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QUANTO CONTANO I PARTITI(Estratto da Paradoxa 1/2014)


Oreste Massari 

Nella Prefazione al volume di chi scrive su I partiti politici nelle democrazie contemporanee (Laterza, Roma-Bari 2004), Sartori afferma che:

La bibliografia sui sistemi di partito e sui partiti è davvero sterminata e per parecchio tempo ha mescolato assieme il discorso sui sistemi (di partito) con il discorso sui partiti come tali, singolarmente intesi. Per fortuna non è più così. Le due indagini possono essere complementari, ma certo sono diverse […] Nei miei studi io mi sono occupato dei sistemi (p. IX)
intendendo implicitamente dire che non si è occupato di partiti «come tali, singolarmente presi». Ora è vero che l’interesse prevalente del Nostro si sia rivolto alla dimensione sistemica dei partiti e in particolare alla tipologia dei sistemi di partito (G. Pasquino, La teoria dei sistemi di partito, in G. Pasquino (a cura di), La scienza politica di Giovanni Sartori, il Mulino, Bologna 2005), testimoniato da quell’opera del 1976 – Parties and Party Systems – che è oramai divenuta un classico. Ed è vero che nella sua pur estesa bibliografia non compare una monografia sul tema dei partiti. Ma non è vero che non ci sia stato interesse anche per «il livello di analisi […] presistemico» (il partito come singola unità d’analisi). Ed è proprio nella Prefazione al testo del 1976 che Sartori ammette: «cominciai a fare letture su partiti e sistemi di partiti agli inizi degli anni Sessanta».
Il fatto è che l’opera del 1976 doveva essere solo il primo volume di un disegno assai più vasto sul tema, con un secondo dedicato nella sua terza parte (la prima e la seconda parte erano nel volume pubblicato) ai tipi, all’organizzazione e alle funzioni dei partiti e nella sua quarta parte ai rapporti tra sistemi di partito e il sistema politico. Malauguratamente, com’è oramai noto, l’unico esemplare del manoscritto, quasi definitivo, di questo secondo volume andò perso a seguito del furto dell’autovettura dell’autore che, nella Prefazione all’edizione francese del volume del 1976 (2011), confesserà di avere avuto negli anni seguenti una sorte di blocco mentale nel riscrivere un qualcosa che aveva già scritto. Fortuna ha voluto, però, che sia stato ritrovato il manoscritto – fatto circolare all’epoca tra gli studiosi a lui vicini – della prima versione di Parties and Party Systems del 1967, con un capitolo sui tipi, l’organizzazione e le funzioni dei partiti che avrebbe dovuto costituire la terza parte (da ampliare) del secondo volume e pubblicato nel 2005, a cura di Peter Mair in «West European Politics».
Abbiamo, dunque, circa trenta pagine dedicate al tema specifico dei partiti come organizzazioni. Sono pagine densissime che, pur se per lungo tempo inedite, sono sufficienti a ricostruire l’analisi di Sartori sui partiti nella fase di strutturazione della politica di massa.
Abbiamo poi la stessa prima parte di Parties and Party Systems dedicata – e non semplicemente come mera introduzione – ai partiti politici come tali, e articolata in quattro capitoli: The party as part, The party as a whole, The preliminary framework, The party from within.
Infine abbiamo riferimenti continui ai partiti politici all’interno dei temi principali affrontati, come la democrazia, la rappresentanza, la tipologia dei sistemi di partito dal bipartitismo al pluralismo estremo polarizzato, l’ingegneria costituzionale comparata etc. Si pensi, per esempio, al concetto di «partiti rilevanti», a quello di parliamentary-party-fit, ai partiti antisistema.
La riflessione su e l’analisi diretta de i partiti si svolge tutta negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Il primo lavoro, sotto forma di saggio, è del 1960 su Democrazia, burocrazia e oligarchia nei partiti (dove si riprende la critica alla legge ferrea dell’oligarchia di Michels già presente in Democrazia e Definizioni del 1957). L’ultimo è l’opera classica del 1976. Naturalmente, non mancano le pubblicazioni successive, come si vede dalla bibliografia acclusa. Ma sono soprattutto voci di enciclopedie, prefazioni o saggi e capitoli già pubblicati che vengono ripresentati in antologie e volumi collettanei. Insomma, i partiti non rappresentano un tema iniziale dell’attività scientifica di Sartori – come invece sarà per la maggior parte dei primi studiosi della scienza politica – e neppure sono presenti nella sua fase finale, ma sono invece ben presenti nella fase centrale della sua vita intellettuale. L’attenzione, intensiva e penetrante, ai partiti si ha quando era già stata elaborata la teoria della democrazia e quando già era stata costruita la peculiare logica scientifica del metodo di ricerca, basato sia sulla corretta classificazione sia sulla corretta comparazione. Lo studio dei partiti, come vedremo, gode di questo solido framework teorico, istituzionale e metodologico: l’analisi dei partiti è dunque ancorata tanto alla logica di funzionamento istituzionale del liberalismo prima e della democrazia poi, quanto alla logica stringente della classificazione e della comparazione. Non è un vantaggio da poco.
