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PERCHÉ UN FASCICOLO SU QUELLI CHE... LA DEMOCRAZIA  (Estratto da Paradoxa 2/2011)


Dino Cofrancesco

Da almeno vent’anni, nel nostro Paese, la democrazia liberale è sotto processo. I cahiers de doléance che vengono presentati contro di lei si moltiplicano in modo disordinato. ”Promesse non mantenute”, calo di tensione etica, incapacità di fronteggiare le sfide del populismo, appiattimento sulla “società dei consumi”, coltivazione massmediatica dell’incompetenza e del ripiegamento sul particulare, disinteresse per il “bene pubblico”, apatia, antipolitica etc.: questi i capi d’accusa che si leggono sui quotidiani impegnati e nei saggi accademici. Da Platone ad Alexis de Tocqueville, passando per Joseph de Maistre, tornano d’attualità le diagnosi sconsolate, nutrite di diffidenza profonda nei confronti dell’uomo della strada, dell’«uomo qualunque», titolare di una sovranità che spesso verrebbe barattata per il classico piatto di lenticchie. Un tempo la letteratura della crisi era l’espressione più caratteristica della cultura di destra – conservatrice, tradizionalista, reazionaria etc.; oggi è divenuta l’inesauribile campo di riserva di un ampio gruppo di giuristi, di filosofi del diritto e della politica, di storici delle istituzioni, di studiosi dei “miti politici” e delle mentalità collettive, di sociologi delle comunicazioni, di esperti, a vario titolo, del simbolico, che, dinanzi alle degenerazioni del governo del popolo, constatano lo scadimento del “demos” a plebe e auspicano una svolta epocale, che affidi la tutela della libertà e della dignità degli individui non a mutevoli e capricciose maggioranze elettorali ma, sostanzialmente, ai “movimenti sociali” – in un’accezione molto estesa dell’espressione – in grado di recepire i nuovi bisogni, i valori emergenti, gli interessi di sempre più vaste categorie di individui e di tradurli – quando non siano stati ancora iscritti nelle carte costituzionali, com’è avvenuto in non pochi Paesi occidentali, tra i quali il nostro – in norme primarie, negli imperativi categorici della nuova democrazia “sostanziale”. Contro le manipolazioni delle menti, le seduzioni dei demagoghi, l’imbonimento dei crani, si ha in mente un diritto che non si limiti a stabilire i confini della politica – quello che gli eletti dal popolo possono fare senza violare diritti consolidati e radicati nella tradizione e nella ragione collettiva – ma intende guidare e spronare la classe politica (quella rispettabile, beninteso), liberandola dallo scrupolo a superare le barriere vecchie e sorpassate, che gli interessi costituiti pongono alla completa attuazione di una democrazia integrale in marcia verso una cosmopoli sempre più esigente e a portata di mano.

È forse superfluo avvertire che la denuncia del malfunzionamento dei sistemi politici fondati su valori e principi democratici è un leitmotiv che troviamo a destra e a sinistra e che spesso le critiche ai governi e ai Parlamenti sono realistiche e sensate. La rappresentatività (il potere legislativo), l’efficacia dell’azione del governo, il consenso sui fini e sui programmi lasciano molto a desiderare, specialmente in periodi di emergenza economica. La gente si sente poco protetta, destinataria di messaggi pubblicitari vacui e menzogneri, amministrata da uomini incompetenti e irresponsabili. Nei discorsi che si sentono in treno queste lamentele sembrano essere divenute senso comune: la condivisione delle critiche, però, non dura a lungo e quando, dalla diagnosi si passa alla prognosi, ci si accorge che, per quanto riguarda i centri produttori del malessere sociale e i rimedi suggeriti, l’antico adagio latino quot capita, tot sententiae resta sempre valido. Troppa politica? Troppa economia? Troppi consumi? È il declino delle vecchie fedi a ingenerare anomia sociale o una secolarizzazione carente e contraddittoria? Per alcuni, «si stava meglio quando si stava peggio», per altri, a stravolgere i codici della democrazia sono i troppi residui del passato, il potere persistente dell’ancien régime, i conti non fatti, le rivoluzioni interrotte (Risorgimento incompiuto, Resistenza tradita...). A far chiarezza non contribuiscono certo i “chierici”, mai così “traditori” come negli “anni difficili”. Lungi dal porsi al servizio della verità (con la minuscola), gli “intellettuali impegnati” tendono ad adottare stile e linguaggio profetici: come i grandi quotidiani nazionali nei quali il commento fa aggio sul fatto, non spiegano «come stanno le cose» ma ci dicono «come dovrebbero essere»; non ci fanno comprendere per quali ragioni molti italiani votano in un certo modo ma descrivono quanti lo fanno come “biechi egoisti” o come stolti “eterodiretti”; non vedono nella vittoria degli avversari la capacità di cogliere umori, speranze, timori non effimeri – e comunque degni di essere presi in considerazione – ma la spregiudicatezza nel solleticare gli istinti più bassi delle plebi, nel suscitare davanti a una audience psicolabile paure irrazionali e infondate.
