente, in modo da adattare il Vangelo «sia alla capacità di tutti, sia alle esigenze dei sapienti» (n. 44). Ecco il senso dell’evangelizzazione: uno sforzo di comprensione del proprio tempo che vada a beneficio di tutti. Non un atteggiamento elitario, dunque, e nemmeno un atteggiamento semplice e fideistico, ma un lavoro sul proprio tempo alla luce del Vangelo, consapevoli certo delle sfide e dei pericoli che il tempo contiene, ma anche fiduciosi nella forza illuminante del Vangelo e nella sua capacità di valorizzarne gli aspetti migliori. 
Questo atteggiamento sta, grosso modo, anche sullo sfondo del rapporto che la cultura cattolica ha assunto nei confronti della cosiddetta cultura di massa. Ecco, ad esempio, come se ne parla in Gaudium et Spes: «L’industrializzazione, l’urbanesimo e le altre cause che favoriscono la vita comunitaria creano nuove forme di cultura (cultura di massa), da cui nascono nuovi modi di pensare, di agire, d’impiegare il tempo libero; lo sviluppo dei rapporti tra le varie stirpi e le classi sociali, aprono più ampiamente a tutti e a ciascuno i tesori delle diverse forme di cultura, e così a poco a poco si prepara una forma più universale di cultura umana, che tanto più promuove ed esprime l’unità del genere umano, quanto meglio rispetta la particolarità delle diverse culture» (n. 54). 
Traspare, come si vede, una chiara volontà di valorizzare i lati positivi questa «nuova» forma culturale che per la prima volta sembra coinvolgere tutte le popolazioni della terra. Il riferimento alla necessità che si rispetti «la particolarità delle diverse culture» potrebbe far pensare che il brano metta anche in guardia rispetto a sue possibili degenerazioni omologanti. Ma di certo il tono non ha nulla a che fare con il radicale rifiuto della cultura di massa che, più o meno negli stessi anni del Concilio, incominciava a diffondersi ad opera soprattutto della famosa Scuola di Francoforte e che, col tempo, avrebbe finito col contagiare anche settori non marginali della cultura cattolica. Come si dice in modo ancora più esplicito nella Istruzione Pastorale Communio et progressio, promulgata da Paolo VI nel 1971, «La comunione e il progresso della società umana costituiscono lo scopo primario della comunicazione sociale e dei suoi strumenti quali la stampa, il cinema, la radio e la televisione. Il loro continuo perfezionamento, infatti, ne estende la diffusione a nuove moltitudini di persone e le rende più accessibili ai singoli, favorendo una sempre maggiore e profonda incidenza di questi strumenti nella mentalità e nel modo di vivere degli uomini». 
Prima di soffermarmi su alcuni atteggiamenti nei confronti della cultura di massa che in questi anni sono stati assunti da una cultura cattolica sempre più variegata al proprio interno, specialmente sul piano politico, vorrei dire due parole sulla cultura di massa in generale e sulla sua novità rispetto alla cultura, diciamo così, tradizionale.     
La cultura di massa e i suoi prodotti
Quando si parla di cultura si allude in genere alle norme, ai valori, ai simboli, con i quali siamo soliti conferire senso e significato alla nostra vita individuale e sociale. Nel mondo di ieri, come è noto, questo induceva a tirare in ballo i ‘prodotti’ più elevati dell’attività umana (la pittura, la scultura, la letteratura, la musica, le varie scienze e via di seguito) nonché le ‘istituzioni’ più prestigiose (le università, le accademie, i circoli culturali, le biblioteche, i centri di studio in genere). Ma, con l’avvento della cosiddetta industria culturale di massa, della radio, della televisione e oggi in particolare dei nuovi media, il contesto socio-culturale può dirsi radicalmente mutato; mutano sia i prodotti che le istituzioni culturali. I primi diventano prodotti ‘di massa’, appunto, caratterizzati tra l’altro da una crescente natura multimediale, dove il verbale, il visivo e l’acustico tendono a fondersi in forme sempre nuove; le seconde, invece, sia che si tratti di case editrici, reti televisive o università, finiscono per configurarsi sempre di più come aziende, diventando così sempre più importante l’apparato che viene a interporsi tra i creatori e i consumatori di cultura. Se i prodotti della cultura tradizionale, quella cosiddetta ‘alta’, sottostavano a canoni estetici, letterari o scientifici, per lo più indipendenti dai loro destinatari o consumatori, i prodotti della cultura di massa sono creati invece esclusivamente in vista del mercato di massa; di qui la loro crescente standardardizzazione, sia nel modo di produrli che nel modo di fruirne. E proprio su questa standardizzazione si concentreranno in modo particolare i critici della cultura di massa.
