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VERSO UN NUOVO WELFARE (Estratto da Paradoxa 3/2010)


Andrea Olivero

Premessa 
Se nell’epoca fordista della grande fabbrica la cornice normativa del welfare state garantiva l’inclusione della pluralità dei soggetti perché c’erano precise regole e un ben determinato compromesso sociale, nella post-modernità il binomio competitività e de-regolamentazione genera una diffusa insicurezza. Infatti la competitività, che i sistemi produttivi devono reggere nell’ambito della società globalizzata, non solo rimette in discussione le relazioni industriali e le politiche del lavoro, ma rischia nello stesso tempo, sul piano della protezione sociale, di minare le fondamenta del patto tra cittadini e Stato.

Il nodo dello stato sociale, in questa fase di passaggio epocale, non costituisce, dunque, uno dei tanti problemi che tutte le società devono affrontare, ma quello che interroga più in profondità il senso complessivo della convivenza sociale unitamente al venir meno della certezza, per la prima volta dopo decenni, che ogni generazione possa consegnare a quella successiva un maggior livello di benessere e di mobilità.
Nello stesso tempo, le categorie classiche utilizzate per leggere le situazioni di difficoltà e di disagio, quelle provenienti dalle storie e dalle diverse culture politiche che hanno caratterizzato il secolo scorso, faticano a dar conto di una realtà in movimento e a cogliere la complessità degli attuali scenari.
Le trasformazioni in corso, che non possono non destare preoccupazioni, hanno al contempo il merito di segnare un cambiamento anche sotto il profilo culturale. Potenzialmente, infatti, la fine del welfare lavoristico derivante dal modello fordista apre la strada ad un welfare delle opportunità, più intimamente connesso ai diritti fondamentali di ogni uomo. Piuttosto che tentare di difendere un welfare riparatorio e assistenzialistico si può ora passare alla costruzione di un welfare promotore di autentico sviluppo, tanto economico quanto umano.
 
Il contesto globale: un nuovo attore sociale
Il welfare state è nato nel secolo scorso in un momento storico in cui lo Stato nazionale era il centro decisionale più importante, se non esclusivo, delle politiche monetarie, economiche e sociali.
Il peso dell’economia reale (produzione di beni materiali) era preponderante negli assetti produttivi nazionali e internazionali a fronte di un’economia finanziaria ancora lontana dal carattere invasivo assunto negli ultimi decenni e soprattutto oggi.
La mondializzazione dei mercati, le tecnologie informatiche, gli scambi e i flussi in tempo reale di enormi quantità di denaro virtuale hanno ridimensionato il peso e l’incidenza degli Stati nazionali e delle stesse classi politiche nei processi decisionali e nel dinamismo del mercato.
Dunque, le due colonne portanti del sistema di welfare novecentesco appaiono attualmente quanto mai fragili e instabili e il dibattito sul futuro del sistema di welfare nel nostro Paese non può non tener conto di tale contesto globale. Esso mette in discussione la rete delle vecchie sicurezze, non soltanto come elemento di sfondo ma come un vero e proprio attore sociale che determina la vita delle persone, i loro bisogni, le loro paure, i loro comportamenti.
Inoltre, le istituzioni del welfare pensate e praticate dal 1945 agli anni ‘70 nella socialdemocrazia europea poggiavano sui lavoratori di fabbrica e sui sindacati. Furono queste le forze trainanti del sistema di welfare eretto a tutela degli strati sociali più deboli. Ma tali soggettività sono state logorate prima dall’accelerazione economica del libero mercato, poi dai mutamenti del mondo del lavoro e infine dalla terziarizzazione e dalla finanziarizzazione dell’economia. La crisi del modello di welfare novecentesco è apparsa in tutta la sua gravità nell’autunno 2008, quando il turbo-capitalismo globale, eretto a unico riferimento in Europa e nel mondo, è imploso, ma si è manifestata nel tempo anche nel progressivo e costante adattamento ad un modello di sviluppo economico-sociale fondato su un libero mercato senza regole, che si sarebbe dovuto contrastare o riparare fin dalle sue origini.
