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LA PRODUZIONE CULTURALE NELLA CHIESA (Estratto da Paradoxa 4/2013)


Sergio Belardinelli 

Prima di affrontare il tema specifico che mi è stato assegnato – La produzione culturale nella Chiesa – mi sia consentita una considerazione preliminare a proposito del titolo generale: Intellettuali e cattolici.

Confesso che qualche volta la parola intellettuale desta in me qualche perplessità. Eppure non ho alcuna difficoltà a qualificarmi come intellettuale cattolico. Sebbene le etichette non mi piacciano, è un’etichetta che non ho mai disdegnato. Del resto ognuno di noi è quello che è; difficile distinguere la parte di noi che dipende dalle convinzioni della nostra fede religiosa e quella che dipende invece da inclinazioni o considerazioni d’altro tipo. L’unica cosa certa è che siamo un’inestricabile mescolanza di fede, ragione, passione, pregiudizi e altro ancora, solo astrattamente separabili tra di loro. Ne va in ultimo dell’unità della nostra persona. Per questo nel dibattito pubblico dovrebbe contare la bontà degli argomenti che ognuno è in grado di mettere in campo, non certo l’etichetta ideologica che appiccichiamo loro addosso. Sennonché, in Italia, è proprio questo che, per cattolici e laici, sembra risultare estremamente difficile.
«La mia storia è quella di un uomo che ha iniziato la sua vita credendosi un autentico cattolico e un autentico liberale, e che perciò ha rinunciato a ogni cosa che nel cattolicesimo non fosse compatibile con la libertà e a ogni cosa che in politica non fosse compatibile con il cattolicesimo». In queste parole bellissime di Lord Acton credo si possa vedere non soltanto la grande tensione ideale e civile di uno dei pensatori più interessanti del secolo scorso, ma anche una sorta di programma politico-culturale che, specialmente in Italia, è ancora tutto da sviluppare.
Le cause di questo ritardo sono molteplici e riconducibili in gran parte alla ben nota «Questione Romana». L’ostilità della Chiesa cattolica nei confronti dello Stato e della cultura liberale ha generato un cortocircuito politico-culturale che fa sentire ancora oggi i suoi effetti. Tanto è vero che, nel nostro Paese, sono pochissimi i cattolici liberali e pochissimi i liberali che non siano visceralmente anticlericali. Dai tempi della «Questione Romana», cattolici e liberali hanno preferito dialogare prima con il fascismo e poi con il comunismo piuttosto che tra di loro, con risultati devastanti soprattutto sul piano della cultura politica e delle istituzioni dello Stato. La pervasività della politica sulla società italiana, istituzioni dello stato congegnate apposta per rendere difficile la decisione politica, quindi il governo, la mancanza di una vera sussidiarietà tra Stato e cittadini, clientelismo, farraginosità burocratica, stagnazione non soltanto economica sono soltanto i segni più evidenti di questa devastazione.
Nel suo intervento, Dino Cofrancesco lamentava il fatto che l’Italia non abbia avuto una Margaret Thatcher. Sono pienamente d’accordo con lui. Mi rendo anche conto, però, che auspicare una Thatcher in un Paese come il nostro, accartocciato sulla storia e sulla cultura politica che conosciamo, è semplicemente uno scherzo, una battuta surreale. A me, ad esempio, sarebbe bastato anche che avessimo avuto uno Schroeder. Il quale peraltro, se facesse da noi quanto fece in Germania, sarebbe sicuramente additato da vasti settori dell’opinione pubblica, del mondo sindacale, di quello confindustriale e del Parlamento come un liberista feroce, pronto alla più ignobile macelleria sociale.
In realtà la politica italiana è, non da oggi, paralizzata da una miriade di privilegi particolari e quindi visceralmente refrattaria a ogni tipo di riforma che vada a intaccarne qualcuno. Guai solo a pensare di operare tagli veri alla spesa pubblica. Se se ne parla, e lo si fa spesso con grande enfasi, è solo perché i privilegi da tagliare sono sempre quelli degli altri. Così, per fronteggiare il debito pubblico che aumenta, al governo (a tutti i governi) non resta altro da fare che introdurre nuovi balzelli, confidando nella cattiva coscienza che spingerà i cittadini ad accettarli come una sorta di male minore rispetto alla rinuncia a qualche privilegio. È questo, purtroppo, il comune denominare delle culture politiche del nostro Paese, nella prima come nella seconda Repubblica. Un denominatore al quale non può certo dirsi immune il mondo cattolico e sul quale temo che cattolici e non solo si siano giocati ormai gran parte della loro reputazione politica.