Sebbene il concetto di cultura di massa si diffonda soprattutto nel secondo dopoguerra, i presupposti dell’avversione nei suoi confronti li incontriamo già nella critica del concetto di civilizzazione da parte della cosiddetta cultura della crisi, soprattutto tedesca, di fine Ottocento-primo Novecento. Da Weber a Simmel, da Scheler a Spengler a Heidegger, tutti sono concordi nel ritenere che il corpo vivo della cultura occidentale, appunto la Kultur, stia ormai lasciando il posto inesorabilmente a quella che Spengler definirà la sua «mummia», ossia la Zivilisation. Pensiero tecnico, standardizzazione dei prodotti culturali e degli stili di vita, omologazione, essiccamento del pensiero critico e della creatività sono i tratti tipici che vengono imputati alla Zivilisation e che, soprattutto sulla scia della Scuola di Francoforte, entreranno nella critica della società di massa degli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale fino ai giorni nostri.    
Può sembrare curioso, ma la diatriba che si accende tra «cultura» e «civilizzazione» lascia la chiesa cattolica piuttosto indifferente. La critica della cultura liberale che, in continuità con quella del suo predecessore Pio IX, incontriamo, poniamo, nel magistero di Leone XIII, il papa che governa a cavallo tra il XIX e il XX secolo, segue una strada che non ha nulla a che fare con quella dei suddetti autori della cultura della crisi. Quanto alla tecnica, ritenuta da questi stessi autori, seppure con diverse sfumature, come il prototipo di un pensiero estraniato ed estraniante, essa viene considerata dalla chiesa cattolica secondo i canoni più tradizionali. Agli occhi di Leone XIII, la tecnica è semplicemente uno dei «mezzi di lor natura buoni», dei quali l’uomo si serve per raggiungere i suoi fini; «il volo della scienza – si legge nell’ enciclica Annum ingressi, pubblicata nel 1902 – dischiuse certamente orizzonti nuovi all’intelletto, allargò il dominio della natura corporea e se ne vantaggiò in cento modi la vita terrena. Nondimeno si sente da tutti e si confessa da molti che l’effetto fu inferiore alle speranze… L’uomo signoreggia la materia, ma questa non ha potuto dargli ciò che non ha; e le grandi questioni che si riferiscono ai suoi più alti interessi la scienza umana non le ha risolte; la sete di verità, di virtù, dell’infinito tornò inestinta; e la terra arricchita di tesori e di gioie e le accresciute comodità della vita non hanno eliminato l’inquietudine morale».
Il brano mi sembra bello e anche attuale, addirittura attuale oggi più di ieri, specialmente se pensiamo che Leone XIII lo scrive sulla base di una concezione piuttosto ingenua, diciamo pre-moderna, sia della tecnica, considerata quale semplice prezioso «mezzo», per sua natura «buono», da usare per «signoreggiare» la materia, sia della scienza, considerata quale deposito e ricerca di «verità inconcusse», delle quali la tecnica sarebbe appunto «applicazione». Proprio come in epoca pre-moderna, Leone XIII considera la scienza soprattutto come capacità della ragione umana di conoscere «oggettivamente» la realtà fisica nei suoi diversi ordini, allo stesso modo in cui si conoscono le realtà metafisiche o divine; non sembra rendersi conto come in epoca moderna prevalga invece la dimensione pragmatica, ipotetica, al limite fallibile della stessa conoscenza. Quanto alla tecnica, già ai primi del Novecento, quando cioè Leone XIII scrive le parole che abbiamo citato, essa non si configura più come una semplice «applicazione» a posteriori di presunte «verità inconcusse» della scienza, ma tende a condizionarne, in quanto razionalità strumentale, l’intero universo epistemologico. 
