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LA MORTE COME APERTURA DI SENSO. THE BUCKET LIST DI ROB REINER (2007) (Estratto da Paradoxa 3/2011)


Pavel Rebernik

Edward Perriman Cole è morto in maggio
Era domenica, di pomeriggio e nel cielo non c’era una nuvola
È difficile capire il valore della vita di una persona
C’è chi dice che viene misurato da quelli che gli sopravvivono
Qualcuno crede che si possa misurare nella fede
Qualcuno dice nell’amore
Altri dicono che la vita non ha proprio senso
Io? Io penso che uno misura se stesso in base 
alle persone che si sono misurate su di lui

Con queste parole si apre il film di Rob Reiner, The Bucket List («La lista del capolinea» o «La lista in vista della fine», reso in italiano con «Non è mai troppo tardi»). Repentinamente e senza mezzi termini esse pongono al centro dell’attenzione l’invito a cogliere l’attualità e la necessità di una riflessione su ciò che costituisce il problema filosofico per eccellenza: l’esistenza dell’uomo e la sua vibrante domanda di senso. Il tema della morte, che dona ritmo al film, consente a sua volta di articolare la domanda in tre direzioni: 1) ricerca di senso: nel mondo, nell’uomo, in Dio; 2) assenza di senso: ateismo; 3) morte di senso: nihilismo. Le parole di apertura sono quelle del narratore, uno dei due protagonisti di cui al momento non si conosce ancora l’identità. Fanno da sfondo alle prime immagini che scorrono sullo schermo: ritraggono vette sublimi e inospitali, meravigliose e terribili insieme, che sovrastano le nuvole e sembrano fondersi con il cielo. Bruscamente, proprio mentre il narratore pone a se stesso la domanda e si dà una risposta, l’inquadratura abbandona le alture e si sposta in basso: la punta di un nordic stick si immerge nella neve, seguita da uno scarpone chiodato. È uno scalatore che, immerso in quella natura austera ed enigmatica, faticosamente e in completa solitudine tenta di avvicinarsi alla cima di una maestosa montagna himalayana: la salita è irta, la neve e il ghiaccio inaggirabili, il sole alto in un cielo terso, e tutto intorno il silenzio – rotto solo dal sibilo del vento – avvolge e accompagna colui che sfida la montagna, se stesso e tutto quanto è. Solo alla fine del film si scoprirà che lo scalatore non è nessuno dei due protagonisti – ma l’assistente di Edward – , e che la voce che narra la storia di Edward Cole è la voce di Carter, morto circa venti anni prima di lui. Il fenomeno del “religioso” prorompe nella sua problematicità: non se ne conosce la provenienza né la natura essenziale; viene piuttosto indicato come possibilità di senso, una possibilità di interpretare, e quindi di comprendere, se stesso in relazione al mondo, agli altri, al divino. Esistenza e domanda di senso si intrecciano così con l’altro problema cruciale del pensiero filosofico: il rapporto tra essere e apparire, tra essere e sue manifestazioni. Infatti, se all’inizio e per gran parte del film possiamo dire: «sembra, ma non è» o almeno «non tutto ciò che sembra, è», alla fine possiamo o forse dobbiamo rovesciare il detto in: «è, ma non sembra» o «non tutto ciò che è, sembra».

In quanto segue intendo ripercorrere alcuni passaggi del film per evidenziarne qualche tratto degno di nota e offrirne una chiave di lettura.
