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GLI STATI UNITI D'EUROPA.
Una penosa e pericolosa ambiguità 
(Estratto da Paradoxa 4/2012)


Luca Diotallevi

Il tono necessariamente dimesso di questa riflessione
È indispensabile affrontare con un atteggiamento adeguato la questione assegnata. Essa è stata presentata in modo lapidario (e come se non bastasse sotto il più generale titolo di «eutopia») e dunque merita di essere analizzata con una dose aggiuntiva di prudenza. Sarà il tono della riflessione a testimoniare l'atteggiamento da cui essa emerge.

Che si debba assumere un atteggiamento prudente si evince dal risultato di un esperimento mentale. Nel corso della prima settimana del mese di Novembre del 2012 si sono verificati due eventi come la elezione del presidente degli Stati Uniti d'America e la elezione (se ha senso usare lo stesso termine per due processi politici tanto diversi) del capo del Partito Comunista Cinese che è contemporaneamente la massima autorità dello Stato sotto il controllo di quel partito. Già non è semplice immaginare altri eventi politici del rilievo di ciascuno di questi due, dunque è ancora meno facile immaginare un così breve periodo di tempo teatro di ben due eventi politici di questa portata. È questo lo sfondo dell'esperimento mentale che ci aspettiamo produca il clima entro cui affrontare il tema o meglio la affermazione assegnata.
Cosa sarebbe successo se nella settimana della vittoria di Obama e di Xi Jinping la Repubblica Federale Tedesca avesse dichiarato guerra alla Francia, o se la Francia avesse dichiarato guerra alla Repubblica Federale Tedesca? Credo che innanzitutto l'opinione pubblica mondiale sarebbe rimasta attonita, come sorpresa dall'inspiegabile ed imprevisto ritorno dall'oltretomba di uno spettro più curioso ed innocuo che non pericoloso. Probabilmente ben poche testate giornalistiche avrebbero distolto l'attenzione dei loro migliori analisti da Washington e da Pechino e forse alcune si sarebbero limitate a mandare sulle rive del Reno qualche penna di seconda linea o addirittura qualche cronista esperto in eventi di costume.
Per quanto possa essere brusco il raffronto, non è assolutamente fuori luogo ricordare che meno, ripeto: meno, di 100 anni fa, qualcosa del genere concorse in modo determinante a far scoppiare la Prima Guerra Mondiale, di gran lunga il più importante evento della storia politica e forse non solo politica dell’età contemporanea. E non basta. Qualcosa di analogo a quanto immaginato nel nostro esperimento mentale, non più di tre decenni dopo la conclusione della Prima Guerra Mondiale contribuì in misura ancora una volta decisiva a fare del Secondo Conflitto Mondiale quello che in sé e per sé l’invasione della Polonia da parte della Germania Nazista non sarebbe stata sufficiente a produrre, come non lo erano state l'annessione al Terzo Reich dell'Austria e dei Sudeti.
Il risultato dell’esperimento mentale mi pare abbastanza evidente. In meno di 70 anni, davvero un breve periodo per i ritmi abituali della storia politica, aree geopolitiche come quella europeo-continentale sono passate dal centro alla periferia e forse alla estrema periferia del sistema politico globale.
Addirittura qualche fibrillazione in più potrebbe essere prodotta, per far solo qualche esempio, da una deriva secessionista in Sicilia o nella parte meridionale della penisola italiana, da un'azione militare italiana finalizzata alla riconquista dell’Istria e della Dalmazia, o dall'uscita dall'Euro della Grecia. Nei casi appena menzionati, infatti, avremmo a che fare con eventi che perturbano quella plurimillenaria linea di confine tra l'Europa centro-occidentale e ciò che c'è a sud-est di questa: i Balcani e il mondo slavo, il Medio Oriente e il mondo islamico, ma solo appena un poco oltre la nuova potenza cinese il cui shopping in Africa o in Grecia non può essere considerato mero business, ma espressione di una strategia propriamente politica.
Se, come mi par di capire, lo slogan «Stati Uniti d'Europa» ha a che vedere con un'ipotesi e forse con l’auspicio di una prospettiva evolutiva per quel complesso istituzionale ora noto come Unione Europea, è opportuno che le considerazioni in proposito vengano svolte con tono modesto se non dimesso. Ciò di cui si tratta, infatti, ovvero innanzitutto l'assetto politico in primo luogo dell'Europa continentale, teatro di quella vicenda istituzionale che vide la luce come Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio (CECA) e che al momento ha raggiunto uno stadio definito Unione Europea (UE), è qualcosa che concerne un’area che nel corso del Novecento ha visto drasticamente ridursi il proprio rilievo geopolitico. È anche comprensibile che ai cittadini, ma credo soprattutto agli intellettuali e particolarmente a un certo gruppo di intellettuali, chierici dei miti e dei riti della modernità prevalente in questa porzione d'Europa, la cosa possa piacere assai poco. Tale tono dimesso di per sé spiace e smaschera le velleità e il parassitismo del ceto politico e burocratico egemone in quest'area, nella maggior parte dei casi dante causa e mandatario di quei chierici. Ma tant'è.