La speculazione e la deregolamentazione finanziaria cessano allora di essere una mera questione etica di astratto moralismo e si impongono come strumento di realismo e come sfida decisiva per le democrazie occidentali, per i modelli di consumo e di sviluppo, per la rappresentanza dei diritti sociali.
Il sistema di welfare nazionale, a fronte di questo nuovo quadro, deve rimodulare le sue tutele, i suoi strumenti, le stesse politiche sociali all’interno di una dimensione molto più vasta e potenzialmente “incontrollabile” e ci costringe a ripensare le politiche sociali insieme all’intera economia di mercato.
Il broker di Wall Street che due anni or sono chiudeva nello scatolone del licenziamento la sua biografia professionale e lavorativa diviene il simbolo di una figura sociale che non abita più solo nel mondo virtuale della “finanza creativa” ma torna prepotentemente ad essere una persona reale che chiede tutela non al mercato ma allo Stato nazionale ed obbliga ad un ripensamento dell’intera rete dei rapporti.
 
Quale welfare oltre la social-democrazia
Parlare di nuovo welfare significa configurare una versione rinnovata dell’economia sociale di mercato. Si tratta di ripensare il ruolo dello Stato in un contesto economico globale, interdipendente, non certo come unico gestore/monopolista della erogazione di servizi indifferenziati ma sicuramente come garante di un quadro normativo capace di dettare le regole anche all’economia.
Solo questo quadro condiviso, giuridico e normativo, può ricostituire legami di fiducia senza i quali non è possibile effettuare alcuno scambio reale o virtuale, promuovere responsabilità personali e collettive, garantire pari opportunità, tutelare e proteggere i soggetti in difficoltà.
La fase attuale costituisce dunque una possibile occasione per ripensare, insieme all’economia, anche il welfare oltre il quadro social-democratico in cui è nato e oltre le degenerazioni di un mercatismo finanziario che ha divorato se stesso. Un welfare volto al futuro che non potrà però prescindere dai diritti di cittadinanza faticosamente acquisiti e li dovrà riformulare e concretamente realizzare in un contesto molto mutato. A partire dal deficitario sistema di protezione sociale verso i “nuovi poveri”, che è oggi formato dall’esercito dei lavoratori dipendenti a basso reddito, dai precari e senza lavoro, particolarmente numerosi tra i giovani e le donne, dai pensionati che vedono costantemente eroso il potere d’acquisto delle loro pensioni, dagli anziani non più autosufficienti, da coloro che hanno messo in gioco i loro talenti nell’ambito professionale e sono rimasti fermi al palo.
 
Per un welfare giusto, promotore di sviluppo umano e delle opportunità
In questo orizzonte di pensiero si colloca la visione di un welfare promozionale e non compassionevole o meramente assistenziale, volto al futuro, a partire dal fatto che le politiche sociali non possono essere pensate solo per difetto, come crisi o come costo, ma vanno viste nella loro giusta luce: promotrici di sviluppo appunto, cifra dell’abitare civile in una società che non può consentire che chi ha già molto aumenti il suo avere e chi ha poco scivoli sotto la soglia della povertà.
Tra uguaglianza omologante e libertà liberista il principio di equità diventa il banco di prova per un welfare giusto, nella considerazione che non c’è sviluppo per tutti e per ciascuno senza equità nelle condizioni di partenza e nelle pari opportunità.
L’originale interpretazione del concetto di sviluppo inteso come processo di espansione delle libertà reali di cui godono gli esseri umani, proposta da Amartya Sen, si coniuga così con libertà e partecipazione, metri di giudizio di tale processo.
Compito principale di un welfare giusto, teso a perseguire il benessere collettivo, sta nel rendere disponibili ai propri cittadini uguali possibilità di perseguire liberamente i propri scopi e obiettivi.
