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I PARADOSSI EUROPEI (Estratto da Paradoxa 4/2012)


Vittorio Emanuele Parsi

Mai come in questi anni di crisi l’Europa è stata al centro delle riflessioni, tornando a proporsi come un oggetto centrale nel dibattito politico, e persino nell’attenzione di un’opinione pubblica solitamente distratta rispetto all’Unione e al suo rapporto con gli Stati membri. Per quanto riguarda la nostra rivista, in particolare, la rilevanza del tema, l’importanza di affrontarlo in maniera il più possibile esaustiva, si ricava quasi empiricamente dal fatto che, allo scopo di poter ospitare tutti i saggi degli autori che hanno accettato di confrontarsi sull’Europa – sulle sue incompletezze e incongruenze, sui suoi limiti e sulla necessità di riforme che ne vengano a capo, e persino sulla retorica della sua «esosa spietatezza» – siamo stati costretti a scarificare la sezione delle rubriche che normalmente fanno da corona all’argomento monografico dei numeri di «Paradoxa».

Non stupirà il lettore che, percorrendo strade molto diverse e partendo da punti di osservazione anche molto distanti, magari privilegiando il versante domestico dello spazio politico o invece adottando una prospettiva più orientata a cogliere la presenza o l’irrilevanza dell’Unione nei confronti del suo estero più o meno vicino, tutti gli autori si siano trovati a convergere naturalmente intorno a due «fuochi concettuali». La necessità della sua esistenza, innanzitutto, e la necessità della sua riforma, in secondo luogo. Due fuochi che a loro volta possono facilmente essere connessi tra loro in una sintesi estremamente chiara: la necessità di una radicale riforma dell’Unione affinché sia assicurata la chance di sopravvivenza a un’istituzione sempre più imprescindibile per il nostro futuro. Potrebbe sembrare poca cosa, se non vivessimo una fase storica in cui da più parti si levano cori ostili se non all’Unione in sé e per sé, quantomeno alla moneta unica, a quell’euro che rappresenta la «collaborazione rafforzata» di maggior peso e massimamente operativa e foriera di conseguenze concrete sulla vita dei popoli europei delle tante previste dai trattati dell’Unione. È proprio la presenza dell’euro, infatti, ad aver reso plasticamente chiaro come sia sempre più insostenibile quella posizione mediana nel processo di realizzare «a closer Union» fino a qui mantenuta a fatica nel processo di unificazione europeo. Tesa tra il progredire e il mantenersi ferma a un livello di peculiare, inedita ma ormai insostenibile confederazione, sempre più simile a un trapezista librato nel vuoto, a rischio di restare sospeso e immobile sull’abisso, a mano a mano che la forza inerziale esaurisce la sua spinta propulsiva.
E invece la scelta è quella tra il progredire e il regredire, tra intensificare la profondità della coesione europea e mantenere la moneta unica o dover necessariamente abbandonare lo strumento dell’unione monetaria, consapevoli, però, che questo non costituirebbe altro che il primo passo verso lo smantellamento progressivo e rapido dell’intera costruzione europea. La finanza, il mercato, si prenderebbero così la più beffarda delle rivincite sulla politica, convincendola a rinunciare persino al suo impiego strumentale, e in realtà asservendo al loro imperio una politica ormai rassegata alla propria rotta totale. Eppure proprio la vicenda della moneta unica sembra meglio di altre incarnare i paradossi di quest’Europa chiamata a uno sforzo gigantesco, che richiederebbe molto di più dello stanco catechismo che i media ammanniscono rispetto alla sua necessità per il nostro futuro o alle ragioni storiche che nel lontano passato l’hanno fatta sorgere.
Dopo aver condizionato in modo fin quasi brutale le elezioni parlamentari greche, aver influenzato in maniera decisiva quelle spagnole e aver determinato la nascita del governo tecnico in Italia, proprio nei mesi scorsi si è palesata tutta la fragilità della costruzione europea, a sua volta ostaggio dei cicli elettorali dei più importanti tra i suoi Paesi membri. Di fronte all’urgenza da tutti riconosciuta della necessità di provvedere a una forma di ristrutturazione del «debito sovrano» greco (dove il debito pare essere l’unico oggetto al quale l’attributo della sovranità è ancora «generosamente» lasciato in capo agli Stati nazionali), la risposta fornita è sempre stata la stessa: «alla ristrutturazione, parziale ma pesante, del debito di Atene esistono poche o nulle alternative, ma occorre aspettare le elezioni tedesche…». È un paradosso, appunto, che l’esistenza dell’Unione che tante volte viene dipinta come in grado di «sospendere la sovranità» di questo o quel Paese o di svuotarne il processo democratico, si ritrovi oggi a essere minacciata proprio dalla selva di scadenze elettorali dei suoi membri. L’idea di 27 cicli elettorali che attraversano la legislatura europea, frammentandola in uno spezzatino balcanico, è probabilmente una provocazione, ma certo non lo è se la limitiamo a quelli dei principali Paesi dell’Unione, Francia e Germania, innanzitutto. E non è un caso che proprio nel pieno di una crisi economica e finanziaria che sta pesantemente ridisegnando il patto sociale del continente questa incongruenza emerga con maggior forza e allo stesso tempo in tutta la sua insostenibilità.