1. Quotidianità, malattia, esperienza dialettica
La quotidianità in cui i due personaggi protagonisti – un ricco imprenditore di successo, Edward Cole, e un modesto meccanico di automobili, Carter – vivono la propria esistenza, scorre apparentemente senza intoppi. Sono entrambi sulla sessantina, ma tra loro profondamente diversi per estrazione sociale, storia personale, esperienze vissute, interessi e aspettative per il futuro, sensibilità nelle relazioni umane, approccio alla vita. Ciascuno, dal proprio punto di vista, è pervicacemente immerso nel proprio lavoro, ma cerca, come può e come sa, di rendere ogni giornata meno ordinaria e piatta profondendo costante dedizione nei confronti delle proprie autentiche passioni. Da una parte, infatti, il ricchissimo e arrogante Edward, proprietario di numerosi ospedali e industrie, elude le dure questioni esistenziali che lo riguardano più da vicino – quattro matrimoni finiti male alle spalle e una figlia che, suo malgrado, non vede né sente da anni – impegnandosi in ciò che più gli piace e gli riesce: far soldi; per questo, sceglie di trascorrere il suo tempo prospettandosi sempre nuovi obiettivi economico-finanziari da inseguire e da realizzare – il più delle volte sfruttando le debolezze altrui – e addolcisce il tutto sorseggiando, ostentatamente, un rarissimo e molto costoso caffè prodotto a Sumatra, il Kopi Luwak, di cui non manca di esaltare in pubblico sapore e profumo. Dall’altra parte, l’umile e flemmatico Carter, ama il caffè solubile; da quarantacinque anni svolge, con competenza e serietà, la professione di meccanico; dai tempi dell’università – che quasi subito dovette lasciare proprio per assumere quel lavoro, appena scoprì che stava diventando padre prima di quanto avrebbe desiderato – la sua passione era e rimane la storia; con la storia si cimenta giornalmente sia mentre lavora (rispondendo a domande a tranello che gli rivolgono i colleghi) sia quando è a casa (anticipando le risposte di quiz televisivi); anch’egli, però, è immerso in una quotidianità sempre uguale a se stessa e si rifugia nella conoscenza della storia (degli altri) evitando di guardare in faccia i propri problemi che, da qualche tempo ormai, lo allontanano dalla moglie e da tutto ciò che una volta aveva avuto senso per lui.
In questa fase dei loro percorsi personali, i due vivono senza porsi intenzionalmente troppe domande, “come se” tutto fosse sempre così come sembra, “come se” tutto potesse continuare a sembrare così come era. Ma la realtà, spietatamente, irrompe nelle loro esistenze manifestando una eccedenza di essere che squarcia la rassicurante rappresentazione che della realtà si erano fatti: improvvisamente Edward e Carter si ritrovano compagni di stanza in uno degli ospedali di cui Edward è proprietario, scoprono di soffrire di un cancro maligno, e vengono sottoposti ad operazioni chirurgiche e ad invasive cure chemioterapiche che stravolgono l’ordine e la linearità  delle loro esistenze.
È, questo, l’inizio di una esperienza decisiva che ciascuno dei due personalmente fa: di un modo essenzialmente nuovo di fare esperienza. Posso tradurre questo significativo scarto ermeneutico come il passaggio da una esistenza in terza persona ad una esistenza in prima persona; come il porsi, anzi l’imporsi della domanda di senso a partire da (e dall’interno di) colui che domanda, colui che, facendo esperienza di una “estraneità” irriducibile, ricerca il senso del proprio essere in relazione a sé e all’altro da sé, per ritornare, infine, in sé in maniera nuova. L’esistenza si coniuga, da una parte, con la mia malattia in quanto impossibilità di essere ancora ciò che sono sempre stato, dall’altra, con la morte in quanto mia possibilità di non essere più. Tutte le esperienze del passato, che fino ad allora avevano offerto una valida base per i miei progetti futuri, non si inseriscono più nelle mie aspettative; piuttosto, l’accadere di ciò che esperisco disattende il risultato sperato. Mutuando una espressione hegeliana, anche se con delle riserve che avrò cura di segnalare, penso sia appropriato interpretare questa fase del film servendomi del concetto di esperienza dialettica, con tutte le sue implicazioni: «Questo movimento dialettico che la coscienza esercita in lei stessa, – e nel suo sapere e nel suo oggetto, – in quanto gliene sorge il nuovo vero oggetto, è propriamente ciò che dicesi esperienza» (G.W.F Hegel, Fenomenologia dello spirito, La Nuova Italia, Firenze 1973, vol. 1, p. 76). L’esperienza è qui pensata come uno “scetticismo in atto”, un movimento dialettico la cui struttura comporta un “rovesciamento della coscienza”. L’oggetto di cui la coscienza fa esperienza, pur essendo l’oggetto in sé – la malattia, la possibilità della morte – può essere saputo non in sé, ma solo in quanto si presenta alla e per la coscienza, nella misura in cui, cioè, la coscienza esperisce l’in sé dell’oggetto come in sé “per la coscienza” stessa (hegelianamente, l’in sé “per noi”). L’esperienza dialettica è una “esperienza negativa”. La sua negatività consiste nel manifestare che tutto ciò che finora si riteneva di sapere, non regge più, collassa. In questo senso, fare esperienza è possibile sempre, ma sempre una volta soltanto: ogni esperienza si afferma nella sua unicità e insostituibilità come qualcosa di nuovo e inaspettato; come questa irripetibile esperienza della “nullità”. È qualcosa di doloroso che lascia percepire, nella sua tragicità, la finitezza umana. L’alterità esperita, il cancro, afferma sé come negazione di tutto ciò che essa non è. In tal modo si pone facendo appello alla coscienza in vista di un suo riconoscimento. Pur essendo la negazione determinata, l’esperienza della coscienza investe e trasforma per intero tutto il suo sapere e l’oggetto del sapere, e per ciò stesso trasforma per intero la coscienza che, passando da uno stadio all’altro, dal vecchio oggetto saputo a questo «nuovo vero oggetto», ritorna su se stessa: riconosce sé in ciò che è estraneo, altro da sé. «Il principio dell’esperienza implica la determinazione infinitamente importante secondo cui, per accettare e considerare vero un contenuto, è necessario che l’uomo stesso sia presso di esso: vale a dire, in termini più precisi: è necessario che l’uomo trovi tale contenuto in accordo e unione con la certezza di se stesso» (G.W.F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, Rusconi, Milano 1996, p. 105). Chi fa esperienza acquista così un nuovo orizzonte di senso all’interno del quale soltanto può aprirsi, ora, a ciò che potrà diventare oggetto di nuove esperienze per lui.
La riserva a cui facevo riferimento emerge da sé. Nel pensiero hegeliano la dialettica dell’esperienza deve condurre, per sua stessa essenza, al compimento dell’esperienza; al suo superamento nella “scienza” in quanto perfetta identità di coscienza e oggetto; al suo risolversi nel “sapere assoluto”. Viceversa, per Edward e Carter l’esperienza non si chiude in un sapere. Neanche in una forma superiore di sapere o che abbia la pretesa di essere tale. Piuttosto, la dialettica dell’esperienza – nel suo ambivalente carattere di genitivo soggettivo e oggettivo insieme – produce, essa stessa, una apertura alla nuova esperienza che è ancora da venire; una apertura, non arginabile e ancor meno controllabile da alcun sapere, che appartiene all’essenza storica dell’uomo come “compito” a cui nessuno può sottrarsi; una breccia di senso impalpabile e indefinibile nel cui orizzonte può porsi o affiorare ogni senso possibile.
2. Ricerca di senso e irruzione della morte come possibilità
La narrazione subisce una accelerazione nel momento in cui i due personaggi, reduci dai cicli di chemioterapia previsti, attendono i risultati delle nuove analisi effettuate. Anche adesso i loro atteggiamenti sono profondamente diversi. Edward, ateo per abitudine oltre che per convinzione, guarda con apparente interesse e rumoroso entusiasmo una partita di baseball in TV: non si risparmia urla e consigli ai giocatori, quasi a voler dire, a se stesso, a Carter e al mondo intero, che il suo collaudato delirio di onnipotenza, anche ora che è in un letto di ospedale, è in grado di oltrepassare lo schermo, di giungere fino a quel campo. Carter, invece, credente per convinzione oltre che per abitudine, è in silenzio; infastidito dalla chiassosa esuberanza di Edward sceglie di non partecipare a quel teatrino: si posiziona delle cuffie sulle orecchie – evitando intenzionalmente di rispondere alle pressanti domande del suo compagno di stanza curioso di sapere cosa stesse scrivendo – mentre con una penna nera continua ad appuntare, su un foglio a righe giallo, The Bucket List. È, quello che sta facendo, un esercizio di auto-proiezione nel futuro. Una anticipazione della fine. Consiste nell’indicare tutto ciò che avrebbe voluto fare prima della morte. Quarantacinque anni fa, durante quell’unico anno di università, il suo professore di filosofia aveva assegnato ai suoi studenti il compito di redigere The Bucket List. Lo scopo era, allora, di far capire, tra il serio e il faceto, cosa fosse davvero importante e dotato di senso nelle esistenze di quei giovani inesperti. Oggi la stessa domanda di senso si ripropone, ma non nel medesimo modo. Lungi dall’essere una esercitazione mossa da una richiesta estrinseca, essa si impone a Carter a partire dalla profondità della sua esistenza, intrinsecamente alla dialettica del suo esperire. Non di desideri da realizzare si tratta, ora. Piuttosto, di senso da trovare.