Un tono dimesso, dunque analiticamente sobrio, non si entusiasma per l'enormità della pretesa che si nasconde dietro il riferimento indifferenziato all'intera Europa che troneggia tanto nelle sigle per mezzo delle quali si autoidentificano istituzioni come l'Unione Europea, quanto in slogan come «Stati uniti d'Europa». Infatti, com'è noto: (a) l'Europa è una cosa e l'Europa continentale è un'altra cosa, e precisamente questa è solo una parte di quella. La prima va dall’Atlantico agli Urali, da capo Nord a Lampedusa, comprendendo tra l’altro l’Europa insulare o britannica, l’Europa scandinava, l’Europa slava, ed altro ancora. La seconda ha il suo fulcro nell'area renana e singolarmente più o meno coincide con il perimetro raggiunto dall’imperialismo giacobino. (b) L'esperimento politico istituzionale cominciato con la CECA ed attualmente giunto allo stadio UE è originariamente espressione di volontà politiche emerse in quella particolare provincia europea generalmente definita Europa continentale. (c) Della cultura egemone in questa regione (che ha nella laicità la sua ideologia e nello Stato il suo principale riferimento istituzionale) fa parte la tendenziosa pretesa di rappresentare il vertice, l'anima intima ed il telos dell'intera Europa. (d) Quali poi siano i rapporti tra l'esperimento istituzionale che comincia con la CECA e che attualmente è pervenuto allo stadio UE è questione distinta e da approfondire molto seriamente.
Con tono altrettanto dimesso conviene rispondere ad una obiezione molto probabile. È eufemistico e peggio ancora fuorviante obiettare al risultato dell’esperimento mentale affermando che negli ultimi cento anni è cambiato il mondo. In questo modo ancora una volta si liquida una realtà scomoda. Negli ultimi 100 anni è effettivamente cambiato il mondo, ma non tutto il mondo è cambiato nello stesso modo. Negli ultimi 100 anni si è drasticamente ridimensionato il rilievo planetario delle comunità nazionali europeo-continentali, delle loro istituzioni, delle loro élites. Nello stesso periodo sono cambiate molte cose anche per l'India e per la Cina, per l'Australia e per gli Stati Uniti, per il Brasile, ma questi cambiamenti, profondamente correlati a quelli che hanno riguardato l’Europa Continentale, rispetto a questi ultimi sono stati molto diversi e, si potrebbe dire sinteticamente, ma in modo sostanzialmente corretto, di segno decisamente inverso. Il cambiamento radicale che ha interessato le altre aree appena ricordate (ed altre ancora) è stata una crescita, il cambiamento radicale che ha toccato noi è consistito in un drastico ridimensionamento. Il ridimensionamento è stato innanzitutto politico-militare, ma non di meno economico, culturale, e, verrebbe da dire, soprattutto sociale e demografico. E persino religioso, dacché l'Europa continentale conta assai meno di 100 anni fa nelle grandi istituzioni e nelle grandi organizzazioni religiose, non solo perché nel frattempo se ne sono affermate, in generale e persino in Europa, altre di origine non europea, ma perché, ancor più inaspettatamente dopo le grandi ondate missionarie di fine Ottocento e inizi Novecento, anche all'interno del mondo cristiano l'Europa continentale conta assai meno. Per essere brutali, basta pensare a quanto contano oggi i tedeschi nel variegato mondo protestante, ed anche a quanto contano italiani, francesi, spagnoli e tedeschi nel mondo cattolico.
Solo se si assume un atteggiamento di questo tipo si può cominciare ad osservare come la vicenda CECA/UE costituisca un importante elemento di novità nella storia politica dell'Europa continentale. Per ora ciò può esser detto in modi stringati, se non brutali. Il fatto che in questo momento della Unione Europea siano parte anche tutte le comunità nazionali dell'Europa britannica e gran parte di quelle dell'Europa scandinava e dell'Europa slava si presenta come una novità. Un processo istituzionale pur sorto dal cuore dell'Europa continentale ha avuto in sé qualcosa che gli ha consentito di superare questa sua particolare origine e di aprirsi a nuove relazioni con altre province della stessa Europa. È fin troppo evidente che se questo è stato possibile, e non è avvenuto come nel caso delle imprese giacobino-napoleoniche, nazifasciste e sovietiche attraverso la occupazione militare e culturale di altri territori e di altre comunità nazionali, è stato perché almeno qualche elemento di ciò che faceva la differenza e la distanza dell'Europa continentale rispetto al resto dell'Europa era stato messo in discussione.
Lo slogan riportato nel titolo, «Stati Uniti d'Europa», non è la problematica formulazione di un quesito, ma la pretesa di imporre una risposta occultando una domanda. La domanda è quella che verte intorno al futuro e particolarmente al futuro politico dell'Europa continentale dopo la sua marginalizzazione nella scena geopolitica. «Stati Uniti d’Europa» può essere considerata una risposta accettabile alla domanda che tende ad occultare?
Solo se si riporta alla luce questa domanda, solo se si rimuove il cono d'ombra proiettato da quello slogan su questo problema, diventa possibile affrontare o per lo meno ordinare alcuni problemi e su questi, se non altro, richiamare l'attenzione.
