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GIUSTIZIA, VERITÀ, E REALISMO (Estratto da Paradoxa 3/2012 )


Francesca Rigotti 

Giustizia, verità e eguaglianza
«Justice is the first virtue of social institutions, as truth is of systems of thought. A theory however elegant and economical must be rejected or revised if it is untrue; likewise laws and institutions no matter how efficient and well-arranged must be reformed or abolished if they are unjust».

Questo è l’incipit del primo paragrafo del primo capitolo di A Theory of Justice di John Rawls (1971, tr. it. Una teoria della giustizia, Feltrinelli, Milano 1982 e 2008), nel quale sono messi in rilievo i concetti che stanno a cuore a Rawls e anche a noi che non ci riconosciamo né nell’etichetta di postmodernisti né in quella di realisti, nuovi e vecchi. Noi cui stanno a cuore questi concetti nello stesso ordine nel quale li ha posti John Rawls, pensatore seminale votato ai principi di libertà e eguaglianza, dove ai nostri giorni il primo principio dilaga anche troppo, mentre il secondo è caduto alquanto in discredito. Di contro all’egualitarismo liberale rawlsiano si pone oggi infatti l’umanesimo non egualitario di Harry Frankfurt, Michael Walzer e Martha C. Nussbaum, con gli esiti più recenti di Elisabeth Anderson e Angelika Krebs – che non attribuisce più all’eguaglianza una posizione centrale a causa della presunta inadeguatezza della sua natura relazionale. Noi che invece continuiamo, forse ingenuamente, a ritenere l’eguaglianza condizione essenziale e imprescindibile per la costruzione di una giustizia vera, abbiamo a cuore giustizia e verità quali virtù sulle quali non si può scendere a compromessi. Ancora con le parole di Rawls, «being first virtues of human activities, truth and justice are uncompromising. These propositions seem to express our intuitive conviction of the primacy of justice» (A Theory of Justice, p. 4).
Rovesciando l’argomento del Nuovo Realismo nella versione di Maurizio Ferraris (NRF), che insiste sul primato della verità sul quale fondarsi per affermare la giustizia, noi ci assestiamo sulla relazione inversa. Che è anche in parte la posizione di Richard Rorty, uno dei pensatori non soltanto criticati ma anche messi alla berlina dal NRF e che non ha trovato fino ad oggi occasione di redenzione, anzi è stato dannato in saecula saeculorum insieme a Paul Feyerabend. Salvati invece de morte aeterna grazie al fatto di essersi pentiti e confessati in extremis – in ossequio allo schema cristiano, forse ereditato inconsciamente da Vattimo e comunque molto presente nel sistema di pensiero pur sicuramente laico del NRF – sono, per loro fortuna, Michel Foucault, redentosi in articulo mortis con le lezioni dell’‘84 e Jacques Derrida, r.i.p.
Invece la lotta contro l’ingiustizia e l’impegno a favore degli oppressi, dei poveri, dei neri, delle donne, degli emarginati in genere che anima la scrittura di Rorty – persona della quale ho sempre apprezzato l’impegno sociale da una parte come pure, dall’altra, lo smascheramento del carattere essenziale, naturale e incontestabile della verità coi suoi esiti in alcuni casi oppressivi, razzisti e sessisti, senza per questo aver mai pensato di essere postmoderna – è stato misconosciuto o ridotto a mero intento emancipatorio rovesciatosi in risultati opposti a quelli desiderati, per aver dichiarato che verità e realtà sono meno rilevanti di solidarietà e giustizia. Eppure Rorty non ha mai negato l’esistenza oggettiva di una realtà materiale a noi esterna, per rendersi conto della quale non serve nemmeno tanta filosofia (la famosa grande assente della faccenda) ma basta il buon senso: che le montagne (le ciabatte e tutto il resto) esistano, ci siano, è a detta di Rorty e di tante persone di buon senso etichettate come postmoderne, un dato incontrovertibile (cito un solo saggio di Richard Rorty, del 1996, dove tale concetto è esplicitamente espresso: Does Academic Freedom Have Philosophical Presuppositions?, in Louis Mewand (ed.), The Future of Academic Freedom, Univ. of Chicago Press, Chicago 1996, pp. 29-30). Che poi ne possiamo parlare chiamandole montagne e studiandone le proprietà fisico-chimiche con misurazioni matematiche, è davvero un’altra storia che dipende dai nostri schemi concettuali, molto diversi da quelli dei cani, e ancor di più da quelli dei vermi, delle ciabatte e dei leoni, se mai potessero parlare. Come qui scrive Paolo Jedlowski, l’approccio costruzionista esprime «l’idea che tutto l’insieme di ciò che chiamiamo “realtà” sia colto dagli esseri umani attraverso la mediazione di quadri simbolici e cognitivi di natura sociale, iscritti innanzitutto nel linguaggio che usiamo. Ciò non significa che cose come le maree o come una ferita da arma da fuoco non esistano se non sono nominate... L’idea costruzionista è che la “messa in forma” del reale operata dal linguaggio e da altre forme sedimentate dell’agire sociale influenzi la nostra stessa percezione dei fatti» (p. 74).