All’improvviso si apre la porta della stanza ed il medico personale di Edward entra con una cartellina in mano, frapponendosi tra il suo paziente e la TV: «Edward, ho i risultati […] Sei mesi, un anno se va bene». La stanza sprofonda in un silenzio sordo. Carter si toglie le cuffie e si volta verso Edward, che in un istante è diventato ai suoi occhi del tutto “umano” e fragile. Il medico, non senza nascondere un certo imbarazzo, accenna ad una ulteriore terapia sperimentale a cui il paziente potrebbe sottoporsi, ma viene subito interrotto da Edward: «Dottore, mi blocca la vista»; mentre continua a fissare lo schermo, con un movimento della mano lo esorta ad allontanarsi dalla TV, e poi: «Carter, hai qualcosa da domandare al dottore?». Il primo gesto di autentica solidarietà del ricco signor Cole, proprietario di quell’ospedale e padrone delle sue regole, nei confronti del povero meccanico di automobili è tutto in questa semplice domanda. Lo spesso muro di “ciò che sembra” – le enormi differenze che dividono e allontanano i due protagonisti – mostra le prime ineluttabili crepe a vantaggio di “ciò che è”. Mai, infatti, era entrato o entrerà in scena il medico di Carter per informarlo sul suo stato; tutt’al più si farà avanti una infermiera, a sottolineare che l’abisso tra i due uomini, che pur soffrono dello stesso male, è e non può che rimanere evidente per tutto il film. Ora, però, il medico di Edward sta diventando, almeno per una volta, lo stesso di Carter, e proprio nel momento in cui, su richiesta di quest’ultimo, deve comunicargli il suo stato, o forse il suo destino. La rappresentazione della realtà – la “giostra” della quotidianità che vede assegnato a ciascuno un ruolo definito, evitando di vagliare la fondatezza del principio che presiede e governa il suo movimento incessante – manifesta una lacerazione: la domanda di Edward, nel suo sorgere, non rispetta le maglie del sistema di riferimento; piuttosto presuppone, proprio come condizione di possibilità del suo porsi, un “senso di essere” che si impone di per sé, travalicando i ruoli che donano un “senso ordinario” agli attori. L’esperienza dialettica che attraversa la sua esistenza ha carne e sangue e colloca Edward e la sua domanda in un nuovo orizzonte di senso che non può risolversi in un fenomeno visibile ai più.
In attesa che il medico torni in camera con il responso, Carter cerca Edward, prima con lo sguardo, poi chiamandolo più volte per nome. Edward, attonito e irretito, guarda in alto, ma trova il soffitto. Si gira quindi sul fianco destro, dando le spalle alla voce di Carter, ed il suo sguardo è vitreo, senza speranza. Di nuovo la porta si apre ed è la cartella clinica di Carter che il medico ha in mano, ora. Questi rimane fermo ai piedi del letto, in piedi lui stesso, quasi intenda confermare che le geometrie che vengono disegnate in quella stanza abbiano la funzione di mantenere la “distanza di sicurezza” tra sé e ciò che sta per rivelare: «Sei mesi, un anno al massimo. Le opzioni terapeutiche sono azzerate». Carter non dice nulla. Non guarda verso l’alto. Non cerca il soffitto. China la testa verso il basso: con la mano destra strappa il foglio giallo dal quaderno, lo accartoccia e lo getta a terra. Si volta verso destra e trova, questa volta, lo sguardo di Edward pronto ad accoglierlo.