Quella evocata dallo slogan «Stati uniti d'Europa» è effettivamente una risposta alla domanda intorno alle forme politiche che possono contribuire a un futuro in cui l'Europa continentale sia in grado di fermare il proprio processo di marginalizzazione ed eventualmente di riguadagnare qualche posizione? E se quella degli Stati Uniti d'Europa fosse effettivamente una risposta, ci si dovrebbe poi chiedere se ve ne sono anche delle altre, e cosa eventualmente distingue questa da ciascuna di quelle, e infine se questa merita o no di essere preferita a tutte o ad alcune di quelle. E, infine, ci si dovrebbe ancora chiedere quale rapporto può esserci tra ciascuna delle soluzioni realisticamente immaginabili alla domanda sul futuro politico dell'Europa continentale e quello che resta, e forse ancor più precisamente quello che ancora riusciamo a percepire come interesse della nostra particolare comunità nazionale, quella italiana. Fermo restando che non si può neppure escludere a priori che gli elementi costitutivi di questa comunità nazionale, venuta meno la precedente capacità di spesa pubblica, abbiano cessato di avere rilevanti interessi in comune – per lo meno di natura politica – e che dunque che detta comunità nazionale italiana abbia cessato di esistere.
 
Una penosa ambiguità
Lo slogan «Stati Uniti d'Europa» può essere considerato perlomeno indizio di una risposta alla domanda sulle forme politiche che potrebbero contribuire ad un arresto del processo di marginalizzazione dell'Europa continentale ed ad una sua eventuale ripresa?
La risposta a questa domanda dovrebbe essere «sì e no», e forse «più no che sì». Infatti l'espressione «Stati Uniti d'Europa» è penosamente ambigua. O perché espressione di certo europeismo irenico o astratto e, entro questi limiti, generoso. O perché, quando etichetta consapevolmente elaborata, posta in circolazione da settori del ceto politico e dai loro chierici con funzione obiettivamente se non anche programmaticamente fuorviante.
Nel lessico politico europeo continentale il concetto e la realtà di Stato non conosce propriamente né tollera la forma plurale e meno che mai accetta di farsi elemento di un'unione più grande (J.-L. Nancy). Lo Stato, originalissima e tipica creazione del genio politico europeo continentale, è infatti essenzialmente ab-solutus. Lo Stato europeo continentale non tollera né autorità di ordine superiore (superiorem non recognoscens), né alcuna forma di ulteriorità (nell’ordine della sussidiarietà orizzontale o poliarchia) che non venga perciò stesso immediatamente percepita dallo Stato o come soggetto di minaccia o come oggetto di appetito. Ciò che – in qualsiasi direzione – è oltre lo Stato è per questa semplice ragione e per definizione qualcosa di ostile per lo Stato stesso, e da questo ripagato con la stessa moneta. Si ha Stato dove alla questione della sovranità, che come M. Loughlin o in altra prospettiva N. Luhmann insegnano potrebbe anche essere declinata altrimenti, è data una risposta in termini sostanziali tanto con riferimento al soggetto che la esercita quanto con riferimento allo spazio sopra il quale è esercitata ed a tutti gli oggetti che vi si trovano.
Stato è il nome della organizzazione cui è affidato un unico e chiarissimo progetto. Concepire e realizzare il primato della politica su ogni manifestazione del sociale e pure sull'umano, e realizzarla addirittura in forma organizzata. Stato è il nome del progetto di organizzare il primato del politico su ogni altra forma di sociale. Stato è il nome del progetto di organizzare un ordine sociale di tipo monarchico, di cui quello politico è il principio, l’unica archè. Lo Stato cerca di appropriarsi di tutto ed alla fine anche del diritto come è evidente nei regimi di civil law. «Stato sociale» è il nome di una delle varianti più radicali di questo progetto.
Lo Stato è il compimento di una particolare variante, di tipo involutivo, del processo di secolarizzazione: quella della secolarizzazione per sostituzione. Con questa variante di secolarizzazione, alternativa innanzitutto alla variante della secolarizzazione per differenziazione, il precedente ordine sociale, immaginato come imperniato sulla religione, viene sostituito con un nuovo ordine sociale che da quello differisce essenzialmente per la diversa attribuzione del potere monarchico. Vi è poi un’altra differenza. La monarchia sostituita forse è stata solo un mito (comunque da non rimpiangere), ma sicuramente non è stata altrettanto organizzata. La monarchia che l’ha sostituita, al contrario, è stata certamente una realtà e sicuramente ha raggiunto livelli prima sconosciuti di organizzazione: come ad Auschwitz più che in qualsiasi altro luogo è stato manifestato. La secolarizzazione per sostituzione non è cominciata a Westafalia, ma lì ha ricevuto quella che non si potrebbe definire altrimenti che una consacrazione.
La laicità non è che una parte del progetto dello Stato, ma, in considerazione di ciò che secondo questo progetto debba subire la sostituzione, ben si comprende il valore e la funzione paradigmatici che la laicità svolge nel progetto dello Stato, al punto che, ricorrendo ad una ben fondata sineddoche, se ne può definire come l'ideologia. Del resto, è la strategia laica dello Stato che riduce il cristianesimo a religione, con ciò producendo per la prima volta religione nel senso moderno del termine. È questa stessa politica che riduce la Chiesa a confessione. Nulla rivela la vocazione ideologica della laicità quanto la pretesa di questa di rappresentarsi come elemento qualificante dell'identità europea. L'Europa britannica, per rimanere al solito prezioso esempio, non ha mai scelto la soluzione laica per separare i poteri politici dai poteri religiosi, mentre con impareggiata radicalità realizzava proprio questa separazione. Forse si sbaglia di meno a chiamare Stato quello della Chiesa tra il XVI ed il XIX secolo che non a chiamare laica l'Inghilterra.