Il primo grande contributo edito è relativo alla origine e al concetto stesso del partito politico moderno, e costituisce la prima parte di Parties and Party Systems, significativamente intitolata The Rationale: Why Parties? Negli anni Sessanta e Settanta la situazione degli studi sui partiti era per Sartori sconfortante, giacché «[...] mancava una teoria dei partiti, era difficile sostanziare la teoria con risultati di ricerca e, viceversa, i risultati con la rilevanza teorica; ma io incespicavo dentro un’enorme massa di materiale empirico che non era né cumulativo né comparabile e, infatti, quel materiale non approdava a niente» (Prefazione a Massari 2005, p. X). Non sfuggiva a questa lamentela neppure il testo che all’epoca andava – anche giustamente – per la maggiore, I partiti politici di Duverger (1951, prima edizione italiana 1961 per le Edizioni di Comunità). In più circostanze Sartori confessa che fu proprio l’insoddisfazione per come Duverger aveva condotto lo studio dei partiti a spingerlo a mettere le mani in pasta. Difatti, Duverger, pur presentando il suo lavoro pioneristico come un contributo «a una prima generale teoria dei partiti», mancava proprio quest’obiettivo. All’origine dei partiti sono dedicate pochissime pagine introduttive, il rapporto con la democrazia è solamente evocato e considerato, riduttivamente, in rapporto solo all’estensione del suffragio. Il rapporto con il liberalismo è del tutto ignorato, non viene offerta una spiegazione storico-concettuale ed esplicativa della comparsa dei partiti. L’analisi è tutta sulle strutture organizzative, certamente meritevole e necessaria, ma non soddisfacente ed esauriente. La spiegazione dei classici, a cominciare da Ostrogorski, sul perché dei partiti era molto più ricca sia storicamente sia teoricamente, e soprattutto collegata all’affermazione della società individualistica moderna e alla conseguente democrazia rappresentativa (anche Weber si muove in questa direzione).
Con lo sviluppo della scienza politica nel secondo dopoguerra, in questo come in altri campi, si arricchisce la ricerca con dati empirici, ma si perde il collegamento con la storia e la teoria. La descrizione sostituisce spesso la spiegazione.
Sartori ristabilisce questo collegamento. Nella sua ricostruzione l’origine storico-concettuale dei partiti risiede nell’affermazione del pluralismo/liberalismo:
i partiti sono correlati alla e dipendenti dalla Weltanschauung del liberalismo. Essi sono inconcepibili nella visione della politica di Hobbes o di Spinoza; né erano ammessi nella città di Rousseau […] Essi sono concepibili soltanto […] quando «l’orrore della disunità» è sostituito dalla credenza che un mondo monocromatico non è la sola possibile fondazione della comunità politica […] E questo equivale a dire che i partiti e il pluralismo originano dallo stesso sistema di credenze e dello stesso atto di fede (1976, p. 13).
Il passaggio dalle fazioni al concetto moderno di partito (in senso burkeano) ha una storia dietro, la storia dell’affermazione del principio di tolleranza prima e del pluralismo politico (diverso da quello sociale) poi, nel contesto dell’affermazione del parlamentarismo e della rappresentanza politica. È, dunque, il liberalismo a generare i primi partiti, sia pure in forme ancora rudimentali, dato che si è ancora nell’«età della pietra» dei partiti (Sartori li chiama legislative parties). La democrazia li renderà poi necessari per il proprio funzionamento, incidendo (e qui conta l’estensione del suffragio) sulle successive strutture organizzative (electoral e apparat parties). Sono gli sviluppi del governo parlamentare – con il passaggio dal responsible government al responsive government, che sposta il rapporto dal parlamento all’elettorato – a determinare il passaggio dai partiti «aristocratici», com’erano ancora i partiti parlamentari, ai partiti «democratici» e poi successivamente, con l’affermazione del suffragio universale, al partito di massa e al partito esterno, che dovranno conquistare il consenso di un numero sempre crescente di elettori. L’origine dei partiti è inscritta allora nello sviluppo del liberalismo costituzionale, e come la democrazia non può essere intesa se non come democrazia costituzionale grazie all’antecedente liberale, così i partiti contemporanei non possono essere intesi senza la memoria dei loro antecedenti storici. È perché sono figli del liberalismo che parliamo dei partiti intesi come «parte», parti delle democrazie pluraliste. I partiti come «l’intero», i partiti unici, i partiti-stato non sono figli del pluralismo liberale. Anzi i partiti-stato sono essi stessi un sistema, il «sistema del partito-stato», ossia un sistema autoritario o totalitario.