Ecco allora che tra frettolosi desideri di smantellamento del sistema di welfare e impossibile difesa di alcune sue rigidità, l’investimento sulle reti sociali di un territorio, sulla qualità della convivenza quotidiana, può rappresentare una risorsa efficace che consente a istituzioni pubbliche, soggetti sociali e privati non solo di competere ma di cooperare e collaborare nel rispondere ai problemi sociali.
In questa logica ci si pone all’antitesi rispetto ad un’idea di stato sociale “minimo”, da molti sostenuta nei fatti, quando non anche nella elaborazione teorica, che nel migliore dei casi assiste ma non promuove.
Un autentico welfare di sviluppo è in grado di riflettere la peculiarità dei diversi contesti regionali, ma senza frammentarsi in una miriade disarticolata di sistemi disuguali. È un welfare che valorizza la partecipazione associativae inverte la tendenza alla riduzione dei servizi quale mezzo per stare in un mercato globale. Un welfare promozionale così identificato deve essere capace di stabilire relazioni con e fra i cittadini (anziani, giovani, famiglie, immigrati) sia per permettere loro di affrontare situazioni di bisogno, disagio o vulnerabilità sociale (mancanza di formazione, lavoro, casa, cure socio-sanitarie) accedendo ai sevizi offerti, sia per garantire il pieno coinvolgimento nella progettazione e realizzazione degli interventi previsti dalla rete dei servizi istituzionali, profit e non profit. Un welfare volto a creare le possibilità per tutti di una vita buona degna di essere vissuta in tutte le stagioni e le condizioni. Ecco perché la cultura che promuove la persona e la sua famiglia è quella che non privatizza e individualizza la risposta ma riconosce e potenzia i legami sociali. In questo orizzonte particolare attenzione va posta nella costruzione di percorsi d’accesso a servizi efficienti, che siano la risposta ad un’esigenza strutturale e non presidi d’emergenza. La tanto decantata libertà di scelta dei servizi sociali e socio sanitari che caratterizza molti dei sistemi di welfare presenti nelle regioni italiane rischia, infatti, di non poter essere esercitata soprattutto dai soggetti più fragili.
La strada vincente non può che essere rappresentata da una buona politica che faccia sintesi tra i legami affettivo solidali e le risposte socio-sanitarie competenti, ben distribuite sul territorio, a partire dal fatto che non si può pensare di superare la solitudine delle persone e delle famiglie con mere logiche di trasferimento monetario, soprattutto se molte persone hanno bisogno di assistenza continuativa.
In questa logica nell’anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale, le Acli hanno proposto, nella loro conferenza organizzativa tenutasi a Milano nell’aprile scorso dal titolo «Sentinelle del territorio, costruttori di solidarietà», la revisione della social card per i poveri assoluti attraverso un piano che consenta di raggiungere obiettivi di universalismo, di coinvolgimento del welfare municipale, di razionalizzazione, di equità territoriale.
La crisi economica e finanziaria che da due anni attanaglia il mondo globalizzato e complessifica i bisogni, esige infatti uno sforzo corale nel ripensare strategie di sviluppo e di tutela capaci di andare oltre i modelli conosciuti per evitare che una parte della società sia lasciata indietro, abbandonata al suo destino.
 
Welfare e nuova cittadinanza
Il nuovo welfare può rispondere fino in fondo alle sfide che stiamo affrontando solo mettendo al centro la persona nella concretezza delle sue relazioni familiari e sociali, nella sua appartenenza di genere e di generazione.
Un welfare è davvero efficace se favorisce un modello di cittadinanza compiuto, teso a promuovere uguaglianza di opportunità, ad incentivare responsabilità dei soggetti e a investire nella costruzione di una migliore società, superando una logica attenta solo ai vincoli di bilancio.
C’è, in altri termini, la necessità di elaborare un’idea di cittadinanza complessa che faccia perno sulla persona quale fonte di ogni diritto, al di là delle sue condizioni socio-economiche, della sua provenienza e appartenenza. Il welfare non è più, quindi, vincolato alla prospettiva contrattuale cittadino – Stato, ma appartiene alla sfera dei diritti umani.
