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IL LIBERALISMO E GLI ECONOMISTI ITALIANI (Estratto  da Paradoxa 1/2012 )


Lapo Berti, Marcello Messori

Fra le lingue più diffuse nel mondo, quella italiana è la sola a contemplare la distinzione fra «liberalismo» e «liberismo». Per esempio, l’Enciclopedia Treccani definisce il primo termine come un «movimento di pensiero e di azione politica, che riconosce all’individuo un valore autonomo e tende a limitare l’azione statale in base a una costante distinzione di pubblico e di privato», e il secondo termine come un «sistema imperniato sulla libertà del mercato, in cui lo Stato si limita a garantire con norme giuridiche la libertà economica e a provvedere soltanto ai bisogni della collettività che non possono essere soddisfatti per iniziativa dei singoli […]».

Questa duplice definizione, che identifica il liberalismo con una concezione filosofico-politica e riserva al liberismo il campo dell’economia, non è un semplice curiosum. Al di là degli intenti che l’hanno generata, essa testimonia di quella separazione meccanica fra liberalismo politico e liberalismo economico che sta alla base della riflessione dei liberali italiani e che ha agevolato il travisamento della dottrina liberale classica da parte dei nostri economisti (cfr. sotto, parr. 5 e 6). A sua volta, tale separazione è stata innescata dall’assenza in Italia di un’esperienza politicamente significativa di liberalismo, in grado di mostrare che le varie dimensioni dell’idea liberale non ammettono rigide partizioni disciplinari perché si riportano tutte al principio della libertà e dei diritti individuali nell’ambito della società.
Non è dato di determinare il preciso momento, in cui la distinzione fra liberalismo e liberismo si è formata in Italia. È certo però che si tratta di una distinzione antica: già negli anni Venti del secolo XIX si discuteva di liberismo. Ci riferiamo, in particolare, al dibattito che si svolse sulle pagine della «Antologia» di Vieusseux e del «Giornale agrario toscano» (cfr. N. Iannello, Liberisti, liberali, liberal, libertari..., «Biblioteca della libertà», vol. XXXI, gen.-feb., n. 133, 1996, pp. 59-60). È invece abbastanza chiaro il contesto politico-economico e culturale, in cui questa distinzione si è trasformata in una vera e propria scissione.
Tale contesto va ricercato nel confronto, esploso a cavallo della Inchiesta industriale (1870-’74), fra i sostenitori di un moderato protezionismo e i fautori estremi del libero scambio e dell’inerzia statale. I primi, che riunivano gran parte del mondo industriale e vari accademici (innanzitutto, i cosiddetti «socialisti della cattedra»), trovarono udienza non solo negli esponenti della «Sinistra storica» ma anche in esponenti della «Destra storica». Inoltre, la loro posizione fu rafforzata dall’affermarsi di un orientamento più statalistico, alimentato dalla diffusione dello hegelismo e – in particolare – dell’idea dello Stato etico. Fatto è che l’incidenza della spesa pubblica italiana rispetto al Pil si mantenne al di sopra di quella degli altri Paesi europei (esclusa la Germania) fin dalla metà degli anni Sessanta del secolo XIX. Ciò scatenò la reazione di alcuni economisti di radicale fede liberale; al riguardo, una delle testimonianze più significative è offerta da uno scritto del maggiore degli economisti liberisti del nostro Risorgimento, significativamente intitolato Il germanesimo economico in Italia (cfr. Ferrara 1874; ora in Opere complete, vol. X, Bancaria Editrice, Roma 1972). Tuttavia questa opposizione non impedì all’Italia di varare, fra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta del secolo XIX, provvedimenti protezionistici condivisi da esponenti liberali moderati.
In Italia la nozione di liberismo, incentrata sul laissez-faire e sul free trade, nasce dunque come reazione a un orientamento liberale più moderato che è sensibile alla influenza culturale e politica dello statalismo e che è, per ciò, accusato di tradire l’imperativo della libertà economica assoluta. Detto in altri termini, il liberismo delle origini è una manifestazione dell’orientamento liberale nel campo dell’economia, che si oppone alle contaminazioni accettate dal liberalismo. In Italia esso si è riprodotto e rafforzato nel corso del tempo anche in opposizione alla persistente e crescente presenza di interventi statali che – fin dai primi decenni dell’unificazione – si sono intrecciati con la corruzione, con la difesa dei privilegi, con forme diffuse di rendita e di parassitismo, con l’utilizzo inefficiente delle risorse. È così che il liberismo nasce con le stigmate del contrasto all’intervento dello Stato nell’economia, che è quasi sempre dipinto come distorsivo.