Il loro silenzio dura vari secondi. L’inquadratura rimbalza ripetutamente dal volto dell’uno a quello dell’altro, tracciando un arco che lega due esistenze tanto radicalmente diverse ad un unico destino. La comunione di sguardi tradisce pensieri non pronunciati, eppure quasi udibili. Da una parte sembrano dire: è stato impossibile morire, finora, mentre giorno dopo giorno abbiamo continuato a vivere e a lasciarci vivere “come se” la morte fosse sempre quella degli altri; è impossibile morire, se la morte è un “concetto” che ci sfiora, e per ciò stesso non ci riguarda mai davvero, una realtà rappresentata, tutt’al più comunicata, come quella che il medico, non senza una sincera partecipazione emotiva, legge nella sua cartella clinica, ma che non gli impedisce di tornare a casa, oggi come ieri, e di continuare a fare ciò che ha sempre fatto; è impossibile morire, se ci si perde nella tranquillizzante sfera pubblica del “si muore”, laddove «questo si è proprio ciò che non muore mai e non può mai morire», un “si muore” in cui «la morte è livellata fin dal principio su una possibilità d’essere che in un certo senso è possibilità di nessuno» (M. Heidegger, Prolegomeni alla storia del concetto di tempo, Il melangolo, Genova 1999, pp. 391-392). Dall’altra parte, però, oggi, quegli stessi sguardi sembrano dire, e per la prima volta: è possibile morire, ora che la morte è la “mia possibilità” d’essere, ora che quella possibilità si rivela come il mio «”io posso morire in ogni istante”»; è possibile morire, oggi, mentre la morte irrompe come determinazione costitutiva del mio essere, come determinazione di ciò che “io sono”; è possibile morire, ora che proprio «io sono questa costante, estrema possibilità di me stesso, possibilità cioè di non essere più» (M. Heidegger, op. cit., p. 389). In quel silenzio eloquente, la domanda di senso sorge e si dispiega al di là delle sue possibili formulazioni, muove dall’interno delle loro esistenze, dalla dialettica delle loro esperienze e si scontra, in questo decisivo momento, con una “nullità” nuova e dolorosa. Niente sembra avere consistenza. Non il sifone per il caffè, l’altisonante Kopi Luwak in bella vista nella stanza, che Edward porta sempre con sé; non i libri di storia né le fotografie di famiglia, che Carter tiene regolarmente sul suo comodino. Il farsi strada di quell’inafferrabile “senso della morte” getta Edward e Carter in una sconfortante “morte di senso”, in un nihilismo paralizzante che fa sprofondare il mondo di ciascuno di loro in un mutismo: Edward, sebbene ateo, volge paradossalmente lo sguardo “verso l’alto” – forse nella speranza, ingiustificata, di scorgere qualcosa che lo aiuti a comprendere, o almeno a sopportare, questo non-senso del suo nuovo stato  – ma niente gli parla: trova soltanto il soffitto che lo getta in un abisso di senso; Carter, seppur credente, non cerca alcun senso sopra di sé – paradossalmente, verrebbe da dire – e il suo sguardo precipita “verso il basso”, su quel foglio giallo che per qualche minuto lo aveva illuso che ci fosse ancora un senso da cercare, o forse da inventare, ma che presto diventa una palla di carta che rotola sul pavimento. Non più un’assenza-di-senso per l’ateo né un Dio-di-senso per il credente sono rinvenibili. Non più appigli né punti di riferimento. Solo morte di senso per entrambi. La domanda di senso, assieme al senso della domanda – che deve essere presupposto affinché la stessa domanda possa sorgere – decreta, ancora una volta paradossalmente, un nihilismo di senso: «Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dètte la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? […] Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla?» (F. Nietzsche, La gaia scienza, Adelphi, Milano 1988, aforisma 125, p. 129).