Il vero benessere infatti riguarda l’integrità e l’integralità di ognuno. In questo senso il welfare giusto è quello capace di promuovere la dignità di ogni individuo considerandolo un presupposto e non un obiettivo da realizzare attraverso gli interventi pur sempre parziali delle politiche sociali.
Altrettanto strategico in questa riflessione è il ruolo del territorio attento a promuovere un comune ethos condiviso nella valorizzazione e nella promozione di quel protagonismo dei tanti attori presenti al suo interno. Lo scenario della riforma federalista dello Stato può in tal senso valorizzare i vari livelli di governance, innescando una sussidiarietà intelligente che consideri il rapporto centro/periferia nella sua circolarità virtuosa.
Le potenzialità del welfare in ordine ad una corretta pratica di cittadinanza si implementano inoltre attraverso l’azione coesa di una società civile capace di incarnare la fraternità. Quel principio dimenticato della rivoluzione francese si realizza solo attraverso un welfare della prossimità che rigenera legami di reciprocità, promuove processi di inclusione, tutela chi più fa fatica e non abbandona nessuno al proprio destino.
Un welfare promotore di cittadinanza e di democrazia partecipativa che consideri non solo le scelte condivise sugli obiettivi da raggiungere, ma anche quelle relative alle azioni e ai processi per concretizzarle, nella corrispondenza tra mezzi e fini.
 
Per promuovere autentico sviluppo
Per cambiare l’attuale visione di welfare è necessario attivare quel protagonismo sociale che permette di generare un’idea alta di crescita e sa far valere un’etica pubblica condivisa per la promozione della giustizia e dell’inclusione sociale, soprattutto impegnandosi a mutare le situazioni che generano bisogno e povertà e sostenere chi mette in gioco le sue potenzialità e i suoi talenti.
Ciò richiede che, a fronte di un’economia di mercato turbo-capitalistica fondata sull’egoismo e sulla deformazione antropologica che ha esaltato l’”homo oeconomicus” a discapito di tutti gli altri valori, vengano ribaditi quegli orizzonti antropologici, di senso, culturali e politici volti ad accogliere, accompagnare e tutelare ogni persona. È la sfida del come connettere un tessuto sociale rinnovato nelle sue reti di relazione e protezione con un’economia di mercato e uno sviluppo davvero sostenibili.
Peraltro, lo stesso proliferare “della solidarietà fai da te” in questo tempo di crisi ci induce a riflettere su un modello economico e su stili di vita che oggi sicuramente segnano il passo, ma che già ieri generavano malessere e disuguaglianza. La solidarietà praticata chiede una grande responsabilità a chi riveste ruoli politici e di governo nell’integrare le buone esperienze presenti nel territorio, il protagonismo dei corpi intermedi e delle parti sociali con un di più di investimento e tutela nel garantire a tutti i diritti di cittadinanza e un vivere dignitoso.
Per centrare tale obiettivo è necessario l’avvio di una nuova stagione politica, nella quale avviare un confronto profondo tra le differenti culture sociali presenti nel Paese per giungere, infine, a riscrivere le regole del gioco, così da connettere sviluppo economico, legami positivi solidali e buona politica. Se la solidarietà può restituire alla società (e dunque al mercato e allo Stato) la dimensione della fraternità, della gratuità, della fiducia, tutti siamo chiamati, nelle reciproche responsabilità (cittadini, Stato, mercato) a diventare attori e protagonisti di un nuovo modello di convivenza economico, sociale, culturale e politica.