Il dibattito, che coinvolse Benedetto Croce e Luigi Einaudi tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta del secolo XX (cfr. B. Croce e L. Einaudi, Liberismo e liberalismo, Ricciardi, Napoli 1957; cfr. anche A. Zanfarino, Liberalismo e liberismo. Il confronto Croce-Einaudi, «Studi e note di economia», 2, 1996), fornisce una conferma – almeno parziale – delle considerazioni fin qui svolte. In apparenza, tale dibattito si presenta come una disputa fra i due più autorevoli esponenti del liberalismo italiano; di fatto, esso è anche la manifestazione dell’opposizione fra il liberismo e un liberalismo contaminato da altre influenze culturali. Croce difende una concezione della libertà che ha poco da spartire con la tradizione liberale di matrice anglosassone ed è largamente influenzata dallo hegelismo. Einaudi assume invece una ferma posizione in favore della libertà economica, definita come una componente del liberalismo che è irrinunciabile e che non è riducibile a mera ancella dello Stato etico; in questo modo, egli afferma un concetto di liberismo che sembra contrapporsi a qualsiasi forma di statalismo.
Come emerge con maggiore chiarezza in altri scritti (cfr. per es.: L. Einaudi, Prediche inutili, Einaudi, Torino 1969), la posizione di Einaudi è però più articolata. Di fatto, il suo liberismo è in sostanziale sintonia con quella versione internazionale del liberalismo che, pur ponendo l’enfasi sulla libertà economica e sul mercato come presupposto di tutte le libertà, non implica l’esclusione di un ruolo attivo da parte dello Stato. Lo Stato diventa, anzi, essenziale al fine di definire le regole e le garanzie che rendono possibile l’operare del mercato. Se ne deve quindi concludere che, superate le punte polemiche dell’origine, il liberismo degli economisti abbia finito per confluire nella grande tradizione del liberalismo?
 
2. Il liberalismo economico
Per rispondere all’interrogativo, con cui si è chiuso il precedente paragrafo, è opportuno spostare lo sguardo sul dibattito economico internazionale – grosso modo – coevo al confronto fra Croce ed Einaudi. Anche sotto la pressione degli eventi scatenati dalle crisi del 1908 e del 1929, fra gli anni Dieci e gli anni Trenta del secolo XX si affermò un discorso liberale che, pur sulla base di apparati analitici eterogenei, è approdato a una visione dell’economia capitalistica e del mercato irriducibile sia all’impostazione walrasiana sia alla tradizione marginalista. Schumpeter, Keynes e Hayek sono i tre pilastri di tale koinè liberale. Essi potrebbero però essere affiancati, sul versante britannico, da Robertson; sul versante tedesco, dai fondatori dell’ordoliberalismo Eucken e Böhm; sul versante statunitense, da Knight e dall’ormai dimenticato Simons (cfr. A Positive Program for Laissez-Faire. Some Proposals for a Free Society, «Public Policy Pamphlet» n. 15, University of Chicago Press, Chicago 1934).
Il caso di Simons, maestro di Friedman all’Università di Chicago, è di particolare interesse ai fini della nostra analisi (cfr. anche L. Berti, Il mercato oltre le ideologie, Università Bocconi Editore, Milano 2006). Come indica lo stesso titolo, il lavoro di questo autore fa esplicito riferimento al laissez-faire; eppure, esso delinea anche un progetto economico che oggi sarebbe etichettabile come socialdemocratico. Secondo Simons (ivi, p. 95) il laissez-faire implica infatti che lo Stato, lungi dall’assumere una posizione di «inerzia» rispetto a un mercato capace di autoregolarsi, deve «garantire quel contesto giuridico e istituzionale, nel quale la concorrenza può efficacemente funzionare come agenzia di controllo». Per giunta, sebbene il mercato svolga la funzione essenziale di fissare i prezzi relativi dei beni e dei servizi prodotti, lo Stato è chiamato ad assumere a tale riguardo «gravi responsabilità e ampie funzioni di “controllo”: il mantenimento di condizioni concorrenziali nell’industria; il controllo della circolazione monetaria […]; la definizione dell’istituto della proprietà [...]; per non parlare delle molteplici attività che promuovono il benessere sociale» (ibid.). Infine Simons si spinge fino a stigmatizzare che i governi non siano ancora riusciti a «mitigare la disuguaglianza attraverso opportune pratiche fiscali [...] e un’opportuna definizione dell’istituto della proprietà», per concluderne che «il cosiddetto fallimento del capitalismo (del sistema basato sulla libera impresa, della concorrenza) può essere essenzialmente interpretato come un fallimento dello Stato politico nell’assolvere le sue responsabilità minime in un regime capitalista» (ibid.).