A questa trasformazione si appoggiano in vario modo Weber, Simmel, Max Scheler, Spengler, Heidegger, ma si potrebbe aggiungere, prima di loro, anche Nietzsche, per decretare una crisi della società occidentale che più tardi, a cominciare dagli anni Quaranta, verrà ripresa dagli autori della Scuola di Francoforte, spingendone all’estremo uno dei presupposti fondamentali: nella scienza non c’è verità; la scienza non è conoscenza; la scienza è piuttosto costruzione del mondo; nella scienza c’è soltanto volontà di dominio, razionalità strumentale; è la tecnica, l’industria, il vero principio determinante di tutta l’attività scientifica. 
Agli occhi di Adorno, Horkheimer, Marcuse e altri, la società di massa diventa l’espressione tipica della potenza sprigionata a tutti i livelli dal pensiero tecnico. Attraverso combinazioni piuttosto ardite di Marx e Freud, Marx e Nietzsche, Marx e gli autori della cultura della crisi cui ho fatto riferimento, prende piede, specialmente nella cultura di sinistra, una critica radicale dell’esistente che, al confronto, fa apparire quasi innocua la critica della modernità che la chiesa e la cultura cattolica avevano elaborato, diciamo, da Pio IX a Pio XII. Più o meno nello stesso periodo in cui, sulla scorta del Concilio Vaticano II, la cultura cattolica incomincia a fare i conti con la cultura moderna, cercando una sorta di riconciliazione con le libertà e le istituzioni del moderno stato di diritto, una parte considerevole della cultura laica di sinistra sembra come volerne rinnegare il lascito migliore. Mentre nella chiesa cattolica ci si accinge a prendere sul serio quanto, già negli anni Trenta, un autore come Romano Guardini aveva scritto sul nesso inquietante tra alcuni aspetti della cultura della crisi e il fenomeno totalitario, o quanto Luigi Sturzo e Jacques Maritain avevano scritto sul valore della democrazia liberale, nella cultura laica di sinistra si prende a tessere le lodi della spontaneità contro qualsiasi vincolo sociale, dei diritti contro i doveri, di una fantomatica democrazia diretta contro le procedure democratiche previste nelle costituzioni, mettendo così radicalmente in crisi anche il lascito migliore della cultura moderna. Proprio nell’area del partito che più di ogni altro sembrava sensibile al ruolo storico delle «masse», il partito comunista, poco a poco prende piede una vera e propria avversione viscerale per la cultura di massa, associata per lo più al cattivo gusto, alla sciatteria, alla mancanza di senso critico, al potere oppressivo e omologante di quello che appare come il suo strumento per eccellenza: la televisione. All’inizio, questo atteggiamento viene forse assecondato dalla classe dirigente del partito per motivi meramente strumentali; un modo come un altro per avvicinare le masse, specialmente quelle giovanili. Ma, come aveva visto con grande lucidità Augusto del Noce, saranno proprio gli elementi narcisistici, nichilistici, edonistici, insiti nella critica della cultura di massa, che, una volta diventati essi stessi cultura di massa, condurranno al «suicidio della rivoluzione». 
Come cercherò di mostrare nel prossimo paragrafo, ha inizio un processo che, da un lato, segnerà un impoverimento culturale del nostro Paese mai visto in precedenza, e dall’altro porterà a una frattura sempre più netta tra cultura alta e cultura popolare; un processo che, almeno in Italia, finirà per contagiare anche frange non marginali della cultura cattolica. 