Studiare e tenere presente l’origine dei partiti non è semplicemente un arricchimento storiografico, ma rappresenta un elemento indispensabile della spiegazione causale del nuovo oggetto.
Prendiamo per esempio la questione della definizione di che cosa è (concettualmente) un partito. La prima definizione classica (liberale) di Burke del partito (quando era poco più di una «connessione» di notabili eletti) aveva messo in rilievo il perseguimento di un interesse generale, sulla base della condivisione di alcuni principi ideali, per distinguere il partito dalla fazione. Naturalmente è una definizione normativa, nondimeno necessaria. Per Sartori la definizione non è superata e non è antitetica ma complementare alle definizioni contemporanee, come quelle di Schattschneider e Schumpeter, che mettono in rilievo il fatto che i partiti sono strumenti di acquisizione di potere, sia pure in un contesto di competizione. Ovviamente i partiti per Sartori sono anche e forse soprattutto questo, ma nella competizione devono presentare, sia pure come finzione, il loro programma come un programma teso all’interesse generale. I partiti si devono comportare come se perseguissero l’interesse generale, anche se nelle motivazioni psicologiche dei leader prevale l’interesse individuale. E su questo Sartori non si fa illusioni. La sua visione è pienamente realistica e profondamente consapevole delle motivazioni della natura umana. Il che non significa rinunciare a vedere la differenza tra fazione e partito in senso moderno. Difatti, la sua definizione tiene assieme e sintetizza le due prospettive:
Un partito è ogni gruppo politico identificato da un’etichetta ufficiale che si presenta alle elezioni, ed è capace di collocare attraverso le elezioni (libere o non libere), candidati per le cariche pubbliche (1976, p. 63).
Dove l’elemento cruciale e discriminante, come già Epstein aveva rilevato, è «the official label». È la presenza del simbolo che esclude, ad esempio, tutte le fazioni premoderne non chiaramente etichettate. Ma un simbolo di partito sorge quando il sistema partitico si è strutturato e consolidato a seguito della comparsa del partito di massa. Esso presuppone un elettorato di massa che si è staccato dalle lealtà puramente personali o personalizzate e che è in grado, grazie a quella che Sartori chiama literacy (alfabetizzazione), di esprimere una «capacità di astrazione» verso un simbolo, un’idea astratta (1982, pp.123-124).
Aver collocato saldamente l’origine e il fondamento logico dei partiti all’interno della (liberal-)democrazia moderna permette, tra l’altro, a Sartori di respingere il riduttivismo nella loro spiegazione, come faceva un diffuso approccio della sociologia della politica. A chi, come Daalder, sosteneva che i partiti sono figli della rivoluzione industriale e sono quindi sorti dal basso, Sartori replica che il processo fu innescato dall’alto (e comunque nota che in USA i partiti si svilupparono nel contesto di una società prevalentemente ancora agricola). Quando i partiti sono costretti a ricercare i voti di larghe masse, solo allora entrano in campo, per così dire, forze esogene. Ma mai i partiti sono solo mere proiezioni delle classi sociali. Contro l’idea che i partiti rappresentano le classi, Sartori è molto netto, rovesciando la spiegazione diffusa nella sociologia della politica:
Lungi dall’essere la «causa efficiente», le condizioni di classe sono soltanto una «condizione facilitante». Per dirla senza mezzi termini, non è la «classe oggettiva» (le condizioni di classe) che crea il partito, ma il partito che crea la «classe soggettiva» (la coscienza di classe) […] Il partito non è una «conseguenza» della classe (1990, p.179).
Curiosamente, lo stesso Sartori non può fare a meno di notare come questa impostazione riecheggia la classica tesi di Lenin sul rapporto classe-partito. Il fatto è che, attenendosi rigorosamente all’apparato concettuale della scienza politica («politics is only politics»), i partiti sono trattati come variabili indipendenti e non dipendenti. Per usare il suo linguaggio, i partiti sono i «fatti», non gli «artefatti», ossia prodotti artificiali di secondo livello. Con riferimento alla teoria dei cleavages di Lipset e Rokkan – che è salutata come un grosso passo in avanti, giacché presta attenzione anche ad altri conflitti oltre che a quelli solo economici (di classe) e inserisce la dimensione storica –, Sartori avverte che «[se] la politica non è più mera proiezione, [allora] il problema diventa la “traduzione”» [1990, p. 176]. E la «traduzione» delle varie fratture storiche dello stato nazionale non può avvenire che grazie all’intervento attivo degli «imprenditori politici» e alla solidificazione organizzativa. È quella che viene chiamata l’«ipotesi organizzativa» (oltre che imprenditoriale). Sono i partiti come organizzazioni che rialimentano, ravvivano e a volta creano le fratture, quale che sia il periodo storico di apparizione. Per questo non appare convinto della tesi del «congelamento» e dallo stupore che questa tesi comporta:
Nella mia interpretazione non è che la storia si ferma (da sé): viene fermata da un fatto nuovo, dallo stadio di consolidamento strutturale del sistema partitico. Col «congelamento» finisce il ciclo delle origini e comincia un altro ciclo. Pertanto il congelamento avvenuto attorno agli anni venti è motivo di sorpresa solo per chi si ostina a considerare i sistemi di partito come variabili dipendenti. Nella mia prospettiva la sorpresa non c’è più: un sistema partitico «congelato» è semplicemente una struttura che interviene nel processo politico come un sistema di canalizzazione indipendente, cioè mosso e mantenuto dalle proprie leggi di inerzia. Il che equivale anche a dire che lo stadio del consolidamento strutturale dei sistemi di partito ci pone di fronte al momento in cui è il presente, non più il passato, che spiega se stesso (1992, p.159).
