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È LIBERALE IL LIBERISMO?


Resoconto Tavola rotonda 17 ottobre 2012

Redazione Paradoxa

Partecipanti: Lapo Berti, Alessandro De Nicola, Marcello Messori, Nicola Rossi. Moderatore: Gianfranco Pasquino. L'evento ha avuto luogo presso l'Istituto della Enciclopedia italiana. 
GIANFRANCO PASQUINO Il problema dei rapporti tra il liberismo e il liberalismo è stato affrontato nel numero 1/2012 di «Paradoxa», da me curato. Il fascicolo, che ha destato un certo interesse, è stato tra l’altro oggetto di una riflessione molto critica sul «Corriere della sera» da parte di Piero Ostellino. La decisione di proseguire su questo argomento è motivata non solo dal suo interesse intrinseco, ma dall’importanza che riveste per un Paese come il nostro, non noto né per il suo tasso di liberalismo né per quello di liberismo. Interrogarsi su come si combinino i due elementi, perciò, non è una questione solo accademica, ma ha una serie di riflessi sulla politica economica e forse persino sulla politica stessa. Cercheremo di affrontarla non soltanto facendo riferimento ai classici, ma cercando anche di capire come le due categorie del liberismo e del liberalismo possono essere applicate nel contesto contemporaneo. Di solito nel contesto italiano ci si riferisce alla contrapposizione tra Einaudi, che era ovviamente un liberista, e Croce, il quale sosteneva che il liberismo è assolutamente irrilevante rispetto al liberalismo, che rappresenterebbe invece la concezione etica del corretto funzionamento di un sistema politico. Com’è noto, fior fiore di liberisti hanno sostenuto invece che il liberismo è molto più che un modo col quale si può far funzionare l’economia, e che produce anzi conseguenze molto significative sull’organizzazione della società, o meglio – qui si entra già su un terreno problematico – sulla libertà degli individui. Ovviamente nessuno è così provinciale da pensare che Croce e Einaudi abbiano esaurito il dibattito: economisti, politologi, sociologi, se non quelli italiani certamente quelli inglesi e tedeschi, sono andati molto oltre.
 Nel riflettere sulla questione del rapporto tra liberalismo e liberismo ci chiediamo quale sia lo stato dell’arte, quali siano le riforme praticabili, che tipo di contributi aggiuntivi siano necessari e chi, fra gli economisti contemporanei ed eventualmente altri pensatori, proponga una visione aggiornata, non necessariamente coerente, ma almeno stimolante, significativa, del problema. In diverse occasioni di discussione – il fascicolo ha avuto molto successo e ne sono contento, sia personalmente che per «Paradoxa» e la Fondazione Nova Spes – mi è stata spesso rivolta l’obiezione per cui, non essendo io un liberale, non avrei il diritto di parlare di liberalismo. Obiezione curiosa, alla quale ho controbattuto che non è detto che uno studioso del fascismo, ad esempio, debba essere fascista, così come non è affatto vero che gli studiosi del bolscevismo fossero tutti bolscevichi: molti di loro avevano deciso, anzi, di non esserlo più, e forse proprio per questo sono diventati grandi studiosi. Ma la vera domanda è se sia possibile interpretare oggi il liberismo come un modo di organizzazione della società, o se non sia invece il liberalismo a fornire una visione complessiva all’interno della quale si situa anche il liberismo. Il che implica anche chiedersi cosa sia o cosa possa essere oggi il liberismo nel contesto italiano, europeo e americano. Le due grandi ondate neoconservatrici (Reagan e la Thatcher), per esempio, sono state liberiste oppure no? E cosa è rimasto di tutto ciò? Domande ineludibili visto che, come sappiamo da Marx, le idee delle classi dominanti sono le idee dominanti, le idee degli Stati dominanti sono le idee dominanti, e sono quelle che influenzano il nostro pensiero e forse anche il corso delle nostre azioni.
NICOLA ROSSI Muovendo dalla prospettiva radicalmente empirica dell’economista, più prossima a quella di un idraulico che non di un filosofo o di un politologo, è necessario uno sforzo notevole per trovare un elemento di interesse nella disputa liberalismo-liberismo: distinzione che mi pare abbia origini tutte italiane; origini, per altro, assai più complesse di quanto essa lasci sospettare: sarebbe difficile, per esempio, ridurre integralmente il liberismo di Einaudi, di Francesco Ferrara o di De Viti De Marco ad una chiave esclusivamente economica. A me pare che nella sua essenza il problema sia molto banalmente contenuto nella dicotomia «father knows best» - «I know best». Il fondamento della questione sta tutto nella contrapposizione, molto semplice ed elementare, fra questi due poli. Ciascuno dei quali, evidentemente, imputa all’altro l’onere della prova: ma il punto è, quale che sia la posizione per cui si opta, che tale dicotomia non è affatto di natura economica, ma ha una portata assai più ampia. Sotto questo profilo, la polemica liberalismo-liberismo perde ogni rilevanza, come si può constatare non appena si varchino i confini italiani.