So di compiere un’affermazione provocatoria, ma forse ciò che in questi anni ha salvato il mondo cattolico dall’irrilevanza è stato l’impegno profuso, non più sul piano direttamente politico, bensì su quello culturale. E vengo così alla specificità del tema che mi è stato assegnato.
Il cosiddetto «progetto culturale» della Chiesa italiana prende il via all’indomani di «tangentopoli», il più grande terremoto politico che abbia sconvolto l’Italia del dopoguerra. Il cardinale Camillo Ruini lo propone per la prima volta al Consiglio Permanente della CEI riunito a Montecassino il 19 settembre 1994. La data è significativa poiché ha dato luogo a un equivoco del quale forse non ci siamo ancora del tutto liberati: e cioè che il progetto culturale aspirasse in fondo semplicemente a ricostituire, seppure in forma mascherata, l’unità politica dei cattolici, naufragata proprio negli anni di «tangentopoli». E invece, questa almeno è la mia opinione, il «progetto culturale orientato in senso cristiano», matura certamente negli anni immediatamente prima e dopo tangentopoli, ma ha un significato che travalica di molto il problema dell’unità politica dei cattolici. Per certi versi direi addirittura che lo rende obsoleto. Ma andiamo per ordine.
Come ha mostrato assai bene Roberto Cartocci, a guardare oggi il magistero della Chiesa italiana negli ultimi anni Ottanta-primi anni Novanta, gli anni intorno a «tangentopoli», si rimane soprattutto colpiti da due aspetti. Da un lato, sembra che nessuno meglio della Chiesa si renda conto del degrado civile e politico del nostro Paese in quel periodo; i vescovi italiani sono tra coloro che lo denunciano con maggiore forza.
Il primo maggio 1989 viene pubblicata la nota pastorale su La formazione all’impegno sociale e politico, la quale, con linguaggio prudente, alludendo ai «cambiamenti» in corso, affonda impietosamente il coltello nella crisi morale, politica e istituzionale dell’Italia di allora, riconducendola in particolare a tre fattori: a) la pervicace ostinazione della classe politica a chiudersi in se stessa, a tutto danno del «processo di democratizzazione dei poteri»; b) il degrado dei rapporti interpersonali, il particolarismo amorale e corporativo che li caratterizza, a tutto danno della «qualità della politica»; c) lo scollamento tra i professionisti della politica e il resto della società civile, con la conseguente «diffidenza verso le istituzioni e sfiducia nella capacità del sistema politico». «Impresa vana – dicono allora i vescovi italiani – diventa la ricerca del bene comune in una società che ne smarrisce le ragioni» (n. 5).
A poco tempo di distanza dalla pubblicazione della nota sull’impegno sociale e politico, i vescovi italiani ritornano in maniera ancora più incisiva sul degrado della nostra situazione politico-istituzionale con altri due documenti: Chiesa italiana e Mezzogiorno. Sviluppo nella solidarietà (18 ottobre 1989) e Educare alla legalità (4 ottobre 1991). Si tratta di documenti che, sebbene quasi ignorati dall’opinione pubblica, contengono invece un’analisi assai puntuale e lungimirante di quanto sta accadendo in Italia in quegli anni. «Bisogna recuperare – dicono i vescovi – la fiducia nelle istituzioni ed educare al rispetto della legge» (Chiesa italiana e Mezzogiorno, n. 21); è necessario combattere la «mafiosità di comportamento» (n. 14); occorre un «ridimensionamento del potere politico e un adeguato rafforzamento della società civile e dello stesso mercato» (n. 12). Siamo di fronte a una denuncia aperta e senza riserve di una realtà sociale, la quale, non soltanto nel Mezzogiorno, distribuisce ormai i suoi privilegi e le sue prebende attraverso le mediazioni personalistiche, particolaristiche e clientelari dei partiti, in spregio a qualsiasi criterio di giustizia e di attenzione ai reali bisogni delle persone. Educare alla legalità del 1991 è una sorta di appello accorato alla nazione italiana, affinché riscopra la «valenza educativa» della legge contro «l’oblio del bene comune» e la «privatizzazione del pubblico» (n. 7). Occorre forse che si aggiunga qualcosa per dire quanto queste parole siano ancora oggi attuali, a ventidue anni di distanza?