Si tratta allora di aprirsi ad una vera e propria civiltà solidale nella quale l’economia sociale di mercato è capace di incarnarsi in rapporti reali di produzione di beni materiali e relazionali. In questo senso il ruolo del Terzo Settore e del privato sociale non si esaurisce in una “nicchia” con caratteri riparatori e compensativi ma può svolgere una funzione di avanguardia e di sperimentazione di nuove forme di solidarietà e di società del benessere. Il nuovo welfare o sarà solidale, ovvero nutrito da relazioni buone nella società, a partire dalla famiglia passando attraverso i corpi intermedi fino alle istituzioni giuste, oppure sarà un tentativo residuale senza respiro e dunque senza futuro.
 
Per una nuova centralità del lavoro
L’affermazione del primato della persona sull’economia va oltre l’orizzonte di un mercato ricondotto alle sue dimensioni di istituzione umana e sottratto ad automatismi irresponsabili.
Il lavoro promuove cittadinanza solo se i diritti a cui dà accesso riguardano lo status di persona e non la funzione che essa svolge nell’economia produttiva.
In altre parole, se il lavoro per buona parte del Novecento ha rappresentato la porta d’accesso ai diritti sociali, civili e politici costituendo un fattore di emancipazione e di identificazione, nel XXI secolo la sua centralità nel paradigma della cittadinanza va riaffermata e declinata in una visione più complessa e articolata del rapporto tra vita e lavoro, tra sicurezza e libertà, tra giusto salario e merito, tra tutele e doveri, tra bisogni e risposte.
Peraltro, se fino a qualche decennio fa il binomio lavoro povertà pareva costituire un ossimoro nel senso che era proprio il lavoro la strada maestra per uscire dalla povertà, per emanciparsi dal bisogno, per garantirsi livelli di vita dignitosa e promuovere emancipazione sociale, oggi spesso non è più così. E lo è ancora meno per quelle soggettività, giovani e donne in particolare, che rischiano di essere incluse nel circuito della cittadinanza prevalentemente attraverso i consumi ma subito lasciate ai margini con un lavoro precario e senza prospettive di futuro.
Il welfare delle “opportunità pari” e dei talenti che è necessario costruire, promozionale e di sviluppo, si trova dunque a fare i conti con un deficit di investimento, accompagnamento e tutela che penalizza soprattutto le giovani generazioni, quelle soggettività che scommettono sul proprio domani, che intraprendono, che mettono in gioco i propri talenti alla ricerca di un futuro migliore.
E se i giovani di oggi non saranno in grado, quando entrano nel mercato del lavoro, di sentirsi valorizzati nelle proprie capacità, di far fruttare le loro competenze e potenzialità per la costruzione di una migliore società, di produrre anche più reddito, saranno necessari domani ulteriori investimenti nella protezione sociale di coloro che già oggi sono in età lavorativa.
Se poi si allarga lo sguardo e si pensa a quanto sia difficile costruirsi una famiglia senza possedere un reddito dignitoso, a come sia complicato progettare una vita di coppia quando il mercato delle case è tutto nella logica del profitto privato, a come la deregolamentazione dei rapporti contrattuali sia realizzata in assenza di un disegno riformatore degli ammortizzatori sociali, va da sé che i giovani continueranno ad appoggiarsi alla loro famiglia, rimandando quella prima forma di mobilità sociale che è proprio l’uscita dalla famiglia d’origine.
In questa logica che include antiche conquiste e nuovi diritti, inedite responsabilità personali e collettive, nuovi rapporti tra parti sociali, datori di lavoro e lavoratori, tra cultura d’impresa e bene comune, occorre prefigurare per intero uno Statuto dei lavori come cornice regolativa di nuovi soggetti, di nuovi sistemi produttivi, di nuove compatibilità tra sviluppo economico e sostenibilità del sistema. Rendere dignitoso il lavoro oggi significa farsi carico di fragilità e frammentarietà dei percorsi lavorativi, prevedendo tutele personalizzate, evitando di incrementare l’individualismo che spezza legami e appartenenze sociali e, soprattutto, rendendo il lavoro elemento qualificante di una cittadinanza attiva e responsabile che metta al centro la persona.