Che la verità della montagna (lasciamo da parte la ciabatta che è un artefatto) ci appaia specularmente riflessa nella nostra mente farà sì che potremo al più indicarci la montagna a vicenda, ma a rigore nemmeno quello, perché anche l’indicare col dito indice è una forma di conoscenza: non potendo parlare (quindi nemmeno potendo descrivere la realtà non palpabile a un non vedente), non potendo indicare, potremo solo tacere di fronte a una verità e una realtà che saranno lì ma saranno incomunicabili ad altri e persino a noi stessi. La contempleremo solitari e muti.

Ma il postmoderno ha portato Berlusconi
Noi che non siamo né postmoderni né nuovi e vecchi realisti, noi che non abbiamo mai avuto padri da uccidere, come potremmo sottoscrivere la balzana tesi che il costruzionismo, di cui ci si dice che si è formato lungo la linea di pensiero Kant-Foucault-Derrida-Rorty-Vattimo, abbia favorito la società del reality, del tout-va-bien e con questo l’ascesa di Berlusconi (e di Bush sr. e jr.)? E se proprio la vogliamo mettere in questi termini lunari, da invidia del ’68 (che è stato un grande movimento emancipatorio per gli oppressi, per gli emarginati e per le donne, nel quale tante di noi hanno visto la loro vita rovesciarsi in meglio e aprirsi a infinite possibilità prima loro negate), se proprio, per rispondere, la dobbiamo mettere in questi termini e sinceramente non vorremmo, come la mettiamo con i guai, le disgrazie, gli stermini e gli olocausti, le discriminazioni e l’oppressione portati da concezioni veritative forti, dalla monocultura della verità vera, unica e assoluta? La scienza ci ha presentato come verità teorie e osservazioni che verità non erano. Questo può renderci cauti, dubbiosi, umili, talvolta ironici sulla verità scientifica, non dovrebbe renderci sarcastici e offensivi. E oltre a ciò la deriva del ventennio berlusconiano non sarà anche, come giustamente mette qui in rilievo Marco Dallari, il risultato di una diffusa ignoranza e incapacità di elettori ed eletti?
La verità del NRF non è certo l’istanza di verità espressa dal teatro, sul cui statuto ontologico qui riflette Antonio Attisani, ma è quella che dice che la verità c’è, è conoscibile e comunicabile, che è una, monistica e assoluta (nel famoso senso di sciolta da ogni vincolo). Se sui piatti della bilancia a braccia, la libra, quella che soppesa e calibra e porta a deliberazione (ce lo fa capire una metafora appellandosi all’immaginazione), mettiamo da una parte le conseguenze del pensiero debole, di cui prendiamo le difese senza in esso riconoscerci, e dall’altra quelle del pensiero veritativo forte, che nemmeno raccoglie i nostri favori, temiamo che lo spirito del berlusconismo, coi suoi bunga bunga e il rimbambimento collettivo che lo contraddistingue, svaporerebbe rivelando l’aspetto di farsa di fronte alle immani tragedie provocate dall’adesione a ideali monoaletici in nome dei quali sono state condotte feroci crociate (veritas vult!).