A nostro avviso, questo scritto «minore» di Simons riveste grande interesse perché espone con efficacia i tratti caratteristici del liberalismo economico dei primi settant’anni del Novecento (d’ora in poi, denominato liberalismo classico) e perché disegna, così, la «frontiera» del liberalismo democratico e riformatore. È però altrettanto interessante ricordare che, quasi cinquant’anni dopo (1981), i più qualificati esponenti della «scuola di Chicago» (da Ronald Coase a George Stigler, da Milton Friedman a Harold Demsetz) si sono posti il problema se Simons potesse essere considerato un vero liberale; e hanno dato una risposta negativa (cfr. E.W. Kitch, The fire of truth: a remembrance of law and economics at Chicago, 1932-1970, «Journal of Law and Economics», vol. XXVI, 1983).
Tale risposta fa emergere, in modo emblematico, lo slittamento della concezione di liberalismo intervenuta nell’ultimo quarantennio. Il liberalismo classico, ossia quello degli anni dell’«Alta teoria» (cfr. Shackle), mirava ad assicurare l’efficienza nel funzionamento delle economie capitalistiche mediante il mercato, ma era consapevole dei limiti di questo stesso mercato ed era preoccupato dell’impatto sociale del suo funzionamento; pertanto esso concepiva il mercato non come un meccanismo, dotato di perfetta autoregolazione e capace di fungere da unico principio ordinatore della società, ma come un’istituzione complessa da regolare e integrare e – se del caso – da correggere. Dall’inizio degli anni Settanta del secolo scorso, il ritorno della teoria economica al programma di ricerca walrasiano e all’impostazione macroeconomica tradizionale ha invece spinto il liberalismo economico ad adottare una concezione del mercato come meccanismo efficiente ed efficace di allocazione delle risorse e come principio sufficiente di organizzazione sociale. In questa nuova prospettiva, il funzionamento del mercato non richiede regolazioni esterne e confina il ruolo dello Stato nell’economia a compiti residuali: la tutela dei diritti individuali (in primis, quelli di proprietà), la rimozione di interferenze estranee ai rapporti di mercato, il controllo di effetti sociali indesiderati.
Le considerazioni fin qui svolte bastano a fornire una prima, anche se parziale, risposta all’interrogativo formulato al termine del precedente paragrafo: una volta superate le punte polemiche dell’origine, il liberismo italiano ha saputo confluire nella grande tradizione del liberalismo classico? A giudicare dalle analisi del nostro Paese proposte dagli attuali esponenti del liberismo italiano (Alesina, Giavazzi, Perotti e altri), si è tentati di affermare che così non è stato: l’anomalia italiana, caratterizzata dalla separazione del liberismo dalla tradizione economica liberale degli anni dell’«Alta teoria», si è riprodotta fino a oggi. Va però considerato che, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, tale anomalia si è saldata con la già accennata svolta del liberalismo economico anglosassone. In un’ottica un po’ semplificatrice, si potrebbe addirittura sostenere che il vecchio liberismo della tradizione italiana abbia ispirato il liberalismo economico degli ultimi quarant’anni e ispiri l’attuale liberismo degli economisti italiani (cfr. sotto, parr. 5 e 6).
Nei prossimi paragrafi sarà opportuno specificare la portata di questi cambiamenti per mezzo di un più sistematico richiamo dei tratti comuni al liberalismo classico e di un rapido esame delle ragioni di crisi del keynesismo. Per apprezzare l’attuale liberismo degli economisti italiani, sarà poi utile saldare la nostra tradizione di inefficienze e di corruzione negli interventi statali e la connessa distinzione fra liberismo e liberalismo con l’evoluzione del liberalismo economico a livello internazionale.
 
3. Cenni sugli anni dell’«Alta teoria»
Gran parte – se non la totalità – degli economisti, che hanno contribuito agli anni della «Alta teoria», ha rifiutato la concezione del mercato come un meccanismo in grado di determinare – in ogni istante – quella struttura dei prezzi che assicura l’equilibrio in tutti gli scambi e l’efficienza del sistema economico. Come si è già accennato, essa ha inteso il mercato come un’istituzione complessa che svolge un ruolo insostituibile nel sistema economico, ma che non può fungere da esclusivo principio ordinatore della società.
Trattare il mercato come un’istituzione implica, innanzitutto, che il suo operare non assicura un equilibrio istantaneo e un corrispondente prezzo unico in ciascun mercato; questa istituzione può anzi fallire nello specifico compito di assicurare un’allocazione «Pareto-efficiente» delle risorse e dei beni e servizi prodotti mediante la fissazione dei loro prezzi relativi, portando a risultati inattesi e indesiderati. Quando si prospettano condizioni per il «fallimento» del mercato, è necessario fare ricorso a svariate forme di regolamentazione che devono includere la tutela della concorrenza, anche se non possono esaurirsi in essa. In secondo luogo, se il mercato è un’istituzione, esso è il risultato di una costruzione sociale che cancella i rapporti immediati di dipendenza personale (schiavitù, servitù) e fissa regole note e condivise di scambio, gettando le basi per un’interazione sociale libera anche se condizionata dall’ineguaglianza delle posizioni di partenza; in altri termini, il mercato come istituzione serve a «slegare» gli individui da rapporti precostituiti e «chiusi», ma anche a tessere nuovi «legami» sociali. Va infine notato che tali legami non esauriscono la trama di una società complessa; il mercato deve interagire con altre istituzioni economiche ed extra-economiche che, diversamente da quanto pensano gli economisti liberisti, non ne ostacolano l’efficiente funzionamento ma ne sono il necessario completamento. Il risultato è che i nostri sistemi economici si fondano sulle interazioni fra mercato, altre istituzioni intermedie e Stato; e che il compito delle scienze sociali – inclusa la teoria economica – consiste nell’esaminare, regolamentare e controllare lo svolgersi di queste interazioni.
