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IL PARTITO 2.O  E GLI ARCANA IMPERII (Estratto da Paradoxa 3/2013)


Enrico Morando

Che la diffusione di internet sia destinata ad influenzare durevolmente il sistema politico-costituzionale non può essere negato. Può darsi che esageri, Alec Ross, consigliere di Hillary Clinton, quando sostiene che: «Ricorda la rivoluzione impressa dalla carta stampata. C'è diffusione nelle mani della gente di scritti prima inaccessibili. La stampa alterò nelle fondamenta la natura del potere. [...] È qualcosa che accade ogni tre-quattro secoli». Ma è certamente vero che la rapidità della circolazione delle informazioni, la (relativa) facilità dell'accesso, la possibilità di ciascuno di ascoltare e parlare con tutti, fa di internet e delle network Technologies un potente fattore di innovazione del sistema politico democratico, organizzato attorno a voto, rappresentanza, Parlamento e partiti.

La mia tesi è che non abbiano fondamento i sogni della e-democracy, la neo-democrazia diretta destinata a rinverdire, nella società globale della conoscenza, i fasti della democrazia ateniese. Votazioni telematiche quotidiane e mensili verifiche del consenso di chi governa, a fini di rimozione a furor di popolo, non migliorerebbero la qualità della nostra democrazia, che non può tornare vitale senza l'esercizio della mediazione politica, che presuppone preparazione e gestione del «discorso pubblico» da parte di chi ha competenza e legittimazione per promuovere la prima e realizzare la seconda.
Proverò invece a sostenere che le network Technologies forniscono una formidabile occasione per migliorare la qualità del sistema politico, moltiplicando sia il numero, sia le potenzialità delle sedi che consentono ai cittadini di discutere in modo informato e ragionato dei temi che li riguardano. Mi occuperò quindi dell'effetto che la diffusione delle tecnologie informatiche e della rete può avere nelle democrazie occidentali, influendo sui protagonisti del sistema politico-costituzionale – partiti politici, Parlamento, governi e autorità di garanzia e controllo (i cani da guardia) – e sul loro rapporto con i cittadini.
Prima, però, voglio dire qualche parola sull'impatto della tecnologia delle reti sui Paesi non democratici (la Cina), dove i cittadini non possono scegliere i governi in elezioni libere e sulla base di un'offerta effettivamente plurale; e sui Paesi a democrazia ipersorvegliata (la Russia), dove si tengono elezioni, ma l'offerta è limitata da prevaricanti poteri di tipo politico, economico, mediatico. Il tema meriterebbe un più approfondito esame, ma qui vado subito alle conclusioni: malgrado gli intensi sforzi e le ingenti risorse umane e finanziarie applicate, i dittatori e gli autocrati di questi Paesi non riusciranno – alla lunga – a mantenere sulla rete il ferreo controllo fino ad ora esercitato. Non solo e non tanto per una ragione tecnologica, che pure conterà (l'innovazione è così rapida da consentire il sistematico aggiramento delle barriere all'accesso e all'utilizzo della rete). Quanto per ragioni economiche: molti di questi Paesi hanno conosciuto negli ultimi vent'anni un ritmo di crescita sostenutissimo, che intendono mantenere e stabilizzare. Anche al fine di consentire a chi controlla le istituzioni politiche di conservare il loro carattere estrattivo di risorse economiche, da trasferire verso le oligarchie dominanti. Ma, nella società della conoscenza – come ci ha spiegato di recente Enrico Moretti, nel suo La nuova geografia del lavoro – un elevato ritmo di crescita è inscindibilmente connesso allo sviluppo di «hub dell'innovazione», in cui si concentrano le attività  dei lavoratori high tech. I quali, a loro volta, per avere successo, debbono interloquire e cooperare tra di loro in modo assolutamente libero, perché solo questo tipo di relazioni aperte – non condizionate da limiti e confini imposti dall'esterno – può liberarne la creatività. Tentativi di imporre limiti, costruire barriere, mantenere zone riservate non possono che isterilire questi hub dell'innovazione, insostituibili centri motori dello sviluppo. Per questo, le autocrazie, non potendosi permettere di rinunciare alla crescita, saranno via via costrette a rinunciare alle loro aspirazioni di controllo della rete. Fino a consentire livelli di apertura dell'accesso e di circolazione delle informazioni difficilmente compatibili con le limitazioni alla democrazia attualmente in atto. Non è una novità: non deve essere scoperto oggi il nesso che lega il dinamismo delle società capitalistiche e la democrazia politica. Ma è una ottima ragione di speranza. A mio giudizio capace di sovrastare – nel lungo periodo – il rischio che le nuove tecnologie vengano utilizzate da dittatori (il partito comunista in Cina) e autocrati per accrescere le loro capacità di controllo sugli individui e sulla comunità.
