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QUELLI CHE LE COSE LE SANNO (E TUTTI GLI ALTRI?) (Editoriale Paradoxa 3/2014)


Laura Paoletti

Quando il Curatore ha licenziato questo numero, non era ancora accaduto che il Segretario del Pd, nonché Presidente del Consiglio, venisse investito dal monito lanciatogli, in una Direzione particolarmente movimentata, da una delle colonne storiche del suo partito: «Matteo, devi pensare anche a quelli che le cose le sanno. Non solo agli altri». Un monito severo, che inchioda alle sue responsabilità non soltanto «Matteo», ma chiunque, perché chiunque viene inevitabilmente messo sotto esame da queste parole e spinto a chiedersi, lui, da quale parte sta: dalla parte di «quelli che le cose le sanno», persone serie che la politica deve prendere sul serio, o, ahilui, dalla parte degli «altri», quelli che, non sapendole (le «cose»), si fanno abbindolare da slogan pseudopolitici?

L’interrogativo è inquietante e a ciascuno tocca rispondere per sé. Per una fortunata coincidenza, però, il lettore che decida di sottoporsi a questo ingrato esame di coscienza troverà utili queste pagine: utili non tanto, ovviamente, a trovare una risposta prêt-à-porter, quanto piuttosto a decostruire la domanda, cioè a inquadrarla, storicizzarla, smontarla e, forse, a smascherarla in qualche pregiudizio di cui si alimenta. Questo numero, infatti, si interroga proprio sulla qualità politica della dicotomia tra chi le cose le sa e chi non le sa; più precisamente sul modo in cui la politica interpreta, gestisce, combatte o sfrutta la differenza tra cultura alta e ‘cultura’ bassa, tra chi ascolta Bach e chi guarda il festival di Sanremo, tra chi frequenta i cinema d’essai e chi guarda i film «di cassetta», tra chi va alle feste di partito per i dibattiti e chi per la porchetta.
Il problema non è certo nuovo e ripercorrerne per qualche tratto l’evoluzione, come alcuni degli autori invitano e aiutano a fare, risalendo almeno fino alla concezione francofortese dell’industria culturale, è un esercizio indispensabile per mettere a fuoco i termini centrali della questione, e soprattutto per misurare la profondità storica di una frattura che viene proposta invece come un dato di natura. Le diverse culture politiche (sinistra, destra, cattolica, liberale) hanno intrattenuto un rapporto complicato, spesso ambivalente, con la cosiddetta cultura bassa, o di massa, o popolare: espressioni che, evidentemente, non sono affatto equivalenti. E prenderne atto significa in fondo già esser fuori dalla morsa della dicotomia di partenza ed essere quindi disponibili a soppesare la tesi, avanzata in modo molto radicale dal Curatore, secondo cui essa è oggi irrimediabilmente fuori corso, obsoleta, persino sul terreno su cui aveva avuto maggior fortuna, quello della cultura politica di ‘sinistra’. Si potrà evidentemente concordare o meno. Ci sono però due aspetti che «Paradoxa» non può mancare di sottolineare. E sottoscrivere.
Il primo è la scelta di mettere il binomio cultura/politica sotto il prisma del ‘consumismo’: scelta originale e sanamente provocatoria, che invita a riconoscere, senza scandalizzarsi, che politica e cultura sono profondamente immerse nel vortice della domanda e dell’offerta genericamente stigmatizzato come consumistico, e che sono esse stesse, in un certo senso, beni di consumo. Il che, naturalmente, non è una soluzione, ma un problema – e magari il preludio ad un fascicolo futuro –, perché non è affatto detto che nel caso tutto particolare dei beni ‘immateriali’ (come politica e cultura, appunto), il rapporto tra consumo e consumismo non debba essere ripensato da cima a fondo. Uno degli autori (Toscano), solo per fare un esempio, si chiede perché quando «uno divora libri in maniera indiscriminata» non si parla di «consumismo librario» (p. 87). La domanda resta, significativamente, aperta; a riprova del fatto che sarebbe necessario approfondire innanzitutto il problema dei cosiddetti ‘costi di attivazione’ che il consumo di un bene immateriale (a differenza di uno materiale) richiede: il consumo culturale non lascia immutato il consumatore, ma lo mette in questione, condiziona l’accesso al bene di consumo ad un processo di trasformazione, di crescita, per cui, mentre alla fine del processo il divoratore indiscriminato di cibo sarà diventato semplicemente più grasso, quello che indirizza il proprio appetito ai libri non sarà solo un contenitore più capiente di informazione. E questo rende assai meno scontata la transizione dal consumo al consumismo. 
Il secondo elemento è il rifiuto ostinato e metodologico a fare di ogni erba un fascio: «siamo sicuri – scrive Cofrancesco – che le produzioni artistiche rivolte al grosso pubblico [...] siano tutte sullo stesso piano?» (p. 25) Per l’appunto, no, non siamo affatto sicuri: siamo piuttosto sicuri che il mestiere di chi pensa sia quello di verificare pazientemente, sempre e comunque, caso per caso, e senza pregiudizi, rifiutandosi ad ogni giudizio sommario. Siamo sicuri che non vi sia alcuna differenza ontologica tra quelli che le cose le sanno e tutti gli altri: se così fosse, infatti, «Paradoxa» non avrebbe alcuna ragion d’essere.
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Sezione Paradoxa