E il presente dei partiti non può che essere il presente dei partiti di massa. L’origine dei partiti è importante, spiega tanto, ma non esaurisce la spiegazione delle forme nuove assunte dal fenomeno. Proprio perché è passato molto tempo da quando i partiti si sono consolidati divenendo di massa, sviluppando organizzazione e funzioni, è oramai urgente operare una buona classificazione dei tipi di partito, classificazione che può basarsi su tre criteri: storico, organizzativo e funzionale, senza che nessun criterio sia esclusivo. Classificare è, infatti, distinguere, generalizzare, comparare.
E qui entriamo nell’elaborazione di Sartori per lungo tempo rimasta inedita, o conosciuta a pochissimi, e pubblicata in parte solo nel 2005.
La tipologia organizzativo-strutturale di Duverger, basata sulle unità organizzative di base (comitato, sezione, milizia, cellula), è giudicata un «utile strumento analitico» e un «buon punto di partenza», ma nulla di più. Il problema – anche considerando altre tipologie come quella del partito di quadri, di massa e di devoti, e quella di partito societario, comunitario e dei devoti – con Duverger è «il suo disordine teoretico», la «sua notevole mancanza di consistenza» e così via. Sui tipi di partito «egli mischia […] una tipologia storica e una tipologia meramente analitica, sequenze e mere giustapposizioni» (2005, p. 7). Così, per esempio, il partito basato sulla milizia è un tipo troppo esagerato, il partito di comitato è una categoria troppo larga, giacché un partito come la Dc italiana può essere pure annoverato tra i partiti di massa, i partiti comunisti adottano sempre più la sezione etc.
Pur accettando il terreno organizzativo di Duverger, Sartori propone per la classificazione non il criterio delle forme della struttura (di base), ma quello dell’«organisational network», ossia della densità e della capacità di penetrazione organizzativa del partito. L’organizzazione del partito, soprattutto di quello di massa, non è tanto la sua struttura interna – che per altro verso conta – quanto è la «rete» entro la quale si situano altre organizzazioni o lo «spazio» che il partito è in grado di occupare. Ci sono vari tipi di «organisational networks»: uno è la «colonizzazione» (l’occupazione, per nomina partitica, di posizioni chiave in tutte le sfere sociali, dall’economia alla burocrazia), un altro è la «penetrazione» (tramite la creazione di una miriade di associazioni collaterali e ausiliarie). Naturalmente, queste due tecniche di espansione organizzativa possono combinarsi nello stesso partito e comunque entrambe presuppongono «un partito di massa centralizzato assai fortemente organizzato». La copertura organizzativa di un dato territorio, come in Italia per esempio le regioni rosse, somiglia così a «un sistema d’irrigazione» tale per cui l’irrorazione è estesa e diffusa. Più che l’articolazione della struttura organizzativa interna è lo studio dell’espansione organizzativa esterna del partito che Sartori ritiene meritevole di attenzione e approfondimento. Siamo nel 1967, ma già emerge l’attenzione non solo verso le caratteristiche esterne del partito di massa (che già era un grosso passo avanti rispetto all’approccio basato solo sull’analisi dell’organizzazione interna), ma anche verso le possibili degenerazioni partitocratiche (riprendendo il tema da Maranini , ma declinandolo in tutt’altro senso, tema che poi sarà sviluppato per il caso italiano negli anni Ottanta da Gianfranco Pasquino).