Cattiva maestra televisione
Sulla base delle considerazioni svolte finora e nella consapevolezza che la concreta realtà è sempre più ricca e variegata di quanto emerge dalle nostre categorizzazioni, possiamo affermare che, nell’Italia del secondo dopoguerra, esistono fondamentalmente due linee di pensiero in ordine alla cultura di massa: una radicalmente critica, egemone per lo più nella cultura di sinistra, e una attenta a valorizzarne gli aspetti positivi, diffusa soprattutto nella cultura cattolica e laico-liberale. Come ha spiegato in modo incisivo Aldo Grasso, mentre la cultura di sinistra, per educare le masse, si rivolge prevalentemente al cinema e all’Università, la cultura cattolica si rivolge alla televisione. La cosiddetta Italia democristiana, l’Italia del boom, è in gran parte un’Italia televisiva; è l’Italia che si sforza di uscire dall’analfabetismo diffuso, specie al Sud, che cerca di darsi un’identità nazionale o almeno una lingua comune, l’Italia che esalta la motorizzazione di massa e si compiace delle vacanze d’agosto alla portata di un numero sempre più grande di cittadini. Lascia o raddoppia, Non è mai troppo tardi, le cosiddette «Signorine buonasera», Carosello diventano un elemento di coesione nazionale di certo anche per il popolo della sinistra, ma non per la sua élite politico-culturale, che, come ho già detto, guarda invece la televisione con sussiego e quasi con disprezzo. 
Come si evince dai documenti del magistero della chiesa che ho citato all’inizio, è dalla cultura cattolica italiana di quegli anni che sembra emergere uno sguardo sulla cultura di massa, i suoi strumenti e i suoi prodotti assai più sobrio, articolato e complesso di quanto pensassero i francofortesi e i loro epigoni nostrani. E questo è tanto più significativo, se consideriamo quanto poco il partito della Democrazia Cristiana, certamente l’espressione politica per eccellenza della cultura cattolica, fosse dotato di sensibilità culturale. Evidentemente si trattò di un altro ‘miracolo’ italiano. Un miracolo addirittura incredibile, se si considera che negli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II anche gran parte della cultura cattolica italiana si associa a quella di sinistra nel rimarcare le patologie della società di massa e nella rivendicazione di una sorta di superiorità antropologica dell’intellettuale ‘critico’; una pretesa, quest’ultima, che purtroppo fa sentire i suoi fastidiosi effetti anche nell’odierno dibattito pubblico. Gli intellettuali diventano in questo modo le vestali di un mondo irreale, ma potentissimo, dove narcisismo, spontaneismo, antiamericanismo, pacifismo, terzomondismo, pansessualismo e altro ancora vengono fusi e mobilitati in continuazione contro il famigerato mondo ‘borghese’. Un modo di pensare che penetrerà poco a poco, non soltanto nella cultura di sinistra, ma un po’ dappertutto, anche in molti programmi televisivi, suscitando in molti, specialmente negli anni Settanta, l’impressione che la rivoluzione fosse ormai prossima. E invece la maggioranza del popolo italiano non diventò mai comunista o di sinistra. Perché?
Sarebbe troppo lungo cercare di spiegarlo. Certamente ha giocato un ruolo la chiesa cattolica, la quale, sebbene al proprio interno abbia dovuto fare i conti con non pochi vescovi, sacerdoti, intellettuali e semplici laici impegnati nella lotta contro l’esistente in favore dell’inevitabile rivoluzione, non ha mai mancato di equilibrio e consapevolezza della realtà, anche contro certo tradizionalismo rozzo e ottuso. Certamente ha giocato un ruolo il radicamento popolare del partito della Democrazia Cristiana. Certamente infine ha giocato un ruolo la stessa televisione. In ogni caso è forse utile tenere presente che nell’immediato secondo dopoguerra la sociologia americana aveva già ampiamente tematizzato un quadro della cultura di massa e degli effetti della televisione sul pubblico assai più articolato e complesso di quanto pensassero i loro detrattori.