Più interessante (e divertente) è chiedersi perché in Italia il problema si ponga, e perché si ponga proprio ora. La risposta implica una considerazione di tipo empirico e storico. Negli ultimi venti anni, l’espressione «rivoluzione liberale» è stata sulla bocca di tutti – nessuno escluso – i Presidenti del Consiglio che si sono succeduti dal ’94 ad oggi. A distanza di venti anni si può affermare – senza temere di pronunciare un giudizio di parte – che di tale rivoluzione liberale non si è avvertito nemmeno il profumo. Quel che è accaduto è che, facendosi sempre più condivisa la convinzione che essa avrebbe avuto luogo in ogni caso, i liberali ne hanno dedotto, con una ingenuità di rara potenza, che avrebbero potuto collocarsi indifferentemente in qualsiasi schieramento: altri si sarebbero comunque fatti carico della promozione dei loro valori. Un evento simile – che una cultura politica si sia fatta carico dei valori di un’altra – non è mai accaduto nella storia: solitamente le culture politiche si combattono. E così è stato. Tutti hanno proclamato la necessità di una rivoluzione liberale, senza che nessuno la facesse davvero. Resta da chiedersi come sia stata possibile questa delega, quando era evidente, per esempio, che le culture che si collocano a sinistra non avevano alcunché di liberale nel loro patrimonio identitario. Senza scomodare la filosofia e la politica, la risposta va cercata in una ragione di tipo estetico. I liberali italiani hanno ritenuto sgradevole collocarsi in un ambiente politico certamente più consono alle loro opinioni, ma che avvertito come impresentabile. Di qui il ripiegamento su una soluzione così evidentemente irragionevole, come quella di pensare che altri potessero farsi interpreti della loro cultura. Questo consente di compiere un ulteriore passo avanti: la differenza liberalismo-liberismo appare come prodotto tipico dell’intellettuale italiano, il quale, giocando su una distinzione artificiosa, si riserva la libertà di collocarsi dove vuole, senza – di fatto – scegliere. Ne è un esempio la figura degli «indipendenti di sinistra», presente solo in Italia: in altri Paesi ci si candida in un partito. Questa non è una critica, ma la constatazione di un modo di essere dell’intellettuale italiano, che in fin dei conti rifugge dall’impegno politico vero, a volte anche per motivazioni comprensibili. In ogni caso, la conclusione è che la distinzione liberalismo-liberismo è un prodotto artificiale, cui non corrisponde alcuna realtà.
GIANFRANCO PASQUINO La distinzione liberalismo-liberismo è una questione tutta italiana? In proposito, si potrebbe citare un’affermazione di Filippo Cavazzuti, mio collega nella «sinistra indipendente» e noto anche come economista, il quale sosteneva che ciò che non si può tradurre in inglese non esiste. E «liberismo», in effetti, non si traduce: «free trade» o «laissez-faire»non sono corrispettivi esatti. Resta però un problema concettuale. Tra «father knows best» e «I know best» esiste anche una terza possibilità: «my family knows best». Anche nella società liberale sono presenti modi di aggregazione: il che è un aspetto rilevante.
ALESSANDRO DE NICOLA Il paper scritto da Marcello Messori e Lapo Berti, è stimolante perché riassume in modo agile, ma completo, le varie evoluzioni del liberalismo e del liberismo italiano. Vorrei ricordare che qualche confusione terminologica la si fa anche in America, dove i liberals sono l’equivalente dei nostri socialdemocratici o dei «liberali di sinistra», come amerebbe definirsi Eugenio Scalfari. In America colui che non è conservative (parola che abbraccia un’altra serie di stilemi i quali hanno a che fare anche con la visione sociale, etica etc.), il puro liberale/liberista, è il classic liberal (Adam Smith). Non contribuisce all’ordine concettuale anche il fatto, ad esempio, che in Inghilterra il partito liberale per molti anni ha avuto scarsa propensione al liberalismo economico e molta propensione ai diritti civili, alla stregua dei nostri radicali – con la differenza che i radicali adesso sostengono di esser sempre stati liberisti, mentre i liberali inglesi cominciano faticosamente ad accettare il mercato, formano un governo conservatore, realizzano il Libro Arancione etc. Anche in Inghilterra è invalsa così la tendenza a definirsi classic liberals, per evitare confusioni.
Un aspetto del paper che mi sembra invece riflettere il difetto italiano è la tendenza a baloccarsi con la distinzione destra-sinistra, a dare dignità al fatto che Alesina e Giavazzi, economisti per altro di prim’ordine, sostengano che il liberismo è di sinistra, o che gli amici di Noisefromamerika abbiano un atteggiamento di sinistra. Sinistra, destra e centro sono luoghi geografici o geometrici, privi di ogni senso reale, che vengono usati per comodità, come molti altri termini che servono a semplificare il linguaggio comune, o a formalizzare un concetto altrimenti difficile da esprimere. Un caso simile è il termine «società»: non esiste la società, esistono individui.