Ed ecco che, proprio quando sembra che i due stiano «vagando come attraverso un infinito nulla», quel lungo silenzio viene spezzato, questa volta, dalla domanda posta da Carter: «vuoi giocare a carte?»; ed Edward: «ti sei deciso a chiederlo!». Anche la domanda di Carter, ora, come quella di Edward poco prima, palesa la comprensione di un nuovo orizzonte di senso: la consapevolezza tragica della loro condizione finita – il “gioco della vita”, delle cui regole nessuno dei due è padrone. Per un verso, ciò fa sì che tutte le differenze più appariscenti si assottiglino fin quasi ad annullarsi. Non perché cessino di essere differenze, ma perché dinanzi alla morte in quanto mia possibilità per ciascuno, pur non scomparendo, perdono senso nonostante il loro significato. E possono perderlo sempre all’interno di un orizzonte di senso nel quale la stessa morte di senso trova la sua possibilità. Per l’altro verso, la domanda di Carter e la momentanea risposta di Edward, al di là dell’esplicito oggetto della domanda, portano ad espressione un nuovo “slancio” intrinseco alla comune ricerca di senso: mostrano che la morte di senso non è una meta permanente, bensì un necessario traguardo provvisorio di due esistenze che sono a tu per tu con le possibilità più proprie di ciascuna di loro.
3. Il viaggio come articolazione della domanda di senso e possibilità di una risposta
Il foglio giallo accartocciato giace sul pavimento, accanto al letto di Edward. Questi lo prende incuriosito e inizia a leggerlo. Carter lo reclama a gran voce, un po’ perché si vergogna di quella lista così personale e della sua ingenua origine giovanile, un po’ perché crede che, con la morte incombente, quelle proposte di ricerca di senso siano ormai del tutto inutili. Lungi dal concordare con Carter, Edward prende una penna, completa la lista di ciò che è da fare prima della fine e convince l’amico a partire affinché possano realizzarla insieme. Nella lista compare, tra l’altro: vedere qualcosa di veramente maestoso, fare del bene ad un perfetto sconosciuto, ridere fino alle lacrime, dare un’occhiata alla grande piramide di Cheope, praticare il paracadutismo, guidare una Mustang Shelby, farsi tatuare…
È l’inizio del viaggio che li avrebbe condotti attraverso il mondo, ma soprattutto dentro loro stessi, seguendo il dipanarsi di una domanda fondamentale che elabora la ricerca di un senso che non ha ancora un nome e che non è detto che debba averlo. Viaggiare, il porsi in atto dell’esperire, richiede, quale sua condizione di possibilità, la preliminare, concomitante e susseguente “apertura” dello spirito dell’uomo a ciò che è, all’esistenza con tutto ciò che l’esistere comporta, anche e soprattutto il morire. Il morire, più volte nello stesso giorno, nei gesti, negli sguardi, nelle percezioni di ciò di cui sfugge (o non si coglie) il senso, è il divenire consapevoli di non essere padroni del tempo, del futuro, dei nostri progetti. Ma questo morire è anche un rinascere, il dischiudersi di nuovi orizzonti, e proprio in quei gesti, in quegli sguardi, in quelle realtà per le quali nessun nome potrebbe essere adeguato, ed ancor meno esaustivo. È in questa prospettiva che Edward e Carter, con pochi mesi davanti a sé, vivono il loro ultimo viaggio insieme, riflettendo e interrogandosi su ciò che sentono, pensano, comprendono, interpretano. Dopo aver praticato il paracadutismo e guidato automobili sportive, si ritrovano a sorvolare il polo, la sua straordinaria desolazione. Ora sono a tu per tu con se stessi e con il mondo. Ora quella realtà – contrariamente a quanto accaduto nella stanza dell’ospedale –  seppur con linguaggi diversi, inizia a parlare loro, e loro rispondono:
Carter: “È indescrivibilmente bello […] Le stelle, una delle cose riuscite di Dio”. Edward: “Dunque tu credi che sia stato un qualche essere a creare tutto questo”. C: “Tu no?”. E: “Vuoi dire se credo che se alzo lo sguardo al cielo e prometto di fare il bravo il Maestro mi farà passare quello che ho? No!” […] C: “Si chiama fede”. E: “Senti, io le invidio le persone che hanno la fede, solo che a me non riesce a entrare in testa”. C: “Forse a causa della tua testa”. E: “Carter, ne ho fatte centinaia di queste discussioni e tutte le volte si va a cozzare contro lo stesso muro: esiste un grande burattinaio o non esiste? E nessuno mai è riuscito a scavalcarlo, quel muro”. C: “Allora, tu in che cosa credi?”. E: “Io sono contro ogni credenza […] Si vive e si muore. E le ruote della giostra continuano a girare”. C: “E se invece fossi in errore?”. E: “Magari fossi in errore. Se sono in errore, io vinco”. C: “Ma forse non funziona in questo modo”. E: “Non vorrai dirmi che tu sai qualcosa che io non so?”. C: “È solo che ho fede”. E: “Alleluia, fratello e buon pro ti faccia”.