Dove poi Sartori apporta un contributo di chiarezza analitica e di sistemazione teorica è nell’analisi del partito di massa. Duverger aveva indicato come caratteristiche del partito di massa il tesseramento e un alto rapporto tra iscritti e votanti, identificando di fatto questo tipo di partito con il partito fondato sulla classe (operaia), ossia i partiti della famiglia socialista. Per Sartori quello di Duverger è soltanto un particolare sotto-tipo, non il tipo generale, giacché se così fosse sarebbero esclusi dalla categoria importanti partiti: la Dc italiana e i cristiano-democratici tedeschi (partiti interclassisti), i partiti americani (che non hanno tesseramento), il partito conservatore inglese (che ha una particolare struttura dove ha sempre contato il partito parlamentare), alcuni partiti populisti dell’America Latina, come il partito peronista e così via. Peraltro, molti partiti sono diventati di massa, come quelli americani e inglesi, prima ancora di assumere una «configurazione di classe». Ci possono essere notevoli diversità tra i vari casi di partiti di massa. Possiamo avere partiti ideologici e pragmatici, classisti e interclassisti, con una struttura interna democratica o autoritaria, con una membership diretta o indiretta, con tesseramento e no, con varie unità di base etc., ma tutto questo non toglie che il partito di massa non sia compatibile con queste diversità. Queste differenze sono importanti per individuare e definire i sotto-tipi. Per il tipo generale occorrono invece le seguenti caratteristiche: a) l’apertura basata sulle realizzazioni politiche; b) la capacità di astrazione che rende il partito come tale oggetto d’identificazione stabile; c) un seguito relativamente largo; d) una struttura organizzativa estesa ma non necessariamente intensiva.
Sartori concede che queste caratteristiche possano essere ancora vaghe, tuttavia esse permettono di distinguere il «partito elettorale di massa» dal «partito di apparato di massa» (quello che Panebianco definirà partito burocratico di massa). Esse indicano, comunque, uno stadio superiore nell’evoluzione storica dei partiti, lo stadio in cui le unità costitutive non sono più le persone (come nella fase dell’«età della pietra» dei partiti), ma «agenzie impersonali» che non pongono più i leader al di sopra dei partiti. Solo in questo stadio di affermazione di partiti nazionali di massa con i quali ci si può identificare simbolicamente si ha la strutturazione di un sistema partitico vero e proprio. Senza partiti di massa, il sistema partitico non ha ancoraggi su cui strutturarsi, stabilizzarsi e consolidarsi.
Assai interessante è poi lo schizzo che in queste pagine del 1967 (2005) viene delineato delle sequenze storiche. La prima forma di partito a comparire, come sappiamo, è il partito legislativo (o parlamentare), seguito dal partito elettorale (election-oriented, con la presenza di politici semi-professionali) il quale si differenzierà prima in partito elettorale di massa, poi in partito d’apparato di massa (membership oriented, in cui dominano i politici di professione). Tra questi tipi puri ci possono essere tipi intermedi o misti (come per esempio la Dc italiana e in generale i partiti denominazionali). Sicuramente i partiti di apparato sono i partiti socialisti prima e comunisti poi. Questi sono anche partiti di classe e di lotta di classe e fortemente ideologici (più i secondi dei primi). Naturalmente i nuovi partiti di massa, sia elettorali sia di apparato, non sostituiscono i vecchi partiti, siano essi di notabili o di élite, i quali nella realtà sopravvivono. La direzione del trend storico non è unilineare, univoca e diretta. La realtà è sempre più complicata e varia. Vecchi e nuovi partiti coesistono. Circa il futuro del partito, in qualche passo Sartori sembra concordare con l’ipotesi di Duverger del «contagio» del partito di massa (d’apparato):
Così, non solo è improbabile che i partiti di massa (sia elettorali che di organizzazione) siano sostituiti dai partiti legislativi-elettorali, ma è anche probabile che la dimensione organizzativa dei partiti crescerà piuttosto che diminuire (2005, p. 18).
Subito dopo, però, presenta una alquanto diversa, più acuta e più convincente spiegazione delle sequenze storiche e conseguentemente una diversa previsione. Mentre è fuori discussione il passaggio dappertutto dal partito parlamentare-elettorale al partito di massa, il partito elettorale di massa e il partito organizzato di massa non rappresentano stadi successivi secondo una sequenza unilineare e diretta. Essi rappresentano, invece, due modelli generali di sviluppo entrambi presenti nell’area occidentale. La variabile indipendente nell’affermazione dell’uno (elettorale) o dell’altro (di organizzazione) tipo di partito di massa sta nel grado di strutturazione del sistema partitico. Laddove, come nell’area anglosassone e scandinava, i sistemi di partito si presentano già relativamente strutturati non si sviluppano i partiti di massa di apparato (e tantomeno i partiti ideologici e comunisti), ma quelli elettorali. Viceversa avviene nell’area dell’Europa meridionale e dell’America Latina, dove i partiti di massa d’apparato emergono da sistemi di partito atomizzati. Nella prima area prevalgono i sistemi di partito bipartitici o a pluralismo moderato, giacché l’allargamento del suffragio non crea più partiti, ma canalizza l’elettorato nei partiti interni preesistenti, nella seconda i sistemi di partito a pluralismo estremo e spesso polarizzato, dove il passaggio all’elettorato di massa è contraddistinto dalla nascita di numerosi partiti:
La conclusione sembra essere, perciò, che il partito elettorale di massa da una parte, e il partito di apparato dall’altro, sono soluzioni alternative piuttosto che sequenziali (2005, p. 19).