La questione sollevata da Nicola Rossi – e vengo anche alla sollecitazione del prof.  Pasquino – deriva dal fatto che la destra nei Paesi latini ha un problema di definizione. Nel Nord Europa troviamo a destra gli impeccabili liberali olandesi, i conservatori svedesi, britannici, norvegesi. Ma abbiamo anche la destra rude del nostro passato storico fascista, i nazisti, tutti i partiti nazionalisti presenti soprattutto nell’Europa dell’Est o in Grecia (Alba Dorata, il Fronte nazionale). Dichiararsi «di destra» in Italia non fa una bella impressione. Si aggiunga a ciò il fatto che il centro-destra si compone di un pantheon di pensatori come Gasparri, Cicchitto, Storace... Esiste, insomma, un problema definitorio. Molto più semplice, per contro, definire la sinistra, che è un continuum: comunisti, socialisti massimalisti, socialisti riformisti, socialdemocratici, liberaldemocratici; un filone che si allunga o si restringe a seconda del grado di accettazione delle regole della democrazia o delle regole del mercato. Il centro, dal punto di vista della realtà, non esiste: difficile capire quale sia una posizione di centro sui temi etici, della giustizia, della separazione delle carriere dei magistrati, della criminalità, della certezza della pena.
Nonostante Norberto Bobbio abbia contribuito alla confusione con il suo Destra e sinistra, in realtà l’asse portante è uno solo: la distinzione tra liberali e socialisti, o statalisti e individualisti. Il liberalismo è qualcosa di complesso, differenziato, che negli venti/trent’anni ha saputo creare una contaminazione feconda, capace di far comprendere meglio il funzionamento della società. Si pensi a Niall Ferguson, uno storico dell’economia di Harvard che risulta assai più penetrante di un formalista macroeconomico, o a Douglas North, che spiega l’influenza delle istituzioni, o a Buchanan, un genio assoluto con la sua teoria della public policy che spiega perché esistono i fallimenti economici. La radice del liberalismo, però, è pur sempre l’individualismo metodologico. Se solo gli individui esistono, e se people have rights, come dice Nozick, vuol dire che non esiste una dimensione dell’individuo che sia differente dalla libertà economica, politica o civile. La libertà è una sola. Non c’è differenza tra il non poter operare, esprimersi, innovare, creare e vedere i frutti del proprio lavoro, rispetto al fatto di non poter votare per le elezioni del consiglio di quartiere, cosa che sarebbe vista come una violazione assoluta dei diritti politici di qualsiasi cittadino. Il liberalismo è l’individuo che esplica la sua libertà. Certo, esistono poi vari modi d’interpretarlo: Friedman non condivide molte delle posizioni di Hayek; i monetaristi dissentono dagli austriaci; per non parlare dei libertari che tendono a considerare tutti dei pericolosi comunisti. La radice, però, è comune ed è il privilegio metodologico accordato all’individuo e all’unicità della sua libertà nello studio della società e dell’economia.
È ovvio che, muovendo tutti da un’ignoranza di fondo, nessuno sia in grado di offrire soluzioni per ogni problema che si presenti nella società; ed è altrettanto ovvio che non esista, per ogni problema, una risposta liberale univoca. Certo è che tale risposta non è detenuta da un burocrate, da un politico o da un ministro, posto che nessuno gode di un punto di vista privilegiato sulla società e sulle sue esigenze. In realtà, proprio in virtù della nostra ignoranza intrinseca siamo liberi: se fossimo onniscienti non avremmo bisogno di libertà. Poiché non lo siamo, non possiamo far altro che imparare dai nostri errori, mettendo l’individuo e l’interazione tra individui al centro della nostra azione politica. Questo è liberalismo: che poi Boldrin non sia d’accordo con Einaudi sulla protezione della proprietà intellettuale, fine with me! Sono questioni di cui si può discutere, senza probabilmente arrivare mai a una soluzione definitiva, perché non esiste una dottrina in grado di dare una risposta a tutto. Ma, accantonando finalmente distinzioni obsolete come sinistra-destra, o liberalismo-liberismo, occorre concentrarsi su una differenza fondamentale: quella tra chi pensa che sia una collettività organizzata, guidata da qualcuno autonominatosi o prescelto, a dover dire dove devono indirizzarsi gli altri individui, e chi invece pensa che l’onere della prova sia dall’altra parte, che siano gli individui a doversi auto-organizzare, a dover scegliere e godere dei frutti del proprio lavoro, avviandosi verso una cooperazione volontaria solo se c’è qualcosa che è più vantaggioso fare insieme. Non vedo altre differenze: sotto questo profilo tendo ad essere idealista, meglio: ideologo.
GIANFRANCO PASQUINO Probabilmente i liberali non sarebbero d’accordo sull’esser definiti ideologi, e nemmeno idealisti. La maggior parte riterrebbe che il metodo liberale, oltre all’individualismo metodologico, sia quello di provare e sbagliare. Al contrario, l’ideologo non prova e sbaglia, l’ideologo sa. Mi ha incuriosito l’adesione totale alla visione thatcheriana «there is no such thing as society». Apprezzo molto la distinzione liberali-socialisti, e come è evidente questo è un Paese perfetto perché non ci sono né gli uni né gli altri, però mi chiedo e chiedo a Lapo Berti e a Marcello Messori – che non incidentalmente sono gli autori dell’articolo Il liberalismo e gli economisti italiani,nel numero della rivista che stiamo discutendo – se la distinzione non verta più su come si governa l’economia. De Nicola metteva l’accento più sulla società e sui singoli, mentre personalmente ritenevo che il liberismo fosse un modo di governare l’economia o piuttosto di lasciare che l’economia si governi.