Il precipitare nella morte di senso, che aveva condotto Edward e Carter al punto zero riducendo al minimo le loro differenze, è al contempo il preludio di nuove e divergenti scoperte. Da un lato, il viaggio di Edward mostra come la via d’uscita dal nihilismo possa portare ad una “assenza di senso” («si vive e si muore. E le ruote della giostra continuano a girare»). Il polo, il cielo e tutto ciò che è, sembrano manifestare qualcosa di straordinario, ma di per sé sono e non possono che essere insensati. Anche la fede, coerentemente con questa impostazione, è assenza di senso: “sembra ma non è” («a me non riesce a entrare in testa»). L’unico senso possibile, elaborato nell’alveo della domanda di senso, è quello che vale per me, che parla per me. Edward non smette di chiamare il suo assistente, ed ogni altro membro del suo staff, con un nome che non gli appartiene, ma che lui stesso gli ha assegnato, a conferma del fatto che la realtà, anche quella dell’altro, di ciascun altro, non viene riconosciuta per come è, ma è in quanto da lui nominata, e quindi misurata esclusivamente su di sé. In questa ottica, è possibile anche capovolgere la scommessa di pascaliana memoria, rendendola più attuale ed emblematica («Magari fossi in errore. Se sono in errore, io vinco»). Il viaggio di Edward sembra ricondurlo là dove era prima di entrare in ospedale, un ultimo colpo di coda prima della morte imminente. Dall’altro lato, la solitudine interiore di Carter, il suo prendere le distanze dalla camera di un ospedale, dal suo lavoro, dalla sua famiglia, in una parola, dalla quotidianità di una vita sempre uguale a se stessa, gli consente di aprirsi e mantenersi aperto all’accoglienza di ciò che lo interpella, che si “pro-pone” in vista di un suo riconoscimento: la spontanea freschezza di una realtà in grado di stupirlo, di farlo sentire in pace con se stesso e con gli altri; una realtà nelle cui viscere viaggia esperendo tutto se stesso, nella quale percepisce la rinnovata vicinanza di una Realtà ritrovata. La bellezza delle stelle, la desolazione meravigliosa del polo, “sono più di ciò che sembrano”: gli fanno sentire, ora, la presenza di Dio. Non, però, al modo di una “fede appresa”. Il suo sguardo non ha bisogno di dirigersi “in alto” o “in basso”, non teme di precipitare nuovamente in un foglio giallo da investire di senso. I suoi occhi possono chiudersi, perché il suo cuore rimane aperto. Quel senso che Carter cerca, lo trova dentro di sé, lo esperisce in tutto ciò che fa e in come lo fa. La fede non è per lui il risultato necessario di un rovesciamento della coscienza, non ha a che fare con la perfetta trasparenza di un sapere assoluto; non è nulla che possa “entrare in testa”, né il risultato più conveniente di una scommessa. Infatti, “fare esperienza”, in quanto apertura alla realtà, è un porre e vivere domande. La domanda di Carter non si chiude in un “punto problematico” (un dogma astratto), che della domanda è solo un aspetto parziale. Piuttosto, dischiude un orizzonte in cui ogni ricerca può dispiegarsi. L’apertura della sua domanda si inscrive in quella della propria esperienza e dal suo interno ne esplicita la struttura essenziale. Ogni domanda può essere posta purché abbia un senso. Il senso è la direzione, l’orientamento della domanda. Nel porre una domanda, il domandato viene pertanto dislocato in una prospettiva nella quale una risposta può trovare un senso. Ora, da una parte è la domanda ad avere una priorità sulla risposta. Per poter sorgere, infatti, la domanda deve aver già pre-compreso atematicamente il senso del domandato; deve poter preliminarmente indicare la via e guidare la possibilità di una risposta. Da qui segue che esistere è un esperire tradotto in domanda. D’altra parte, però, poiché è nel senso della domanda che la risposta trova la sua possibilità, e poiché la precomprensione del senso del domandato è preliminare al sorgere della domanda – ne è la condizione di possibilità –, il pensiero che dispiega l’apertura della domanda (e dell’esperienza) non deve già sempre essere una “risposta”? In altre parole, esistere è un continuo “cercare” (domandare) ciò che parzialmente si trova o piuttosto un “trovare” (rispondere) ciò che sempre si cerca? In questa prospettiva ermeneutica, per Carter, la fede emerge in quanto possibilità di risposta, una possibilità che assume, giorno dopo giorno, sempre più senso.