È vero che, nel 1950, tanto per fare un esempio, viene pubblicato in America The Lonely Crowd di David Riesman, dove troviamo una delle analisi più suggestive e penetranti sui pericoli dell’«uomo eterodiretto». Bisogna però riconoscere che la sociologia americana ha sempre avuto una particolare sensibilità per le ambivalenze della cosiddetta cultura di massa e del suo ‘medium’ per eccellenza: la televisione. I lavori condotti da Paul Lazersfeld nell’immediato secondo dopoguerra sulla selettività dell’influenza dei media sui diversi individui e i diversi gruppi sociali sono da questo punto di vista assai indicativi; la stessa cosa può essere detta, tanto per fare qualche altro esempio significativo, del modo in cui Edward Shils interpreta la cultura di massa o dell’opera di Marshall McLuhan e del modo in cui egli cerca di descrivere il passaggio dalla galassia Gutenberg a quella telematica. Tutti questi studi, seppure diversamente orientati, mostrano come l’‘arena culturale’ prodotta dalla televisione non sia necessariamente il luogo della omologazione e della manipolazione, il segno dell’avvento di una cultura di massa come degradazione della cosiddetta ‘cultura alta’; può certo diventarlo e, in alcuni casi, lo è senz’altro diventata. Ma, contrariamente a quanto pensavano i ‘francofortesi’, non c’è alcun nesso interno che debba necessariamente condurre a questo esito. Anche in questo campo insomma i ‘miracoli’ sono sempre possibili. Tanto e vero che l’odierna riflessione sui media tende ormai a prendere decisamente le distanze sia dall’approccio ‘critico-negativo’, secondo il quale i media manipolerebbero la realtà secondo gli interessi delle élite sociali dominanti, sia da un certo approccio rigidamente funzionalista, secondo il quale i vari media sarebbero invece di per sé ‘neutrali’. L’impatto dei media viene ormai concepito prevalentemente come la risultante dell’interazione tra i media stessi e i loro diversi pubblici. Gli spettatori interpretano i materiali televisivi in modi differenti a seconda della posizione sociale che occupano. Dietro l’apparente standardizzazione del messaggio si produce quindi una grande pluralità e complessità, che giustificano l’atteggiamento ambivalente nei riguardi di quello che Diana Crane, in un suo libro del 1992 (The Production of Culture), definisce il «paradigma della cultura mediale». Lo stesso dicasi per internet e la cosiddetta rivoluzione digitale di questi ultimissimi anni. Appare dunque piuttosto plausibile (per fortuna!) l’idea che il pubblico dei media in generale e della televisione in particolare non sia semplicemente un pubblico di pecoroni eterodiretti. Eppure la cultura dominante nel nostro Paese sembra che fatichi non poco a liberarsi di questi stereotipi. 
Un buon pretesto per continuare a inveire contro quella che Karl Popper ebbe a chiamare la «cattiva maestra televisione» (invero una piccola caduta di questo grande maestro del pensiero liberale) venne offerto alla parte ‘alta’ della cultura italiana di sinistra dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi, il ‘padrone’ di ben tre reti televisive. A parte il deficit di comprensione che questa cultura ‘alta’ ha manifestato nei confronti della cosiddetta televisione commerciale, con tutti i danni connessi ai relativi ritardi in termini di modernizzazione del Paese, sta di fatto che per vent’anni questa stessa cultura è stata come ossessionata, non soltanto dal Cavaliere (ormai ex), ma anche dai suoi elettori, considerati colpevoli di complicità, rozzezza e insensibilità morale; gente che non capisce il valore della Costituzione né quello della cultura; gente rimbambita dalla tv spazzatura, per lo più incapace di intendere e di volere, e che, con Berlusconi ormai al tramonto, si accinge a riversare le sue simpatie su Matteo Renzi, un usurpatore ancora più indigesto, visto che appartiene al recinto di casa propria.