Nel migliore dei casi «Stati Uniti d'Europa» è espressione equivoca. Di fronte ad essa resta ancora senza risposta la domanda cruciale che l'allora primo ministro britannico Tony Blair pose tanti anni fa in un discorso alla borsa polacca chiedendo e chiedendosi se dell'Unione Europea si voleva fare un super power, tra altri super powers (politici e non) di una poliarchia, oppure un super state? (Non si dimentichi che il Vaticano di Wojtyła, ad es. nella conclusione di Ecclesia in Europa, e quello di Benedetto XVI, con il n.57 della Caritas in veritate, sembrerebbero aver optato per la prima possibilità.)
 
Una ambiguità pericolosa
Visto che l'espressione «Stati Uniti d'Europa» continua a circolare senza resistenze nel partito dei fautori del super state, e anche nell’alleato subalterno del partito dei difensori dei nano states, c'è da prendere in seria considerazione, oltre l’ambiguità dell'espressione, anche una sua possibile vera e propria immediata pericolosità. Spesso infatti l'espressione «Stati Uniti d'Europa» è utilizzata da chi si prefigge, del tutto legittimamente, di conservare lo status quo e per far questo ha bisogno di disorientare l'opinione pubblica e di ridurre sempre più i vincoli posti dalle regole democratiche a livello locale.
Per più di un aspetto, e senza alcuna nostalgia nei confronti di quanto c'era prima, si possono riconoscere i tratti di questa strategia nel disegno perseguito in Italia negli ultimi anni dalla coppia Napolitano/Monti. Questa strategia che dodici mesi orsono colse un importante successo è ora alle prese con la necessità di rendere meno decisive possibili le prossime elezioni politiche generali in Italia onde poter affrontare nelle migliori condizioni più ancora della costituzione di un nuovo gabinetto le ben più decisive elezioni per il capo dello Stato. Questo è infatti in Italia il potere politico che in questi ultimi venti anni è diventato sempre meno lontano dagli standards presidenzialisti fuorché per le procedure elettorali ed i vincoli giuridici da cui dipende il suo esercizio.
Sia su di un piano meramente retorico che sul piano delle policies il riferimento all'Unione Europea ed al mandato da questa ricevuto ha svolto una funzione decisiva perché in Italia fosse conservata una ortodossia ed una ortoprassi statale nonché gli equilibri sociali e degli interessi che con questa si identificano. (La distruzione del poco che si era raggiunto di «federalismo» ne è solo un esempio, per quanto particolarmente eloquente.) Lo scarto tra la effettiva «agenda Monti», ovvero le policies non solo realizzate, ma anche semplicemente ipotizzate da questo gabinetto, e le policies richieste al Presidente del Consiglio nelle lettere dell'Estate e dell’Autunno 2011 dall’Unione Europea sta lì a mostrare che la lotta politica si è svolta ad un livello ancor più radicale di quello sul quale si oppongono le politiche. In gioco è stato ed è il profilo istituzionale del sistema politico italiano e l'autodifesa di segmenti di ceto politico legati a determinati assetti sociali.
Molto si può dire e molto si deve riflettere su queste vicende, mentre l'unica cosa che non si deve fare è eccepire sulla legittimità delle strategie concretamente perseguite da tutti gli attori, menzionati e no, protagonisti di queste stesse vicende. Ciò non solo perché è difficile indicare nelle loro condotte gravi violazioni di carattere formale, ma ancor più radicalmente perché è esattamente della materia cui si è appena fatto cenno (profili istituzionali, sopravvivenza di segmenti di ceti politici, interessi) che consiste il gioco politico. L'unica cosa veramente pericolosa sarebbe cedere al moralismo o al vittimismo degli sconfitti e contestare in linea di principio le scelte di coloro che in questo momento in tanti angoli dell'Europa continentale risultano vincenti.
«Stati Uniti d'Europa» è dunque anche una espressione penosamente e pericolosamente ambigua, e non solo perché ammicca ad un modello statunitense che invece detesta e contrasta. Bensì perché non ci aiuta neppure a discernere le importanti fratture che attraversano il partito del super state che pure spesso vi ricorre. Non ci aiuta in alcun modo a fare chiarezza fra (i) la legittima pretesa da parte della Germania di esercitare fino in fondo la leadership di cui detiene molte condizioni, (ii) la altrettanto legittima pretesa della coppia Napolitano/Monti (e di tanti altri) di difendere la quota più alta possibile di sovranità per molti nano states, e (iii) la pienamente legittima ricerca della propria strategia da parte di una Francia che fino alla caduta del muro di Berlino si era pensata nel ruolo oggi invece esercitato dalla Germania e che oggi non accetta di rischierarsi a contraltare della Germania a fianco dei nano states.
Tra ciò che l'espressione «Stati Uniti d'Europa» nasconde vi è anche ciò che costituisce l'originalità e il principale motivo di interesse per la vicenda politico-istituzionale cominciata con la CECA e giunta ora allo stadio UE (incluse le tante altre istituzioni collegate).