Il viaggio li porta ora sulla grande piramide di Cheope. Dall’alto della piramide Carter dice ad Edward, quasi per continuare il dialogo mai interrotto con se stesso, prima ancora che con il suo compagno: «Gli antichi Egizi avevano una bellissima credenza sulla morte. Quando le anime arrivavano in paradiso gli facevano due domande. A seconda di come rispondevano, venivano ammessi o no […]: 1) hai trovato gioia nella tua vita? 2) la tua vita ha portato gioia agli altri?». Edward accetta la sfida e riconosce la presenza di gioia nella sua vita; confessa, però, anche le ragioni della sua drastica separazione dalla figlia e dell’odio che quest’ultima ha nei suoi confronti. Non accetta il risvolto di senso che lega la prima domanda alla seconda, non si rende conto che la gioia di ciascuno, quindi anche la propria, è essenzialmente correlata a quella di ciascun altro. Continua a misurare il valore di una persona su se stesso. Carter, invece, permane nella domanda e corrobora il senso della sua risposta: la fede non può né deve essere alcunché di astratto che scenda dall’alto; piuttosto deve lasciarsi percepire attraverso le relazioni umane, nella dialettica dell’esperienza e della sua apertura di senso, come una risposta sensata. Quando i due compagni di viaggio capiscono che è tempo di tornare a casa, Carter scopre il paradiso – gioisce della gioia di sua moglie e della sua famiglia nell’averlo di nuovo tra loro – Edward, invece, conosce l’inferno come realtà che “è ma non sembra” – nella sua casa di lusso scopre se stesso avvolto da una assenza di senso che neanche la compagnia del sifone per preparare l’amato Kopi Luwak può aiutarlo a sopportare.
Un “miracolo della medicina” salva Edward che vivrà sino ad ottantun’anni, mentre la morte imminente coglie Carter in sala operatoria, ma non prima di consentirgli di scrivere una lettera al suo amico: «Le nostre vite sono ruscelli che confluiscono tutti nello stesso fiume, verso le cascate, nelle quali, oltre la foschia, si trova il paradiso. Trova la gioia nella tua vita, Edward. […] Chiudi gli occhi e lasciati trasportare dal fiume, fino a casa».
La scena finale riprende quella iniziale, ma amplia l’orizzonte di senso rispetto alla risposta di Carter. Narrata dalla voce di Carter stesso, morto molti anni prima, ritrae lo scalatore – il fedele assistente di Edward – che giunge sulla vetta di una maestosa montagna himalayana. Su quella cima, a contatto con il cielo, questi tira fuori una scatola di caffè solubile che contiene le ceneri di Edward – “convertitosi” al caffè bevuto da Carter, ovvero, fuori metafora, ad una ricerca di senso non paga di una assenza di senso – e la posiziona accanto ad un’altra scatola identica che, da molti anni, ormai, conserva le ceneri di Carter. Lì, tra cielo e terra, la voce di Carter chiosa: «neanche adesso posso dire di capire il valore della sua vita. Però posso dire questo: so che quando è morto i suoi occhi erano chiusi ed il suo cuore era aperto». Edward ha percorso la propria, inderogabile ricerca di senso, che non è la stessa di Carter, ma la direzione, il senso verso cui conduce la sua risposta, pur essendo connotativamente diverso, emerge come denotativamente identico.
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