In questo modo, mentre si fa opera di “diseducazione nazionale”, si contribuisce concretamente alla sconfitta della propria pars politica. Non solo nelle guerre, tra Stati e tra fazioni politiche (guerre civili), ma anche nel conflitto politico ordinario, infatti, prevale chi comprende i punti di forza dell’avversario, chi ne rispetta i valori anche se gerarchicamente li considera meno rilevanti dei suoi, chi del “nemico” non si fa un’immagine caricaturale ma è consapevole che la forza del vincitore non è “tutta propaganda” e le risorse, con le quali ha ottenuto la vittoria, non sono tutte “materiali” e clientelari.
L’attacco alla democrazia «come essa è» va preso in seria considerazione, anche perché alcune o molte delle disfunzioni che vengono denunciate sono innegabili. Si ha l’impressione, tuttavia, che i rimedi suggeriti sempre più frequentemente siano peggiori dei mali e che, per molti, la guarigione della democrazia consista nel suo trapasso a miglior vita.
È non poco significativo quanto scrive il filosofo politico Alessandro Ferrara nel saggio Governance e governo: la democrazia oltre la scala nazionale (in AA.VV., Democrazia, Parolechiave, 43, Ed. Carocci, Roma 2010): «non c’è nulla di contraddittorio nel pensare come democratica una modalità di coordinamento dell’agire collettivo che prescinda tanto dalla procedura elettorale quanto dalla formazione di maggioranze/minoranze identificate attraverso il voto». La parola magica è “governance”, uno dei tanti neologismi che mascherano, dietro un linguaggio technicality, cose vecchie e tutt’altro che innocue.
Nel contesto postnazionale in cui ci troviamo, spiega Ferrara,
l’idea che democrazia vuol dire che i cittadini sono in ultima analisi autori delle leggi a cui obbediscono va sostituita con l’idea per cui democrazia vuol dire che i cittadini sono in ultima analisi i sottoscrittori, liberi ed eguali, di un patto costituzionale il quale serve a sua volta da standard di legittimità per una produzione legislativa, regolativa e amministrativa la quale può anche seguire canali tecnocratici. Di qui il dualismo: il classico metro della legittimità basata sul consenso dei governati e sull’autorialità del demos si applica solo allo strato alto della legislazione, quello di rango costituzionale, e la legislazione ordinaria viene lasciata disponibile alla attività sia di parlamenti legittimamente orientati da lobby e gruppi di interesse, sia di strutture di governance transnazionali, come pure di altre fonti di normazione. Se trasponiamo questa intuizione al livello di analisi che ci riguarda, otteniamo una prima risposta. Strutture e processi di coordinamento, governance, soft law e l’open method of coordination non rappresentano oneri e minusvalenze per la democrazia, non detraggono dalla democraticità dell’Unione Europea, se e solo se hanno luogo nel quadro di constitutional essentials che, si può ragionevolmente supporre, incontrino il consenso dei cittadini.
L’hegeliana astuzia della ragione celebra, in questo sconcertante stile di pensiero, i suoi trionfi: a eliminare lo scomodo principio della democrazia liberale «un uomo, un voto» non è un regime reazionario o totalitario ma una filosofia che nasce dai lombi della cultura di sinistra e toglie all’uomo della strada (immaturo, eterodiretto etc.) anche quel potere minimo (di voto) che ancora conservava in società semi-sommerse nelle sabbie mobili del pluralismo (dove non contano più gli individui ma le appartenenze). L’«autorialità [ma quante brutte parole nuove!] del demos si applica solo allo strato alto della legislazione, quello di rango costituzionale», rassicura Ferrara ma non ci dice quale arrosto ci sia dietro tanto fumo. Il popolo deve esprimere il suo consenso solo sui principi generali che stanno a fondamento delle costituzioni? Se fosse così, quale interesse concreto potrebbe avere per lui la definizione di diritti e di doveri “astratti”, sui quali ci troviamo tutti d’accordo e se anche mancasse l’accordo (giacché, ad esempio, non tutti vedono di buon occhio l’aggiunta dei “diritti sociali” ai “diritti politici” e ai “diritti civili” in un testo costituzionale), la cosa sarebbe irrilevante dal momento che, sulla vita degli individui e delle comunità, a incidere sono i modi e le forme con i quali certi “diritti fondamentali” vengono fatti valere? A preoccupare, però, è quello che viene detto dopo: la carta in bianco lasciata a una «legislazione ordinaria» risultante dalla «attività sia di parlamenti legittimamente orientati da lobby e gruppi di interesse, sia di strutture di governance transnazionali, come pure di altre fonti di normazione». Con una sicurezza poggiata sul nulla, Ferrara afferma che la sua amata “governance” non intacca minimamente la «democraticità dell’Unione Europea» dal momento che si resta nel quadro dei «constitutional essentials».