Insomma l’aura di violenza che aleggia intorno alle idee monoveritative è chiaramente percepibile nel NRF che nasce, come Cecco Angiolieri, «pieno d’odio» (ce lo ricorda qui Edoardo Camurri nella sua vivace analisi, p. 35), e questo nonostante la buona volontà e nonostante le migliori intenzioni emancipatorie del NRF ma in genere del NR, anzi del realismo nudo e crudo, anche se questa è una metafora e il realista ha da astenersene. Anche se proprio delle metafore il realista potrebbe approfittare per iniziare una meditazione sulla possibilità di costituire gli oggetti sociali attorno alla riserva metaforica offerta dal linguaggio, come ha fatto Hans Blumenberg e come illustra qui Sara Taglialatela, che si interroga tra l’altro del perché mai l’ermeneutica non potrebbe catalogare. Anche Marco Dallari, portando il contributo della sua competenza pedagogica, esalta l’essenza eminentemente simbolica della condizione umana rivendicando le importanti risorse del pensiero analogico, oltre che di quello logico.

Mettere in ridicolo l’avversario
Forme di violenza verbale vengono comunque esercitate dal NRF, senza che chi le enuncia, abbiamo l’impressione, se ne renda conto, col mettere in ridicolo l’avversario trasformato in caricatura, attribuendo in toto una serie di affermazioni negazioniste di realtà e verità a un blocco chiamato unitariamente e per ragioni di comodità il postmoderno cui si contrapporrebbe il realismo, che è in realtà una corrente filosofica antica che si è contrapposta in passato a nominalismo, idealismo ecc. Come qui illustra Nicla Vassallo infatti, non si dà connessione diretta né relazione temporale con un realismo che soppianterebbe il postmodernismo, e la controversia tra realisti e non-realisti o antirealisti non è certo nuova giacché risale «agli albori della filosofia» (p. 47).
Il blocco di cui sopra sarebbe dunque composto dagli equivoci amici delle interpretazioni cui si contrappongono gli immacolati amici della verità (per l’analisi degli argomenti retorici usati per mettere in discredito postmoderni dichiarati o presunti tali, usando mosse argomentative le quali, corrette in apparenza, occultano la propria erroneità logica introducendo, come nota qui Antonio Attisani, «argomenti simili, a volte identici, a quelli impiegati a loro volta dai postmoderni per licenziare il moderno», e sui quali non posso dilungarmi, rimando al bel libro di Franca D’Agostini Verità avvelenata,Bollati Boringhieri, Torino 2010).
Tutti o quasi tutti noi abbiamo letto lo stupidario di esternazioni pseudofilosofiche e pseudoscientifiche raccolto da Sokal e Bricmont, Imposture intellettuali (del 1997, tradotto da Garzanti, Milano, nel 1999), e abbiamo convenuto che si trattava in gran parte di stupidaggini scritte da epigoni desiderosi di imitare i maestri col loro manzonismo da stenterelli. Ma servirsi di queste forme estreme e davvero ridicole per mettere in discussione un sistema di pensiero, il costruttivismo/costruzionismo qui difeso da Paolo Jedlowski e Mariano Croce, che ha prodotto brillanti risultati nel campo della ricerca e nel mondo della vita, è un’operazione sgradevole (per non dire politicamente scorretta e con questa formula scatenare altre polemiche).
In particolare Jedlowski valuta la prospettiva del costruzionismo nell’ambito della teoria sociale distinguendolo dal costruttivismo con la sua tesi dell’inevitabile implicazione reciproca di soggetto e oggetto nell’osservazione di ogni realtà, fisica e sociale; egli ribadisce l’idea settecentesca che le forme sociali non corrispondono né a un disegno divino né a un automatismo naturale bensì sono costruite da meccanismi sociali collettivi. Sulla specificità della nozione di oggetto e della sua relazione di esperienza si concentra da parte sua Luca Vanzago, rilanciando l’esigenza di aprire il discorso agli apporti della fenomenologia intesa come effettiva indagine ontologica, mentre Mariano Croce avanza una difesa della prospettiva costruttivista che riveli l’infondatezza della distinzione tra contemplazione del mondo fisico-naturale e costruzione del mondo sociale, cui a suo giudizio approda il neo-realismo di Ferraris.