La grande tradizione del liberalismo classico novecentesco non si è sottratta a tali compiti. Bastino, al riguardo, tre esempi.
Economisti come Knight e Schumpeter sono stati ben consapevoli del fatto che la ricerca della massimizzazione del profitto sta alla base sia della formazione dei mercati e della concorrenza, sia della tensione verso posizioni di monopolio. Al riguardo, Knight afferma che la concorrenza è la migliore scuola per il monopolio, perché nulla come la dura esperienza della compressione concorrenziale di prezzi e profitti spinge i manager e gli imprenditori ad apprezzare i benefici del monopolio. D’altro canto Schumpeter sottolinea che la realizzazione delle innovazioni, prima di scatenare il processo concorrenziale di «distruzione creatrice» fra le nuove e le vecchie imprese, assicura agli imprenditori una posizione temporanea di monopolio e il relativo profitto; pertanto, le imprese innovatrici sono spinte ad assumere dimensioni sempre più grandi al fine di trasformare il monopolio temporaneo in un monopolio permanente. Secondo Schumpeter, ciò porta però all’inaridirsi dei processi innovativi, al «fallimento» del mercato e alla decomposizione della stessa economia capitalistica. Pertanto il mantenimento di un ordine economico, basato su mercati concorrenziali, non è un risultato spontaneo ma richiede interventi di regolamentazione e di correzione.
I limiti di funzionamento dei mercati sono ben presenti anche a economisti come Sraffa e Keynes. L’analisi della «concorrenza monopolistica», proposta dal primo nel 1926, si basa sull’interazione fra impresa e fattori esterni all’impresa e sfocia in una segmentazione di ciascun mercato e nella determinazione di una molteplicità di prezzi per uno stesso bene o servizio prodotto. L’insistenza sul ruolo, svolto dalle aspettative dei detentori di ricchezza e dagli animal spirit degli imprenditori, serve invece al Keynes della General Theory per mostrare che anche i mercati di concorrenza perfetta possono sfociare in un utilizzo inadeguato delle risorse disponibili (equilibri con disoccupazione involontaria).
La complessità e i limiti del mercato sono riconosciuti persino da un economista come Hayek che, nel linguaggio di questo scritto, può fungere da ponte fra l’impostazione liberale classica e il nuovo liberismo economico. Hayek intende il mercato come un ordine che si costituisce in maniera spontanea, mediante l’interazione fra gli individui, ma che ha bisogno di integrarsi con altre specifiche forme organizzative per funzionare e riprodursi in modo ottimale. Secondo Hayek così come secondo i già citati esponenti dell’ordoliberalismo, l’ordine del mercato non va sottoposto a interventi specifici e puntuali da parte di organizzazioni esterne (tipicamente lo Stato), perché si tratterebbe di un’«interferenza»; esso deve, però, poggiare su una cornice istituzionale. Nelle parole dell’autore (Marktwirtschaft und Wirtschaftspolitik, 1953; ora in Gesammelte Schriften, A6, Mohr Siebeck, Tübingen 2001; e Strukturpolitik und Wettbewerbswirtschaft, «Die Aussprache», vol. 9, 1959), «Il funzionamento di un’economia “libera” presuppone ed esige ben precise attività dello Stato», purché tali attività si limitino a «creare le condizioni in cui si produce da sé un ordine benefico». Hayek (1953) si è spinto ad affermare che «nessun economista stimato ha mai difeso seriamente il principio del laissez-faire in senso letterale». Più o meno negli stessi anni, Einaudi (ora in 1969) scriveva che «nessuno dei grandi classici è mai stato “liberista” nel significato caricaturale dei denigratori […]; ognuno di essi dava allo Stato [...] compiti economici, quelli che i tempi richiedevano».
Pur non avendo mai fatto parte della «scuola di Friburgo», Hayek è stato un autorevole collaboratore della rivista «Ordo», pubblicata dagli ordoliberali tedeschi. Non è quindi sorprendente che i padri ordoliberali della Soziale Marktwirtschaft (l’Economia sociale di mercato) siano pervenuti a conclusioni analoghe a quelle appena richiamate. Essi hanno insistito sulla necessità di dare ampio spazio alla concorrenza, così da conseguire la massima efficienza e da porre un freno al potere economico in mani private; ma essi hanno anche riconosciuto che lo Stato è chiamato a svolgere un ruolo essenziale per assicurare il contesto istituzionale più favorevole alla costruzione e al mantenimento di un regime concorrenziale.