LAPO BERTI Sono d’accordo con Nicola Rossi nel momento in cui asserisce che la distinzione liberalismo-liberismo è una questione tutta italiana; più precisamente, è una questione italiana che si inquadra nella storia politica del liberalismo italiano. Il termine «liberismo», che ormai è diventato di uso obbligato (si parla più di liberismo che di liberalismo), è per altro un termine ottocentesco. Certo, riguarda il modo in cui ci si immagina il governo dell’economia in un determinato sistema; al contrario di quanto sostiene De Nicola, però, non è possibile ricondurre tutte le famiglie del liberalismo all’unica radice del primato dell’individuo e della sua libertà: radice che indubbiamente esiste, ma che ha prodotto molte ramificazioni nel corso della storia. Nel paper ricordavamo la fase fra gli anni Trenta e gli anni Quaranta, in cui il liberalismo, sentendosi sotto attacco a seguito della crisi del ’29, inizia a interrogarsi su questioni mai affrontate prima, come il rapporto con lo Stato. È superfluo citare il Keynes degli anni Venti, il quale proclama che, finito il periodo dell’individualismo, diventa necessario occuparsi di altri problemi, ad esempio proprio di quell’entità che per De Nicola come per la Thatcher non esiste: la società. Affermazione, quest’ultima, che probabilmente è proposta in chiave polemica, e non sul piano di un’analisi scientifica; e tuttavia anche in questo senso risulta difficile da comprendere: è come dire che camminare nel bosco non è altro che muoversi tra gli alberi, perché in realtà il bosco non esiste. Interessante, in un’altra prospettiva, è una ricostruzione di come le famiglie del liberalismo siano scivolate l’una nell’altra, allontanandosi, ricongiungendosi, per dare luogo infine a questa variante che è il liberismo, e di cui il liberismo italiano non è che un’ulteriore specificazione.
Scorgo nella variante italiana, che riprende – a suo modo – il neoliberismo anglosassone, quello che mi piacerebbe chiamare un «liberismo temperato», esente da alcuni eccessi antistatalisti che pure fanno parte del discorso liberista più generale: esso si caratterizza per il fatto di fronteggiare, con analisi e proposte di policy, il problema del capitalismo. Ciò che lo rende vivo e originale è proprio il fatto che si sviluppa in buona parte come tentativo di dare risposte al sistema bloccato prodotto da quello che finalmente, grazie al libro di Zingales, si è cominciato a chiamare «capitalismo clientelare», in sostituzione del più asettico «capitalismo di relazione». Nell’analisi di Zingales, le proposte di policy non sono proposte liberiste estremiste, che rimandano all’attivazione della concorrenza sui mercati come unica panacea; neanche in Alesina e Giavazzi, i quali pure delle volte si lasciano andare a semplificazioni di questo tipo, si trova una tendenza simile. Nel liberismo italiano si può trovare insomma una visione molto articolata, in cui fra gli strumenti di policy suggeriti non si ha difficoltà ad annoverare una patrimoniale; o ancora l’idea per cui, poiché il processo concorrenziale crea dei perdenti, almeno una parte di questi può essere presa in carico tramite una rete di protezione e per mezzo di iniziative da parte dello Stato. Naturalmente il punto centrale resta il mercato, e il rimedio principe è la concorrenza. Zingales, Alesina, Giavazzi, tendono però a sottovalutare i problemi che si incontrano nella realizzazione pratica di sistemi di mercato in cui la concorrenza sia veramente l’unico meccanismo regolatore. Molto spesso nei loro lavori si riscontra un rimando un po’ semplificatorio alle capacità, che a questo punto diventano taumaturgiche, del mercato e della concorrenza. Il problema è che nella realtà l’intenzione di regolare il mercato in maniera concorrenziale si scontra con delle forze d’inerzia potentissime, in particolare nel nostro Paese. Un conto è parlare di concorrenza in un sistema in cui vi è una cultura della concorrenza e solide istituzioni a suo sostegno; un conto è tentare di introdurre questo principio regolatore in un contesto economico, politico e culturale che non ne ha mai voluto sapere. Il nostro Paese è cresciuto con una produzione di norme, comportamenti, regole e istituzioni rivolti prevalentemente alla riduzione della concorrenza e pensati in favore di gruppi d’interesse particolari: su questo si è innestato il meccanismo di rapporto clientelare tra almeno una parte dell’economia e lo Stato. In una situazione del genere non è sufficiente creare l’Antitrust, soprattutto se lo Stato lascia che questo venga catturato nel meccanismo clientelare, come di fatto è successo; occorrerebbe creare una cultura della concorrenza, una costituency pro-concorrenziale. Nel nostro Paese nessuna forza politica si è proposta di farlo, fino ad oggi.
