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COSTRUIRE LA REPUBBLICA (Estratto da Paradoxa 1/2014)


Gianfranco Pasquino 

Ho la ragionata e ragionevole certezza che Sartori non vorrebbe mai essere avvicinato né tanto meno accomunato a Karl Marx. Tuttavia, non ho nessun dubbio che abbia sempre pensato (e, qualche volta, anche scritto) che i filosofi della politica (come gli storici della politica) possono avere interpretato il mondo, spesso un loro piccolo mondo provinciale, ma non hanno mai saputo porsi correttamente il problema di come cambiarlo. Al massimo, i filosofi della politica hanno finito per creare un loro mondo immaginario, utopico. Quanto ai sociologi della politica, qualcuno si è posto il problema del cambiamento, ma in maniera capovolta: cambiare la società per cambiare la politica. No, Sartori non vuole seguire e non ha seguito quella strada. Anzi, ne ha, non soltanto teorizzata, ma proposta e praticata una molto diversa. Interpretare e chiarire la politica anche per cambiarla. Le conoscenze acquisite dalla scienza politica, quando sono veramente tali, posseggono una incidenza applicativa. Vale a dire sono suscettibili di applicazione. Chi ne tenta opportunamente l’applicazione sa anche che il fallimento dell’applicazione serve ottimamente a rivelare che quelle sue conoscenze sono molto probabilmente inadeguate, erronee, da rivedere in parte o in toto.

Persino Karl Popper dovrebbe ritenersi soddisfatto dei tentativi di applicazione che configurino concrete modalità di quella falsificazione delle generalizzazioni e delle teorie da lui poste a fondamento dei procedimenti scientifici. È fin troppo facile, ma pur sempre e ovunque utile, ricordare che Sartori ha sempre pensato e ripetutamente scritto che è possibile avere e intrattenere una concezione, o più, di democrazia ideale, ma che è fecondo analizzare le democrazie reali, come esse sono, vale a dire nelle loro strutture, nei loro meccanismi, nella loro dinamica. È ancora più giusto criticarle, le democrazie reali, suggerirne correttivi, sottoporre a verifica, nella misura del possibile, più ampia di quel che si pensi, le conoscenze disponibili.
Negli articoli di questo fascicolo, scritti per l’occasione del 90esimo compleanno di Giovanni Sartori e a lui dedicati con tutta la gratitudine che merita chi ci ha iniziati alla scienza politica e ci ha, anche involontariamente, resi più consapevoli e più colti, abbiamo esplorato le caratteristiche che ha la Repubblica (non ideale, ma reale, quella che è effettivamente possibile costruire in termini di istituzioni, di meccanismi, di procedimenti e di relazioni) di Sartori. È stato un compito, da un lato, relativamente facile; dall’altro, quasi per le stesse ragioni, piuttosto difficile. Si è rivelato difficile poiché Sartori non ha fatto studi di nicchia, occupandosi di problemini sfiziosi e marginali alla ricerca di originalità a buon prezzo, ma ha mirato al cuore della democrazia e della Repubblica. Grazie a lui, è nostra meditata opinione, più di chiunque altro, disponiamo di tutta la più importante strumentazione per l’analisi dei sistemi politici contemporanei: che cosa è una democrazia, a che cosa servono i partiti e come funzionano i sistemi di partiti, quali sono i compiti della rappresentanza politica, entro quali limiti funziona l’ingegneria costituzionale. Siamo convinti, nei limiti delle nostre capacità, di averne fatto ottimo uso negli articoli di questo fascicolo.
Abbiamo delineato la Repubblica quale Sartori la ha variamente ‘costruita’ nel corso del tempo nei suoi scritti, mai ‘narrazioni’, mai provinciali, nelle sue teorizzazioni, mai schiacciate su specifiche realtà transeunti, nelle sue proposte di riforma, mai campate in aria. Il compito della ‘ricostruzione’ analitica, però, è stato, e rimane, anche difficile poiché la ricchezza del pensiero di Sartori si è articolata anche con riferimento a tematiche, per lo più trascurate dalla maggioranza degli studiosi, molto controverse, ma decisive per una buona Repubblica. Tanto il conflitto fra il potere politico e gli interessi privati dei governanti e dei rappresentanti quanto le modalità di formazione, e manipolazione, dell’opinione pubblica appartengono a pieno titolo a qualsiasi Repubblica decente si intenda costruire. Per di più, Sartori, che pure apprezza quanto non è indecente nella politica e nella Repubblica, è molto più esigente nelle sue formulazioni e nelle ricette suscettibili di applicazione.
            Rinviando i lettori agli articoli e alle nostre interpretazioni non ci resta che augurarci di avere saputo delineare la Repubblica di Sartori, non soltanto in maniera interessante e stimolante e senza tradirne il pensiero, ma mettendo in evidenza quanto la scienza politica ha già fatto per spiegare come si costruisce, come si mantiene e come si trasforma una buona Repubblica e, in special modo, quanto grande e duraturo è stato ed è il contributo di Sartori a questo nobilissimo obiettivo.
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Sezione Paradoxa