Ci sembra una conclusione estremamente pertinente e attenta ai diversi contesti politico-istituzionali, laddove le varie tipologie dei partiti via via formulate (dal catch-all party al cartel party) hanno sempre seguito lo schema di una sequenza storica unilineare.
Si potrebbe solo osservare che la differenziazione dei due modelli di sviluppo sarebbe spiegata ugualmente bene, anche se si assumesse come variabile indipendente esplicativa non i sistemi di partito ma le istituzioni. Nei paesi di tradizione parlamentare (UK) o costituzionale (USA) i partiti e i sistemi di partito si sviluppano in un certo modo, in quelli dal passato autoritario o autocratico (come nell’Europa continentale) lo sviluppo prende un’altra direzione. L’assetto istituzionale, cioè, potrebbe essere altrettanto e forse più esplicativo dei sistemi di partito, anche perché li ricomprenderebbe nella spiegazione. Il caso inglese è in ciò paradigmatico. È il preesistente parlamentarismo che forma e spiega il two-party system, la conseguente natura parlamentare-elettorale dei singoli partiti, persino del partito laburista che, nato come partito esterno, ben presto si parlamentarizza e l’assenza di partiti d’apparato.
Completa il quadro teorico dei partiti, l’analisi delle funzioni. Anche qui il contributo di Sartori è di mettere ordine in e sistemare una materia che si presenta come un’enumerazione casuale e alquanto caotica di funzioni, da quelle di livello più astratto e inutilizzabili (come quelle dello struttural-funzionalismo di Parsons, per es. la funzione di equilibrio del sistema) a quelle di livello più basso e contingente (per esempio le funzioni di «occupazione» e di «fazionalismo»). Le funzioni dei partiti e dei sistemi di partito, infatti, possono essere numerose e varie, e non tutte espletate da tutti i partiti. L’operazione preventiva allora è di utilizzare dei criteri di scelta – solo nei paesi democratici occidentali, escludendo sia i partiti-stato sia altre aree – per trasformare una mera elencazione di funzioni in una classificazione ordinata. Il primo criterio è la variabilità, ossia il distinguere tra le funzioni che sono variabili a seconda dei sistemi partitici e quelle invariabili, comuni a tutti i sistemi. Il secondo criterio è la sostituibilità, che permette di distinguere le funzioni insostituibili che possono essere svolte solo ed esclusivamente dai partiti da quelle possono essere svolte da altre agenzie (come per esempio i gruppi di pressione). Con questi criteri sono escluse molte funzioni, che pure la letteratura ha copiosamente accumulato. Così le funzioni di legittimazione, di modernizzazione, di linkage etc., vengono escluse dalle funzioni essenziali e proprie dei partiti. La funzione di legittimazione appartiene al partito unico dei regimi autoritari, nell’Occidente democratico è l’esito di molteplici altre funzioni (come il votare, il partecipare etc.). I partiti sostengono la legittimazione ma non la creano, essa di solito preesiste già all’avvento dei partiti. Di solito, perché qui si potrebbe forse osservare che in alcuni casi, come nella transizione dal fascismo alla democrazia repubblicana in Italia tra il 1943 e il 1948 e anche oltre, i partiti svolsero un ruolo di supplenza nella legittimazione del nuovo regime. Quanto alla modernizzazione, questa funzione non è stata creata dai partiti, i quali semmai hanno contribuito alla democratizzazione. La funzione di linkage poi è piuttosto vaga, salvo che non si specifichi che si tratta di linkage elettorale, espressivo e così via. Fatta la cernita adottando il primo criterio, nella lista rimangono otto funzioni: 1) partecipazione (distinta dalla mobilitazione nei regimi autoritari, la prima provenendo dal basso e volontariamente la seconda con una manipolazione dall’alto); 2) electioneering (mantengo il termine inglese, anche perché non esiste in italiano un singolo termine per indicare tutti gli atti del processo elettorale); 3) integrazione (distinguendo poi tra integrazione nazionale, politica, sociale, e potremmo aggiungere, sulla scia di Roth, positiva e negativa); 4) aggregazione (che comprende anche l’articolazione degli interessi); 5) risoluzione (o meglio gestione) dei conflitti; 6) il reclutamento della leadership politica; 7) il policy-making ; 8) espressione.
Se applichiamo a questa lista il secondo criterio (quello della non sostituibilità da altre agenzie), rimangono solo tre funzioni: la partecipazione, l’electioneering e l’espressione. Le prime due sono sufficientemente note. Quella che per Sartori è la più distintiva e la più importante è la funzione espressiva che, crediamo, è un suo contributo originale ed esclusivo. Altri studiosi avevano sì parlato di funzione comunicativa, ma non è la stessa cosa. La funzione espressiva viene ripresa da Bagehot che l’aveva inclusa tra le funzioni del parlamento, e non la riteneva semplicemente comunicativa. L’espressione è un qualcosa in più della comunicazione. Per Sartori la comunicazione denota un flusso reciproco d’informazioni tra il basso e l’alto, l’espressione è un flusso ascendente, consistente nell’inserimento per opera dei partiti nella sfera alta della politica delle domande provenienti dal basso. I partiti «permettono ai governati di esprimere le loro domande liberamente in modo tale da renderle effettive dentro la stessa macchina di governo» (2005, p.30).