Come recenti episodi di cronaca hanno documentato, rischi analoghi, ma non identici – circa un uso delle tecnologie informatiche a fini di riduzione degli spazi di libertà degli individui – sono certamente presenti anche nelle democrazie mature dell'Occidente. Più ad opera del potere economico, che ad opera del potere politico: la enorme quantità di informazioni su se stesso che ciascuno di noi, volontariamente, mette in rete. E i dati, altrettanto numerosi, che viaggiano in rete a fini di tutela della sicurezza o di contrasto all'evasione fiscale, sommandosi, creano la base su cui possono agire – grazie a sofisticati algoritmi – macchine che li selezionano fino ad arrivare – con scarsi margini di errore – alla individuazione degli orientamenti ideali, religiosi, politici e sessuali, dei gusti, degli hobby di ognuno. Informazioni preziose per chi debba produrre o vendere qualcosa – e per questo molto appetite dal sistema delle imprese. Ma troppo precise per non fare gola anche a chi coltivi progetti di condizionamento delle scelte individuali e, al limite, delle coscienze. Ecco perché, in tutto il mondo, è serrato il confronto sulla regolazione – da parte delle autorità pubbliche – di questi Big data.
Se i rischi sono grandi, non sono tuttavia meno significative le potenzialità: le network Technologies sono in grado di ridurre significativamente gli spazi riservati agli arcana imperii. Anche i deputati e i senatori «a cinque stelle» hanno dovuto imparare a loro spese che uno spazio di riservatezza è connaturato alla politica di decente qualità: partiti con la pretesa della diretta streaming per tutte le loro riunioni e gli incontri con gli altri partiti, sono rapidamente arrivati a farsi semi-sequestrare – tramite viaggio in pullman verso destinazione ignota ai più – per un incontro riservato con il loro leader, in una località dell'agro romano. Come è potuto accadere? Semplice: hanno dovuto prendere atto che la riunione del loro Gruppo non era più la stessa, se ogni parola, ogni interruzione, ogni alzata di sopracciglia veniva conosciuta in tempo reale da migliaia di persone. Dopo qualche generoso tentativo, si sono accorti che chi prendeva la parola, parlava in realtà a quelle migliaia di persone, non ai colleghi del Gruppo. È tuttavia probabile che – ansiosi di rimediare – siano ora cascati dalla padella alla brace.
Perché è vero che la trasparenza, se non la si pretende assoluta, può migliorare la qualità della politica, riducendo le dimensioni del baratro che separa le istituzioni politiche dai cittadini. Come? Aprendo l'accesso ai dati sull'attività delle pubbliche istituzioni. Deve essere apertura vera: voluta, progettata, organizzata, coltivata, sistematicamente migliorata. Perché questo è il punto: se i dati non sono organizzati in funzione dell'effettiva apertura all'accesso da parte dei cittadini, metterli in rete alla rinfusa non migliorerà la qualità della vita democratica. Perché quei dati si potranno fisicamente «vedere», ma non si potranno «leggere» per migliorare le informazioni da mettere a base di un processo di discussione e di amalgama degli interessi in gioco. Cioè della discussione e della decisione politica.
La rete, in sostanza, non può essere solo una bacheca più grande per il vecchio Albo pretorio, cui affiggere le delibere comunali. La differenza non può essere data dal fatto che gli addetti ai lavori – e solo loro, sempre gli stessi – potranno accedere alle informazioni sugli atti della PA stando comodamente seduti davanti ad un computer. Ma dalla quantità e qualità delle informazioni effettivamente disponibili per il cittadino, informato ma non addetto ai lavori, che voglia giudicare con piena cognizione delle scelte allocative compiute dalle istituzioni, del rapporto tra i costi sopportati e i benefici ottenuti, degli interessi premiati e di quelli penalizzati dalle decisioni discrezionali della politica.
Due esempi daranno l'idea: uno riferito alla pubblicazione e leggibilità dei bilanci interni di Camera e Senato. L'altro relativo alla tenuta dell'agenda di un sindaco. Cominciamo dal Senato: in occasione di una discussione sul bilancio interno, chi scrive ebbe modo di richiedere – assieme ad altri colleghi, animati da intenzioni di miglioramento della trasparenza – che le informazioni sulla spesa per il personale dipendente venissero organizzate in modo tale da rendere chiaro al cittadino – almeno per il personale con funzioni direttive – l'effettiva entità degli emolumenti di ciascuno. O ricorrendo all'elenco nominativo (non si vede cosa ci sia, in una scelta di questo tipo, che possa violare il principio di riservatezza). O, almeno, con l'indicazione della funzione, seguita dal numero dei dirigenti addetti e dall'emolumento medio percepito. Ci venne opposta la tutela della privacy. Risultato: ancora oggi il cittadino informato non sa che un buon numero di persone – mediamente di ottima qualità e selezionate attraverso duro concorso – percepisce emolumenti e gode di trattamenti pensionistici che sono un multiplo di quelli – considerati (spesso giustamente) eccessivi dai più – dei parlamentari.