Nell’articolazione del NRF stupiscono le sue forme di accanimento terapeutico al contrario, di assassinio di uomini o più precisamente e per fortuna, di pensieri, morti, spesso mai stati in vita ma animati ad arte per potervisi accanire contro. Se si ricorresse anche in questo caso alla famosa bilancia a braccia o libra, sicuramente il piatto penderebbe dalla parte delle tante stupidaggini e dei tanti errori enunciati e sostenuti in nome della verità. Della verità come della scienza e della conoscenza che si procede a costruire per tentativi ed errori, dicendo spesso anche stupidaggini; ma forse non è il miglior argomento quello di deridere coloro che tali errori hanno compiuto, soprattutto se ciò è avvenuto con le migliori intenzioni. Basterebbe rispettare il normale processo fisiologico di superamento e modifica di precedenti posizioni di quelli che avvengono quotidianamente nelle vite degli individui come in quelle dei movimenti di pensiero.

Tracciare confini
Prendiamo ora in considerazione, mentre ci scusiamo per i passaggi veloci e talora bruschi, la ripartizione introdotta dal NRF, ed essenziale all’intero apparato argomentativo, tra oggetti naturali (inemendabili e non soggetti a interpretazioni) e oggetti sociali (per i quali sono ammesse interpretazioni e decostruzioni), per sottoporla a critica. Un appunto in primo luogo: gli oggetti sociali vengono dati per scoperti or ora dalla nuova ontologia, e.g. stato, denaro, matrimonio: che strano, si dice, che i filosofi li abbiano scoperti così tardi. Ma gli oggetti sociali non corrispondono a quelle cose che lunga e venerabile tradizione di studi era adusa chiamare istituzioni e sulle quali esistono analisi rigorose nonché collaudate cattedre di insegnamento? Le istituzioni possono essere semplici pratiche sociali governate da regole informali sulle quali non si sta lì troppo a pensare – come le relazioni di amicizia e di coppia – fino ad arrivare al livello più alto e complesso delle istituzioni in quanto organizzazioni sociali rette da regole vincolanti, che esercitano forza legittima e prevedono sanzioni. Il concetto di istituzione è centrale a molti ambiti del sapere umano: le istituzioni sembrano darsi come presupposto della società organizzata, come qualcosa che l’essere umano crea ma che al contempo crea l’essere umano. Già secondo Durkheim, uno dei padri fondatori della sociologia, si può chiamare «istituzione», senza scomodare il filosofo statunitense John Searle, ogni credenza e ogni forma di condotta istituita dalla collettività (Cfr. Mariano Croce, Che cos’è un’istituzione, Carocci, Roma 2010).
Ma questo, precisavamo, è solo un appunto, anche se rilevante. Forse non così rilevante come l’osservazione che dice che il tracciare confini è un’azione ermeneutico-interpretativa soprattutto se e dove i confini non sono così netti come quelli, facciamo un esempio, della Sardegna. Il potere di tracciare linee di confine, di qui la natura, di là la società, «è artificiale e dipende da chi le traccia e da chi le accetta» (Achille Varzi, Il confine dei confini, in «la Repubblica», 17/07/2012, p. 38). A meno di non asserire che i confini tracciati dal NRF siano naturali e inemendabili, il che conduce a un circolo vizioso diabolico nel quale non si capisce chi detenga il potere di stabilire distinzioni e dire che cosa sta di qua e che cosa di là.
A questo proposito, il NRF afferma che il vero dibattito e la vera disputa stanno nel fatto di stabilire se le specie e i sessi siano natura o società, riconoscendo, nel dire ciò, la labilità e la culturalità dei confini, compreso quello da esso stesso tracciato con l’aratro nel terreno della realtà e difeso con la spada della verità. Ma è proprio quel confine preliminarmente tracciato che viene peraltro dal suo autore stesso invalidato andando qua e là dal solco. Se viene concesso che i fatti sociali sono passibili di interpretazioni, perché rivendicare per es. il principio della verità legale? È certo un bene che nelle aule dei tribunali campeggi la scritta La legge è uguale per tutti (e non La verità è uguale per tutti), come è un bene che non vi si legga quella paventata dal NRF come da noi, Non ci sono fatti, solo interpretazioni, e questa è un’interpretazione. Altrettanto, o forse ancor più terribile sarebbe, temo, la scritta auspicata da Markus Gabriel (comunicazione orale, Bonn 27 marzo 2012), Non ci sono interpretazioni, solo fatti, seguita magari da e questo è un fatto. Tanto più che nel campo delle umane cose i fatti sono stati in molti casi usati e abusati per affermare le famose stupidaggini (quando va bene) di cui sopra, e molte altre, comuni a fattualisti e interpretazionisti, senza che per questo tutta la scienza debba subire discredito.