Naturalmente Sartori ha trattato fin qui solo delle funzioni per così dire «funzionali», che servono al sistema politico. Ma ci possono ben essere funzioni «disfunzionali», come quelle espletate dai partiti «divisivi». Su questo punto, l’analisi delle funzioni negative si lega ai diversi tipi di sistema partitico: a) sistemi di partito integrativi (i sistemi bipartitici); b) sistemi di partito aggregativi (i sistemi a pluralismo moderato); c) sistemi di partito divisivi (quelli a pluralismo estremo polarizzato).
Quello che abbiamo scritto finora riguarda il contributo diretto e sistematico sulla teoria e i tipi di partito che si ritrova nel volume del 1976, nel saggio del 1969 sulla sociologia politica e nello scritto inedito pubblicato nel 2005. Resta fuori dalla nostra ricostruzione tutta la parte dedicata al partito-stato e soprattutto al partito visto dal di dentro. All’interno dei partiti accade spesso che le fazioni buttate fuori dalla porta, rientrino dalla finestra, magari con altro nome, come in Italia le correnti. Per capire il fenomeno Sartori propone il termine tecnico più neutro di «frazione», laddove fazione e correnti sono i sotto-tipi. Non c’è dubbio che il superamento della fase fazionistica della politica non avviene mai compiutamente, giacché questa si può riprodurre all’interno dei partiti sotto forma di «gruppi di potere dediti, con assoluta e ossessiva priorità, a manovre di potere» (1982, p. 190). Il male dei partiti, che si trasferisce al sistema,  è dato dalle divisioni interne intorno alla conquista del potere. Con le divisioni interne che non siano frutto di pluralismo interno ma di una sorta di «cannibalismo» reciproco, il partito non retrocede solo alla fase della faziosità, ma anche a quella delle persone e dei notabili. La divisione interna in gruppi di potere si ha attorno ai vari capi-corrente. Molti saggi (ripubblicati nel volume sul caso italiano del 1982) sono dedicati ai partiti italiani, il cui male è identificato proprio nel correntismo diffuso (che per Sartori è un vero e proprio fazionismo). E già in questi saggi (scritti negli anni Settanta e Ottanta) Sartori invoca il correttivo dell’ingegneria elettorale, giacché se è vero che il sistema proporzionale non moltiplica di per sé i partiti, è vero però che ne moltiplica le frazioni e ne favorisce le scissioni.
Sartori, come abbiamo visto, ha un’idea alta dei partiti e li ha studiati come strutture complesse, necessarie e indispensabili alla democrazia. Li ha per così dire nobilitati, quanto alla loro origine e all’apporto che danno al buon funzionamento della democrazia. Però possono costituire anche un problema di disfunzionalità e di minaccia alla democrazia. Questo problema non risiede tanto nella loro democrazia interna. La visione competitiva della democrazia non necessita di partiti internamente democratici, ma di partiti unitari e coesi. In Ingegneria costituzionale comparata (prima edizione in inglese 1994, italiana 1995 per il Mulino) introduce il concetto di parliamentary-parties-fit, ossia di partiti adatti al compito di far funzionare una forma d governo parlamentare (che richiede, come insegna il caso inglese, partiti ancora più disciplinati e coesi di quanto si possa richiedere nel sistema presidenziale). Sono dunque disfunzionali alla democrazia i partiti di frazioni o di vere e proprie fazioni. Una minaccia al sistema democratico viene poi dai partiti anti-sistema presenti nei sistemi a pluralismo estremo e polarizzato. E spesso questi sistemi hanno visto il crollo del regime democratico. Sartori è stato l’animatore e uno dei maggiori protagonisti dell’intenso dibattito sulla natura anti-sistema del Pci. Pur non essendoci il crollo del regime, l’Italia ha però visto il crollo del suo tradizionale sistema partitico tra il 1992 e il 1994.