Perché tante resistenze? Non credo fosse per la difficoltà di reggere un pubblico confronto sull'entità di quelle remunerazioni. Piuttosto, per la volontà di mantenere quell'ambito riservato a pochi addetti ai lavori – i Presidenti delle camere, i senatori questori, l'altissima burocrazia parlamentare. Quasi che la luce della informazione potesse diminuire non l'entità delle remunerazioni, ma il potere di chi «discretamente» decideva sulle stesse.
Un'impressionante manifestazione di cecità: da anni veniva crescendo nell'opinione pubblica una insofferenza verso i costi eccessivi della politica (testimoniata, ad esempio, dall'enorme successo del libro La casta di Stella e Rizzo). I tentativi di rispondervi con mezze misure – via la barberia del Senato; prezzi un po' più alti al ristorante – hanno sortito l'effetto di esasperarla.
Trasparenza piena su ogni euro speso per partiti e istituzioni, per fondare su quella base riforme convincenti: internet, consentendo a tutti di sapere, avrebbe potuto creare la base di conoscenza diffusa su cui far poggiare una seria strategia riformatrice. È mia opinione che il risultato elettorale del 24-25 febbraio sia stato in larga parte determinato da questa «chiusura nell'opacità» del ceto politico. E inviterei chi pensa che questa sia un'esagerazione a chiedersi come mai, per mesi, deputati e senatori grillini si sono autoflagellati con la polemica sugli scontrini delle loro note spese.
Vengo ora all'agenda del sindaco. È fitta di incontri. Cittadini che si lamentano di disservizi. Che richiedono interventi di assistenza (lo sanno che il Comune può poco. Ma provano lo stesso. D'altra parte, è il Comune il «potere politico» più vicino). Portatori di interessi legittimi che propongono interventi. I consiglieri comunali di maggioranza e opposizione che vogliono discutere di questa o quella delibera. Insomma: un'agenda da fatiche di Ercole. Ma è riservata. Si sa quali sono gli orari nei quali si può chiedere ed ottenere un appuntamento. Ma non si sa chi effettivamente il sindaco incontri. E questo è un problema. Perché un conto è la riservatezza sacrosanta del colloquio. Un altro conto e la segretezza sul fatto che sia avvenuto. La qualità della vita politica della città migliorerebbe, e di molto, se l'elenco di tutti gli incontri – tutti, nessuno escluso – venisse reso disponibile per l'informazione di tutti i cittadini. Un' informazione semplice: giorno, ora, luogo, nome della persona incontrata, oggetto del colloquio. Unico vincolo: un'esplicita sanzione politica – ad esempio la censura in consiglio comunale – per la violazione dell'obbligo di informazione da parte del sindaco. Finirebbe come la diretta streaming dei deputati cinque stelle? Non lo credo affatto: migliorerebbe la qualità delle relazioni tra l'amministrazione comunale e i portatori di interessi legittimi. Forse, ci sarebbe qualche incontro in meno. E non sarebbe solo la salute dei sindaci a giovarsene.
Se è vero che «nelle democrazie il popolo governa perché i politici devono prestargli attenzione, annusare l'aria, leggere la posta, incontrarsi con elettori impegnati» (M. Walzer), questi due esempi – volutamente scelti tra quelli che riguardano interventi «piccoli», realizzabili in breve tempo e senza bisogno di risorse finanziarie e organizzative aggiuntive – servono a dimostrare come un di più di trasparenza possa migliorare il discorso pubblico, riducendo lo spazio degli arcana imperii. Responsabilizzando il cittadino, chiamandolo a farsi un'opinione su dati più certi. A parlare, più che ad unire la propria voce ad un chiacchiericcio indistinto. È questa la base elementare di una distribuzione del potere più orizzontale, per la quale la rete crea le condizioni più favorevoli.
Infine, la rete e i partiti. Come ha scritto Sergio Fabbrini, «i due modelli di partito utilizzati in Italia negli ultimi 20 anni hanno fallito». Il primo – quello del partito come organizzazione sociale – è stato travolto dalla frammentazione della società della conoscenza, che ha ridotto i partiti che si sono attardati nella difesa di quel connotato a diventare «difensori di particolarità» (sindacato-territorio). Il secondo – quello del partito personale – si è rapidamente trasformato in un «taxi per microgruppi».