Di fronte alla sordità e alle chiusure della classe politica italiana e di gran parte della cosiddetta società civile, è come se i vescovi italiani avessero sentito il dovere di riempire un ‘vuoto’. Un vuoto che di lì a pochissimo tempo si sarebbe fatto addirittura enorme, prima di essere riempito dall’azione devastante della magistratura spalleggiata soprattutto dal vecchio partito comunista, divenuto PDS, e dalla nascita di nuovi soggetti politici, quali la Lega Nord e Forza Italia.
D’altro lato, sembra che essi si rendano anche conto del rischio che la vera vittima delle loro denunce possa essere il partito cattolico della Democrazia cristiana. E questo forse spiega le loro decise prese di posizione in favore dell’unità politica dei cattolici nella Democrazia cristiana, immediatamente prima di tangentopoli, e nel rinato Partito popolare, immediatamente dopo. Dai tempi delle elezioni politiche del 1948, credo che non si fosse mai vista una così diretta azione politica da parte della Conferenza Episcopale Italiana. Fallito tuttavia il tentativo di salvare l’unità politica dei cattolici, la Chiesa italiana si tira lentamente in disparte rispetto all’arena politica; si fa sempre più equidistante rispetto agli schieramenti politici, spostando progressivamente la sua attenzione su una questione assai più radicale: l’evangelizzazione della società e della cultura.
Anche sotto il forte impulso del magistero di Giovanni Paolo II, fede e cultura diventano il grande tema della Chiesa italiana, con la convinzione ovviamente che una riflessione e un impegno del genere non potranno non avere anche ricadute politiche, ma senza più fare della politica un oggetto di attenzione, diciamo così, diretta. Le «finalità» del «progetto culturale», sono parole del Card. Ruini, sono assai più ampie; «al primo posto si pone l’evangelizzazione della cultura e l’inculturazione della fede nell’Italia di oggi». Da questo punto di vista, quindi, il progetto culturale rappresenta «un modo di rapportarsi meno diretto, più libero e articolato, della Chiesa italiana nei confronti del mondo politico».
«Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta», aveva detto Giovanni Paolo II al Congresso nazionale del MEIC del 1982. E proprio a questa intenzionalità si ispira il «progetto» della Chiesa italiana. Come si legge nella proposta di lavoro, pubblicata nel 1997, le finalità del progetto possono essere delineate su «due prospettive complementari»:
 render più motivata e incisiva la pastorale ordinaria, stimolarla ad assumere consapevolmente il rapporto tra fede e cultura, per poter proporre la fede mediante esperienze e linguaggi significativi nell’odierno contesto culturale;
dare sostegno ai fedeli laici nel compito loro proprio di esprimere la fecondità della fede nella vita familiare e sociale, nella ricerca scientifica e filosofica e nell’arte.
In estrema sintesi, al centro del progetto culturale viene collocata fin dall’inizio un’idea antropologica. Come ha affermato nel settembre 2005 il Cardinale Ruini, il suo assunto fondamentale «è che in Gesù Cristo, nella sua vita e nella sua morte e risurrezione, nelle sue parole e nelle sue opere, ci è data una precisa immagine e interpretazione dell’uomo, che è alla base di un’antropologia ben determinata e al contempo plastica e dinamica, capace cioè di incarnarsi nelle più diverse situazioni e contesti storici, conservando però la specifica fisionomia, i suoi lineamenti essenziali e i suoi contenuti di fondo».
Le grandi sfide di quegli anni sulle radici cristiane dell’Europa, la crisi dei sistemi di welfare, la sussidiarietà, la famiglia, il rispetto della vita umana, la bioetica, la laicità hanno visto la cultura cattolica italiana diventare di nuovo protagonista. Grazie indubbiamente al magistero di Giovanni Paolo II e del suo successore Benedetto XVI; grazie all’azione incisiva del Cardinale Camillo Ruini, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, grazie all’attività di molti vescovi, sacerdoti e intellettuali riunitisi intorno al «progetto culturale» le posizioni dei cattolici hanno ripreso un certo vigore. Ci siamo poco a poco resi conto che la cultura cattolica è molto più viva e forte delle declinazioni politiche che può aver conosciuto negli ultimi vent’anni. E qui mi sia consentita una nota biografica.