La reconquista dell’illuminismo
E veniamo a quello che sarà anche per noi l’ultimo punto, l’illuminismo. Lo valutammo e lo ponemmo al centro della nostra posizione etico-politica negli anni ’70 del Novecento, allorché molti ermeneutizzavano qua e là in Europa e nel mondo, e siamo ben lieti che intorno ad esso si raccolgano oggi nuovi consensi, anche da parte dei nuovi realisti. Sottolineo dalle nostre parti l’impegno profuso in questa direzione da Salvatore Veca, del quale certo non si può dire di essersi convertito di recente all’illuminismo, e che opportunamente critica nel Nuovo Realismo di Ferraris, tra l’altro, l’assenza di mappe, anche provvisorie, che ci orientino «nel viaggio verso le attraenti vie dell’emancipazione» (p. 26).
Benché dunque io non concordi coi metodi coi quali vengono affermate le posizioni del NRF, ovvero: affermare la priorità della verità sulla giustizia; ignorare le conseguenze delle posizioni veritative forti; ridicolizzare l’avversario; istituire artificialmente confini spugnosi; rovesciare la tesi nietzscheana fatti/interpretazioni nonché demonizzare metafore e immaginazione, non posso non dichiararmi a favore dell’insegnamento illuministico (ma non chiamiamolo nuovo, per favore, quello vecchio basta e avanza) che ha contrassegnato tutta la mia vita intellettuale. Apprezzo come il NRF i tentativi dell’illuminismo, anche se ingenui, perfino se talvolta autoritari, di far luce e chiarezza sulle cose promuovendo la scienza e la conoscenza, favorendo il pensiero critico e esaltando, in primis, la tolleranza. Ora, è scontato che bisogna aggiungere che non ci piace il retrogusto del termine tolleranza, con quell’aroma di degnazione per cui si concede e si sopporta (si tollera) chi la pensa diversamente. Ma detto questo la tolleranza è uno dei valori inemendabili dell’illuminismo che esige che ognuno possa esprimere le sue opinioni e offrirle alla discussione senza dover essere trasformato in caricatura: e che afferma che la confutazione delle eventuali falsità e degli errori possibili delle medesime è una questione lunga e faticosa che procede per tentativi ed errori e contempla gli sforzi sinceri di studiosi onesti che si impegnano a svolgere, per riprendere e concludere con un’espressione cara a Veca, il fratello maggiore della mia formazione filosofica, il loro onesto mestiere di filosofi.
Nota: Ho raccolto in questo fascicolo di «Paradoxa» alcuni contributi intorno al dibattito sul «Nuovo Realismo» in base a tre criteri principali: varietà di discipline, varietà di posizioni e varietà di età dei partecipanti. Lo scopo è quello di presentare una panoramica ad ampio raggio di osservazioni sul tema, da parte di studiosi giovani e meno giovani, più o meno filo-realisti, nonché provenienti non soltanto dalla filosofia ma anche da altri campi del sapere, coinvolti anch’essi, e non marginalmente, nel dibattito. Per ovvi motivi la selezione di voci è limitata anche perché, come scrive qui una autrice, «i temi in discussione imporrebbero lo spazio di un’enciclopedia» (p. 45), pur estendendosi dal teatro al giornalismo, dalla sociologia al diritto alla pedagogia et pour cause alla filosofia. Ogni voce rappresenta se stessa, anche la mia che ha comunque tentato di collegare e tenere insieme ogni cosa. È stata una bella impresa per la quale ringrazio tutti: la rivista che ci ha ospitati, gli autori che hanno accettato di scrivere, i lettori che ci stanno leggendo.
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