Sartori è stato un forte critico dei partiti italiani della cosiddetta Prima Repubblica e in particolare del Pci, ma non c’è paragone con il disagio e lo sconcerto che deve aver provato di fronte ai nuovi partiti e ad alcuni nuovi leader (incessantemente fustigati in questo ventennio dagli editoriali sul Corriere della Sera). Per il teorico della democrazia e per lo studioso dei partiti e dei sistemi di partito non è stato piacevole vedere uno dei maggiori partiti di governo posseduto da un imprenditore e proprietario di televisioni in pieno conflitto d’interessi, vedere il riproporsi di un partito regionale potenzialmente e in alcuni momenti anti-sistema, vedere la proliferazione di partiti personali e variamente populisti, vedere la dissoluzione di strutture di canalizzazione e di espressione, vedere la prevalenza di fazioni come partiti e dentro i partiti, e infine vedere il successo di un movimento che elegge parlamentari etero-diretti e che impone il vincolo di mandato imperativo (violando l’art. 67 della Costituzione). Ed è singolare che il meno fustigato, relativamente parlando, sia stato il partito erede del Pci (ed anche della Dc), con il quale c’è stata almeno qualche interlocuzione sulle riforme istituzionali. Anche per i partiti italiani attuali incombono i Mala Tempora.
Sartori ha studiato e affrescato i partiti come grandi monumenti storici, classificandoli, comparandoli e sistematizzandoli, quando ancora si era nell’età d’oro dei partiti (di massa). Oggi è un’altra storia. Ma resta sempre viva la lezione di Sartori di rapportare i partiti alla democrazia.
Opere di Giovanni Sartori
in cui è affrontato il tema dei partiti
1960 – Democrazia, burocrazia e oligarchia nei partiti, in «Rassegna Italiana di Sociologia», 3, pp. 119-136.
1965 – Partiti e sistemi di partito, dispense, Editrice Universitaria, Firenze, pp. 143.
1966 – European Political Parties: The Case of Polarized Pluralism, in J. La Palombara e M. Weiner (a cura di), Political Parties and Political Development, Princeton University Press, Princeton, N.J., pp. 137-176. Ristampato in R.A. Dahl e D.E. Neubauer (a cura di), Readings in Modern Political Analysis, Prentice-Hall, Englewood Cliffs, N.J. 1967; tradotto in «Revista de Estudios Políticos», Madrid, maggio-agosto, 1966.
1967 – Bipartitismo imperfetto o pluralismo polarizzato?, in «Tempi Moderni», autunno, pp. 1-34. Ripubblicato in P. Farneti, Il sistema politico italiano, Il Mulino, Bologna 1972, pp. 287-309; e in Teoria dei partiti e caso italiano, SugarCo, Milano 1982, pp. 7-44.
1968 – Tipologia dei sistemi di partito, in «Quaderni di Sociologia», 3, pp. 187-226. Tradotto in M. Dogan e D. Pelassy (a cura di), La comparaison internationale en sociologie politique, Litec, Paris 1980. Ripubblicato parzialmente in D. Fisichella (a cura di), Partiti e gruppi di pressione, Il Mulino, Bologna 1972, pp. 197-206.
1969 – From the Sociology of Politics to Political Sociology, in S.M. Lipset (a cura di), Politics and the Social Sciences, Oxford University Press, New York, pp. 65-100. Ripubblicato in P. Mair (a cura di), The West European Party System, Oxford University Press, New York, 1990, pp. 150-182. Parzialmente riprodotto in «Government and Opposition», Spring, 1969, pp. 195-214.
1970 – The Typology of Party Systems, in E. Allardt e S. Rokkan (a cura di), Mass Politics: Studies in Political Sociology, Free Press, New York, pp. 322-352.
1971 – Proporzionalismo, frazionismo e crisi dei partiti, in «Rivista Italiana di Scienza Politica», 3, pp. 629-655. Ripubblicato in Correnti, frazioni e fazioni nei partiti politici italiani, Il Mulino, Bologna 1973, pp. 9-36.
1973 – (a cura di), Correnti, frazioni e fazioni nei partiti politici italiani, Il Mulino, Bologna, pp. 130.
1976– Parties and Party Systems: A Framework for Analysis, Cambridge University Press, New York, pp. 370. La traduzione francese è del 2001, Partis et systèmes de partis. Un cadre d’analyse, Bruxelles, Editions de l’Universite de Bruxelles.
1982 – Teoria dei partiti e caso italiano, SugarCo, Milano, pp. 335.
1986– Partiti e sistemi di partito: i sistemi competitivi, in AA.VV., I sistemi di partito, Angeli, Milano, pp. 167-245 (traduce il cap. 6 di Parties and Party Systems, 1976).
1990 – A Typology of Party Systems (rifusione dei capp. 5, 6, 9 di Parties and Party Systems, 1976), in P. Mair (a cura di), The West European Party System, Oxford University Press, New York, pp. 316-349.
1998 – Les Partis, in R. Darntorn e O. Duhamel (a cura di), Démocratie, Editions du Rocher, Paris, pp. 135-139.
2000 – Relevant Parties, voce in The International Encyclopedia of Elections, Cq Press, Washington D.C., pp. 275-277.
2004 – Prefazione a Oreste Massari, I partiti politici nelle democrazie contemporanee, Laterza, Roma-Bari, pp. IX-X.
2005 – Party Types, Organisation and Functions, in «West European Politics», vol. XXVIII, pp. 5-32.
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