Tutto bene, dunque! E se invece per i cittadini dei vari stati europei andasse “tutto male”? Se volessero ficcare lo sguardo sugli enormi apparati istituzionali della Ue, sulla sua smisurata (e pagatissima) burocrazia, sulla sua assoluta inconsistenza politica, dimostrata dal “rompete le file” che si verifica ogni volta che si deve affrontare qualche grosso problema di politica internazionale e mettere da parte la “governance” e le “sinergie”, la soft law e l’open method of coordination per tornare a una concezione dura e realistica della lotta per il potere, quale spazio troverebbero nel modello in esame? E in base a quale principio democratico si potrebbe impedire il pronunciamento degli elettori, sia di quelli che vogliono un’Europa diversa sia di quelli che non vogliono più sentir parlare di Europa, di moneta unica, di Schengen etc.? Per Alessandro Ferrara, in sostanza, i passi indietro non sono permessi e poiché le vecchie forme della democrazia potrebbero consentirli, al diavolo le vecchie forme!
«Per una lunga fase storica ancora, dopo la quale non sappiamo quale modello prevarrà, l’iniziativa legislativa non sarà nelle mani del Parlamento europeo, ma si costituirà all’incrocio di Parlamento, Commissione europea e corpi più specificamente intergovernativi – e se nel futuro prevarrà una certa linea potrebbe essere per sempre così. Si può certamente leggere questa situazione come deficit democratico, se utilizziamo il metro della autorialità legislativa dei cittadini propria degli Stati nazione». No, Professor Ferrara, il suo «nuovo genere di autorialità democratica» non ha nulla a che fare con la sovranità popolare e, finché ci sarà concesso di votare e di pensare, riguarderemo ciò che si costituisce «all’incrocio di Parlamento, Commissione europea e corpi più specificamente intergovernativi» come una nuova forma di corporativismo che, però, a differenza dell’antico, caratterizzato dalla supervisione dello Stato in grado di obbligare i gruppi, nelle loro contrattazioni, a sottoporsi all’interesse generale, sarà solo espressione dei poteri forti (sindacati, holdings, imprese multinazionali etc.). Il “veterodemocratico” farà di tutto per esorcizzare, a livello transnazionale, ciò che sperimenta da tempo, a livello nazionale: le “sinergie” dei poteri forti che schiacciano, con le loro politiche, i ceti medi e medio-bassi salvo poi a demonizzarli se protestano contro i costi eccessivi di un welfarismo – i cui benefici non ricadono certo su di loro – e a presentarli come portatori di populismo e di “antipolitica”.
Se Ferrara vuole limitare la libera e democratica manifestazione del nostro consenso o dissenso allo «strato alto della legislazione», attraverso la governance, filosofi del diritto, come Luigi Ferrajoli – v. il saggio. La democrazia costituzionale e la sua crisi odierna (sempre in AA.VV., Democrazia, Parolechiave, 43, Ed. Carocci, Roma 2010) – vogliono cancellarla de facto attraverso la «costituzionalizzazione rigida dei diritti fondamentali». Quest’ultima, «imponendo obblighi e divieti ai pubblici poteri», rinnesterebbe «anche nella democrazia una “dimensione sostanziale” relativa al che cosa non può essere deciso o non deciso da qualunque maggioranza, in aggiunta alla tradizionale “dimensione politica”, meramente “formale” o “procedurale”, relativa al chi e al come delle decisioni». In tal modo, cambia «il rapporto tra la politica e il diritto. Non è più il diritto a essere subordinato alla politica quale suo strumento, ma è la politica che diventa strumento di attuazione del diritto, sottoposta ai vincoli a essa imposti dai principi costituzionali: vincoli negativi, quali quelli generati dai diritti di libertà che non possono essere violati; vincoli positivi, quali quelli generati dai diritti sociali che devono essere soddisfatti. politica e mercato – attivati e legittimati l’una dall’ esercizio dei diritti politici, l’altro dall’ esercizio dei diritti civili di autonomia – si configurano in tal modo come la sfera del decidibile, rigidamente delimitata dalla sfera dell’indecidibile disegnata dall’insieme dei diritti fondamentali».