La crisi dei partiti non è solo un fenomeno italiano. Dove le istituzioni sono in grado di svolgere «in proprio» una funzione di rappresentanza politica, la crisi dei partiti non mette tuttavia immediatamente a rischio la stessa democrazia. Lo dimostra il caso francese: alle ultime elezioni presidenziali e legislative, la somma dei voti a forze antisistema e degli astenuti raggiunge e supera quella registratasi in Italia. E il livello di consenso per Hollande e il Partito socialista, al primo turno, non è stato superiore a quello ottenuto da Pd e Sel. Il sistema politico francese sopporta meglio questa caduta di rappresentatività e credibilità dei partiti, perché si regge sul pilastro solido dell'elezione diretta del Presidente, col doppio turno. La maggioranza presidenziale e quella dell'Assemblea nazionale sono «composte» dai francesi, non dalla protesi del sistema elettorale, come accade in Italia.
Dunque, affrontare la crisi dei partiti in Italia è al contempo più difficile e più urgente. Più difficile, perché contemporaneamente si deve procedere a ridisegnare – attraverso le riforme costituzionali – l'intero ordinamento della Repubblica. E più urgente, perché è poco il tempo che resta per evitare che il collasso dei partiti del novecento – in assenza di istituzioni solide – trascini con sé la democrazia.
Le potenzialità della rete possono essere utilizzate nella costruzione di nuovi partiti? Non mi convince la risposta che sembra venire dagli entusiasti della e-democracy: «non c'è più bisogno di partiti. Basta un movimento, nato sulla rete. Nel quale decide la rete, su tutto: dai candidati alle singole scelte politiche». Premesso che un movimento che presenta liste alle elezioni è un partito. Sui generis, ma partito. Premesso che, quando si scopre che il candidato più votato, in tutta Italia, nelle Parlamentarie del Movimento cinque stelle ha ottenuto, sulla rete, 600 preferenze, si viene colti da nostalgia per le ben più affollate «assemblee di consultazione» sulle candidature dei partiti della prima Repubblica. Premesso infine che le specifiche procedure di decisione sulla rete, nel caso del M5S (l'unico che le abbia effettivamente adottate) appaiono assai poco aperte, presidiate come sono da gestori non proprio trasparenti… Possono applicarsi alla ipotesi del partito-rete esattamente le obiezioni che si possono avanzare alle pretese di restaurazione, grazie alle network Technologies, della democrazia diretta del modello ateniese.
Più realistica – e molto più promettente – appare invece la prospettiva di una vera e propria rivoluzione copernicana del modello di partito, da piramidale e gerarchico a reticolare. Grazie alla rete, è infatti possibile ipotizzare che un robusto «Centro» – motore di iniziativa ed elaboratore di visioni strategiche generali – possa alimentare quotidianamente relazioni con una vasta platea di cittadini politicamente più attivi (i militanti), ciascuno dei quali – grazie all'organizzazione del Circolo territoriale (le sezioni) – intrattiene contatti più diretti con una vasta platea di cittadini meno attivi politicamente.
È il modello di organizzazione partitica che – negli Stati Uniti – è stato progettato e realizzato nel corso dell'ultima campagna elettorale di Obama. La novità non è stata l'uso della rete per comunicare i propri messaggi politici agli elettori. La rete come un tradizionale strumento mediatico: assieme alla televisione o al posto della televisione. La novità è stata l'utilizzo della rete per costruire – anche grazie ai big data gestiti dai direttori della campagna – un costante rapporto di scambio di informazioni, in uscita e in entrata, tra gli strateghi di Obama (e lo stesso candidato) e centinaia di migliaia di tradizionali militanti.
Si trattasse del modo migliore per raccogliere fondi o di scegliere la risposta più convincente alle critiche degli avversari repubblicani sulla gestione dell'economia, le proposte del Centro venivano sistematicamente «testate» dai militanti nel porta a porta, nel volantinaggio davanti al supermercato. E corrette sulla base di un «ritorno» di informazioni che ciascun militante trasmetteva al Centro, sicuro che i suoi argomenti venissero presi in attenta considerazione.
Le scelte di posizionamento strategico del partito affidate a leadership – individuali e collettive – selezionate con largo coinvolgimento dei cittadini politicamente più attivi (le primarie). Le politiche affidate, per la loro gestione quotidiana, a gruppi parlamentari, che possono avvalersi del contributo di fondazioni e centri di studio ed elaborazione, autonomi dal partito, ma collocati nella sua area politico-culturale. Un fortissimo centro di ascolto, dialogo, confronto permanenti – dotato delle risorse umane e tecnologiche necessarie – incaricato di mantenere relazioni e reciproco scambio con i circoli territoriali e i singoli militanti. Non è un partito «leggero», nel senso della debolezza dei suoi permanenti legami con la società. Non è un partito «pesante», nel senso della presenza di vasti apparati burocratici. È un partito diverso da quelli che abbiamo conosciuto fin qui: non il partito della rete, ma il partito possibile grazie alla rete.
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