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UN FRAGILE EQUILIBRIO (Estratto da Paradoxa 3/2012 )


Laura Paoletti

Guardi bene la signoria vostra, – soggiunse Sancio – che non sono
giganti, ma mulini a vento, e quelle che paiono braccia, sono le pale delle ruote, che percosse dal vento, fanno girare la macina del mulino.
(Don Chisciotte, I, VIII)

In sintonia con la questione messa a tema – l’istanza di un «nuovo realismo» –, questo numero rivendica un tratto decisamente a posteriori. Non nasce da ipotesi o tesi preconcette, ma vuole essere, innanzitutto, la presa d’atto di un dibattito che ha avuto quanto meno il merito di muovere idee, scomodare pensatori (anche molto autorevoli), richiamare l’attenzione di una platea più ampia del consueto su un problema squisitamente filosofico.

Vestendo i panni inusuali di inviato speciale, la Curatrice, di professione filosofa, si è offerta di andare a curiosare e di provare a fissare qualche coordinata, scontatamente provvisoria, di un oggetto (un «oggetto»?) ancora in piena turbolenza. Con realismo sano, più che nuovo, Francesca Rigotti ha dismesso ogni tentazione di unitarietà o di esaustività, proponendosi, semplicemente, di sollecitare ad una presa di posizione alcune voci (anche molto autorevoli), selezionate con l’intento di rendere il più diversificato possibile lo spettro delle prospettive e dunque con il solo criterio della trasversalità: tra le generazioni, tra i generi, tra le discipline.
Non è soltanto il contenuto specifico della controversia tra realisti e postmoderni che interpella una rivista come questa, per costituzione fin troppo incline a tentazioni filosofiche. Il punto è che, in questa controversia, ne va del progetto complessivo stesso di «Paradoxa». Il ristabilimento di un corretto rapporto tra i fatti e le interpretazioni e la rivendicazione di un primato della realtà su quel che se ne pensa è, insieme, premessa e conseguenza di un richiamo forte (anzi non-debole) alla filosofia a non lasciarsi sedurre da ripiegamenti narcisistici su se stessa, a contaminarsi con le questioni concrete del vivere comune: gli abbagli (e il ridicolo, e la follia) donchisciotteschi di chi «emenda» la realtà sono sempre in agguato. La filosofia nel quotidiano e sui quotidiani, la divulgazione, il trascendimento degli specialismi sono per «Paradoxa» altrettanti obiettivi programmatici. Ed è evidentemente la realtà quel che permette di perseguirli: un incontro tra prospettive, tra discipline, tra esperti e profani, non può aver luogo se non su un solido, inemendabile e comune terreno d’intesa.
Bisogna intendersi, però. E per intendersi non è detto che sia sufficiente dire pane al pane e vino al vino.
Quando chi domina un linguaggio altamente specializzato tenta di veicolare le proprie acquisizioni al di fuori della ristretta cerchia dei suoi pari – «Paradoxa» vanta ormai ben un quinquennio di sforzi per costringere gli accademici a scrivere contributi senza note – può proporsi due obiettivi diametralmente opposti, che rispondono a due concetti inconciliabili di «divulgazione»: l’obiettivo, da una parte, di appagare le curiosità del profano, rassicurarlo, convincerlo di aver compreso quel che c’è da comprendere; oppure, dall’altra, quello di spiazzare le sue domande, fargli pregustare il sapore di un sapere che ancora non è alla sua portata, invogliarlo a mettersi in movimento. È ben vero che la filosofia non deve e non può disdegnare la polis, ma è altrettanto vero che nell’agorà circolava Socrate e non Sancio Panza. E non è difficile decidere chi dei due pronuncerebbe frasi come quelle qui riportate da Veca (e tratte dal Manifesto del nuovo realismo): «se piove ci si bagna e […] se uno prende senza le presine una pentola che è stata a lungo sul fuoco si scotta» (p. 25). Ora, la pretesa cancellazione di ogni tensione tra la filosofia e il senso comune ha conseguenze davvero paradossali rispetto agli intenti educativi ed emancipativi che il nuovo realismo si propone: rafforzare qualcuno nella sua convinzione di sapere, infatti, significa blandirlo e manipolarlo; esattamente il contrario di quel continuo pungolo che il fastidioso «tafano» di Atene esercitava sui suoi interlocutori, sollecitandoli a critica e vigilanza continue rispetto all’evidenza dell’ovvio.
Ma i nostri autori convergono anche sulla messa in evidenza di un’inversione ancor più paradossale di ruoli e di intenti: la vis polemica dei new-realisti, infatti, si scaglia contro una nozione di postmoderno che appare, a guardarla appena più da vicino, largamente costruita, e artificiosa al punto che sarebbe difficile trovare qualcuno che vi si riconosca: un gigante, insomma, solo agli occhi di chi vuole ignorare a tutti i costi le pale del mulino. Un fantoccio necessario, però, per sostenere il carattere di «novità» di un realismo che altrimenti rischierebbe di mostrare qualche ruga di troppo. Non è facile evitare di inventare se stessi e i propri nemici. I ruoli si confondono e facilmente ci si perde.
Da questi paradossi c’è molto da imparare. Forse, prima di tutto, la necessità di arrendersi al fatto (il «fatto»!) che non è facile districarsi tra le pieghe di una realtà, che, a ben guardare, si rivela più una faticosa conquista che un presupposto condiviso. Una realtà il cui concetto, come chiaramente mostrano le pagine che seguono, deve essere ampliato piuttosto che ristretto, perché forse tra la debolezza e l’inemendabilità c’è la fragilità: quella di un reale che è anche distanza, e che rischia costantemente di esser cancellato, perché accessibile soltanto a chi sappia gestire il precario equilibrio tra la follia di Don Chisciotte e l’ovvietà di Sancio Panza.
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Sezione Paradoxa