La violenza che oggi comporta l’introduzione rigorosa di meccanismi concorrenziali genera una serie di ripercussioni sociali di cui non ci si può liberare facilmente. E’ condivisibile l’esaltazione del ruolo del mercato e della concorrenza per liberarci dalle pastoie, non solo economiche ma anche sociali e politiche, del sistema capitalistico clientelare; tuttavia sarebbe necessario che la discussione si volgesse anche agli aspetti di concreta attuazione. In questa fase del dibattito, invece, sia nella riproposizione delle analisi liberiste –comunque ricca e interessante – sia nella parte politica opposta – ove il recupero un po’ affrettato del keynesismo mostra invece scarsa capacità di presa sulla realtà – si commette lo stesso errore: quello di presentare un principio unico come potenzialmente risolutivo dei problemi posti da una società complessa come la nostra. Occorrerebbe andare oltre questa prospettiva e trovare gli strumenti analitici, teorici e politici per mettere in atto un’idea di gestione del sistema sociale in cui viviamo sulla base di una pluralità di principi che influiscono gli uni sugli altri.
GIANFRANCO PASQUINO Un conto è disegnare una società liberista, un conto è arrivarci, a partire dalle società in cui viviamo. Nel momento in cui condividiamo l’obiettivo, la prima parte deve consistere nello smantellare tutte le protezioni di una società capitalista non concorrenziale, variamente definita.
MARCELLO MESSORI Primo punto: la distinzione liberalismo-liberismo è un fatto tutto italiota, che non si ritrova nelle altre lingue, ed è vero che la declinazione che è stata data con questa distinzione è molto disciplinare: «liberalismo» è stato inteso in senso politico-sociale, «liberismo» in senso economico. Punto secondo: l’evoluzione del liberalismo a livello internazionale non ha richiesto comunque di riproporre una distinzione all’interno del liberalismo, la quale, seppure non connotata disciplinarmente, assomiglia un po’ a quella italiana tra liberalismo e liberismo? C’è un punto di snodo, anche storico, in cui, nell’ambito della teoria economica e della policy a livello economico, si è restaurata questa distinzione? Il terzo punto è un tentativo di risposta alla domanda: questa restaurazione è avvenuta quando è finita la grande tradizione di economisti come Keynes, Schumpeter, lo stesso Hayek, che pur nella diversità di paradigmi analitici erano saldamente radicati in un liberalismo che noi consapevolmente chiamiamo « classico», facendo il verso a chi negli Stati Uniti e nel Regno Unito cerca di usurpare il termine per collocarsi in una posizione limitrofa a quella conservativa. Abbiamo una controprova linguistica nel fatto che per indicare questo liberalismo, seguìto al liberalismo classico, tutti gli autori parlano di «market liberalism», espressione che assomiglia molto all’italiano «liberismo». Si può dire che la rottura dei grandi paradigmi dell’Alta Teoria, quella che parte dagli anni Dieci e finisce negli anni Trenta del secolo scorso, fa sì che si crei una frattura completa, all’interno della teoria economica, tra due paradigmi: il paradigma macroeconomico, che effettivamente mantiene dei legami col liberalismo classico, e la microeconomia, che ritorna a un programma di analisi neowalrasiano, in cui il liberalismo si connota come liberalismo di mercato. Quarto punto: qual è la base analitica per questa distinzione tra il liberalismo classico, che si crea una riserva indiana nel secondo dopoguerra dentro la macroeconomia, e il liberalismo di mercato, che invece si crea la sua area forte nella microeconomia? Alessandro De Nicola ha colto bene il punto – in modo molto provocatorio e dal mio punto di vista assolutamente non condivisibile – quando ha rivendicato il fatto che la società altro non è che un’interazione fra individui fondata sull’individualismo metodologico. In questa concezione il mercato è un meccanismo, e in quanto tale è l’unico principio ordinatore della società. Questo non è il liberalismo classico di Schumpeter, di Keynes, dello Sraffa del 1925, dello stesso Hayek, che concepiscono il mercato come un ordine e un’istituzione complessa. Non è neanche la tesi del maestro di Friedman, Simon, che in un saggio degli anni Trenta afferma la necessità che il mercato sia affiancato da altri principi ordinatori. Il problema è decidere tra il singolare e il plurale, tra una prospettiva da «ideologi» – che prevede un unico principio ordinatore fondato su un meccanismo – e una visione che ritiene necessaria una molteplicità di principi ordinatori di una società complessa fondata su istituzioni. Questo è il vero elemento di rottura tra liberalismo classico e liberalismo di mercato.
Ma la storia non si conclude qui, perché negli anni Settanta un gruppo di giovani economisti (oggi insigniti del premio Nobel) riesce a riunificare le due branche della teoria economica, così da far di nuovo dialogare nell’ambito di un unico paradigma metodologico macro- e microeconomia, attraverso le cosiddette «microfondazioni della macroeconomia». Queste microfondazioni, però, sono a senso unico, sono cioè fondate sull’individualismo metodologico e su una concezione metodologica, il programma di ricerca neowalrasiano, rispondente di nuovo all’idea che il mercato sia un meccanismo e che sia l’unico principio ordinatore della società. Questo è liberismo, non liberalismo, ed è quanto di più lontano dalla tradizione austriaca, che si libera dell’individualismo metodologico di Menger e che, attraverso Schumpeter e Hayek, guadagna una visione molto più articolata, dialoga, seppure con polemiche, anche dure, con la tradizione anglosassone di Keynes e dello stesso Sraffa e declina al plurale i principi ordinatori della società. Naturalmente questo quinto punto va qualificato dicendo che postulare tanti principi ordinatori significa che si può andare incontro a combinazioni che stridono, a interazioni complesse: ognuna di queste istituzioni può fallire, ma, proprio perché sono plurali, il loro fallimento non implica che fallisca la società. In quanto complesse, le società hanno dei meccanismi di riassorbimento delle tensioni che evitano che il declino divenga crollo, che garantiscono meccanismi di funzionamento non centrifughi i quali cercano di ritrovare con fatica degli equilibri momentanei.