Sin dalle proprie origini questa vicenda istituzionale risponde all'esigenza intuita da politici come Schuman, Adenauer e De Gasperi di andare oltre quel regime di Stati dalla cui pretesa di assolutezza e dalla cui incoercibile vocazione all'ostilità erano scaturite ben due guerre mondiali in meno di mezzo secolo. In quel modo vide la luce un tentativo originale, realistico, a suo modo radicale, realista. Originale: perché appunto si proponeva di andare oltre alcune caratteristiche centrali della istituzione politica Stato la quale forniva il tratto identitario del tessuto politico di quell’Europa continentale da cui pure quella vicenda prendeva le mosse. Il carbone e l'acciaio per la gestione dei quali si creava un'istanza internazionale e non statale in questo modo venivano tolti dalla contesa tra due Stati, quello francese e quello tedesco. Realistico: perché non negava bensì prendeva le mosse dalla realtà politica di quell'area così come era per dar cosrso al proprio programma di desostanzializzazione della sovranità – erano degli Stati, infatti, a farsi promotori di quel processo – e poi anche perché vi era la coscienza che il punto di non ritorno nella vicenda politica europeo-continentale, e dunque nella parabola dello Stato, era segnato non dalla Seconda, ma dalla Prima Guerra Mondiale (C. Thornhil). Con ciò l'identità politica dell'esperimento di cui la CECA era il primo stadio veniva posto non solo sull'antifascismo e l'antinazismo, e ovviamente sull'anticomunismo, ma sulla radice stessa di questi mostri politici novecenteschi costituita per l'appunto dalla infinita volontà di potenza e dalla altrettanto infinita capacità di terrore contenute dalle pretese della politica quando questa assume la forma di Stato. Quello che partì con la CECA era inoltre un laboratorio politico impegnato su di un progetto a suo modo radicale poiché coerente e di larghe vedute. Sin dall'inizio infatti, quanto meno secondo alcuni dei suoi primi protagonisti, esso mirava a coinvolgere anche province europee esterne a quella continentale e prima tra tutte l'area britannica. Per due volte, nella prima e nella seconda guerra mondiale, il Regno Unito aveva gettato le sue risorse a sostegno di quegli europei tardivamente ma almeno onestamente consapevoli della carica distruttiva del mostro uscito dalle loro menti e dalle loro mani: lo Stato. Nel 1940 Winston Churchill seppe spiegare ai britannici che la battaglia d'Inghilterra che egli comprendeva come imminente ed inevitabile dopo la sconfitta della Francia ad opera della Germania nazista era parte dell’unica battaglia in difesa della libertà, una battaglia nella quale la posta in gioco era in primo luogo la sopravvivenza della civiltà cristiana (letteralmente: «the survival of Christian civilization»). Disse ai britannici: «If we can stand up to him (Adolf Hitler), all Europe may be free and the life of the world may move forward … ». Al termine del Secondo Conflitto Mondiale alcuni leaders politici europeo-continentali avevano compreso il senso di quelle parole e dei pochi ma terribili decenni che in quel momento erano finalmente alle spalle. In quarto luogo, quello effettivamente cominciato con la CECA era un esperimento politico a grado zero di «terzaforzismo». Non era concepito come alternativa all'«Alleanza Atlantica» che riuniva, per fronteggiare l’Unione Sovietica, le democrazie che occasionalmente insieme all'Unione Sovietica e alla Cina avevano sconfitto i totalitarismi nazista e fascista. Quel progetto che partiva con la CECA arricchiva con lo stesso disegno politico della «Alleanza Atlantica», si nutriva degli elementi discriminanti della stessa visione geopolitica che in qualche modo aveva tra i propri meno remoti ispiratori il presidente americano W. Wilson. Non a caso, di lì a poco la mancata realizzazione della Comunità Europea di Difesa (CED) segna la prima delle sconfitte che costantemente si alterneranno alle vittorie nello sviluppo dell'esperimento politico cominciato con la CECA. La mancata nascita della CED segna la prima delle vittorie del partito del super state – allora a guida francese – sul partito del super power cui pure apparteneva il copyright del progetto che successivamente si sarebbe evoluto sino ad arrivare attualmente allo stadio di Unione Europea.
Sarebbe corretto affermare che molte delle sconfitte del partito del super power, come spesso capita, dipendono dalla incapacità proprio di questo di gestire vittorie che hanno sgomberato il campo da nemici la cui minacciosa presenza aveva reso però più semplice il suo costituirsi e la sua raccolta di consenso. Come è più facile far funzionare il bipolarismo quando, come nell’Italia del 1948, dall'altra parte c'è il PCI e il «fronte popolare», anche se in queste condizioni la vittoria dei democratici ha solo il 50% delle probabilità e dunque è più preziosa, così si è rivelato più difficile portare avanti l'originario programma di superamento del regime degli Stati dopo due straordinari successi del partito del super power:il crollo del blocco sovietico e la riunificazione tedesca. Tuttavia, il conforto che si può trarre da considerazioni del genere, pur legittime, rischia di avere l'effetto di un anestetico o quello di un diversivo.