 
Nuove risposte alla domanda crescente di servizi
Sulle famiglie italiane grava, per vari motivi tra cui l’invecchiamento della popolazione, l’aumento del carico assistenziale, attorno al quale è molto cresciuta la domanda di servizi e con essa ha preso corpo un vero e proprio mercato privato del lavoro di cura. È una realtà di cui prender atto e con la quale occorre misurarsi per ricondurre l’offerta di modelli di servizi ad una logica di sistema e di continuità nell’assistenza.
Il Rapporto sulla non autosufficienza presentato il 21 luglio dal Ministero del lavoro ha messo in luce chiaramente l’emergenza welfare nel nostro Paese.
I numeri sono impressionanti se la percentuale di popolazione over 65, che è oggi al 20%, nel 2050 sarà addirittura del 34%. Saranno sempre meno invece, e sempre più insufficienti in rapporto alla popolazione anziana, coloro che dovranno prendersi cura di questo terzo d’Italia con i capelli bianchi, di chi sarà anziano domani. 
Sino ad oggi la famiglia ha fatto da ammortizzatore all’incapacità/impossibilità dello Stato di far fronte alla crescente domanda di servizi in risposta a bisogni complessi, domani tutto questo non sarà più possibile. Pensare che la soluzione stia nell’espansione all’infinito delle assistenti familiari è mera illusione anche perché i flussi migratori, in particolare dai Paesi dell’Est, rallenteranno e la sostenibilità economica garantita dal massiccio ricorso al lavoro irregolare, già oggi mostra tutti i suoi limiti.
Dinnanzi a una situazione come questa grande è il rischio che si vada verso un welfare sempre più selettivo, facendo sì che chi ha capacità economica possa garantirsi una vecchiaia dignitosa e per tutti gli altri si precipiti in una drammatica marginalizzazione e povertà. Se la risposta al problema sta solo nella finanziarizzazione del welfare, nei prodotti assicurativi, il probabile esito è il “de profundis” del nostro modello di welfare universalistico ed inclusivo.
Perché ciò non avvenga, l’unica via di uscita sta in una nuova progettualità del welfare di domani che, nel chiamare in corresponsabilità la pubblica amministrazione, l’economia civile, il profit e il non-profit, sia capace di proporre politiche sociali innovative, in grado di rispondere a domande sempre più inevase, garantendo equità, pari opportunità, giustizia e pari trattamento per tutti.
In questa logica diventa indispensabile inserire il lavoro di cura svolto per le persone non autosufficienti nel diritto costituzionale alla salute e non lasciare sole le famiglie che sono alle prese con compiti di assistenza e cura dei loro congiunti consentendo loro di detrarre dalle tasse, in parte o interamente, l’importo della spesa per l’assistenza familiare.
Sono tutti elementi che dicono della necessità di pervenire ad un ampio riadeguamento degli strumenti previsti dalla legislazione vigente e dell’opportunità di promuovere politiche integrate a favore delle famiglie che consentano, tra l’altro, di definire i nuovi livelli delle prestazioni sociali.
Sostenibilità del modello di welfare: integrazione sul territorio e sussidiarietà
È indubbiamente vero che l’attuale modello sociale italiano presenta evidenti sprechi, difficoltà e inefficienze ben documentati. Così come è altrettanto palese che un di più di investimenti e di risorse economiche non automaticamente genera pari qualità ed efficacia dei servizi offerti.
Ma onestamente dobbiamo ricordare che se si fa riferimento alla spesa media dell’Italia per i servizi alla persona, in rapporto all’Europa, il nostro Paese è sotto la media europea nella percentuale di Pil assegnata alle politiche sociali di welfare e manca, insieme con Grecia e Bulgaria, di una misura strutturale contro la povertà assoluta.
Si tratta, dunque, di riqualificare la spesae di mettere in campo strumenti informativi e parametri valutativi capaci di cogliere le asimmetrie tra domanda e offerta di salute e protezione sociale per arrivare ad un loro progressivo riallineamento, facendo sì che le politiche di welfare siano in grado di creare le condizioni per l’esercizio della libertà personale e relazionale circa la propria scelta di vita buona.