 
4. Il nuovo liberalismo economico
Queste diverse forme di liberalismo classico sono state prevalenti anche nel keynesismo della «sintesi neoclassica», che ha plasmato la macroeconomia e ha dettato la politica economica del secondo dopoguerra fino all’inizio degli anni Settanta, e nel monetarismo di Friedman, che pure si è a lungo proposto come alternativa al keynesismo della «sintesi neoclassica». Sarebbe però un errore concluderne che, in quegli anni, il liberismo di origine lessicale italiana sia stato espunto dalla teoria economica. Va invece riconosciuto che in quel trentennio è prevalsa, per usare la terminologia del precedente paragrafo, una concezione del mercato come istituzione in ambito macroeconomico e una concezione del mercato come meccanismo nel campo di una teoria microeconomica, che era segnata dal programma walrasiano di ricerca e che era separata dal mondo della macroeconomia.
Qui non è opportuno entrare nei dettagli analitici né del compromesso macroeconomico fra «sintesi neoclassica» e monetarismo di Friedman, maturato verso la fine degli anni Sessanta, né dei progressi compiuti dalla teoria dell’equilibrio economico generale fra la fine degli anni Cinquanta e la fine degli anni Sessanta. Basti ricordare che tali progressi nel campo della microeconomia hanno fatto emergere le insuperabili incoerenze degli schemi macroeconomici, stretti fra l’assunto tradizionale dei comportamenti razionali degli attori individuali e gli arbitrari – anche se realistici – vincoli da essi posti agli aggiustamenti di prezzo e al connesso operare dei mercati. La «nuova macroeconomia classica» di Lucas e di Sargent ha, pertanto, avuto buon gioco nell’imporre più cogenti standard di coerenza logica agli schemi macroeconomici. Questi standard hanno portato alle microfondazioni della macroeconomia sui principi del modello walrasiano di equilibrio economico generale. Rispetto alla storia della teoria economica, ciò ha permesso di unificare le basi della micro- e della macro-economia che hanno, così, cessato di essere campi teorici separati; rispetto all’ideologia, ciò si è accompagnato all’avvento delle politiche di Reagan negli Stati Uniti e della Thatcher nel Regno Unito che sono poi sfociate nell’era della «Great moderation»; rispetto ai problemi qui in esame, ciò ha segnato il trionfo dell’individualismo metodologico e – quindi – della concezione del mercato come meccanismo anziché come istituzione complessa da regolamentare e da combinare con l’intervento statale.
L’affermarsi del nuovo liberalismo economico (market liberalism) rispetto al liberalismo classico degli anni Trenta nella teoria e nelle opzioni di politica economica può essere, quindi, ricondotto al progressivo imporsi della macroeconomia classica all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso. Sul terreno della teoria e della policy, tale concezione è risultata egemone fra la seconda metà degli anni Settanta e lo scoppio della crisi finanziaria (maggio 2007). Diversamente da quanto si poteva auspicare una quindicina di anni fa (cfr. per es.: Messori, Introduzione, in La nuova economia keynesiana, a cura di M. Messori, il Mulino, Bologna 1996), i tentativi keynesiani di costruire modelli macroeconomici fondati su una microeconomia non-walrasiana e di far emergere – in forme analiticamente più rigorose – i possibili «fallimenti» del mercato non hanno minato il dominio della nuova macroeconomia classica e dei suoi sviluppi. Anzi, fra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Duemila, il più noto filone della nuova macroeconomia keynesiana, incentrato sul tentativo di spiegare le «rigidità» keynesiane all’interno del modello analitico anziché per mezzo di assunti (per definizione, esogeni), è stato assorbito nell’impostazione standard del mercato come meccanismo.
Gli attuali economisti liberisti italiani, che hanno un’ottima collocazione a livello internazionale e che godono di una forte influenza accademica e pubblicistica nel nostro Paese, traggono in genere ispirazione teorica dalla recente sintesi fra le versioni moderne della nuova macroeconomia classica e la nuova economia keynesiana basata su rigidità endogene. Essi concepiscono, quindi, il mercato come un meccanismo. Fra i più noti esponenti del gruppo si possono, qui, ricordare: Alesina, Giavazzi, Bisin, Boldrin e Perotti. Anche a seguito delle loro differenze generazionali, questi cinque economisti hanno una formazione teorica diversa. Giavazzi, che ha studiato al MIT di Cambridge (Ma.) dove tiene da vari anni un corso di insegnamento, può essere annoverato fra gli esponenti di quel filone della nuova economia keynesiana poi confluito nella nuova sintesi macroeconomica della «Great moderation». Alesina, che insegna a Harvard ed è quindi un dirimpettaio del MIT, ha invece lavorato a lungo nel campo della political economy. Perotti, Boldrin e Bisin, che pure non andrebbero raggruppati entro i confini di un’unica impostazione, appaiono più direttamente segnati dalle versioni recenti della nuova macroeconomia classica.