L'espressione «Stati Uniti d'Europa», oltre quella della equivocità e quella della collusione con il progetto dello Stato, ha la grave colpa di lasciare in ombra l'originalità del programma politico intrapreso a partire dalla CECA. Ciò facendo rischia di non far apprezzare i risultati ottenuti. Rischia di far apparire difetto ciò che è virtù. In questo modo la virtù della complessità e dell'articolazione di ciò che oggi chiamiamo Unione Europea (A. Moravcsik), si manifesta come deficit di razionalità a chi la analizzi con i parametri e i valori che trovavano la loro piena soddisfazione nelle caratteristiche dell'edificio statuale. Così un «di più» appare come un «di meno», così l'Unione Europea appare ancora molto lontana dall'ideale dello Stato, invece che apparire un sentiero provvidenzialmente aperto verso il futuro. In tutto questo resta in ombra che l’era dello Stato si è conclusa.
In tempi di crisi dello Stato l'esperimento CECA/UE riveste uno straordinario valore ed una straordinaria attualità in ragione della adeguatezza alle sfide che la globalizzazione pone alla politica. Contemporaneamente l'ambiguità della formula «Stati Uniti d’Europa» diviene ancora più pericolosa perché oscura od ostacola il valore e la funzione di questi elementi. Tra di essi, in particolare, si pensi al significato della presenza nell'Unione Europea del Regno Unito e per converso all'illusione costituita dal pensare all'euro come alla moneta di uno Stato. Questa illusione impedisce di comprendere che ciò di cui c’è bisogno per continuare l’esperimento poliarchico sorto dal cuore dell’Europa continentale nel bel mezzo della crisi economica, non è riportare l'euro sotto un governo, ma completare la transizione ad un assetto di maggiore e più equilibrata differenziazione funzionale tra sistema economico e sistema politico, e dunque di maggiore e non minore possibilità di reciproca perturbazione ed interpenetrazione. La risposta non è riportare l’economia sotto la politica, rifare lo Stato come tanti auspicano (in Italia ad esempio G. Tremonti). La risposta, al contrario, è far sì che la politica colmi il suo gap in termini di specializzazione rispetto all’economia: solo se più differenziati questi due sottosistemi sono in grado di limitarsi e stimolarsi efficacemente (R. Stichweh). Abbiamo bisogno non di una nuova configurazione societale monarchica, ma eterarchica. Proprio la creazione dell'euro costituì un passo importante in questa direzione, ma non l’ultimo né uno irreversibile.
 
Qualche precisazione intorno alla crisi dello Stato
In una sede come questa si può tranquillamente dare per nota la vastità e la qualità della letteratura a sostegno della fine dell'èra dello Stato. Tale e tanto interdisciplinare è il fronte che corrobora una tale ipotesi. Fermo restando che resta da apprezzarsi senza riserve e da sostenere, da qualsiasi parte provenga, ogni tentativo di falsificazione di questa ipotesi.
Può invece essere utile chiarire esplicitamente che la crisi dello Stato è qui invocata con una certa precisione. Per questa ragione le si assegna un ruolo così importante nello sviluppo del ragionamento che si sta esponendo.
Lo Stato come prodotto politico tipico della prima modernità europeo-continentale costituisce, nel quadro della antica competizione tra πολις e civitas (A. Schiavone), un momento di prevalenza della prima. Più o meno tre secoli della storia di questa provincia d'Europa sono corsi sotto il segno di questa prevalenza.
Ciò che si intende sottolineare è perciò il contenuto piuttosto preciso e originale del giudizio che riconduce la crisi dello Stato al processo di globalizzazione. Molte cose infatti sono state messe in discussione e in varia misura trasformate da questo stesso processo. Certamente in nessuna sua forma e in nessun luogo la politica in tempi di globalizzazione è la semplice prosecuzione della vicenda politica precedente. Tuttavia alcuni caratteri della globalizzazione hanno un impatto distruttivo sulle condizioni che rendono possibile la vicenda dello Stato. Se infatti globalizzazione è il primato divenuto per l'appunto globale del processo di differenziazione per funzioni della società, se la globalizzazione è affermazione di una condizione di inorganizzabilità della società, se globalizzazione è prevalenza della secolarizzazione per differenziazione sulla differenziazione per sostituzione, e se tutto questo comporta inauditi livelli di complessità e di contingenza sociali, lo Stato come poche e forse nessun’altra costruzione sociale moderna risulta radicalmente incompatibile con la globalizzazione. O l’una o l'altro. Ed al momento non pare dubbio che lo Stato risulti la parte soccombente di questo conflitto. (Il che non esclude che complessi organizzativi con quel nome, ma con molte meno e ben più limitate funzioni, continuino ad essere protagoniste della vicenda politica e più in generale della vicenda sociale (A. Panebianco).)