Come ha mostrato Claudio Cerasa, in un libro penetrante e divertente, appena uscito da Rizzoli (Le catene della sinistra), a sinistra, ma io direi anche con la collaborazione di una parte non marginale del mondo cattolico, quella, per intenderci, che non ha mai digerito «il progetto culturale» avviato dal Cardinale Camillo Ruini a metà degli anni Novanta, si è andato formando in questi anni un vero e proprio ‘partito della cultura’ che incarna in realtà una ‘cultura della sconfitta’, un modo di vedere le cose politicamente sterile, visto che Berlusconi ha potuto vincere più volte le elezioni e, pur azzoppato dalle sue vicende giudiziarie, è ancora in campo; politicamente dannoso, visto che ha contribuito a imbarbarire la dialettica politica nel nostro Paese con toni che non si erano forse mai visti nemmeno tra democristiani e comunisti (va da sé, ovviamente, che anche Berlusconi vi abbia messo del suo); culturalmente inconsistente, vista la mancanza di qualsiasi concreta proposta di riforma in campo economico, istituzionale, scuola, università ecc. Quanto al nostro tema, ciò che questo ‘partito della cultura’ segnala è una marcata tendenza a occupare il più possibile i programmi televisivi, ma anche a disprezzarli come spazzatura tutte le volte che non corrispondono ai suoi ‘alti’ ideali: la Cultura, la Pace, la Morale, la Laicità, la Costituzione, usati spesso senza curarsi affatto della concreta realtà. Si vedano in proposito i dibattiti su aborto, famiglia, tecnologie della riproduzione, riforme costituzionali o strage dei cristiani a opera dei fanatici musulmani. 
Ma per fortuna esiste in Italia anche un altro fronte culturale, che comprende cattolici e non cattolici e che guarda il mondo dei media e della televisione in un altro modo, un modo più disincantato, più consapevole delle opportunità che i media portano con sé, senza tuttavia chiudere gli occhi sui loro possibili pericoli, né considerandoli a priori un pericolo o un segno di volgarità e cattivo gusto. La posizione di questo fronte culturale mi sembra che venga espressa assai bene dalle parole del messaggio inviato da Benedetto XVI in occasione della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali del 2008, con le quali mi piace concludere quanto sono venuto dicendo su Cultura cattolica e cultura di massa. «Occorre evitare – dice il papa, oggi papa emerito – che i media diventino il megafono del materialismo economico e del relativismo etico, vere piaghe del nostro tempo. Essi possono e devono invece contribuire a far conoscere la verità sull’uomo, difendendola davanti a coloro che tendono a negarla o a distruggerla. Si può anzi dire che la ricerca e la presentazione della verità sull’uomo costituiscono la vocazione più alta della comunicazione sociale. Utilizzare a questo fine tutti i linguaggi, sempre più belli e raffinati di cui i media dispongono, è un compito esaltante affidato in primo luogo ai responsabili e agli operatori del settore. È un compito che tuttavia, in qualche modo, ci riguarda tutti, perché tutti, nell’epoca della globalizzazione, siamo fruitori e operatori di comunicazioni sociali». E più avanti continua: «I nuovi media, telefonia e internet in particolare, stanno modificando il volto stesso della comunicazione e, forse, è questa un’occasione preziosa per ridisegnarlo, per rendere meglio visibili, come ebbe a dire il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II, i lineamenti essenziali e irrinunciabili della verità sulla persona umana».
Come dicevo all’inizio, la cultura cattolica ha sempre considerato con grande attenzione il problema della trasmissione del Vangelo. Poteva essere diversamente? L’urgenza di essere all’altezza del proprio compito la spinge oggi a guardare agli strumenti di comunicazione di massa con un realismo che non le impedisce di vedere né i rischi che essi vengano utilizzati al servizio di fini discutibili, né la novità, la bellezza e la raffinatezza dei loro linguaggi. Resta ovviamente il problema dei differenziali di qualità culturale presenti nei media. Un problema al quale le politiche dei media dovrebbero forse dedicare maggiore attenzione. In ogni caso mi sembra importante sottolineare come questo non sia più un problema che possa essere affrontato secondo lo schema di una presunta cultura ‘alta’ (che starebbe fuori dei media e dei loro prodotti), alla quale subordinare la cultura ‘bassa’ (che invece starebbe dentro i media e i loro prodotti). I media, e le parole di Benedetto XVI mi sembrano in tal senso eloquenti, non possono più essere considerati a priori come luoghi culturali carenti di originalità, creatività o qualità; vanno semmai valorizzate le potenzialità e la bellezza dei loro linguaggi, per diffondere una cultura, il cui criterio più vero, ‘alta’ o ‘bassa’ che sia, dovrebbe essere semplicemente quello di difendere e promuovere la libertà e la dignità degli uomini.
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