Non tutti gli economisti liberali italiani, che hanno avuto o tuttora hanno una rilevante posizione internazionale, si sono allineati alla nuova sintesi macroeconomica e hanno abbracciato il liberismo. Per esempio: le recenti posizioni, assunte da Tabellini (ossia dal rettore dell’Università Bocconi) riguardo alla gestione della crisi europea del debito sovrano, e la difesa del Sarbanes-Oxley Act, effettuata qualche anno fa da Zingales (Università di Chicago), dimostrano che alcuni dei più noti fra i nostri economisti difendono tuttora una concezione del mercato come istituzione o, almeno, cercano di rendere compatibile tale concezione con la rappresentazione dei meccanismi di mercato.
 
5. L’anomalia italiana
Qui non è possibile dar conto della storia e delle posizioni individuali di ciascuno di questi nostri economisti. È invece possibile e interessante sottolineare un tratto che li accomuna: molti di loro non mostrano alcuna esitazione a iscriversi fra i seguaci di una ideologia progressista, talora anche molto esplicita ed estrema.
Tale è il caso degli economisti italiani che hanno fondato e animano il blog NoiseFromAmerika e che lavorano, in larga maggioranza, negli Stati Uniti. Oltre ai citati Alberto Bisin (New York University) e a Michele Boldrin (Washington University, St Louis), si possono ricordare: Sandro Brusco (State University of New York - Stony Brook), Andrea Moro (Vanderbilt University) e Aldo Rustichini (University of Minnesota); fa parte del gruppo anche Giulio Zanella (Università di Bologna). Non di rado questo gruppo ha combinato posizioni di estremo liberismo con un lessico politico da «sinistra» radicale. Basti riferirsi al libro dal titolo un po’ scanzonato, Tremonti. Istruzioni per il disuso (L’Ancora del Mediterraneo, Napoli 2011), che NoiseFromAmerika ha di recente pubblicato in forma collettiva. Con molta verve polemica il libro sottopone a una dura critica la politica economica del passato governo di centro-destra, ricondotta alle scelte del ministro dell’Economia Tremonti, mediante il ricorso a principi teorici di base e condivisi dalla maggioranza degli economisti ma anche – e soprattutto – mediante l’utilizzo di strumenti propri al liberismo. In ogni caso, il tono e l’impostazione del libro si connotano come una critica «da sinistra» della teoria e della politica economica di Berlusconi e del suo ministro dell’Economia.
Anche Alesina e Giavazzi si premurano di argomentare che «il liberismo è di sinistra», come recita il titolo di un loro libro pubblicato poco prima dello scoppio della crisi finanziaria (cfr. A. Alesina e F. Giavazzi, Il liberismo è di sinistra, Il Saggiatore, Milano 2007). Dato l’oggetto del nostro articolo, ciò che più colpisce è la scelta da parte dei due autori di utilizzare il termine «liberismo» senza porsi – almeno in modo esplicito – il problema dei rapporti fra liberismo e liberalismo. Anzi, il messaggio centrale del libro consiste proprio nello «scandalo» di sostenere che i capisaldi del liberismo dovrebbero essere la parte preminente di qualsiasi agenda di uno schieramento politico progressista: dalla liberalizzazione dei mercati dei servizi alla flessibilizzazione del mercato del lavoro, dall’esaltazione della meritocrazia a una drastica riduzione della spesa pubblica (cfr. anche: F. Giavazzi, Lobby d’Italia. L’Italia dei monopoli, delle corporazioni e dei privilegi. Di giornalisti, farmacisti, professori, banchieri, notai... Le storture di un Paese bloccato, Rizzoli, Milano 2005). I due autori sembrano così dare per scontato che il liberismo sia sinonimo di liberalismo e che, di conseguenza, il mercato possa essere ricondotto a meccanismo efficiente di allocazione delle risorse e a principio ordinatore della società. La loro ripetuta critica a molte delle istituzioni intermedie di governo dell’economia, che connotano le società complesse, ne fa emergere l’opzione di fondo: affidare al mercato la soluzione dei problemi economici della società.