Sesto punto. Gli economisti italiani che abbracciano tesi progressiste sono più vicini al liberalismo classico o al liberalismo di mercato, che in Italia chiamiamo in modo un po’ peculiare «liberismo»? Sarebbe semplicistico trattare questo gruppo di economisti come un tutto unico. Pur nelle grandi sfumature, ci sono alcuni che tendono a vedere il mercato come meccanismo e unico principio regolatore della società, e altri, à la Tabellini e Zingales, che hanno una visione più articolata e cercano quantomeno di gettare ponti verso il liberalismo classico. Le società hanno tanti principi ordinatori, e l’interazione tra questi principi non sempre è ben oliata, anzi può dar luogo a contraddizioni, che nel caso dell’Italia sono particolarmente acute: l’istituzione mercato ha un ruolo molto marginale e le istituzioni intermedie – che, in un’ottica alla Williamson, potrebbero rafforzare il mercato – sono invece catturate dalle distorsioni dello Stato. Questo è il Paese delle rendite e delle posizioni di rendite, che sono pervasive, che rappresentano quanto di più interclassista, intergenerazionale e inter-gruppi sociali esista. Se questo è vero, è dura non essere liberali classici in questo Paese, perché, anche se pensiamo che esistano tanti principi ordinatori, si tratta comunque di riequilibrarli. Se è vero che non sarebbe auspicabile vivere in una società senza intervento dello Stato, è anche vero che in Italia questo intervento è eccessivo e troppo discorsivo. Rispondendo a Gianfranco Pasquino: per poter superare queste distorsioni, dobbiamo incominciare a slegare, sapendo però che, proprio perché la società è un organismo complesso, retto da una molteplicità di principi ordinatori, dopo che si è slegato occorre rilegare, ma rilegare in modo meno discorsivo. Se potessi concludere con una frase ad effetto: qual è la differenza tra Nicola Rossi e Alessandro De Nicola, da una parte, e Lapo Berti e me, dall’altra? È che loro pensano solo a slegare, noi invece pensiamo che si debba slegare prima, ma avendo già in mente che poi bisognerà rilegare, in qualche modo.
GIANFRANCO PASQUINO Sull’aspetto slegare-legare, ho due osservazioni. La prima è un interrogativo: le liberalizzazioni servivano davvero a compiere la prima fase dello slegare, e hanno avuto un senso nel contesto italiano? In secondo luogo, ricordo che uno di coloro che vengono considerati grandi liberali, il sociologo tedesco naturalizzato inglese Dahrendorf, sottolineava sempre la necessità di legare, di mettere insieme individui: quello che nella politica italiana si chiama coesione sociale.
ALESSANDRO DE NICOLA Rispetto alle liberalizzazioni, occorre precisare che ve ne sono di vere e di false. In Italia sotto un unico cappello, la cosiddetta «lenzuolata» delle liberalizzazioni, sono stati avallati interventi intrusivi dello Stato, con l’approvazione di norme inesistenti nel resto del mondo e in realtà svantaggiose per i consumatori: si pensi al divieto per gli agenti di assicurazione di essere mono-mandatari, ad esempio, o alle norme in materia di schede telefoniche e costi dei conti correnti, alle farmacie, alla separazione di Snam Rete Gas dall’Eni, alla farsa della liberalizzazione dei notai. In Italia le liberalizzazioni non ci sono state, o meglio, ci sono stati solo dei tentativi in alcuni settori specifici (mercato elettrico, acqua), quasi sempre obbligati dall’Europa.
Quanto alla coesione sociale: un conto è dire – come gli esponenti di quello che Marcello Messori chiama «market liberalism» – che il mercato è l’unico meccanismo regolatore della società; altro conto è dire, come io penso e come credo pensino anche i più grandi liberali italiani citati nel paper (a tal proposito rilevo l’omissione di una mente lucida come quella di Alessandro Penati), che il mercato è il più efficiente allocatore di risorse, il meccanismo che nella società crea più opportunità e che riesce meglio di altri meccanismi non solo a creare ricchezza ma, paradossalmente, anche a ridurre le disuguaglianze. Contrapposto al mercato non c’è un mondo ideale, retto da una redistribuzione illuminata delle risorse a favore dei più svantaggiati: c’è il capitalismo clientelare, che assegna le risorse ai gruppi organizzati più influenti, che fa investimenti laddove è elettoralmente più conveniente, e che non solo distorce l’allocazione delle risorse, ma per di più distrugge ricchezza, attraverso l’apparato burocratico e la redistribuzione di risorse sulla base di criteri inefficienti. Il liberalismo classico nasce dagli scozzesi, dal quartetto Mandeville-Ferguson-Hume-Smith, filosofi morali che ragionano in termini di empatia, reputazione, moralità dei comportamenti. Per questi teorici il mercato è un produttore di moralità, nel senso dell’honeste vivere. Il mercato, cioè, non è l’unico paradigma, ma è un meccanismo efficiente, che si basa sulla legge, quella legge che in qualche modo si crea dall’interazione tra gli individui. La prima legge del mercato, infatti, è pacta sunt servanda. Si tratta di quelle leggi generali che non hanno bisogno di regolamentazione minuziosa e che generano moralità di comportamenti, reputazione, che aiutano l’empatia, che aiutano a considerare ogni individuo come avente valore in se stesso.