Nei comuni, ormai da oltre un decennio, cresce la tendenza ad affidare all’esterno la gestione dei servizi sociali, incrociando livelli di spesa contenuti e prestazioni accettabili. Tuttavia, spesso ci si trova dinanzi a deleghe che non giovano alla qualità e, può sembrare paradossale, ma si ottengono i migliori risultati laddove la rete dei servizi pubblici ha un’architettura riconoscibile e definita. Dove invece i servizi non fanno sistema c’è il rischio di una frammentazione data anche dal ricorso a enti esterni al territorio che ottengono affidamenti diretti e vincono gare al massimo ribasso.
Di qui nasce la necessità di promuovere sistemi integrati di servizi sociali e socio sanitari che valorizzino gli attori presenti nelle comunità e costruiscano un welfare comunitario. Infatti non si tratta solo di agire su mercati competitivi nell’offerta quanto di garantire risposte efficienti, efficaci ed appropriate, in un corretto e rigoroso dialogo interistituzionale e nel rapporto trasparente con gli attori presenti sul territorio.
Nel disegnare i mutamenti che stanno interessando la nostra società e che saranno destinati ad avere un sicuro impatto sulla struttura dello stato sociale, non si può inoltre non annoverare il fenomeno migratorio. Già oggi la popolazione immigrata incide e contribuisce al nostro sistema di welfare.
Ne è prova la significativa presenza di assistenti familiari che prestano la loro opera presso i nostri anziani e le nostre famiglie; lo conferma l’incremento dell’imprenditorialità dei cittadini stranieri, lo conferma l’Inps relativamente ai contributi versati da lavoratori stranieri che nel 2007 ammontavano a 5 miliardi di euro; lo riferisce l’Istat che conferma la crescente natalità fra la popolazione immigrata.
La centralità della persona e della famiglia, fondamenta su cui fondare l’intera costruzione del sistema sociale del nostro Paese, non può escludere quei cittadini stranieri che già oggi vivono, abitano e lavorano nelle nostre case e campagne.
Il binomio diritti-doveri è nel cuore del “patto di cittadinanza” sotteso al modello di stato sociale. Va ricordato per tutti, nativi e migranti, con uguale impegno comune.
Pur riconoscendo la necessità di misure specifiche che tendano a regolare i flussi di ingresso calibrandoli con le capacità di integrazione sociale e le richieste del mercato del lavoro, non è possibile accettare alcuna limitazione dei diritti fondamentali per quanti giungono nel nostro Paese, anche in condizioni di clandestinità. Se, infatti, il welfare non è più soltanto il frutto di un patto tra cittadini e Stato, ma un criterio valoriale di cittadinanza, deve essere inclusivo e universalistico.
 
Una sfida per tutti
La visione di un welfare integrato, promozionale, con al centro la persona, non può allora che orientarsi verso una logica di investimento sociale, che fa del territorio e delle sue specificità una risorsa e un valore per la democrazia e la coesione sociale. Non debbono spaventare le prospettive di un welfare mix, cui concorrano diversi attori sociali – pubblici e privati – purché esso sia capace di combattere le condizioni che generano bisogno e povertà, promovendo sviluppo umano e non abbandonando al proprio destino chi è in difficoltà.
Lungi dal chiuderci nella difesa dell’esistente, che peraltro presenta molti lati problematici, dobbiamo quindi scommettere su un radicale cambiamento di prospettiva: dallo Stato assistenziale ed invasivo – madre iperprotettiva e matrigna insieme – ad una società corresponsabile e coesa, volta a favorire protagonismo sociale, benessere e vita buona per tutti. In tale visione non c’è più delega, ma la responsabilità – secondo ben definiti accordi – è ripartita tra i diversi attori. Insomma, al welfare dalla coperta corta, in progressivo arretramento, non ci si deve rassegnare. Un altro modello è possibile, figlio di un nuovo modo di concepire lo sviluppo.
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