È difficile capire, in questo svuotamento della politica da parte del diritto, cosa rimanga da decidere ai cittadini chiamati alle urne, dal momento che la «sfera dell’indecidibile» – conquistato il terreno dei diritti sociali e dei diritti di terza generazione – risulta così estesa da consentire solo la deliberazione su quali fiori piantare nelle aiuole pubbliche (un giorno, però, qualcuno potrebbe scoprire, che i “diritti estetici”, divenuti anch’essi «indisponibili», impongono di preferire gli oleandri ai glicini!).
Anche Ferrajoli, però, sente il bisogno di rassicurare: i diritti fondamentali, che ricomprendono i diritti di libertà e i diritti sociali, «non sono soltanto dei limiti alla democrazia politica. Essi ne sono altresì la sostanza democratica, in quanto si riferiscono al popolo in un senso ben più concreto e pregnante della stessa rappresentanza politica: cioè a tutti e a ciascuno dei suoi membri in carne e ossa». È difficile non pensare alla distinzione rousseauiana tra “volontà generale” e “volontà di tutti” che qui viene semanticamente stravolta. Per il filosofo del diritto, infatti, la concretezza, che sta dalla parte «dei membri del popolo in carne e ossa», è la base su cui poggiano i “diritti indisponibili” laddove, per Rousseau, l’astrazione dai bisogni e dagli interessi particolari era la garanzia più sicura della realizzazione dell’interesse collettivo. La sostanza, però, non cambia: nella sfera pubblica – che non è quella della democrazia liberale – non si può portare tutto ciò che si vuole ma solo ciò che tutela e incrementa i “diritti fondamentali dell’uomo” (dell’uomo e non anche “del cittadino” giacché la citizenship politica sarebbe divenuta discriminante, escludendo dai benefici dell’appartenenza nazionale chi sta fuori...).
Ferrajoli ritiene di poter ancorare, nel suo “paradigma costituzionale”,
«le due dimensioni della democrazia, quella formale e quella sostanziale […], ad altrettante classi di diritti fondamentali: i diritti formali di autonomia – i diritti politici nella sfera pubblica della politica e i diritti civili in quella privata delmercato – che assicurano la forma democratica delle decisioni; e i diritti sostanziali – i diritti di libertà e i diritti sociali – che delle medesime decisioni assicurano la sostanza democratica. Ne risulta una nozione quadridimensionale della democrazia costituzionale quale modello normativo articolato in quattro dimensioni, corrispondenti ad altrettante classi di diritti fondamentali: la democrazia politica, assicurata dalla garanzia dei diritti politici; la democrazia civile, assicurata dalla garanzia dei diritti civili; la democrazia liberale (o liberaldemocrazia), assicurata dalla garanzia dei diritti di libertà; la democrazia sociale (o socialdemocrazia), assicurata dalla garanzia dei diritti sociali. In questo senso il garantismo, quale è declinabile nelle sue quattro dimensioni – quella politica, quella civile, quella liberale e quella sociale, a seconda della classe dei diritti garantiti –, è l’altra faccia del costituzionalismo e forma il presupposto giuridico della democrazia».
Sennonché, con queste griglie concettuali, navighiamo nei mari sconfinati di una stantìa retorica ideologica, caratterizzata dalla fiducia incrollabile nella naturale conciliabilità dei diritti – politici, civili, di libertà, sociali. Tale “armonia prestabilita” (dall’intellettuale militante) si traduce in una quadriglia dei valori che forma e scioglie le coppie dei ballerini a seconda di dove soffia il vento della storia. Inoltre, un termine, il “garantismo”, in questo embrassons-nous dei diritti, può congiungersi con qualsiasi altro termine del linguaggio politico in modi che un tempo avrebbero fatto trasalire i cultori del rigore linguistico. Come non vedere, ad esempio, che garantismo sociale è espressione metaforica volta a proiettare una luce favorevole sul socialismo, presentandolo come una coerente applicazione e una legittima estensione di qualcosa, il garantismo, che nasce sul (ben diverso) terreno del costituzionalismo liberale e su cui, almeno in teoria, si registra un consenso unanime, a destra e a sinistra.