Se il problema finale è la presenza della povertà, che il meccanismo di mercato non protegge a sufficienza, allora va rilevato che qualsiasi liberale è perfettamente consapevole della necessità di prendersi cura di individui diversi: i bambini, i vecchi, gli infermi, coloro che per motivi di vario genere non sono individui razionali agenti sul mercato. Per di più, al di là della teoria c’è la politica: se, ad esempio, si è d’accordo che è efficiente, per le stesse istituzioni di mercato, riqualificare i lavoratori che perdono il lavoro e assisterli in quel lavoro di riqualificazione, piuttosto che assistere le imprese decotte, questa è politica, e politica sana, nella quale ovviamente ci sono i try and error, ma che non è assimilabile in alcun modo alla Weltanschauung per cui il mercato è l’unico principio ordinatore. Il mercato è il miglior allocatore di risorse e il più grande generatore di moralità, che vive grazie a delle leggi, generali e astratte, che un giusnaturalista potrebbe chiamare «naturali». Non ci sarebbe una comunità senza la legge, quasi naturale, «pacta sunt servanda». Il resto è politica, che è una categoria dello spirito diversa dalla filosofia e anche dall’economia.
DIBATTITO
Negli interventi del pubblico vengono proposti quesiti e osservazioni su diversi versanti. Si rimarca (Corrado Ocone) la necessità di guadagnare una visione dialettica del liberalismo, in grado di restituire la reale complessità del rapporto tra Stato/comunità e individuo. Si sottolinea come non esista una ricetta, valida sempre e comunque, per governare l’economia e la società. Né lo statalismo né il liberismo rappresentano una simile soluzione. Il liberalismo, allora, si configura proprio come un’aderenza alla complessità della vita, visione, questa, riscontrabile in pensatori quali Croce, Berlin, Aron, Tocqueville, tutti fautori di una concezione dialettica, «compressa» dei problemi della società e dell’economia. Altre questioni riguardano: l’abbattimento di rendite e privilegi; il carattere etico sotteso all’interrogativo che fa da titolo alla tavola rotonda («È liberale il liberismo?»), dunque il problema dello Stato sociale e dell’esistenza di individui deboli che necessitano di protezione; la possibilità di creare nuova ricchezza, nell’attuale economia di mercato, attraverso la redistribuzione e la spesa pubblica; il ruolo della tecnologia nella speculazione finanziaria, la necessità di riconfigurare il ragionamento sui mercati alla luce dell’accelerazione dei tempi dettata dallo sviluppo scientifico nel quadro del mondo globalizzato. Stefano semplici articola alcune considerazioni su La teoria dei sentimenti morali, ricordando che per Adam Smith il mercato non produce la morale, ma, tutto all’opposto, diversi tipi di morale producono diversi tipi di mercato: l’uomo hobbesiano produrrà un mercato nel quale vale almeno il principio del pacta sunt servanda, l’uomo utilitarista produrrà un mercato nel quale le relazioni con gli altri sono limitate a un rapporto strumentale, posta la divisione del lavoro, per la massimizzazione del proprio beneficio e della propria funzione di utilità, mentre quella società nella quale gli individui sono legati tra loro da relazioni calde, di amicizia e di fiducia reciproca, sarà non solo più felice, ma anche più prospera. In essa si costruirà un mercato che è diverso, perché diversa è la morale di che viene posta alla base, non viceversa. Questa è, secondo Semplici, la premessa per provare a recuperare da un altro lato, anche filosofico ma non solamente filosofico, la tesi «poliarchica» di Marcello Messori, per la quale il mercato è sempre il risultato di una politica e della combinazione con istituzioni intermedie.