Per tanto, la globalizzazione, avendo un impatto radicalmente distruttivo e non solo materialmente violento sullo Stato, ha un impatto non generico, ma unico su ogni fenomeno sociale e sulle società dell'Europa continentale, ovvero di quella provincia di mondo occidentale che dal resto di quest'ultimo si era distinta per aver costruito la propria modernità sull'egemonia sociale della politica realizzata ed organizzata in forma di Stato. L'impatto della globalizzazione sull'Europa continentale non è solo tipologicamente e quantitativamente diverso da quello che lo stesso processo ha sulla Gran Bretagna o su altri paesi della diaspora anglosassone, tanto per mantenerci al solito contrappunto, ma anche qualitativamente diverso. Solo delle società dell'Europa continentale la globalizzazione tende inevitabilmente a minare il principio delle forme dell'ordine sociale. La globalizzazione scuote le poliarchie, ma annienta le monarchie. (Che la Cina, viste le sue dimensioni e la sua collocazione, per ora resista può essere comprensibile, ma resta il test da cui dipende la sopravvivenza della congettura.) Il debito pubblico non è un fenomeno esclusivo delle società dell'Europa continentale, ma solo in queste ha il significato che conosciamo perché solo in queste la spesa pubblica ha la funzione e le proporzioni che altrettanto conosciamo.
La globalizzazione è dunque il processo che mina la condizione forse più consistente del frazionamento della moderna Europa o per lo meno della moderna Europa centro-occidentale. Essa mette radicalmente in discussione la praticabilità del modello di ordine sociale che in Europa continentale era stato istituzionalizzato e sul quale questa aveva fondato la propria separazione dal resto dell'Europa, aveva costruito la propria variante di modernità e di modernizzazione. Questa separazione, per far solo un esempio, è ancora più profonda di quella prodotta nella cristianità europea dalla Riforma protestante. Lo testimonia la possibilità di ritrovare segmenti di cattolicesimo e segmenti di protestantesimo su entrambe le sponde. Più profonda delle divisioni confessionali successive al XV secolo, è la divisione della modernità che ripropone la reciproca irriducibilità di Roma e Atene, tra la modernità ispirata tra gli altri da sant’Agostino, Gregorio VII (H.J. Berman) e san Tommaso (che con É. Gilson ed H. De Lubac crediamo vada collocato qui) e la modernità ispirata da Aristotele e forse ancor più da Averroé.
Su tutto ciò, e qualsiasi sia il valore algebrico che si preferisce dare all'una e all'altra delle due varianti, su tutto questo groviglio, l’espressione «Stati Uniti d’Europa» non aiuta a fare alcuna chiarezza. Neppure un poco.
 
Non perdere la Gran Bretagna
Quali possibilità di futuro restano aperte per l'Europa continentale dentro la globalizzazione e dopo la crisi dello Stato? E, in particolare: quale contributo può dare la politica in questo frangente?
Un possibile sviluppo degli interrogativi appena richiamati è il seguente. Continuare o no lungo la direzione originaria e originale dell'esperimento partito con la CECA ed attualmente giunto allo stadio Unione Europea? Altrimenti detto: continuare o no con l'unico serio esperimento che l'Europa continentale è stata in grado di porre in essere per andare oltre il regime dello Stato?
Ammesso e non concesso che sia questa la direzione da sondare, essa apre una prospettiva nella quale riveste primaria importanza il nodo del mantenimento di un ruolo importante nell’Unione Europea per la Gran Bretagna, la sua cultura e le sue istituzioni. Per tanti versi questo è un nodo persino più cruciale di quello costituito dal rapporto tra le istituzioni politiche europeo-continentali e quelle degli Stati Uniti d'America. Da un lato, se non altro la loro condizione di consumatori di sicurezza (e non di produttori di sicurezza) rende il rapporto dell’Europa centro-occidentale con gli USA a volte precario, ma inevitabile. Dall’altro la questione di quale rapporto intrattenere con la Gran Bretagna costituisce un nodo che tocca ancor più alla radice l'identità e l’autocoscienza dell'Europa continentale: la Manica è più stretta dell’Atlantico, in molti sensi. Fare i conti con i britannici smaschera la vacuità e la pericolosità della pretesa di costituire l'espressione perfetta dell'identità europea. Se ci si concede un gioco di parole: è nel confronto schietto con la non laica Gran Bretagna che l'Europa continentale è costretta ad accettare una sua riduzione allo stato laicale o farsi schiava dell’inerzia della macchina mortale che essa stessa ha prodotto.
Il mantenimento e la intensificazione di una partnership istituzionalizzata con la differenza britannica avrebbe anche l’effetto di valorizzare il contributo che all’Europa continentale può venire dal proprio interno, e precisamente da alcune realtà e tradizioni come quella olandese, italiana e polacca che costituiscono la testimonianza vivente che quanto la differenza britannica ricorda dall'esterno alla differenza europeo continentale non le è in alcun modo del tutto estraneo. (Si pensi alla nozione di diritto come altro e maggiore di quella di legge.). E con ciò siamo pervenuti anche all'ultimo punto di questa riflessione.
 
Il futuro dell'Europa e gli interessi nazionali italiani
Altrettanto ambiguo e sospetto sarebbe porre la questione sul se e come continuare l'esperimento che dalla CECA ha finora condotto all'UE senza porlo sullo sfondo della questione di quali siano gli interessi nazionali italiani e di come essi diversamente si combinino con le varie possibilità di sviluppo o di negazione di quella storia che ancora restano aperte.
Come parlare di «Stati Uniti d'Europa» spesso equivale a fuggire da un confronto trasparente con la alternativa tra super state e super power, parimenti tacere o addirittura dimenticare gli interessi nazionali in nome di un europeismo tanto ostentato quanto vuoto serve solo a non dare consistenza alle proprie preferenze e dunque nessun contributo al futuro dell'Europa. Per questa via la coscienza degli interessi nazionali annega in un europeismo ipocrita e ciarliero la cui inconsistenza è pari solo a quella di un antieuropeismo altrettanto astratto ed autolesionista, nonché del tutto impraticabile o suicida.