L’esperienza storica delle crisi economiche e dei connessi fallimenti del mercato non ha spinto Alesina e Giavazzi ad articolare la loro posizione. Nel libro e in molti altri loro interventi successivi (a due o a quattro mani), i due autori hanno considerato l’opzione liberista così generalizzabile e auto-evidente da richiedere una mera applicazione al caso considerato anziché una specifica argomentazione a sostegno. Essi non hanno neppure ammesso che la dura esperienza della crisi finanziaria e della successiva crisi «reale», che hanno avuto carattere globale e che oggi hanno la forma di crisi del debito sovrano nell’area dell’euro, abbia «falsificato» tale opzione. Dapprima essi hanno minimizzato la portata della crisi, considerandola «chiusa» con il salvataggio di Bear Stearns (marzo 2008); poi, hanno spiegato il tracollo dei mercati finanziari e il declino europeo con gli errori della politica statunitense e della politica dei Paesi dell’Unione monetaria europea (cfr. A. Alesina e F. Giavazzi, Goodbye Europa. Cronache di un declino economico e politico, Rizzoli, Milano 2008; e La crisi. Può la politica salvare il mondo?, Il Saggiatore, Milano 2008); infine, non hanno compreso il devastante impatto che avrebbe prodotto la forzata uscita dal mercato di Lehman Brothers (settembre 2008).
Oggi non è plausibile dare per acquisito che i meccanismi di mercato siano in grado di organizzare l’attività economica meglio di qualsiasi combinazione fra il mercato e le altre istituzioni economiche e assumere – come corollario – che la regolamentazione si possa ridurre alla rimozione di ogni vincolo e alla tutela della concorrenza da parte dell’antitrust. Inoltre, fermo restando il rispetto della concorrenza, le negative prospettive dello sviluppo economico impongono di ridare centralità agli interventi di politica economica. Infine, soprattutto gli effetti della crescita «drogata» degli anni Duemila e delle conseguenti crisi pongono in primo piano i problemi delle diseguaglianze sociali e la necessità di una redistribuzione dei redditi.
Anche a quest’ultimo proposito, Alesina e Giavazzi non deflettono dalla loro opzione liberista. Essi sottovalutano la pressante esigenza di una redistribuzione dei redditi, indulgendo un po’ all’ideologia del trickle-down (l’incremento di benessere dei «ricchi» «sgocciolerà» anche sui poveri). Sarebbe ingeneroso affermare che i due autori in esame non riconoscano che le diseguaglianze sono, oggi, così accentuate da costituire un grave problema. Alesina e Giavazzi preferiscono però ricondurre le diseguaglianze alla povertà (assoluta e relativa), considerata come il vero male sociale. Essi sembrano, così, aderire a quanto affermò – ante litteram – J.F. Kennedy: «la marea solleva tutte le barche», grandi o piccole che siano; e tanto basta per sconfiggere la miseria, anche se lascia in piedi un po’ di disuguaglianza. Tale scelta spinge Alesina e Giavazzi a esaminare i problemi di redistribuzione del reddito «dal basso», ossia a partire dalle distorsioni del mercato del lavoro e dalla necessità di drastici interventi contro i lavoratori «protetti»; e a trascurare la necessità di redistribuzione del reddito dall’alto, ossia a partire dal funzionamento perverso dei mercati finanziari e dalla necessità di una più severa e omogenea regolamentazione (cfr. Alesina-Giavazzi 2007, pp. 23-25). Di qui la scelta dei due autori di porre, al vertice delle cose da fare, la liberalizzazione del mercato del lavoro.
Resta il fatto che, come il gruppo di NoiseFromAmerika e come altri economisti liberisti qui non menzionati, Alesina e Giavazzi ritengono di essere iscritti a pieno titolo – proprio in quanto «liberisti» – nel campo progressista. A ben vedere, non si tratta di un’assoluta novità. Quasi un secolo fa un liberale un po’ anomalo, ossia Piero Gobetti (La rivoluzione liberale, Einaudi, Torino 1964, p. 35), prospettava la possibilità di un «nuovo liberismo» che si incontrasse con la «rivoluzione operaia», rappresentata ai suoi occhi dal movimento di occupazione delle fabbriche, al fine di sconfiggere «lo spirito dilettantesco e parassitario dell’industrialismo italiano». Per giunta molti degli economisti, che negli anni passati hanno funto da consiglieri dei governi di centro-destra, e lo stesso Ministro dell’economia Tremonti o il Ministro del welfare Sacconi hanno perseguito un disegno molto corporativistico dell’economia e hanno mostrato una forte propensione agli interventi statali.
 
6. Ma è davvero un’anomalia?
La spiegazione di questo apparente paradosso italiano va ricercata nelle incrostazioni di rendite e di connessi privilegi, grandi e piccoli, che caratterizzano il nostro Paese e che sono emblematicamente rappresentati dalla presenza di servizi protetti e arretrati e dall’eccessivo peso di attività non di mercato. L’incidenza delle rendite, che fra i primi anni Settanta e i primi anni Novanta del secolo scorso è stata gestita mediante ripetute svalutazioni competitive della lira italiana e generose erogazioni di spesa pubblica a favore delle imprese e delle famiglie, ha spinto verso la difesa acritica del mercato quanti miravano al cambiamento e all’apertura della nostra società. Il liberalismo classico e il liberismo hanno, così, percorso un tratto di strada in comune. Pur con tutti i limiti derivanti dalla carenza di adeguate liberalizzazioni, i processi di privatizzazione degli anni Novanta hanno infatti contribuito ad aprire l’economia e la società italiane. Ciò spiega perché la critica liberista alle degenerazioni e agli eccessi dello statalismo si sia presentata in Italia, diversamente da quanto accaduto in Paesi anglosassoni, come una raccomandazione di policy «di sinistra» anziché conservatrice.