ALESSANDRO DE NICOLA Per quello che riguarda l’aspetto redistributivo e il welfare, non penso che la spesa pubblica e la redistribuzione producano maggiore ricchezza, al contrario. Gli Stati che hanno meno spesa pubblica sono più ricchi: Hong Kong, la Svizzera, Singapore. La Svezia, un Paese molto ricco negli anni Sessanta-Settanta del Novecento, col ventennio socialista è precipitata al sedicesimo posto,  e negli ultimi vent’anni ha ricominciato a crescere avendo ridotto la spesa pubblica del 18%. Vengo brevemente ad Adam Smith. Il pilastro della sua filosofia morale è l’empatia, la relazione: il naturale sentimento dell’uomo è quello di essere accettato dagli altri. Questo sentimento si combina felicemente col sistema di mercato, perché se l’uomo ha bisogno di cooperare con gli altri, lo scambio e il libero mercato vengono facilitati. Non conta stabilire se venga prima l’uovo o la gallina, se sia l’istituzione mercato ad aiutare la reputazione, o se sia la naturale propensione degli uomini a ricercare reputazione ed empatia a facilitare il mercato. Ciò che conta è che i due elementi procedono di pari passo. La tecnologia, inoltre, è un dato di base, che può essere utilizzato in bene o in male sia dagli attori privati che dallo Stato. In ogni caso, è comunque più pericolosa la tecnologia che può utilizzare lo Stato, introducendosi nella nostra privacy o gettando la bomba atomica. Parliamo invece di un fenomeno circoscritto, l’high frequency trading. È un fenomeno che crea danni nella misura in cui viola le leggi generali. Anch’esso può essere regolato applicando le norme che presidiano le leggi di mercato: non dare falsa rappresentazione di quello che si fa, non turbare, coalizzandosi con altri, il mercato. Certo, non è un fenomeno facilmente controllabile, proprio in virtù della tecnologia. Da questo punto di vista però, penso che non sia giusto far sì che tutti abbiano il mitra, come per gli americani libertari, perché sarà pure una compressione della libertà individuale il fatto di non poterlo possedere, ma in caso contrario aumenterebbero senz’altro i pericoli. Infine, come si possono fermare le lobby italiane? È una domanda molto complessa. Sicuramente i vari economisti che sono stati citati, come Zingales, mostrano di avere una fede fin troppo forte nell’Antitrust; fatto salvo questo, esistono meccanismi istituzionali e di mercato che se introdotti potrebbero aiutare a ridurre le rendite di posizione, derivanti dal capitalismo assistito/clientelare e dal corporativismo della società italiana. Il più grande svantaggio di queste rendite, peraltro, risiede nella loro capacità di attirare e sprecare le più grandi intelligenze del Paese.
LAPO BERTI Il mercato raccontato De Nicola, quello che si coniuga coi sentimenti morali di Smith, è un ideale a cui approssimarsi asintoticamente, ma che quasi non esiste nella realtà. Il mercato è, teoricamente, un potentissimo meccanismo, forse l’unico in grado di far funzionare l’economia della nostra civiltà, ma – lo denuncia Zingales nel libro che ho già citato – persino negli Stati Uniti, che ci siamo sempre raffigurati come il luogo in cui il capitalismo si è sviluppato nella maniera più libera e più conforme al modello, sono in atto processi degenerativi che lo stanno portando in un’altra direzione. Stranamente nessuno ha menzionato la crisi di quei mercati finanziari che la dottrina liberista, negli ultimi trent’anni, ci ha presentato come il non plus ultra, come i mercati che funzionano al meglio perché sono in grado di raccogliere tutta l’informazione possibile. Ciò non significa che non funzioni il modello di quei mercati, ma che essi all’atto pratico pongono problemi molto seri. Per risolverli, l’economia non può procedere in maniera autopoietica, ma deve far riferimento a un sistema di istituzioni plurali.
MARCELLO MESSORI Mi limito a toccare tre punti. Il primo è volto ad aderire totalmente alla tesi esposta da Stefano Semplici, apparentemente molto filosofica ma rilevante anche per un economista. La ricchezza delle nazioni di Adam Smith non fonda la società sull’interazione degli individui. Questa è un’invenzione di un interprete che nel 1960 scrive un libro, per cui prende il premio Nobel, in cui legge in realtà solo le prime pagine di Smith, sostenendo che la costituzione sociale è data dall’interazione tra gli individui come atomi. Il secondo punto ha a che fare con la tecnologia e con l’informazione tecnologica. Lapo Berti ricordava che proprio la tecnologia è stata alla base della crisi finanziaria. Questa osservazione mi sembra l’esempio migliore del fatto che i mercati non funzionano in base all’interazione tra individui. La teoria dei mercati efficienti, che presiede al funzionamento perfetto dei mercati finanziari, cade proprio sul fatto che assume in partenza gli individui come atomi. Oggi i mercati finanziari sono dominati da transazioni di trust, che costituiscono dei monopoli temporanei ma pur sempre dei monopoli, e richiedono regolamentazione. La politica, in questo senso, non è separata dal funzionamento del mercato, ma i due elementi devono interagire continuamente, in modi molto complessi e anche contraddittori. Sotto questo profilo, non saprei determinare quale sia il modo di uscire dalle rendite e dai privilegi dell’Italia. Non bisogna scegliere tra Stato e mercato, ma trattarli come istituzioni cui si affiancano numerose istituzioni intermedie in continua interazione. Tuttavia, mentre fino a poco tempo fa pensavamo che le istituzioni intermedie potessero facilitare i rapporti complessi tra principi ordinatori, il fatto che la crisi finanziaria sia stata anche un fallimento della regolamentazione ci ha tolto qualche illusione. Ma credo, nonostante ciò, che l’errore massimo dei liberisti italiani sia quello di criticare le istituzioni intermedie: senza istituzioni intermedie la società collassa e restano due polarità, Stato e mercato, entrambe caratterizzate da clamorosi fallimenti.

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