Per ora è sufficiente ricordare che solo porsi esplicitamente la questione dei nostri interessi nazionali conferisce concretezza e dignità alla nostra partecipazione alla lotta per dare un futuro ed eventualmente quale all'Unione Europea. A questo semplice pro memoria può semmai essere utile aggiungere un altro elemento. Una volta individuati i nostri interessi nazionali occorre anche verificare se si è muniti di carte che in uno scambio con gli altre partners europeipossano essere giocate per difendere almeno alcuni dei nostri interessi.
Insieme a quella sugli interessi, dunque, occorre che ci si ponga pubblicamente anche la domanda sulle risorse a disposizione e che possono essere scambiate per tutelare almeno alcuni dei nostri interessi. Posto che, ad esempio, si ritenga conforme ai propri interessi – come credo –proseguire l'esperimento che ha sinora condotto dalla CECA alla UE, è necessario saper identificare una lista forse breve, ma significativa di risorse che a quell'obiettivo siamo disposti a destinare e che prima ancora siamo in grado di destinare. Che ci sia ancora qualcosa da spendere in questa direzione non può essere affermazione di principio o generico auspicio.
In questa direzione, forse, può essere spesa, per quello che ancora vale, l'intenzione originale della Carta Costituzionale del 1948. Grazie innanzitutto al contributo di sturziani e canonisti presenti all'Assemblea Costituente questa non è una costituzione tacciabile di statalismo. Non riduce la Repubblica allo Stato, fa obbligo ed anzi condizione la sua legittimità al riconoscimento di un numero cospicuo di altre realtà sociali e persino anche di altre realtà politiche, sancisce la non riducibilità del diritto alla legge dello Stato, con chiarezza e rigore opta per realizzare la separazione tra poteri politici e poteri religiosi non attraverso la adozione di un regime di laicità, ma attraverso la adozione di un regime di libertà religiosa (Dalla Torre, checché ne dica la sentenza della Corte del 1989).
In modo convergente si può facilmente osservare che in una prospettiva geopolitica di lunga durata l'esperimento di un'Italia prima politicamente unificata e poi repubblicana e democratica (secondo gli originali caratteri della Costituzione del ‘48 e non secondo la loro reinterpretazione dossettiana, laicista, socialista, rodaniana o azionista), esattamente come previsto da don Luigi Sturzo ha il significato epocale di riportare dopo secoli di assenza l’avventura del diritto e della libertà nel cuore del Mediterraneo. L’Italia politicamente unita, repubblicana e democratica ha il significato di riconquistare alla civiltà europea moderna di matrice cristiana e romanistica una porzione strategica e cospicua di quella sponda nord del Mediterraneo che per lungo tempo l'Europa ha invano conteso ad altre civiltà. A riguardo giova non dimenticare la fragilità delle istituzioni democratiche sulla sponda nord del Mediterraneo occidentale ancora sino agli anni ‘60 e ‘70 dello scorso secolo, né la situazione critica e il fragile equilibrio forse e comunque solo di recente raggiunto dall'area balcanica, né la perenne fragilità democratica e in generale sociale della penisola ellenica, né il lento cammino verso il diritto, la libertà e la democrazia della Turchia, né infine  l'isolamento e la perenne minaccia cui viene sottoposto Israele.
Infine c'è ancora almeno un altro grande contributo che l'Italia può recare al proseguimento dell'avventura poliarchica che ha originato l'esperimento della CECA oggi giunto allo stadio conosciuto come Unione Europea. È grazie a quella cosa originalissima se non unica che è stato il cattolicesimo politico italiano, ed innanzitutto il «popolarismo» sturziano (non per caso si è già dovuto menzionare De Gasperi), che anche il cattolicesimo europeo ha avuto un ruolo da assoluto protagonista nella elaborazione dell'esperimento politico cominciato con la CECA. È anche grazie a questa originale, tormentata ed anche ecclesiasticamente minacciata esperienza che oggi, attraverso il magistero del Vaticano II (si pensi ancora alla affermazione del diritto alla libertà religiosa espresso dalla Dignitatis humanae) ed a quello dei pontificati successivi, anche altre significative porzioni di cattolicesimo europeo si sono spostate sulla linea indicata per primo dal prete di Caltagirone. Non è mistero né mera ipotesi, ma dato teologicamente e storiograficamente ormai accertato, che l'esperienza di quel cattolicesimo politico italiano ha esercitato un potere di orientamento sulla lunga ricerca che ha preceduto la formazione del magistero conciliare. (Si pensi solo alla storia di varie espressioni della Azione cattolica italiana ed alla stessa biografia di Giovanni Battista Montini poi Paolo VI.)
Insomma, senza andar oltre con gli esempi, mi pare che la nostra comunità nazionale avrebbe ancora qualche risorsa da spendere a sostegno della prosecuzione dell'esperimento poliarchico alle radici dell'attuale Unione Europea qualora ravvisasse che i propri interessi meglio sarebbero rappresentati da un'opzione in questo senso.
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