La political culture oggi egemone in Italia non riesce più a comprendere che, in una società aperta e rispettosa delle “visioni del mondo” di tutti i cittadini, nella cassaforte dei “diritti costituzionali”, dovrebbero riporsi soltanto quelli che trovano tutti d’accordo – i diritti civili e i diritti politici. Tali diritti, per i fautori della “democrazia sostanziale”, sono tappe obbligate (ma non per tutte le famiglie della sinistra) su un percorso al termine del quale sta il riconoscimento dei “diritti sociali” e degli altri, sempre più numerosi, “di nuova generazione”; per i liberali, fermi alla “democrazia formale”, sono la garanzia di un modello sociale, fondato sul principio che la sfera pubblica deve proteggere le libertà dei cittadini, prescindendo dal fatto (innegabile) che tali libertà producono ineguaglianze, stanti i diversi punti di partenze e le diverse dotazioni naturali degli individui. I clercs come Ferrajoli, non rassegnati a queste diverse concezioni etico-politiche, vorrebbero ostracizzare (idealmente, beninteso) dalla polis quella parte numerosa del popolo portata a credere che i valori politici (i “diritti” da lui sopra enumerati) siano talora inconciliabili e che, proprio per questo, dovrebbero essere le urne a decidere quali far passare, di volta in volta, in secondo piano. Sennonché è difficile poi giustificare questa amputazione di parti rilevanti del corpo sociale, senza ricorrere a una raffigurazione apocalittica della lotta politica in cui tornano l’irresponsabilità delle masse, la loro incapacità di intendere i loro veri interessi, la loro facile suggestionabilità. Bisogna far vedere che se non si è d’accordo sulla «costituzionalizzazione» dei nuovi diritti – il che non significa essere contrari a recepirne le istanze in leggi ordinarie, condizionate dalle risorse disponibili e comunque revocabili – vuol dire che si è animati da una bieca volontà di reazione, che si agisce solo in base a motivazioni egoistiche e si adottano comportamenti antisociali che l’ordine giudiziario, permeato di idealità ferrajolane, ha il compito e il dovere di prevenire e reprimere.
Dietro le frasi altisonanti, le prefigurazioni di esaltanti cosmopoli giudiziarie, c’è solo il pugno nello stomaco dell’uomo della strada – l’eterno qualunquista, bestia nera di tutta l’intellighentsia passata e presente. Non creda il Signor Nessuno di poter fare di testa sua e decidere, col voto, ciò che più gli piace: la libertà è un valore solo come libertà per il bene (collettivo). Come si vede, il Grande Inquisitore può assumere anche il volto rassicurante dell’amico del genere umano che vorrebbe dare tutti i diritti a tutti, senza badare ai costi, alla cittadinanza politica, alle risorse disponibili,ai sacrifici richiesti e imposti.
Oggi sembra essere divenuta “riflesso condizionato” una concezione (esigente) della democrazia ricalcata sulle due, pur diverse, su ricordate in maniera molto sintetica. Saggisti e docenti come Michelangelo Bovero, Luciano Canfora, Paul Ginsborg, Massimo L. Salvadori, Nadia Urbinati, Maurizio Viroli, Gustavo Zagrebelsky teorizzano un’idea di “democrazia” in cui c’è spazio per ogni sorta di “diversità” – sociale, etnica, di genere, “culturale” – tranne quella “politica” nel senso forte del termine, se per “diversità politica” si intende, per fare un esempio significativo, che, nel contesto italiano, non ci si riconosce in una costituzione che non si limita a regolare il traffico sociale ma prescrive agli automobilisti in quale direzione debbono andare per essere buoni cittadini.
Per questo, del tutto in controtendenza, abbiamo pensato di dedicare un fascicolo di «Paradoxa» agli autori su elencati (ma se ne sarebbero potuti aggiungere molti altri) soprattutto per testimoniare che, nel nostro Paese, non c’è (ancora) un “pensiero unico” che «giudica e manda secondo ch’avvinghia». È forse la prima volta che si tenta un’analisi non superficiale di quelli che... la democrazia: si spera di averlo fatto senza seguire il loro esempio ovvero sottraendosi alla tentazione di attribuire le loro riflessioni etico-politiche a perversioni morali o a inconfessabili disegni politici. (Che certi politici di professione lo facciano non ci riguarda come studiosi). Ci ostiniamo a non dimenticare le parole pronunciate da Weber nella conferenza del 1918, La politica come professione, «e quanto alla nobiltà dei fini ultimi, anche gli odiati avversari pretendono di averla dal canto loro e soggettivamente in perfetta buona fede. “Chi di spada ferisce, di spada perisce”, e la lotta è sempre lotta».

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