L’esperienza che ho fatto negli ultimi cinque anni come coordinatore delle iniziative del Comitato per il Progetto Culturale della Chiesa Cattolica italiana mi fa pensare addirittura che la cultura cattolica rappresenti oggi una delle parti più vive e vitali del nostro Paese. Rispetto alla cultura cosiddetta laica non disponiamo ovviamente delle stesse casse di risonanza, ma non siamo inferiori quanto a senso di libertà, spregiudicatezza, coraggio e acutezza di analisi ai più diversi livelli della cultura.
Come è stato spiegato nel suo intervento da Stefano Zamagni, nel dopoguerra noi cattolici ci siamo occupati più di banche che di cultura. Ma in questi ultimi anni abbiamo assistito ad un vero e proprio risveglio, nonostante le difficoltà che incontriamo a entrare nei grandi mezzi di comunicazione che condizionano il dibattito pubblico italiano, dove, se proprio si deve invitare un cattolico, allora si invita un cardinale, un vescovo o un prete, continuando in questo modo ad accreditare l’idea che la cultura cattolica sia soltanto una cultura clericale. In ogni caso, se oggi c’è qualcosa di evidente nel mondo cattolico, è proprio la libertà, la pluralità e la competenza delle sue voci. Questo tavolo ne è un esempio (alludo alla libertà, ovviamente): Stefano Semplici e io abbiamo idee molto diverse su molte questioni che hanno contraddistinto il dibattito di questi anni, eppure ci sentiamo amici, dialoghiamo apertamente su tutto e nessuno di noi può dire di aver subito qualche richiamo all’ordine da chicchessia. La «svolta antropologica» che ha contraddistinto la cultura cattolica più recente può suscitare maggiore o minore consenso, ma ha comunque un significato importante. Il progetto culturale del Card. Ruini potrà apparire a qualcuno troppo sottomesso alla gerarchia ecclesiastica, a qualcun altro troppo poco; è certo però che qualche frutto l’ha dato. In diversi interventi di questo incontro si è fatto riferimento ai Forum del progetto culturale, ai grandi eventi su Dio e su Gesù; io vorrei riferirmi invece ai tre Rapporti-proposta che il Comitato per il Progetto Culturale ha realizzato negli ultimi cinque anni: quello sull’educazione, quello sulla demografia e quello sul lavoro, tutti pubblicati da Laterza.
Abbiamo chiamato a collaborare a questi rapporti-proposta studiosi di diversa estrazione culturale; in fase di preparazione facevamo riunioni che erano già un’esperienza culturale significativa per tutti i partecipanti. Il risultato è stato che tutti e tre i rapporti si sono rivelati un vero successo editoriale. Quello sull’educazione, La sfida educativa, è giunto addirittura alla ventiduesima edizione; abbiamo organizzato innumerevoli presentazioni in tutta Italia con una presenza di pubblico il più delle volte sorprendente anche quando si parlava di demografia e di lavoro.
A proposito di lavoro, la grave crisi economica in cui siamo immersi ha reso ovviamente questo tema estremamente attuale. Mi preme tuttavia sottolineare il successo che il nostro rapporto-proposta ha avuto in ambienti culturali anche non contigui al mondo cattolico. Un esempio valga per tutti: l’interesse dimostrato nei confronti del rapporto da Michele Boldrin, il coordinatore nazionale di Fare per fermare il declino. Considero questo interesse come la riprova che la nostra insistenza sulla dimensione antropologica del lavoro, senza mai perdere di vista la realtà, ha finalmente evidenziato una strada attraente, una strada che certamente non ha più nulla a che vedere con certo statalismo, con una certa indulgenza nei confronti di un mercato del lavoro troppo rigido e cose del genere, che tanto peso hanno esercitato ed esercitano ancora in molti ambienti cattolici.
Per farla breve, mi sembra di cogliere molti segni di quanto il tempo che viviamo, pur nella crisi drammatica che lo contraddistingue, vada considerato come un tempo propizio per la cultura cattolica. E questo vale non soltanto sul piano dei valori non negoziabili, a proposito dei quali in questi anni abbiamo detto tutto quanto c’era da dire, ma anche su altri piani, che vanno dal rilancio di una cultura del custodire e della tenerezza a quello di una nuova e vera cultura di popolo, tanto per citarne alcuni. Papa Francesco docet, verrebbe da dire.
Quanto al piano strettamente politico, francamente non so quale potrebbe essere oggi l’incidenza specifica dei cattolici, ma la cosa mi interessa anche molto meno. Sono però certo che prima o poi arriveranno i frutti anche a livello politico. A livello culturale invece direi che i frutti ci sono già adesso. E questo mi sembra importante.
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