La situazione attuale vede infatti la presenza di un potere di veto di fatto esercitato dal Paese che si è erto ed è stato collocato a stipite del rigore finanziario e del buon ordine di bilancio dell’intera zona euro. Si tratta di una posizione insostenibile sul lungo periodo, come è perfettamente chiaro alla Cancelliera Merkel, consapevole che un simile ruolo rischia di amplificare eccessivamente (e in buona sostanza anche illusoriamente) la rilevanza tedesca nell’Unione, facendola sempre più percepire come una forma di supremazia che risulterebbe inaccettabile a molti e capace, nel lungo periodo, di concorrere a provocare la fine stessa dell’Unione. Sta qui la ragione essenziale che ha spinto la signora Merkel a promuovere con forza la creazione di un «commissario europeo al bilancio», incaricato di verificare i bilanci degli Stati membri rispetto alla coerenza degli impegni di risanamento finanziario assunti. Quel veto di fatto che sarebbe intollerabile se lasciato in capo al Paese più forte (perché ne accentuerebbe il potere) diventerebbe ben più accettabile se venisse istituzionalizzato in una figura politica dell’Unione. Si tratta di una proposta decisiva per uscire dal guado in cui l’Europa e noi tutti ci troviamo e per rompere quella paralisi del processo decisionale prodotta dall’insistere dei tanti cicli politico-elettorali nazionali su quello dell’Unione. Nel procedere verso una simile iniziativa, d’altronde, sarà fondamentale che la questione strutturale venga tenuta distinta da quella contingente: ovvero che non si compia il medesimo errore commesso con l’euro, quando si lasciò troppo spazio alle ossessioni tedesche (la paura dell’inflazione) consentendo che esse trovassero una istituzionalizzazione nei vincoli posti al mandato della Banca Centrale Europea. Oggi un commissario europeo al bilancio serve eccome, ma a condizione che i suoi compiti non si limitino alla verifica ragionieristica del rispetto dei vincoli tra deficit e Pil, o dell’ammontare assoluto del debito pubblico, per estendersi invece a una valutazione complessiva della coerenza tra debito, bilancio e obiettivi macroeconomici più complessivi allo scopo di assicurare quel coordinamento tra le politiche nazionali fiscali e di bilancio senza il quale la moneta unica rischia di restare una realtà effimera, sempre esposta ai venti della speculazione.
Accanto a questo occorre però non nascondersi che, attraverso le drammatiche vicende della crisi economica e finanziaria, proprio all’interno dell’Unione si stia ricostituendo una pericolosa diseguaglianza tra le nazioni, alla quale bisogna porre un freno altrettanto istituzionalizzato, affinché l’uguaglianza tra gli Stati membri continui a essere tutelata efficacemente e solennemente. Nel corso del Novecento, la violazione del principio di uguaglianza tra le nazioni ha condotto due volte il Continente nel baratro della guerra civile europea. Oggi lo scenario sembra riproporsi, anche se non nelle forme della carneficina bellica. La crisi dell’euro altro non è infatti che la manifestazione più drammatica e insieme ferale della crisi politica dell’Unione, di quel progetto di una costruzione politica di secondo livello fondata sul principio secondo cui tutte le nazioni che la compongono sono uguali, dotate degli stessi diritti e meritevoli dello stesso rispetto. Allontanarsi da questo principio – come è stato fatto trattando in maniera diversa la Grecia che aveva «truccato i conti» e la Francia e la Germania che, per prime, avevano violato le regole – rischia di risvegliare i fantasmi del nazionalismo, che nella disuguaglianza ha sempre trovato alimento. La consapevolezza della necessità e dell’opportunità di un’azione politica orientata in questo senso, decisa e insieme decisiva, nel rispetto delle singole identità nazionali che la compongono, è quello che per l’Unione Europea segnerà, probabilmente, la differenza tra il successo e l’insuccesso, tra vivere e morire. Ribadire con forza una simile consapevolezza non ha nulla a che vedere con un mero esercizio di pessimismo o di euroscetticismo. Rappresenta invece la più appassionata e insieme coerente difesa di un progetto, quello europeo, della cui grandiosità sembriamo aver smarrito la memoria. Oggi, ravvivare, rivitalizzare una tale memoria significa innanzitutto tentare di riallacciarla alle ragioni di un futuro che, per esser davvero tale, non può che essere comune. E a questo scopo, ambiziosamente, gli articoli di questo numero di «Paradoxa» vogliono fornire il loro contributo.
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