La stagnazione italiana del periodo 2001-’07 e le successive crisi internazionali hanno, però, scavato un solco fra liberalismo classico e liberismo. Come si è sopra detto, il primo era costretto al margine nel dibattito teorico; e gli eccessi del liberismo hanno impedito una più matura riflessione sulle condizioni, sui processi e sulle politiche che avrebbero potuto realizzare la piena transizione del sistema economico italiano da un regime corporativo a un regime aperto e competitivo.
Le policy, disegnate dai nostri economisti liberisti, possono apparire efficaci su un piano teorico. Esse denunciano, però, un vizio di astrattezza che ne impedisce la declinazione concreta specie in una fase di crisi: una sistematica sottovalutazione dei vincoli politici e sociali da rispettare o da aggirare affinché, in un regime democratico, si possano aprire mercati che sono «bloccati» da tempo immemorabile. Questi «blocchi» derivano da norme e regole, scritte e non scritte, che – proprio per ciò – sono rette da vischiosi veti incrociati. Diversamente da quanto pensano i nostri economisti liberisti, in Italia l’affermazione di rapporti di mercato non è perciò un’operazione semplice che passa per una minore regolamentazione e per il superamento della concertazione e delle relative istituzioni intermedie. Per forzare i veti incrociati e le connesse rendite, è necessario combinare il mercato proprio con quelle istituzioni intermedie messe all’indice dai liberisti. Come stanno dimostrando le recenti iniziative per la crescita del governo Monti (gennaio 2011), ciò vale – in particolare – per i problemi sociali indotti dal cambiamento e dalle liberalizzazioni.
Per riassumere: gli economisti liberisti italiani sottovalutano le difficoltà politiche, sociali e anche culturali indotte dall’introduzione della concorrenza e del cambiamento in un regime economico, che è stato troppo a lungo dominato da coalizioni di interessi aventi il solo scopo di mantenere lo status quo; inoltre, essi non sembrano comprendere che nessun regime di mercato può reggere senza un’opportuna «manutenzione» da parte di organi dedicati al perseguimento di un interesse pubblico. Noi pensiamo invece che la «lotta alle rendite» debba poggiare su una concezione del mercato come istituzione. In Italia, il problema non è tanto o soltanto quello di tutelare la concorrenza in mercati già ben funzionanti. Spesso si tratta di aprire un mercato incrostato da rendite, di costruire il consenso sociale e politico necessario per poterlo fare, di assorbire l’impatto socio-economico che tale apertura comporta. Il problema diventa, cioè, la «costruzione sociale» del mercato che deve poggiare su un’efficace interazione fra il costituendo mercato aperto e altre istituzioni intermedie, non solo economiche. In quest’ottica, liberalizzare un mercato significa ri-regolamentarlo al fine di disegnare nuovi assetti non solo economici ma anche sociali e istituzionali.
 
7. Un problema invece di una conclusione
Le ultime considerazioni chiudono il cerchio del nostro ragionamento, che ha preso le mosse dalla peculiare distinzione della lingua italiana fra liberalismo e liberismo. Il liberismo rimane imprigionato entro un’ideologia del mercato come «meccanismo» e della concorrenza come forza indipendente dai comportamenti degli attori economici; e ciò impedisce di disegnare strategie efficaci per l’abbattimento delle rendite e dei privilegi. Ne deriva la necessità di un ritorno al liberalismo classico. Tale conclusione apre, tuttavia, a un nuovo e complesso interrogativo: il recupero del liberalismo degli anni dell’«Alta teoria» è compatibile con la progressiva integrazione dei mercati internazionali (spesso impropriamente denominata «globalizzazione») e con la connessa crisi dello Stato nazione?
Qui non possiamo che evocare un problema tanto complesso. Certo è che, se il mercato come istituzione è chiamato a interagire con altre istituzioni intermedie e se i fini di queste istituzioni sono eterogenei, l’economia internazionale appare sprovvista o insufficientemente dotata di quella intelaiatura istituzionale che invece si ritrova a livello di singoli Paesi o di specifiche aree economiche. La crescente interazione e integrazione fra sistemi economici nazionali e fra aree economiche locali pone il problema di come creare un assetto che sia in grado di trasformare anche i mercati globali in istituzioni.
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